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Visualizzazione dei post con l'etichetta 2004

The Magnetic Fields - I (2004)

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Quando c'è necessità di pensare a dischi particolari, Stephin Merritt è una sorta di garanzia. Il disco più famosa della sua creatura musicale, The Magnetic Fields (nome nobilissimo scelto dal titolo del libro Les Champs Magnétiques, scritto nel 1920 da André Breton e Philippe Soupault, manifesto del surrealismo). Probabilmente surrealista è l'idea di musica che Merritt ha: una fantastica mistura di ogni possibile suono del pop, con spruzzi di jazz, musica da camera, con la consapevolezza, o forse l'incoscienza, della possibilità di farli naturalmente convivere. Inizia tutto a Boston, sotto il nome di Buffalo Rome. Con l'aiuto dell'amica Claudia Gonson, che aveva suonato nella primissima band di Merritt, gli Zinnias, durante il liceo, iniziano a suonare dal vivo: la band si amplia a Sam Davol, John Woo, con l'aiuto occasionale di Shirley Simms e di Daniel Handler (che diventerà uno scrittore famoso con lo pseudonimo di Lemony Snicket).  La band vive nel grande m...

Arcade Fire - Funeral (2004)

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La caratteristica comune dei dischi di Aprile è arrivata per caso, e mi ha fatto scoprire delle cose bellissime che non conoscevo. Sono per questo molto felice di presentarvi le mie scelte ma stavolta la caratteristica comune la tengo segreta per questo primo appuntamento, si capirà in seguito e vi invito anzi, per giocare insieme, a ipotizzare quale sia. Inizio raccontandovi di una band, e un disco, che hanno davvero segnato la storia della musica indipendente internazionale, facendo il successo di una formazione di rock canadese che nel corso degli anni ha continuato a stupire. Il nucleo originale del gruppo prende vita a Boston, dove si conoscono Win Butler e Josh Deu, che formano gli Arcade Fire. Passano poche settimane e si trasferiscono nel paese natio, precisamente a Montreal, dove fanno i primi concerti in piccole location, a feste private e persino nelle gallerie d'arte. A Montreal Win Butler incontra Régine Chassagne, che prima diventerà cantante e poi futura sua sposa, p...

Susan Tedeschi - Live From Austin TX (2004)

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Le storie di chitarre femminili di febbraio volevano sviluppare, lo ricordo per questo ultimo appuntamento, una questione che avevo sentito per radio (ho recuperato pure i particolare): durante la trasmissione Morning Glory di Virgin Radio, condotta da Alteria, alla domanda "quale sarebbe il tuo mestiere dei sogni" una giovane ascoltatrice scrisse "diventare una famosissima chitarrista, perchè non c'è ne sono". Alteria, che è anche musicista, ha subito cercato di smentire, ricordando Sister Rosetta Tharpe, la grandissima blueswoman e cantante gospel degli anni '30-'60 del 1900. Tuttavia, e alla fine di questo percorso che è sempre anche un'occasione per imparare qualcosa di nuovo, sono arrivato alla conclusione che, dal punto di visto della fama e della riconoscibilità, aveva ragione l'ascoltatrice, non c'è mai stata per gli indicatori appena descritti una chitarrista riconoscibile come Hendrix, Blackmore o Jack White, per citare tre chitarri...

Kaki King - Legs To Make Us Longer (2004)

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La scoperta di grandi chitarriste arriva oggi ad una delle grandi interpreti attuali. Kaki King era l'unica donna presente in una classifica stilata nel 2006 dalla rivista Rolling Stone, The New Guitar Gods, classifica dove peraltro King è l'artista più giovane in assoluto. Eppure il primo strumento che la giovanissima Kaki amava suonare fu la batteria, da adolescente invece la sua passione si trasferì sulle corde di una chitarra. Inizia a suonare in gruppo con un suo amico di scuola alle superiori, Morgan Jahnig, che diventerà il basista degli Old Crow Medicine Show, un gruppo di Nashville che avrà un forte successo locale negli anni a seguire. Nel 1998 i due amici vanno a New York all'Università, dove Kaki King prende lezioni di chitarra. Per mantenersi, suona da busker nella metropolitana e fa la cameriera in un famoso locale dove si suona dal vivo, il Mercury Lounge. Kaki riesce a personalizzare a suo modo la tecnica del fingerpicking, che ricordo consiste nel pizzicar...

Scala & Kolacny Brothers - Dream On (2004)

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L’ultima storia di Musica di Febbraio raccontava come un colpo di fortuna, cioè l’aver suonato con David Gilmour ad un matrimonio, abbia aiutato in maniera determinante la carriera degli Unicorn. Anche quella di oggi è una storia che per volare ha avuto un grande colpo di fortuna. Tutto inizia nella prima metà degli anni ‘90 quando in Belgio i fratelli Stijn e Steven Kolacny si laureano al conservatorio. Leggenda vuole che Stijn abbia dovuto fare due volte l’esame di Conduzione d’orchestra. Hanno un’idea davvero particolare: creare un coro di voci femminili per partecipare ai numerosi Festival del genere che si svolgono tra Belgio, Paesi Bassi e Germania. Si formano nel 1996,  coinvolgono nel coro decine di ragazze belghe che chiamano in omaggio al leggendario teatro milanese Scala, partecipano a numerosi concorsi: la loro particolarità è nel repertorio che comprende non solo i classici per coro, ma struggenti reinterpretazioni di grandi...

Pearl Jam - Live At Benaroya Hall (2004)

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Martedi scorso, 26 Giugno, ero allo Stadio Olimpico, che per 3 ore e un quarto è stato il campo di battaglia della loro forza musicale. 36 brani (!!!!) con Eddie Vedder meraviglioso sebbene al 90%, con Matt Cameron che ha cantato per la seconda volta in assoluto Black Diamond dei Kiss, gli assoli infiniti di McCready, persino Stone Gossard ha cantato la dolce Mankind. E poi Imagine da pelle d’oca, Comfortably Numb, Rockin’ In The Free World urlata dallo stadio ben oltre la mezzanotte con le luci accese. Una delle esperienze musicali più incredibili della mia vita, vissuta tra l’altro con una compagnia specialissima che mi ha altrettanto emozionato.  I Pearl Jam, ne ho già parlato, sono una delle più grandi band del rock degli ultimi 25 anni. Gli unici usciti vivi dal grunge, capaci di rinnovarsi, di diventare potenti icone rock. E alcune delle loro caratteristiche si condensano nell’album che ho scelto oggi. Chi li conosce sa che sin dal 2000 è possibile comprare ogni loro esi...

Morrissey - You Are The Quarry (2004)

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Steven Patrick Morrissey non è mai stato un uomo dalle eccessive riserve o cautele, Il suo album americano si apre cosi: «America, ti amo, mi piacerebbe solo che te ne stessi dove sei». In realtà, è lui che se ne è andato dalla Gran Bretagna ingrata e che a Los Angeles ha trovato la calma sufficiente per tornare a farsi sentire dopo sette anni di silenzio. E questo, appunto, è il suo album americano, quello del ritorno, A cominciare dalla produzione, affidata a Jerry Finn, che ha alle spalle successi (americani) con blink-182, Alkaline Trio, Rancid, Green Day, Il suo lavoro si sente subito, nei primi secondi del primo pezzo; ritmica in evidenza, suoni pop dotati di forza e anche di una certa eleganza. I sette anni a qualcosa sono serviti, perché il livello delle composizioni è altissimo, senza cadute. I testi oscillano come sempre tra il confessionale-autoindulgente-ironico («Mi hai trascinato la faccia in quindici miglia di merda, E non... E E non mi è piaciuco») e il polemico-iron...

E T I C H E T T E

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