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Visualizzazione dei post da Ottobre, 2020

Due zollette di Brown Sugar

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Voodoo è un afrodisiaco sonoro da gustare perdendosi nel groove D’Angelo, vero nome Michael Eugene Archer, è uno di quegli artisti che in qualche modo personifica tutto il meglio e tutto il peggio – creatività e paranoia, in estrema sintesi – che possa passare per la mente di un artista di successo. Mi spiego. Nel 1995, D’Angelo crea praticamente da solo un genere, un’etichetta, una sensibilità. La chiamano neo-soul (ricorda vagamente il new wave di 15 anni prima), e come tutte le etichette – nate per stare strette agli artisti stessi – vale giusto come indicazione. Come un cartello stradale. La definizione la inventa Kedar Massenburg, uomo marketing e influente manager prima di un gruppo rap, gli Stetsasonic, e poi di D’Angelo stesso ed Erika Badu. Vuol significare un incontro, di per sé già promettente, fra la tradizione antica e santificata del soul e quell’urban e hip-hop culture che negli anni 90 ha ormai pervaso la black community. Ma nel caso di D’Angelo, c’è in realt

The Modern Lovers - The Modern Lovers (1976)

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Nella scorsa storia musicale vi ho raccontato del mio poco amore per il punk. Oggi invece, come è già capitato in passato, vi parlo invece di una delle mie passioni musicali, e cioè quelli che citando Springsteen sono i meravigliosi beautiful losers della musica. Quello di oggi è uno dei più grandi, capace del più grande e apparentemente insensato cambio di genere nella storia del rock. Jonathan Richman è un bostoniano che ama il rock anni ‘50, Buddy Holly e Chuck Berry su tutti. Impara a suonare la chitarra pensando a loro. Poi arrivano come un fulmine a ciel sereno i Velvet Underground e uno della lunga serie di convertiti fu proprio Richman. Dopo qualche esibizione da solista nel 1970 fonda il suo gruppo, The Modern Lovers, con David Robinson, John Felice e Rolfe Anderson. Questi ultimi due se ne vanno quasi subito e subentrano Jerry Harrison e Ernie Brooks. La band inizia a suonare nei piccoli locali di Boston e inizia un diffuso culto sotterraneo. Kim Fowley, il famoso produtt

Blue di Joni Mitchell: un album da riscoprire

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di Elisa Agostinelli Ci sono artisti con i quali saremo in debito tutta la vita. Joni Mitchell è una di queste: non so quali vie traverse e fortuite mi abbiano condotto alla sua musica, durante l’adolescenza. Perlomeno in Italia il suo nome è pressoché sconosciuto, o dimenticato: non si direbbe che rappresenti la figura più influente tra le cantautrici del ventesimo secolo. Il suo quarto album, Blue (1971) considerato uno dei migliori mai scritti, rappresenta una delle (tante) vette della sua produzione artistica. Joni non è militante: i suoi ideali si nascondono dietro allusioni, mai perentoriamente. La sua non è un’opera cantautorale impegnata, non vi sono pretese di rappresentare una generazione: eppure sarebbe riduttivo definire la sua arte intimista. Con delicata naturalezza, Joni si fa cantrice di se stessa: la lira è la sua chitarra, i temi affrontati ripercussioni indelebili della sua storia quotidiana, tracciata da incontri, viaggi vissuti, libertà rivendicate, tesori da custo

The Jesus And Mary Chain - Darklands (1987)

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di Silvano Bottaro Quando ascoltai per la prima volta i “ The Jesus And Mary Chain ” ebbi nei loro confronti un atteggiamento estremamente conservatore, lo stesso che manifestai - lo ammetto - nel ‘77 quando vennero fuori i Sex Pistols: che diamine - consideravo tra me e me - come si permettono questi sfacciati di bistrattare il vecchio rock di papà Elvis? Ripensandoci, ho commesso lo stesso imperdonabile errore: dietro a quell’atteggiamento cinico, come sovente accade, si nasconde il vero amore e l’atteggiamento giusto, in grado di “preservare la specie”; nel senso di rock, quello genuino e privo da qualsiasi contaminazione che non abbia bisogno di scaricare le proprie sensazioni, frustrazioni, urgenze. Dietro a quel rumore apparentemente “maleducato”, dunque, ecco la stoffa, il sincero e sentito bisogno di recitare la propria parte per il gusto di conservare l’attitudine, di non snaturare il vecchio significato di una musica adulta che rifiuta la maturità; il rock’n’roll, dunqu

Lost in Transmission No. 60

Tom Waits

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Joni Mitchell - Hejira (1976)

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Il mese di viaggi musicali si conclude con un disco che Joni Mitchell scrisse durante un viaggio in macchina, dal Maine alla California, nel 1976. La grande cantante canadese sola con la sua chitarra disegna canzoni che sanno di autostrade, animali delle praterie, ricordi di viaggiatrici, amori consumati in motel. La copertina, stupenda (messa da Rolling Stone tra le più belle di tutti i tempi) ne anticipa i toni, nello scatto stupendo di Norman Seeff: il fotografo sudafricano, vincitore di molteplici Grammy per i suoi lavori di design musicale, tra i più grandi e significativi di sempre, ferma la Mitchell su un lago ghiacciato (uno dei luoghi mito della poetica della cantante canadese), mentre sul suo vestito nero si sviluppa verso l’infinito una strada deserta. Mitchell chiamò questo disco Hejira prendendo spunto dall’egira coranica: in inglese il trasferimento di Maometto e i suoi seguaci da la Mecca a Medina del 622 d.C. si scrive Hegira o Hjira, Joni ne fa una mix, utilizzando

Sting

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Pish

Considerati da molti epigoni dei Greateful Dead, i Pish si sono imposti negli anni '90 come depositari di un immaginario rock "globale", teso a travalicare generi come progressive e doo-wop, pop e rock, bluesgrass e psichedelia, avanguardia e musica classica, jazz e musica free form zappiana. Discografia e Wikipedia

Steven Tyler

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John Barleycorn Must Die

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Il grandioso, gioioso e perfetto album dei Traffic, inseparabile sigla personale da 50 anni Nel 1970, sgombrato per sempre dalle dinamiche del gruppo l’equivoco Dave Mason, ottimo cantautore poco incline alla direzione di una band senza confini, il trio magicamente si ricompone. Ne è passato un bel po’, di traffico, sotto i ponti e dentro i tunnel. In tre anni Steve Winwood ha fatto quello che un musicista fa in una carriera: è passato dal blues bianco dello Spencer Davis Group, dove ha esordito da teenager, alla creazione del veicolo ideale fin dal nome, Traffic, un ensemble-flusso che mischiasse tutto: jazzfolksoulr’n’bpsichedelìabluesrock&tuttoilrestoall’occorrenza, flessibile, capace di andare in luoghi ancora inesplorati. Cercando e trovando una unicità che rimarrà esclusiva, incopiabile. Dopo varie vicissitudini, e già un paio di scioglimenti, ha fatto società con Eric Clapton nel grande sogno con brutto risveglio dei Blind Faith e infine… è tornato a casa. Fa

Sid Vicious

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Coldplay - Parachutes (2000)

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Negli anni del trionfo del brit pop e della rivalità Oasis - Blur, un gruppo di studenti dell’University College di Londra inizia a suonare insieme. Sono Chris Martin, che canta e suona il piano, Jon Buckland alla chitarra, Will Champion alla batteria, Guy Berryman al basso. In mente i 4 hanno una musica che si discosta molto dal genere imperante: delicatezza, malinconia, una tensione emotiva niente male e le capacità melodiche di Martin, che alterna piano e chitarra acustica, sembrano perfette per il mood degli adolescenti della generazione che si apprestava al cambio di Millennio. Il nome del gruppo Martin lo prese in prestito da Tim Rice-Oxley, pianista e che in seguito fonderà i Keane: Coldplay. Il primo lavoro è un ep stampato in appena 500 copie, The Safety Ep, che incuriosisce la Fierce Panda, piccola etichetta indipendente che produce anche il successivo Brothers And Sisters. Il riscontro è ottimo, e la band ha una bella presenza nei live. Le ballate melodiche e malinconiche

Carlos Santana

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The Asylum Years: la nascita del fenomeno Tom Waits

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di Tiberio Snaidero In quasi cinquant’anni di carriera, Tom Waits si è affermato nel corso di questi ultimi decenni come uno degli artisti più originali e poliedrici della contemporaneità. Cantautore, poeta, attore, cabarettista, autore di spettacoli teatrali e di colonne sonore, il suo percorso di musicista può essere agevolmente suddiviso in tre fasi distinte, ognuna delle quali fa corrispondere un ben riconoscibile mutamento di poetica al cambio della casa discografica, del produttore e dei collaboratori. Nato nel 1949 a Pomona, nei sobborghi di Los Angeles, negli anni Sessanta Waits sbarca il lunario come uomo delle pulizie, cuoco, lavapiatti, corriere, tassista o benzinaio, riuscendo di tanto in tanto a esibirsi in qualche locale come cantante, soprattutto a partire da quando comincia a lavorare come portiere a The Heritage, un piccolo club dell’area metropolitana di San Diego che ospita concerti folk, blues, jazz e country. Quando arriva il suo turno di presentarsi sul palco, Tom

Rod Stewart

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Mary Gauthier – The Foundling (2010)

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di Silvano Bottaro Anche la Gauthier come Roky Erickson non ha avuto certamente una vita facile, infatti, The Foundling (Il Trovatello) altro non è che la sua biografia in musica. Abbandonata fin dalla nascita in un orfanotrofio ci rimane fino all’età di quindici anni e quando esce imbocca immediatamente la strada della droga. Queste esperienze com’è logico immaginare lasciano un segno profondo nella sua vita, The Foundling parla di questo. Un disco triste quindi, estremamente personale e catartico dove la cantautrice attraverso le canzoni racconta parte dei suoi ricordi delle sue vicissitudini e delle sue speranze. The Foundling è un concept album, dove le musiche bene s’intrecciano con le liriche che esplorano la sua identità, il lavoro, l’amore, la maternità e momento assai profondo e commovente la recente scoperta della madre biologica che ancora una volta per telefono le conferma il suo ennesimo addio. Un suono malinconico pervade per l’intero album, dove le atmosfere

Robbie Robertson

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Lost in Transmission No. 59

Ringo Starr

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Bruce Springsteen – Letter To You (2020)

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di Marco Verdi Il titolo del post odierno necessita di una spiegazione, dal momento che nelle ultime due decadi non è che Bruce Springsteen di dischi con la E Street Band non ne abbia fatti. Per l’esattezza, da quando il Boss ha rimesso insieme il suo storico gruppo nel 1999 per il Reunion Tour gli album pubblicati con esso alle spalle sono stati cinque, due eccellenti (The Rising e Wrecking Ball), uno buono (Magic), uno deludente (Working On A Dream) ed uno, visto di chi stiamo parlando, inqualificabile (High Hopes). Il problema comune di tutti questi lavori era però un suono esageratamente gonfio e bombastico, figlio di una produzione troppo moderna e poco in linea con il famoso signature sound degli E Streeters (ad opera prima di Brendan O’Brien e poi di Ron Aniello): in pratica per risentire il suono tipico dei nostri su un disco in studio bisognava ritornare a Born In The U.S.A., dato che Tunnel Of Love era suonato all’80% dal solo Springsteen ed i vari membri del gruppo apparivan

Keith Richards

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Sam Phillips

Due inglesi, Colin Escott e Martin Hawkins, hanno dedicato gran parte del loro tempo all'esame e allo studio dell'attività svolta negli anni '50 dalla piccola etichetta Sun records di Memphis, pubblicandone i risultati in un volumetto del 1975 e in una riedizione ampliata e corretta del 1980.  Discografia e Wikipedia

Robert Plant

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La ragazza del soul

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“I Never Loved A Man” è un manuale di musica dell’anima firmato Aretha Franklin «Quando abbiamo registrato questo disco c’era sempre una reazione che non cambiava mai: ogni volta che Aretha cominciava una canzone, i musicisti scuotevano la testa in meraviglia. Dopo correvano in regia per risentirla. Produttori, tecnici, musicisti, eravamo tutti incantati dalla purezza di tono, il feeling ispirato e la sua dinamica senza pari». Lo scrive sulle note di copertina di “I Never Loved A Man (The Way I Love You)” Jerry Wexler, il produttore e co-titolare della Atlantic che quella voce ha rincorso, e quell’album voluto, con tutte le sue forze. Fino ad allora, Aretha Franklin, 24enne, aveva incantato tutti ma non era riuscita a sfondare veramente. Non erano mai arrivate quelle hit che la facessero diventare una star. Possibile? Sì, e da ben sei anni. Aretha è un talento precoce, una bambina nata già matura a Memphis, nel 1942. È la figlia di Barbara, una pianista, e di Clarence La

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