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Visualizzazione dei post da Settembre, 2021

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #28 #27 #26

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ART BLAKEY: MOANIN' (NOTA BLU) Blakey (d), Lee Morgan (t), Benny Golson (ts), Bobby Timmons (p) e Jymie Merritt (b). Ric. 1958 Blakey era al piano terra quando si trattava dell'evoluzione dell'hard bop nel soul jazz, avendo co-diretto i primi Jazz Messengers con Horace Silver nel 1956. Nel 1958 aveva sperimentato una serie di versioni della band, con questo che diventa la versione del progetto per il prossimo mezzo decennio. Con Benny Golson e Bobby Timmons che forniscono inni hard bop come la sigla del titolo, 'Along Came Betty' e 'Blues March', e i solisti in prima linea che perfezionano le loro lunghe ed elaborate linee post-bop nel più breve e conciso soul-based linee hard bop della fine degli anni '50, questa band di Blakey, e questo album di Blakey, definirono il soul jazz. (KS) CECIL TAYLOR: AL CAFÉ MONTMARTRE (DEBUTTO) Taylor (p), Jimmy Lyons (as) e Sunny Murray (d). Ric. 1962 Taylor era stato una spina nel fianco del moderno mondo del jazz ameri

Jefferson Airplane - Volunteers (1969)

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di Silvano Bottaro A metà degli anni sessanta, specialmente in California esplodono le feste hippy, la sbornia mistica, l'equazione tra amore e libertà trionfa, la maggior parte dei gruppi West-Coast sono attivissimi ed in prima fila nella contestazione al "sistema" ed alla guerra al Vietnam. I Jefferson, formatosi nel '65, conoscono già il successo, soprattutto grazie a un percorso artistico che partendo dal folk revival acustico li portano alla psichedelia, al rock "acido", alle ballate libertarie e impegnate. La loro "visione" musicale è per lo più una ricerca collettiva che li porta pian piano ad annullarsi come entità fissa per ridefinirsi come collettivo aperto alle collaborazioni. Nel novembre del 1969 esce "Volunteers" il loro l'album più polemico. Gli ospiti del disco sono come sempre importanti: Jerry Garcia, Joey Covington, David Crosby, Nicky Hopkins al pianoforte e Stephen Stills all'organo hammond. Paul Kan

Folk Show: Episode 76

Jackson Browne - Downhill From Everywhere (2021)

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di Giovanni Botti Dalla fine degli anni ‘90, in particolare dall’ottimo, seppur ai tempi sottovalutato, “Looking East” (1996), Jackson Browne ha pubblicato un album ogni sei anni. Infatti il successivo “The Naked Ride Home” è del 2002, “Time the Conqueror” del 2008 e “Standing on the Breach” del 2014. Il nuovo lavoro del musicista di Los Angeles non conferma la regola solo perché, a causa della pandemia, è slittato di un anno, ma era stato annunciato per lo scorso autunno dopo la pubblicazione di un paio di singoli nella primavera 2020. Browne è uno che non vuole fare le cose in fretta e il suo perfezionismo nella composizione delle canzoni e nella ricerca dei suoni è ormai cosa nota. Se però il risultato è un album come questo ben venga l’attesa. “Downhill From Everywhere” è decisamente il miglior disco del cantautore californiano da diverso tempo a questa parte, superiore al comunque positivo predecessore grazie ad una serie di canzoni belle, intense e cantate con passione e ad un su

Pete Seeger

Considerato il quattro padre spirituale della musica folk americana dopo Woody Guthrie, Leadbelly e Cisco Houston, Peter R. Seeger (1919 - 2014) proviene dalla media borghesia newyorkese: il padre Charles è pinista e musicologo e la madre Constance è insegnante di violino alla Julliard School of Music. Il giovane Seeger impara a suonare il banjo e l'ukulele per diletto. Discografia e Wikipedia

1 - Dai canti di lavoro al boogie (4/6)

Al  1917  risalgono le prime incisioni commerciali di jazz, quelle della  Original Dixieland Jazz Band , orchestra non a caso formata esclusivamente da musicisti bianchi, nel  1920  viene registrata la prima artista nera (per la  Okeh Record Company ): è  Mamie Smith , con “Crazy Blues”, stile molto vicino al vaudeville e a quello di  Sophie Tucker  (ancora una bianca); quel disco si rivela fondamentale per la nascita del fenomeno dei  Race Records , dischi cantati da neri per il pubblico nero che si rivela segmento di mercato più che fertile e di cui  Bessie Smith  si rivelerà regina incontrastata del classic blues; primo bluesman country di successo sarà invece  Blind Lemon Jefferson  che comincerà ad incidere a metà degli anni ’20, divenendo in breve, assieme a  Charley Patton , modello da imitare per tutto il  country blues  a venire. Segue un periodo relativamente florido per il genere, che non s’interrompe nemmeno con la  Grande Depressione del 1929  (che pure fa sparire dal merc

Villagers - Fever Dreams (2021)

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 di GiMe Non poteva che uscire verso fine estate un disco così, quando si schiudono anche le più recondite porte sensoriali e contemporanemante si viene lambiti dalla vena malinconica della fine di un periodo di dolce abbandono, questa eterna situazione di mezzo, così delicata ed intensa, così cara e tenera da abbracciare. Così come sono delicate ed intense queste nuove dieci canzoni di Conor O’Brien che, al quinto disco dei Villagers, ci propone 10 sogni febbrili, nati da jam col gruppo prima della pandemia, ma come se comunque da questa fossero influenzate o potessero certamente essere ritenute figlie di uno stato patologico, dove però la fibrillazione è portentosa, non dà dolore, crea le premesse per dare forma all’ispirazione, l’idea semplice e allo stesso tempo antica che si possa in qualche  modo  tradurre e lasciarsi travolgere dall’inconscio, cosa che in questo “Fever Dreams” riesce molto bene. Tra le diverse pieghe ed interpretazioni che lo scorrere dei brani suggeriscono, c’è

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #31 #30 #29

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PAT METENY: VITA TAGLIA LUMINOSA (ECM) Pat Metheny (g), Jaco Pastorius (b) e Bob Moses (d). Ric. 1975 La prima fioritura del grande talento di Metheny come artista discografico a sé stante è arrivata con questo straordinario trio che ha guidato mentre insegnava alla Berklee School of Music e membro del gruppo del giorno di Gary Burton. In questa fase della carriera (aveva 21 anni) Metheny si concedeva a Pastorius che saltava sul palco e faceva capriole all'indietro dal suo cabinet, e questa miscela di esuberanza di Pastorius e intensità di Metheny, moderata dal gusto impeccabile di Bob Moses, conferisce freschezza a questo album che fa sembrare che sia stato registrato ieri. (SN) STAN GETZ/JOAO GILBERTO: GETZ/GILBERTO (VERVE) Getz (ts), Joao Gilberto (v, g), Antonio Carlos Jobim (p), Tommy Williams (b), Milton Banana (perc) e Astrud Gilberto (v). Ric. 1963 Stranamente, questa sessione della primavera del 1963 è stata vicina all'ultima seria pugnalata alla bossa nova di Getz - a

William Fitzsimmons - Gold In The Shadow (2011)

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di Silvano Bottaro Quello che traspare fin dalle prime note di Gold in the Shadow è una particolare e marcata intimità. Lo stile dato dalla voce e dalla sonorità raffinata, lieve e crepuscolare di William Fitzsimmons, suggeriscono un viaggio emotivo nei meandri del suo, del nostro ‘essere’. William Fitzsimmons psicoterapeuta oltre che musicista, descrive le sue canzoni come una continua lotta contro i suoi demoni, le sue paure. Figlio di genitori ciechi e con un passato da malato mentale, la sua non è stata certo una vita facile, i suoi testi ne sono la testimonianza, la musica ne è la rivincita. Gold In the Shadow è il suo quarto lavoro e pur non discostandosi molto dal suo “ The Sparrow and the Crow ”, considerato il più bel disco/rivelazione folk del 2009, ci regala dieci ballate acustiche di asciutto folk con un equilibrato uso di ‘elettronica’ e ‘archi’. Gold In The Shadow è un’opera profonda che tocca le corde più sensibili dell’uomo. Descrive in maniera poetica

Folk Show: Episode 75

Eddie Vedder, Glen Hansard, Cat Power - Flag Day (O.S.T.) (2021)

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di Claudio Lancia Croce e delizia dell’essere figli d’arte. La fortuna di poter incorrere in aiuti genitoriali, il comfort di trovare porte aperte, ma anche l’onere del doversi scrollare di dosso il peso del proprio cognome, lottando per dimostrare di saper camminare anche da soli. Olivia Vedder supera la prova preliminare con classe e autorevolezza. Certo, diranno gli immancabili detrattori, facile con quel papà che ti scrive le canzoni, ma la sua voce, posta nell’iniziale “My Father’s Daughter”, e più avanti in “There’s A Girl”, fornisce inattese aspettative per il futuro. La prima su disco della maggiore delle due signorine Vedder è comunque soltanto uno dei numerosi motivi di interesse che ruotano intorno alla colonna sonora del nuovo film diretto da Sean Penn, “Flag Day”, presentato in anteprima al Festival di Cannes 2021. Rinviato per il secondo anno consecutivo il tour europeo dei Pearl Jam a supporto di "Gigaton", a causa del protrarsi dell’emergenza sanitaria da Covi

Neil Sedaka

Compositore, pianista e cantante, Neil Sedaka (1939) cresce in una famiglia di musicisti e inizia a studiare pianoforte classico nella natia New York dall'età di nove anni. All'inizio dei '50 compone le prime canzoni assieme all'amico paroliere Howard Greenfield, poi con lui pewr oltre vent'anni. Il primo frutto di questa collaborazione è "My Life's Devotion". Discografia e Wikipedia

1 - Dai canti di lavoro al boogie (3/6)

Il modo di suonare la chitarra nel blues si discosta da quello classico: i riffs prodotti dalla chitarra devono imitare quelli vocali, oltre che accompagnare la voce stessa (la stessa cosa che avverrà nella musica del primo grande solista jazz,  Louis Armstrong ). Il periodo a cavallo tra i due secoli è, più in generale, una fase importantissima per le radici della musica americana: a  New Orleans , dove l’influenza culturale predominante è quella Francese e dove ai neri viene lasciata maggior liberà d’espressione i neri dell’ uptown  ricreavano le marce in 4/4 delle bande militari e li rivisitavano attraverso la propria sensibilità musicale mentre i  Creoli della downtown , meticci nati dall’unione tra bianchi e neri, godendo di una posizione privilegiata e avendo un accesso più diretto alla musica Europea, ripropongono più fedelmente quelle sonorità. Le  brass bands  (band di ottoni) nere vengono chiamate  jass  (sporche) e sono malviste per il suono scalcinato e disordinato dalle co

Peter Hammill - In Translation (2021)

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Di Michele Manzotti Due mesi fa avevamo anticipato che l’album di Peter Hammill avrebbe contenuto Il vino di Premio Ciampi, oltre a Hotel Supramonte di Fabrizio De André e Ciao Amore di Luigi Tenco. Senza scordare I Who Have Nothing, portata al successo da Tom Jones, ma che originariamente era stata scritta da Magati e Mogol, e interpretata da Joe Sentieri con il titolo Uno dei tanti. Più di un terzo di questo In Translation è dedicato all’Italia e la stessa copertina lo dimostra in pieno. Ma non è solo un omaggio al nostro paese, e d’altra parte da un personaggio come Hammill ci si attende un lavoro ambizioso. E quindi c’è anche Astor Piazzolla, Gustav Mahler, Gabriel Faurè. Un’esigenza, quella di reinterpretare brani di altri, nata durante il Lockdwon per la difficoltà di trovare ispirazione per pezzi originali.  Ascoltando il disco, si nota la mano inconfondibile di Hammill, del suo cantautorato tagliente, aggressivo, non rassicurante, ma pieno di sostanza e qualità oltre che di poe

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #34 #33 #32

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WOODY HERMAN: LE MANDRE TUONANTI (COLUMBIA) Herman (cl, as, v) Sonny Berman, Pete Candoli, Conte Candoli, Shorty Rogers, Conrad Gozzo, Ernie Royal (t), Bill Harris (tb), Sam Marowitz, John LaPorta, Flip Phillips, Pete Mondello, Herbie Steward, Stan Getz, Zoot Sims, Serge Chaloff (ance), Margie Hyams, Red Norvo (vb), Ralph Burns, Jimmy Rowles (p), Billy Bauer, Chuck Wayne (g), Chubby Jackson (b), Dave Tough e Don Lamond (d). Ric. 1945-47 Le bande di Herman del 1945-47 - che divennero note come First e Second Herds - erano big band punk degli anni '40, piene di adrenalina, che mettevano alla prova tutti i confini e suonavano musica precipitosa che rimane una delle più eccitanti degli ultimi cinquanta anni, qualunque sia il genere: questi ragazzi hanno preso la raffinatezza di Ellington, l'hanno innestata nell'eccitazione agghiacciante dei solisti della big band di Gillespie e l'hanno ancorata con la sezione ritmica follemente oscillante del bassista Chubby Jackson e del b

Steve Wynn - Kerosene Man (1990)

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di Silvano Bottaro Il primo album solista di Steve Wynn, leader dei disciolti Dream Syndicate , è un disco vario, denso di umori, con qualche puntata personale verso sonorità più ricercate dove si dimostra autore con meno rabbia del rocker dei Syndicate, ma con più idee, con un uso degli strumenti vario, mille sfaccettature nella musica, tanto che il disco mostra di avere diverse cose che si riescono a scoprire solo dopo vari ascolti.  L'album rivela un Wynn musicista più maturo, non più il ragazzo dai suoni acidi ma un scrittore ed interprete rock di vero talento. I suoni del disco richiamano in parte i Syndicate e in parte fanno apparire un lato nuovo, quello del balladeer notturno.  E' chiaro che Wynn con questo lavoro ha voluto prendere le distanze dal vecchio suono a cui ci aveva abituato, cercando soluzioni più vicine al cantautorato statunitense che al puro rock di matrice chitarristica che aveva alimentato sino a qualche mese fa la sua carriera. Wynn si dimostra

Folk Show: Episode 74

Steve Gunn - Other You (2021)

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 di Gianfranco Marmoro Le preziose e inconsuete grazie di “Time Off” (2013) hanno turbato molti cuori. Inutile negarlo, quel primo capitolo di autodeterminazione artistica di Steve Gunn, già noto per essere stato alla corte di Kurt Vile, catturava furtivamente l’animo dell’ascoltatore al pari di un salutare e inconsueto trip, sfuggendo abilmente alle potenziali definizioni di stile. Abile nel lambire il fascino della memoria collettiva con “Way Out Weather”, Gunn ha salutato il passaggio dalla Paradise of Bachelor alla Matador con passionali e raffinati capitoli discografici (“Eyes On The Lines”), che tuttavia sembravano attanagliati da una metodologia sempre più introspettiva e introversa (“The Unseen In Between”), non sempre all’altezza del potenziale dell’autore e chitarrista americano. Gettare all’aria delle registrazioni non del tutto convincenti, prendersi una pausa a causa anche delle difficoltà causate dal coronavirus, e modificare la prospettiva e l’approccio alla composizione

Francesco Guccini - Via Paolo Fabbri 43 (1976)

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L’immagine sfocata di questo disco, uno dei più belli della canzone d’autore italiana, fu usata da Francesco Guccini per anni come manifesto per i suoi concerti, per la forza iconica che le 6 canzoni di questo disco hanno rappresentato per almeno due generazioni. Francesco Guccini, uno dei massimi esponenti della musica italiana, nasce, come ha sempre definito, “fra la via Emilia ed il West”, nel gennaio del 1940, in quel di Modena, ma trascorre buona parte dell’adolescenza a Pavana, sull'appenino pistoiese. Inizia d appassionarsi al nascente Rock’n’Roll e impara a suonare armonica e chitarra. Il suo primo complesso di natura “professionale” si chiamava I Gatti. All’inizio degli anni ‘60 si unisce Maurizio Vandelli e quel nucleo si trasformerà nella futura Equipe 84. Guccini però non si aggrega, e decide di studiare Letteratura Americana. Pur non laureandosi insegnerà per vent’anni Lingua Italiana al Dickinson College di Bologna, dove si trasferisce, creando un rapporto sentimen

Screaming Trees / Mark Lanegan

Amici d'infanzia, Mark Lanegan (1964) e i fratelli Van e Gary Lee Conner formano gli Screaming Trees nel 1985 con il batterista Mark Pickerel. Preso il nome di un distorsore per chitarra, il quartetto registra il primo demo nello stesso anno. Grazie all'interessamento del loro produttore Steve Fisk, nel 1986 viene pubblicato "Clairvoyance", disco ancora acerbo. Discografia e Wikipedia

1 - Dai canti di lavoro al boogie (2/6)

Non a caso, prima ancora del  blues  e del  gospel , compaiono i  canti di lavoro : pur derivando da un’usanza tradizionale dell’Africa Occidentale il canto di lavoro è in realtà la prima espressione musicale del nero afroamericano, lo schiavo di seconda generazione che ha ascoltato le nenie cantate dai suoi genitori, ma comincia a plasmarle prendendo come punto di riferimento il nuovo continente; questo in parte perché la musica originaria Africana era nata per accompagnare il lavoro degli agricoltori, non di forzati del lavoro come gli schiavi neri e in parte perché, come si diceva, i padroni bianchi proibivano ogni riferimento agli dei ed alle religioni africane, che ricordavano ai neri l’antica libertà e potevano istigarne gli istinti di fuga. Una delle caratteristiche più importanti riprese nei canti di lavoro dalla musica africana è lo schema secondo cui una voce canta, e un coro le risponde: è il cosiddetto  canto antifonale  che sarà responsabile dello  schema A-A-B del blues .

Black Keys - Delta Kream (2021)

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 di Giovanni Davoli Per chi non lo sapesse, i The Black Keys cominciarono il loro viaggio nell’industria musicale con due dischi di garage rock, nel 2002 e nel 2003 che, in mezzo a una manciata di canzoni nuove, contenevano alcune covers dei loro artisti di riferimento, Junior Kimbrough e R.L. Burnside. Nel 2006, per rafforzare il messaggio, tirarono fuori un EP completamente dedicato a coverizzare le tracce di Kimbrough: “Chulahoma”. I succitati sono gli eroi di un sottogenere del Missisippi Blues, chiamato “Hill Country Blues” (HCB), sviluppatosi in una regione a est (sottolineiamo, a est e poi capirete perché) dell’autostrada I55 e della regione del Delta. Il genere aveva cominciato a ricevere riconoscimento e dall’angusta e isolata Hill Country solo negli anni ‘90, quando l’etichetta locale Fat Possum cominciò a pubblicare i dischi di questi artisti allora ormai ultra-sessantenni. L’operazione si diffuse per gli States e non sfuggì, in Ohio, ai futuri membri dei “Black Keys”; Auerb

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #37 #36 #35

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CHARLES MINGUS: IL SANTO NERO E LA SIGNORA PECCATORE (IMPULSO!) Rolf Ericson, Richard Williams (t), Quentin Jackson (tb), Don Butterfield (tba), Jerome Richardson (fl, ss, bar s), Dick Hafer (fl, ts), Charlie Mariano (as), Jaki Byard (p ), Jay Berliner (g), Charles Mingus (b, p) e Dannie Richmond (d). Ric. 1963 Forse devi acquisire un gusto per Mingus prima di arrivare a questo, ma ho saputo che persone con un background significativo non Mingus ci cadono a capofitto al primo ascolto. Che tu venga da Ellington o da Coltrane o da gruppi blues, ci sono cose di questa suite quasi continua che ti affascineranno. Anche i fan della techno - nessun campionamento in quanto tale - troveranno un uso creativo precoce dell'editing, del riciclaggio e della sovraincisione. Ancora più creativo è il lavoro di solisti come Jackson, Byard e l'incredibile Mariano (più tardi di ECM e tutti i punti a est), e la parte di chitarra flamenca non accompagnata apparentemente scritta nota per nota dallo s

Peter Wolf - Midnight Souvenirs (2010)

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di Silvano Bottaro Bello il titolo e ancor più bello il disco di Peter Wolf “Midnight Souvenirs “. Non si può certamente dire che il nostro sessantaquattrenne cantautore non abbia rispettato il motto di “pochi ma buoni” perché infatti nei venticinque anni di carriera musicale la sua produzione discografica non ha riempito i scaffali dei negozi di dischi e neanche le tasche della sue case discografiche. Ha inciso infatti solo sette album, l’ultimo “Sleepless” risale a otto anni fa ed è considerato tra i primi 500 album di tutti i tempi per la rivista Rolling Stones. Il comun denominatore delle quattordici canzoni che compongono l’album è la semplicità. I brani in effetti non sono particolarmente elaborati o tecnicamente innovativi anzi, per la loro struttura a volte sembrano un po’ “easy” come dire “di facile ascolto”. Ed è proprio questo che aumenta il valore artistico dell’album: creare facili canzoni senza per questo scadere nelle canzonette commerciali e superficiali. La

Folk Show: Episode 73

The Flatlanders - Treasure Of Hope (2021)

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 di Gianfranco Callieri  Partiti nel 1972 come somma delle forze di tre (allora) giovani amici, sciolti nel giro di una stagione o due e poi riformatisi quasi trent’anni più tardi, quando i loro membri già avevano intrapreso da tempo carriere soliste sempre baciate almeno dal rispetto di critica se non dalla fortuna commerciale (invero altalenante), i Flatlanders del 2021 non sembrano un semplice progetto comunitario e collaterale di Joe Ely, Butch Hancock e Jimmie Dale Gilmore, bensì un piccolo e adorabile monumento alla musica del Texas. Un jukebox, insomma, dei brani più rappresentativi di quell’intreccio tra country, rock, folk e blues che mezzo secolo fa appariva originale e inclassificabile mentre nel tempo avrebbe acquisito la definizione (non sempre calzante) di Americana, genere (se lo vogliamo chiamare così) sulla nascita del quale i nostri potrebbero anche rivendicare un’indiscutibile primogenitura. Se non lo fanno è perché i tre hanno già dimostrato, in ogni occasione, di n

Klaus Schulze

Polistrumentista, innovatore della musica elettronica tedesca e mago del sintetizzatore, Klaus Schulze (1947) è uno dei personaggi più in vista del cosmic rock tedesco. Originario di Berlino, suona dapprima negli Psy, formazione beat, poi nel 1969 contribuisce a costruire il nucleo originario dei Tangerine Dream, con Edgar Frose e Conny Schnitzler. Discografia e Wikipedia

1 - Dai canti di lavoro al boogie (1/6)

Alle origini del   blues  e di tutta la musica nera afroamericana c’è una lunga serie di eventi tragici,il cui principio cronologico potrebbe essere fissato al   1619 , anno della   fondazione di Jamestown   e del primo trasferimento definitivo dei neri in America. Fin da subito la schiavitù dei neri Africani si rivela fenomeno doppiamente crudele: non solo lo schiavo afroamericano viene privato dei diritti fondamentali (come ogni altro schiavo d’altronde), ma a causa delle sue peculiarità razziali e sociali arriva a perdere la qualifica stessa di essere umano agli occhi dei coloni. Inoltre la concezione sociale, filosofica e religiosa dei nativi Africani risulta antitetica rispetto alla mentalità umanistica dei coloni Americani dell’epoca che consideravano l’uomo come misura di tutte le cose e facevano conseguire a questa visione una mentalità pragmatica e concreta. Non a caso è negli Stati Uniti, dove la religione puritana è più forte, (e le fattorie sono più piccole, facendo sì che

Simon And Garfunkel - The Concert In Central Park (1982)

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Non potevo chiudere il mese dei duo musicali con quello che è il più famoso della Storia della Musica popolare occidentale. Paul Simon e Art Garfunkel sono amici fin dalle high schools, frequentate nel quartiere del Queens di New York. Hanno 16 anni nel 1957 quando pubblicano il primo singolo insieme, Hey Schoolgirl, che addirittura arriva ad un dignitoso numero 50 nella classifica dei singoli di Billboard. In quel periodo si fanno chiamare Tom &a Jerry (sull’onda dei famosi cartoni animati) e pubblicano altri tre singoli che non hanno nessun successo. Il duo si separa, Garfunkel inizia a studiare architettura, Simon inizia a scrivere musica per altri. Nel 1960 Simon conosce Carole King che lo introduce nel magico mondo del Brill Building, l’edificio dove si concentravano i più grandi compositori di musiche di New York. Passano gli anni, Simon vuole affermarsi come folksinger e nel 1964, inaspettatamente, Simon And Garfunkel, dopo alcuni concerti sotto vari pseudonimi, pubblicano W

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #40 #39 #38

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BILLIE HOLIDAY: AT JATP (CLEF/VERVE) Holiday (v), Howard McGhee, Buck Clayton (t), Trummy Young (tb), Willie Smith (as), Illinois Jacquet, Wardell Gray, Coleman Hawkins, Lester Young (ts), Milt Raskin, Ken Kersey, Tommy Tucker ( p), Charles Mingus, Al McKibbon (b), JC Heard e Jackie Mills (d). Ric. 1945-47 La gente chiama Billie Holiday LA voce del jazz. Tuttavia, la sua discografia su vinile è contorta: la sua produzione a 78 giri degli anni '30, dove normalmente era una cantante in primo piano piuttosto che una star, ha dovuto aspettare fino agli anni '60 per apparire in modo ordinato e gli anni '90 per apparire sostanzialmente su CD. Idem le sue Decca degli anni '40. Quando si stabilì con Verve nel 1952, la sua voce si era oscurata e aveva perso la sua morbidezza. Questa serie di esibizioni dal vivo della metà degli anni '40, tuttavia, la trova in buona compagnia musicale, vocalmente al massimo ed espressivamente in vena di spazzare tutto davanti a lei attraverso

The Clash - Sandinista (1980)

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di Silvano Bottaro Un monumento: tre dischi, trentasei titoli, due ore e un quarto abbondanti di musica. Ogni musica immaginabile dentro il perimetro del rock e nelle zone ad esso limitrofe e oltre ancora: reggae innanzitutto e poi funky, disco, soul, jazz, calipso, gospel, country. E rockbilly e ombre o poco più, di quel punk deragliante da cui i Clash erano partiti nel 1977 per approdare due anni dopo all'enciclopedismo di London Calling , riassunto magistrale in due LP di un quarto di secolo di rock'n'roll. Quest'ultimo triplo segnò il passo successivo, e quale passo, un balzo in avanti mozzafiato che lasciò a bocca aperta, il respiro affannoso, per la meraviglia e l'ammirazione. Sandinista è un'opera di fusione superba, un lavoro in cui il rock si rivitalizza risalendo alle sue radici più ataviche, confrontandosi e amalgamandosi con le musiche terzomondiste. Un monumento, si è detto, e come tutti i monumenti forse un po' ingombrante. Avrebbe gi

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