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Visualizzazione dei post con l'etichetta 1967

The Jimi Hendrix Experience - Axis: Bold As Love (1967)

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di Silvano Bottaro Spinto, tra un tour e l'altro, a tornare presto in studio a Londra per esigenze contrattuali (e non commerciali, curiosamente: negli Usa l'album uscirà solo l'anno dopo per non disturbare Are You Experienced, ancora in classifica), Jimi Hendrix e la sua band mettono insieme l'album piú pop e insieme piú ricco di effetti. Speciali, specialissimi: nessuno suona la chitarra come lui, nessuno riesce a far uscire da quelle sei corde una tale varietà di suoni, perlopiú distorti, alterati, scomposti e ricomposti in modo da confliggere l'uno contro l'altro, inseguirsi, modificarsi a vicenda. Mai come in questo album il rock'n'roll ha affrontato il tema dei temi, il rapporto tra l'individuo e la tecnologia, in maniera tanto evidente e coraggiosa. Nella traccia piú ispirata e sofferta, Little Wing, Jimi si rivolge al suo angelo custode, e lo chiama con il suo nome «indiano», Piccola Ala: «Quando sono triste, lei viene da me, con migliaia d...

Jefferson Airplane - Surrealistic Pillow (1967)

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di Silvano Bottaro «Ho preso dell'acido e ho ascoltato per 24 ore consecutive SketChes Of Spain di Miles Davis»: cosi Grace Slick spiegherà la genesi di White Rabbit, una delle due canzoni che porta in dote ai Jefferson Airplane. L'altra è Somebody To Love, che il suo vecchio gruppo, The Great Society, aveva addirittura inciso. I Jefferson Airplane l'hanno incontrata a un concerto e per 750 dollari l'hanno riscattata: un affarone, e non solo perché la cantante che avevano prima se n'è andata dopo aver messo al mondo un bambino. Grace Slick è bella (si è guadagnata da vivere facendo la modella) e ha una voce perfetta per quel suono psichedelico, derivato dal folk rock e in ultima analisi apparentato a quello dei Byrds, che il gruppo si vuole dare. White Rabbit e Somebody To Love saranno i successi da classifica che usciranno dal loro secondo album, quello che farà di loro i portavoce (e il gruppo con il contratto piú ricco) della vivace scena hippie di San Francisc...

Love - Forever Changes (1967)

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di Silvano Bottaro E' il capolavoro passato inosservato, l'album che ora tutti citano e inseriscono nei «meglio di...» e che quando uscí non andò oltre il 154° posto in classifica. E il fuoco creativo che divora l'appicca, la magia che fa scomparire per sempre il mago. E' un suono misterioso — a metà strada tra i Byrds e Burt Bacharach - che si insinua in chiunque l'ascolti, che sfiora piú volte il kitsch senza mai toccarlo per davvero e fa innamorare di sé senza spiegazioni, senza se e senza ma. Forever Changes è l'opera di un ventiduenne che sente la morte vicina (a 26 anni, pronostica lui) e che si inventa un album per accoglierla senza troppo soffrire (morirà a 61 anni, nel 2006, di malattia, lasciando dietro di sé la leggenda del piú grande talento inespresso della storia del rock'n'roll): «Seduto sul fianco di una collina, vedo tutti morire. Mi sentirò molto meglio dall'altro lato», sono i versi piú noti che lui abbia mai scritto. Si trovano ...

Pink Floyd - The Piper At The Gates Of Dawn (1967)

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di Silvano Bottaro I Pink Floyd fanno i fenomeni nei club di Londra, soprattutto all'Ufo di Tottenham Court Road, lanciato da loro, dal quale se ne sono andati presto per il troppo successo. Gli exploit dal vivo, con pezzi che durano mezz'ora e il pubblico ipnotizzato da giochi di luce e da assoli interminabili e complessi, da cambi di ritmo e da sonorità psichedeliche, fanno guadagnare al gruppo un contratto con la Emi e una sala riservata negli studi di Abbey Road, gli stessi in cui i Beatles stanno registrando Sgt. Pepper. La casa discografica li lascia tranquilli (anziché una settimana, com'è di norma, impiegheranno quattro mesi a finire un album), anche perché li affida a Norman Smith, che è al primo incarico da produttore ma ha lavorato a lungo con i Beatles e ha la testa sul collo, a differenza dei quattro hippie con le camicie a fiori che suonano nel disco. «Fu il nostro George Martin», scriverà anni dopo nelle sue memorie Nick Mason, il batterista, «un'influe...

Cream - Disraeli Gears (1967)

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di Silvano Bottaro Eric Clapton sarà pure Dio, come qualcuno ha scritto sul muro di una fermata della metropolitana di Londra, ma certamente condivide volentieri il palcoscenico: è sua l'idea del primo «supergruppo» (Cream, il nome allude al fatto che i tre si sentono la «crema» del blues elettrico britannico, e lo sono), è lui che ha voluto con sé due ex della Graham Bond Organization, il batterista Ginger Baker e il bassista Jack Bruce, senza sapere che si odiano e che una volta sono giunti a minacciarsi con un coltello. Adesso, con il secondo album, registrato a New York nello studio già mitico dell'Atlantic, il ruolo di Clapton cresce sempre piú nell'equilibrio del trio, come crescono i pezzi da lui interpretati. Il punto è che lui canta con una specie di falsetto timido che affonda nei suoni del gruppo e non prevarica. Come se se ne vergognasse (infatti un po' se ne vergogna). Il nuovo album — avrebbe dovuto intitolarsi semplicemente Cream — è con ogni evidenza u...

The Beatles - Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band (1967)

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di Silvano Bottaro Paul McCartney racconta Storie, John Lennon non sa raccontare se non di sé. George Harrison gioca con il sitar e una Certa idea dell'India, Ringo Starr diventa Billy Shears e la band diventa Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, allusione all' abbandono delle scene live da parte dei quattro e insieme a un progetto di concept album che la copertina rafforza e il contenuto del disco sconfessa. Sgt. Pepper è tante cose: l'album che vince tutti i referendum sul capolavoro piú memorabile di ogni tempo, una pietra miliare, un punto di svolta, il momento in cui tutto cambia, una miscela non completamente riuscita di intenzioni diverse. I Beatles dicono di essersi ispirati a Freak Out! di Frank Zappa (che li ricambierà con We're Only In It For The Money, siamo qui solo per far soldi), ma anche un po' a Karl Heinz Stockhausen per certe iam orchestrali gentilmente dissonanti: certo, Pet Sounds dei Beach Boys, uscito l'anno prima, qualcosa conta. ...

The Jimi Hendrix Experience - Are You Experience (1967)

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di Silvano Bottaro Il critico americano Dave Marsh lo definirà «l'equivalente musicale del Big Bang». Un'esplosione, insomma, ma un'esplosione creativa, feconda, che genera, non distrugge. E una bella immagine per descrivere un album e racchiudere in sé — a ritroso - l'album stesso, il gruppo che l'ha realizzato, il musicista che l'ha pensato, la sua chitarra. Gli istanti che precedono il botto vedono il chitarrista americano James Marshall Hendrix arrivare a Londra, trovare un manager nella persona di Chas Chandler, già bassista degli Animals, trovare un bassista (il chitarrista Noel Redding, scelto perché a Jimi ricorda Bob Dylan) e un batterista, l'esperto Mitch Mitchell. Formare un power trio alla maniera dei Cream, secondo una formula nuova ed essenziale che segnerà la storia del rock'n'roll come una sorta di ritorno paradossale alle radici del suono: chitarra, basso e batteria, solo il cuore della nuova musica. Nel caso dell'Experience il...

The Doors - The Doors (1967)

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di Silvano Bottaro Jim Morrison e Ray Manzarek si incontrano per caso, nel '65, all'università, al corso di cinematografia: Jim scrive poesie che potrebbero diventare testi di canzoni, Ray è un musicista. La leggenda vuole che Jim gli canti Moonlight Drive sulla spiaggia di Venice, a Los Angeles, e che Ray capisca subito che quell'incontro li porterà lontano. Due anni dopo, in effetti, sono al numero uno della classifica americana con la versione ridotta di Light My Fire, tratta dal loro album d'esordio. Nel mezzo, è ovvio, sono successe molte cose: la band si è formata davvero, con John Densmore alla batteria e Robbie Krieger alla chitarra, e Jim ha scelto un nome semplice, The Doors, che ha i riferimenti giusti, all'altezza delle loro ambizioni. Cita il titolo di un libro sull'assunzione di mescalina pubblicato da Aldous Huxley nel 1954 (Le porte della percezione), che a sua volta cita il poeta visionario William Blake: «Se le porte della percezione fossero ...

The Velvet Underground & Nico - Omonimo (1967)

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di Silvano Bottaro «L'unico problema è che non hanno un cantante», commenta Paul Morrissey di ritorno dal Cafe Bizarre, dove ha ascoltato i Velvet Underground per conto di Andy Warhol. La soluzione viene trovata subito: canterà quella ragazza tedesca, Nico, che si è presentata al giro di Warhol una settimana prima, e cosí per di piú si avrà qualcosa di bello da guardare «in mezzo a tutta quella bruttezza». Lou Reed, il motore creativo della band, accetta, e i Velvet Underground diventano l'espressione sonora della Factory warholiana. «Non credo piú nella pittura, e un gruppo rock è un modo interessante per mischiare arte, musica e cinema», dice ai giornalisti Warhol. Lou Reed fa il furbo, e in studio a Nico affida solo tre pezzi: Femme Fatale, che si ispira a Edie Sedgwick, diva regnante in quei mesi alla Factory, All Tomorrow's Parties and l'Il Be YourMirror, che nasce da un'idea della stessa Nico. Gli altri otto li canta lui, in tre giorni di studio che costano ...

Aretha Franklin - I Never Loved A Man The Way I Love You (1967)

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di Silvano Bottaro Sono tempi in cui un discografico viene a sapere che una cantante ha chiuso il contratto con la concorrenza grazie alla soffiata di un disc jockey. Quando la voce arriva a Jerry Wexler dell'Atlantic a proposito di Aretha Franklin, la convoca con il marito-manager Ted White negli uffici di New York e li fa immediatamente firmare per l'Atlantic. E il momento in cui tutto cambia, per Aretha e forse anche per la musica soul. Il piano di Wexler, che da giornalista ha inventato il termine «rhythm and blues», è estremamente semplice. Lui pensa che i sei anni (e nove album) alla Columbia abbiano fatto solo intuire la portata del talento della figlia del reverendo Franklin. Ci vuole un viaggetto al Sud per portare alla luce le radici della sua musicalità, l'esplosività del gospel, le sfumature soul che produzioni eccessivamente pop hanno occultato a lungo. Troppo a lungo. La Stax, a Memphis, dice di no: i rapporti con l'astuto Wexler si stanno già guastando....

The Beatles - Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band (1967)

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di Silvano Bottaro Il diario sentimentale di una generazione e il compendio cultural-musicale della musica rock. Una sorta di glossario di melodie da riesaminare sempre con cura. Questo lavoro è l'itinerario della canzone pop giovane ed illusa, quella da ascoltare con gratitudine e attenzione. I Fab Four riscrivono il pop e traducono l'astrazione della canzone, che doveva raccogliere idee e concetti, in una soluzione unica, in qualcosa di tangibile e concreto. Una musica che dalla ricerca della melodia seducente giunge alla costruzione sofisticata dello spartito in un miracolo estetico replicato solo in parte con il White Album . Quindici brani di sublime bellezza concepite come un'unica suite, di cui le canzoni, unite tra loro, costituiscono i vari movimenti. Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band è l'elogio dell'assurdo e delle allucinazioni del mondo tramutato in composizioni che sfilano via una dopo l'altra tanto è intensa la loro sequenza. Dopo ...

Bob Dylan - John Wesley Harding (1967)

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Un’altra caratteristica che inconsciamente hanno le Storie di Musica è che ogni anno da quando è cominciata c’è un disco di Bob Dylan. Siccome nel 2022 Dylan festeggia molti traguardi (80 anni, 60 anni dalle prime registrazioni e altri), ho deciso di dedicare il mese di Dicembre a Storie dylaniane. Cercherò di essere originale, grazie anche alla mole immensa di materiale che sia Dylan sia i suoi ammiratori, una schiera gigantesca, gli ha tributato fino ad oggi. Ho deciso di iniziare da uno dei suoi dischi più misteriosi e affascinanti, che arriva dopo un periodo di riabilitazioni su cui sono nate le più strambe vicende. Tutto inizia nel 1966, quando dopo l’uscita di quel capolavoro infinito di Blonde On Blonde, ha un incidente motociclistico. Nessuno ha mai avuto una descrizione precisa di ciò che accadde, nè una foto, nè altre notizie, tanto è che su questo incidente si rincorrono le storie più interessanti (ed è curioso che una storia simile accadde per il presunto incidente stradale...

Miles Davis - Miles Smiles (1967)

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Il traguardo delle 250 storie di musica lo festeggio con una delle sue rare foto in cui ride: probabilmente ne esistono altre, dato che è stato uno dei musicisti più fotografati di sempre, ma nelle copertine dei suoi dischi, dove compare sempre accigliato e “serio”, è un punto di svolta (unico tra l’altro). Il 24 e il 25 ottobre 1966, Miles Davis è con il suo formidabile Secondo Quintetto nei leggendari studi della Columbia sulla 30.ma strada a New York. Sotto gli occhi vigili del suo produttore principe, Teo Macero, arrivano i musicisti di questa nuova avventura, iniziata 3 anni prima: Herbie Hancock al pianoforte, Ron Carter al basso e contrabbasso, Tony Williams alle batterie e Wayne Shorter al sax. Quel periodo storico è una fase centrale della musica jazz, probabilmente anche poco conosciuta, perchè compressa dalla frenesia eccitante del bop degli anni ‘50 e l’arrivo delle avanguardie free form che dall’inizio del decennio successivo iniziavano ad incalzarla. Davis, non nuovo a in...

Van Morrison - Blowin' Your Mind (1967)

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di Silvano Bottaro Una volta fuoriuscito dai Them, Van non tenta di formare un nuovo gruppo, vuole fare il cantautore. Lavora molto per sviluppare un proprio genere ed un proprio stile, mettendo le distanze fra sè ed il passato prossimo. Il suo cammino è tutt'altro che lineare. Viene scritturato da una neonata etichetta americana, la Bang, che vuol fare di lui un cantante commerciale. Il primo tentativo è il singolo "Brown Eyed Girl", una bella composizione con un arrangiamento più morbido di quanto non capitasse con i Them. In pratica Van è costretto a scriverla spinto dalla fame. Il pezzo entra nella top ten USA e la casa discografica cerca di sfruttarne il successo con un album. All'insaputa dell'autore, esce "Blowin' Your Mind", che è soltanto un pasticcio. E' il frutto di un paio di session eseguite senza sufficiente preparazione. Van non aveva voce in capitolo nè su quali pezzi suonare, nè sugli arrangiamenti, nè sulla scelta degli str...

The Beatles - Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (1967)

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“Dai tempi del Congresso di Vienna, 1815, la civiltà occidentale non fu mai così vicina all’unità come nella settimana in cui venne pubblicato (…) Per un breve momento, la frammentata coscienza del mondo occidentale si riaggregò, quantomeno nelle teste dei giovani”. In un famoso articolo uscito nel 1968 sulla mitica rivista Rolling Stone, Langdon Winner (che finirà a insegnare scienze politiche alla Columbia University) definiva in questi termini ciò che capitò ai giovani nella primavera del 1967, precisamente il 1° giugno, in contemporanea in tutto il mondo, primo record di un disco che ne ha un’infinità. Usciva infatti quel giorno un disco dei The Beatles, che passati ormai oltre 50 anni, è probabilmente uno dei discorsi definitivi sulla musica pop occidentale. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band è L’Album, anche per semplici motivi tecnici: fu infatti il primo disco la cui copertina si apriva come un album fotografico e il primo sul cui retro vi e...

The Jimi Hendrix Experience - Are You Experienced? (1967)

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Il primo ottobre del 1966 sul palco del Central London Polytechnic di Regent Street stavano suonando i Cream di Eric Clapton, del bassista Jack Bruce e del batterista Ginger Baker, all’epoca la band clou del rock blues inglese. Quella sera Chas Chandler, ex bassista degli Animals che voleva diventare un manager di successo, presentò al gruppo un giovane chitarrista mancino di Seattle, che aveva visto suonare con il suo gruppo al Cafè Wha? al Greenwich Village di New York qualche mese prima. Chandler rimane folgorato e chiese a quel giovane chitarrista di andare con lui in Inghilterra. Il chitarrista acconsentì ad una condizione: voglio conoscere Eric Clapton. Clapton acconsentì al ragazzo di salire sul palco, e quando quest’ultimo iniziò a suonare Killing Floor di Howlin’ Wolf, Clapton fu travolto da un’abilità, una sensibilità straordinaria, tanto che leggenda vuole che allontanandosi dalla scena tutta dominata da qu...

Sam & Dave - Soul Men (1967)

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Il duo della storia di oggi è uno dei pilastri della musica afro-americana. Samuel David Moore e Dave Prater avevano classe, vocalità e anima che instillavano nella loro musica, esplosiva, tanto che il duo che formarono, Sam & Dave, era soprannominato Duo Dynamite. Si incontrano a Miami a fine anni ‘50, con alle spalle esperienze r&b e soprattutto nel gospel. La carriera discografica inizia con un incisione del 1962 per una piccola casa editrice, la Roulette, senza successo, ma vengono notati da un produttore talent scount, Jerry Wexler, della Atlantic, che li ingaggia e li porta negli studi della Stax. La Stax in quegli anni stava diventando la protagonista della musica soul. Fondata nel 1959 da una coppia piuttosto bizzarra, un banchiere e musicista semi-professionista, Jim Steward, e da sua sorella Estell Axton: prima fondarono la Satellite, con cui Steward voleva intraprendere la carriera di musicista country, ma visto l’insuccesso, Estelle ipotecò la propria casa per compr...

The Velvet Undeground & Nico - The Velvet Underground & Nico (1967)

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La Verve è l’etichetta del jazz fondata da quel genio di Norman Granz a metà anni ‘50. Nel 1967 era una delle etichette più famose e rispettabili del panorama musicale quando si ritrovò a contratto una band di 4 giovani, che avevano due precettori niente male: Tom Wilson, l’uomo che scoprì Dylan, e Andy Warhol, il quale ingaggiava la band durante i party alla Factory, il suo laboratorio artistico, proiettando letteralmente addosso ai quattro musicisti delle immagini: da questo presero l’abitudine di suonare sempre con gli occhiali scuri da sole. La band in questione era composta da due studenti di letteratura, Lou Reed e Sterling Morrison, un giovane gallese con un bagaglio musicale classico e una viola elettrica, John Cale e una giovane batterista, dalla tecnica piuttosto basica, Maureen Tucker. Scelsero come nome il titolo di un libro del giornalista Michael Leigh, pubblicato nel 1963, che indagava per la prima volta le oscure e inconfessabili abitudini sessuali dei newyorkesi, tra c...

The Doors - The Doors (1967)

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La storia di oggi inizia a Los Angeles: un ragazzo appena diplomato alla scuola di cinematografia della UCLA incontra sui banchi dell’Università un altro ragazzo, che coltiva l’idea di fare il musicista, e gli racconta dei suoi sogni musicali, di cosa vorrebbe dire in un disco. I due giovani in questioni sono Jim Morrison e Ray Manzarek. Morrison è figlio di un ammiraglio della marina americana, Manzarek è di Chicago ed è a Los Angelesper studiare e per cercare fortuna con un piccolo gruppo blues, Rick & The Ravens, dove suona con i suoi due fratelli. Morrison gli parla di teatro, poeti francesi, cinema, ma Manzarek lo convince a mettere su una band. Scelgono un chitarrista, Robbie Krieger, appassionato di flamenco e di chitarre bottleneck (un cilindro cavo di metallo da infilare al dito e che, fatto scorrere sulle corde  conferisce un suono particolare) e un batterista, John Densmore, innamorato del jazz. Nasce così la nuova band a cui Morrison dà il nome The Doors, da un libr...

Moby Grape - Moby Grape (1967)

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In questi giorni cade il 50° anniversario di Woodstock: benchè svoltasi sulla costa orientale, quella manifestazione fu l’apoteosi della cultura californiana, che passava necessariamente dalla musica. Proprio ad una delle band californiane più leggendarie ma colpevolmente dimenticate (gli americani usano la bella parola underrated) dedico la storia di oggi. Alexander “Skip” Spence è un canadese che agli inizi degli anni ‘60 arriva in California, a San Josè. È un polistrumentista ma ama in particolare suonare la batteria. E come batterista entra nella prima formazione di una delle band simbolo degli anni ‘60 americani, i Jefferson Airplane. Con loro resta giusto il tempo di Jefferson Airplane Takes Off, dove sigla la bella Don’t Slip Away, poi se ne va insieme a Matthew Kantz, che all’epoca era il manager della band, a fine 1966. In mente hanno il suono magico e corposo dei Buffalo Springfield, unici per le loro tre chitarre (per la cronaca di Neil Young, Stephen Stills e Richie Fura...

E T I C H E T T E

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