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Visualizzazione dei post da gennaio, 2024

Ry Cooder - My name is Buddy (2007)

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di Silvano Bottaro La pubblicazione di un album da parte di un musicista di grande spessore com’è Ry Cooder , crea sempre un certo “travaglio”. Si perché ormai il nostro Ry ci ha abituato, che ogni sua uscita discografica sia diversa dalla precedente e ogni volta ci svia verso nuove frontiere e quindi nuove visioni, nuove realtà, nuovi orizzonti sonori. Anche in questo caso non si smentisce e ci regala quest’opera di notevole valore, se non altro per il coraggio di intraprendere “sentieri” molto tortuosi, aspri e di difficile percorribilità. E’ un buon disco questo, anche se, e già il “se” implica un non totale coinvolgimento dell’album, e questo è dato solo esclusivamente dalla musicalità, dalle onde sonore che il mio “sentire”, non riesce completamente a far sue. Ascolto dopo ascolto, riesco a cogliere le varie sfumature che il bravo Ry è riuscito ad imprimere, ma non riesco ancora per il momento a “sentire” quelle vibrazioni che si percepiscono solo a “pelle”. Ci vorr

AA.VV. - The 30th Anniversary Concert Celebration (1993)

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Celebrare la grandezza di Bob Dylan è operazione periodica, vista la statura del personaggio. Anche perchè Dylan, nonostante la fama di eccentrico (esempio noto le ritrosie e le controversie sull’assegnazione fisica del premio Nobel, che fecero sghignazzare i più) ha avuto un rapporto favoloso con altri musicisti, non solo artistico. È chiaro quindi che alle chiamate per festeggiarlo si presentino in molti. Nell’oceano musicale vastissimo di tributi a Dylan, questo ha un posto particolare per la qualità dell’omaggio, e per i suoi partecipanti. L’occasione che ho scelto è un concerto organizzato dalla sua casa discografica, la Columbia, al Madison Square Garden di New York, nel 1992, per celebrare i 30 anni dall’esordio di Dylan come cantante. Il 16 Ottobre del 1992 una squadra formidabile di artisti si presenta al Garden e in una serata magica esplora il catalogo del Maestro sia nei suoi più luminosi episodi, sia in qualche perla meno conosciuta. Si scelse come resident band della sera

Bill Ryder-Jones - Lechyd Da (2024)

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 di Gianfranco Marmoro Disgregate le illusioni della globalizzazione, anche l'arte si è ridimensionata e contratta, scegliendo linguaggi sotterranei, intimi e crepuscolari. L'indie-rock ha rappresentato in quest'ottica l'unica soluzione possibile per traghettare la musica rock fuori dal linguaggio massificante dei media. Anche il ritorno al vinile, nella sua primigenia identità non ancora carpita dalle major, ha narrato un atto di resistenza nei confronti della mercificazione dell'arte. La dimensione artigianale della musica rock contemporanea ha ridato slancio all'immaginazione e all'autodeterminazione artistica, percorso senz'altro più complesso e arduo di quello coordinato e finanziato dalle grosse compagnie discografiche. L'unica deriva della fenomenologia indie è rappresentata da quello scollamento che non permette a lavori di rilievo di scandire i tempi correnti, ma ai più attenti non sfugge la reale portata di molte opere contemporanee, spesso

Pierangelo Bertoli

Costretto sin dall'infanzia su una sedia a rotelle a causa della poliomelite, l'emiliano Pierangelo Bertoli (nato il 5 novembre del 1942 a Sassuolo, provincia di Modena) esordisce come cantautore a metà anni '70 autoproducendosi i primi due album: "Rosso colore dell'amore" e "Roca blues", che alternano brani in italiano a canzoni in dialetto. Il debutto vero e proprio avviene nel 1076 con "Eppure soffia". Discografia e Wikipedia

Young Turks - Rod Stewart (1981)

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Per chi vive di voce, per chi è stato baciato dal dono di un timbro o di una pasta inconfondibili, l'idea di perderla dev'essere drammatica. A Rod Stewart è capitato, nel duemila. Tumore alla tiroide, scoperto dopo una visita di routine, operato a Los Angeles, i medici del Cedars-Sinai Medical Center dissero che sarebbe rimasto afono per sei mesi. Nove mesi dopo ancora nessun suono. " Sono finito ", pensa Rod, " non canterò mai più . Poi, un giorno, vado a una visita di controllo e per sbaglio finisco nel reparto dei bambini malati di cancro. Li vedo sorridere, fiduciosi, mentre io, che dalla vita ho avuto tutto, ero lì a piangermi addosso ". Rod esce dall'ospedale, contatta il City of Hope, e diventa testimonial dei ragazzi meno fortunati. La voce torna, l'entusiasmo pure. Bella storia. A volte fa bene raccontarla, non solo leggerla.  (M. Cotto - da Rock Therapy)

Dylan LeBlanc – Coyote (2023)

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di Pierpaolo Tinelli  Coyote è il titolo del quinto album di Dylan LeBlanc e un coyote coerentemente campeggia sulla copertina dalla grafica piuttosto curiosa, che ricorda quella delle carte dei tarocchi (alcuni dei quali sembra siano inclusi nella versione in vinile, non a caso…). Quattro enigmatici calici attorniano questo animale dall’espressione imperturbabile, nonostante sia trafitto da molte frecce, come un San Sebastiano. Facendo fede alla cartella stampa, c’è una doppia chiave di lettura per titolo e cover dell’album: da un lato LeBlanc ha preso spunto da un episodio autobiografico in cui si è trovato vis-à-vis con un vero coyote, incontro non dei più rassicuranti, come si può ben immaginare, dall’altro si tratta di un concept album dedicato alla figura di un uomo in fuga, dal soprannome di Coyote appunto, che non dovrebbe trattarsi di altri che dell’alter-ego di Dylan LeBlanc stesso. Questo nuovo lavoro è pubblicato, così come il precedente (Renegade, del 2019), dall’interessa

Una tempesta elettrica

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Jimi Hendrix: non solo un chitarrista visionario e prodigioso, ma un artista a tutto tondo, che ha portato la musica in territori ancora oggi da esplorare. Il 27 novembre 1942, nasce a Seattle un bimbo di nome Johnny Allen Hendrix. James Mashall sarà poi il suo nuovo nome, cambiato dai genitori piuttosto sbandati. Presto scapperà di casa per andare in cerca di fortuna nella musica, facendosi chiamare perlopiù Jimmy James. Una gavetta di completo anonimato e di assoluta miseria come turnista nello sfondo di orchestrine r’n’b di semplice intrattenimento. Finché all’improvviso non diventa Jimi, e di colpo è il numero uno del pianeta, il performer più pagato del mondo. Jimi Hendrix è stato una meteora: tutto ciò che ha creato sulla scena del mondo lo ha fatto in soli quattro anni. New York, estate del 1966: la modella Linda Keith, fidanzata di Keith Richards, nota in un locale del Greenwich Village questo strabiliante chitarrista di ventitré anni e lo segnala a Chas Chandler, il bassista d

Van Morrison - Hymns to the Silence (1991)

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di Silvano Bottaro L'uscita di questo doppio album in questo periodo della sua carriera è stata una grande sorpresa, se poi è di ottima qualità è uno shock. Morrison ha avuto molto da dire in questi anni sulla sua infanzia e la sua fede, le sue ultime produzioni lo dimostrano ma, nonostante questo, in questo disco, in un modo molto meno obliquo, è riuscito ad aggiungere ancora altro materiale; testuale e sonoro. Di ottima fattura, sicuramente il suo miglior lavoro dal 1986, anno di uscita di "No Guru, No Method, No Teacher". Il doppio disco è intensamente personale e rivelatore, proprio perché mette in luce i suoi pensieri molto chiaramente. Anche se marcatamente "religioso", in questo lavoro avvincente, Morrison si rifiuta di "predicare" e si limita a esprimere i suoi pensieri senza forzature. Organico: Van Morrison (voce, chitarra, armonica, sassofono contralto), Steve Gregory (flauto, sassofono baritono), Candy Dulfer (sassofono contralto)

Love - Forever Changes (1968)

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Uno dei versi più belli di quel capolavoro U2 che è One dice che “l’amore è un tempio, la legge più alta”. 25 anni prima un gruppo californiano, per troppo tempo sottovalutato, scelse il nome Love, producendo alcune delle pagine più particolari della musica di quel decennio. Nascono per l’impulso e la fantasia del primo grande chitarrista rock nero di Los Angeles, prima di Jimi Hendrix: Arthur Lee. Funambolico, originario di Memphis, sgargiante nei suoi vestiti emblema del Flower Power, a metà anni ‘60 ha già un bel bagaglio di esperienze: fonda e suona in diversi gruppi e soprattutto produce il primo 45 giri dove compare la futura leggenda Hendrix, My Diary di Rosa Lee Brooks, nel 1962. Fonda i Love a metà anni 60, uno dei primi gruppi interraziali dato che lui e John Echols, chitarra solista, sono neri, a cui si aggiungono Byan Maclean, cantante, Ken Forssi al basso, Snoopy Pfisterer alla batteria. Firmano inaspettatamente per la leggendaria Elektra di Jac Holzman e Paul Rickolt, van

Bob Dylan - Highway 61 Revisited (1965)

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L’ultimo mese delle storie musicali 2021 è dedicato a dischi fondamentali. Chi ha la pazienza di leggermi sa che ogni anno a Dicembre scelgo un disco di Bob Dylan. Che per dischi fondamentali nella storia sta come i pilastri per una casa. Quello che ho scelto per questa domenica di santo Stefano è paragonabile ad un uragano che cambia per sempre la musica e che si chiama Highway 61 Revisited, che esce per la Columbia il 30 Agosto del 1965. Il titolo già dice tutto: la Highway 61 era ai tempi di Dylan la strada nazionale più lunga d’America, che per oltre 2000 km seguiva il corso del Mississippi, passava per Duluth, dove Dylan è nato, ed arriva a New Orleans. Come il nastro d’asfalto, Dylan raccoglie la musica del Delta, il blues, la tradizione del folk, inserisce il plug della chitarra nell’amplificatore, in modo molto più deciso e convinto che nell’altro capo che scrisse nel 1965, Bringing It All Back Home (che apre la sua leggendaria triade elettrica, che termina con l’altro capolavo

Eugenio Bennato

Nato a Bagnoli (Napoli) nel 1948, fratello del più celebre Edoardo, Eugenio Bennato è tra i fondatori, nel 1969, della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Nel 1976, dopo aver preso parte a sei dischi del gruppo, Bennato lascia per dar vita ad un nuovo gruppo, come il precedente incentrato sul recupero della tradizione musicale popolare del Sud Italia i Musicanova del quale fanno parte anche Teresa de Sio, Toni Esposito e Carlo D'Angiò. Discografia e Wikipedia

Batonga - Angélique Kidjo (1992)

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Angélique Kidjo, donna del Benin, è una guerriera di suoni che alterna lance e carezze per fondere ritmi e spiriti della sua terra alle vibrazioni tipiche di chi dalla sua terra se n'è andata e ha conosciuto altri modi e altri mondi. Cresciuta ascoltando musica tradizionale (salsa, rumba zairese, makossa camerunense, sonorità indiane e arabe), si è trasferita poi a Parigi, crocevia di culture, affascinante, melting pot di influenze, città più di ogni altra sottoposta a quel processo di contaminazione tra musicisti africani, francesi, americani a caraibici che è garanzia di crossover. Da allora ha sviluppato un suono diretto, sensuale, che alcuni chiamano ethno-funk, altri afro-funk, ma che, in realtà, è semplicemente il manifesto di quel periodo a cavallo tra due millenni dove ogni nota lanciata in aria esplode in schegge impazzite che rimandano a mille culture. (M. Cotto - da Rock Therapy)

Lyr - An Unnatural History (2024)

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di Fabio Guastalla Eldon Street è una lunga strada urbana che taglia in due, da nord a sud, la cittadina di Barnsley, nel South Yorkshire, addentrandosi man mano dalla periferia al centro storico. Ancora oggi lungo la via sorge il Barnsley Civic, un edificio imponente e dall'aspetto moderno che ospita un vivace centro culturale. Un tempo, però, quando probabilmente aveva un aspetto ben diverso, lo stabile del Civic ospitava un Museo di Storia Naturale. Uccelli di ogni genere e tipo, esemplari della fauna locale e forse anche specie esotiche, e chissà cos'altro ancora, popolavano le sale. In effetti, non lo sappiamo con certezza: un giorno il Museo scomparve nel nulla e della sua esistenza, ormai quasi mitologica, non sono rimaste che sparute tracce archivistiche e le immancabili memorie tramandate dalla tradizione orale. Eldon Street e il suo antico Museo di Storia Naturale sono i co-protagonisti di “An Unnatural History”, l'album che i LYR – formazione nata nel 2016 e comp

The Trip - Caronte (1971)

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Una delle conseguenze secondarie del boom economico italiano fu che una intera generazioni di giovani avesse disponibilità economica anche per la musica. Questo fece sì che il mercato discografico italiano fosse uno dei più floridi e ricchi del mercato europeo, e con praterie inesplorate di stili musicali. La storia della band di oggi inizia proprio così, quando Riki Maiocchi, cantante de I Camaleonti, volò a Londra per reclutare una nuova band per la sua carriera solista nel 1966. Ad accompagnarlo, il batterista Ian Broad, e i due scelgono alcuni promettenti ragazzi: il chitarrista Ritchie Blackmore, il bassista Arvid “Wegg” Andersen e un secondo chitarrista di nome Billy Gray (che aveva suonato addirittura con Eric Clapton e proveniva dagli scozzesi Anteeeks). A ottobre il cantante e i musicisti si presentano sui palchi italiani sotto la sigla Maiocchi & The Trip, ma già a dicembre Blackmore torna in Inghilterra per diventare, appena un anno più tardi, il chitarrista dei mitici D

“Pistol”: storia del punk inglese, di chi ne è morto e di chi è sopravvissuto

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Dirò subito che non potete perdervi “Pistol”, la serie televisiva sulla storia dei Sex Pistols, tratta dall’autobiografia di Steve Jones. Non potete perdervela anche se avete problemi con il punk; il punk quello vero, non quello post. Vi basta un minimo d’interesse per la storia della società e del costume occidentali degli ultimi 80 anni. O anche semplicemente per le belle storie raccontate bene. Dirò anche subito che non ho fatto ricerche sull’accuratezza dei fatti storici narrati e che non sono nemmeno un cultore della band, per cui mi attengo a quanto narra la serie. D’altronde, tra i protagonisti della storia, l’unico che non ha gradito è stato Johnny “Rotten” Lydon che ha cercato, per le vie legali, di opporsi all’utilizzo delle musiche del gruppo, definendo la serie: “la merda più irrispettosa che ho mai dovuto sopportare”. Che poi, a vederla, non si capisce perché, in quanto Rotten non ne esce affatto male. Un tipo schizzato certo, quello interpretato da Anson Boom, ma d’altron

John Hiatt - Bring the family (1987)

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di Silvano Bottaro John Hiatt, uno dei migliori songwriter elettrici della scena rock americana con questo disco ha creato il suo capolavoro. Nel’85 la morte della moglie suicida e pochi mesi dopo, la morte della madre, porta Hiatt in una crisi profonda che lo allontana dalla musica portandolo alla dipendenza da alcol e droghe. Sembra che ormai la sua carriera sia finita. Per fortuna però esistono gli amici, esiste Ry Cooder che, gli sta vicino assistendolo e riportandolo un poco alla volta verso la musica. Disintossicato dall’alcool e trovata una nuova stabilità familiare, Hiatt ritorna negli studi di registrazione e in soli quattro giorni, incide Bring the Family.  L’album è la materializzazione musicale di questo momento di vita, della rinascita, della voglia di vivere dopo un periodo che lo ha visto in contatto diretto con la depressione, con il “buio”. Questo disco è un sogno ed è la fine di un incubo. L’album è registrato in presa diretta insieme ad un trio superlativo

The Runaways - The Runaways (1976)

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Se pensate che il rock non sia anche una questione di ragazzine, fermatevi a leggere la storia di oggi. Tutto inizia nella Los Angeles del 1975, ad un party organizzato da Alice Cooper. Star della festa non è istrionico cantante ma una tredicenne scrittrice di brevi novelle-canzoni a sfondo sessuale: Kari Krome. A quella festa c’era anche Kim Fowley, artista, musicista e produttore discografico che era alla ricerca di un nuovo progetto sensazionale (parole sue): pensa che si poteva costruire un gruppo rock di sole donne (o meglio ragazze…). Fowley si accorge che la Krome è troppo giovane per diventare una rock leader band e per questo recluta Joan Jett (chitarra e voce), Sandy West (alla batteria) e Mickie Steele: come trio durano pochissimo dato che quest’ultima abbandona dopo poche settimane (e diventerà abbastanza famosa con le Bangles). Fowley però scova due altre giovani rocker: Lita Ford, l’unica che davvero sappia suonare un po la chitarra’, Cherie Currie e Jackie Fox, che en

Sprints - Letter To Self (2024)

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di Fabio Gallato Il nome di una band spesso suggerisce la sua direzione sonora, e nel caso degli Sprints, che arrivano da quella Dublino che da qualche tempo è città di fuoco e fiamme musicali, ciò è particolarmente vero. Nella gran parte delle tracce del loro album di debutto “Letter to Self” si viaggia infatti a velocità sostenuta, con il piede sull’acceleratore e il cuore in gola, quello che la cantante Karla Chubb sputa fuori a più riprese dimostrando di saper cavalcare un’onda che disarcionerebbe molti tra i più esperti. Attenzione, però: se non per comodità didascalica, non si tratta dell’onda decadente del nuovo post-punk che i concittadini Fontaines D.C. hanno ben contribuito ad ingrossare. Gli Sprints si aggrappano a melodie e sonorità diverse, che vanno dalle Savages – è bello notare come l’influenza della band di Jehnny Beth sia sempre più preponderante nelle nuove leve, prendete le Gènn, altre su cui contare – ai Refused, fino agli Strokes, ai Pixies, a PJ Harvey e alle Hol

Manic Street Preachers - Everything Must Go (1996)

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La storia di oggi nasce nel 1986 per un anniversario: i 10 anni dalla formazione dei Sex Pistols. Un gruppo di ragazzi di Blackwood, nel Galles, decide di formare una band nel ricordo delle gesta degli irriverenti paladini del punk. Si chiamano all’inizio Betty Blue, che non è propriamente un nome che fa pensare al punk, ma quando durante un pomeriggio da busker a Cardiff di James Dean Bradfield, leader, cantante e chitarrista, un tizio sentendolo suonare gli chiede: “What are you, boyo, some kind of manic street preacher?” decidono di cambiarlo. Nascono così i Manic Street Preachers, un gruppo che ha ormai oltre trenta anni di vita musicale e che ha una parabola pressoché unica nel panorama britpop, movimento che sinteticamente sto raccontando in queste domeniche maggiaiole. Quando nel 1988 pubblicano il primo singolo, autoproducendolo, Suicide Alley, sono un terzetto composto da Bradfield, Sean Moore alla batteria e Nicki Wire al basso e anche seconda voce. C’è però un quarto compone

Edoardo Bennato

Edoardo Bennato nasce a Bagnoli (Napoli) nel 1949, e muove i primi passi nel mondo della musica nella seconda metà degli anni '60, dopo essersi trasferitosi a Milano per studiare architettura. Si esibisce come busker (chitarra acustica, armonica, tamburello a pedale e kazoo: un vero e proprio one man band ) nelle metropolitane di molte città italiane e anche a Londra. Discografia e Wikipedia

Spark -Tori Amos (1998)

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Per molti anni i suoi album hanno sanguinato come ferite aperte, sono stati pugni nello stomaco o piccoli terremoti, come annunciava il titotlo del primo album, Little Earthquakes . Tori Amos (capelli rossi e occhi grigio blu, una voce composta da in terzo di Kate Bush, un terzo di Joni Mitchell e il restante terzo di rabbia rappresa) usa tinte forti perché costretta, più che per passione. Dalle cantautrici degli anni sessanta e settanta ha ereditato la convinzione che ogni canzone può essere la pagina di un diario strappata a fatica, ma necessaria per calmare il dolore. A vent'anni il primo trauma (lo stupro vissuto, pistola alla testa, dopo un suo concerto a Los Angeles e raccontato in Me and a Gun , nel suo disco d'esordio), poi, anni dopo, un altro dramma: l'aborto obbligato, " lei è convinta di poter tenere fermo un ghiacciaio, ma non è riuscita a tenere un bambino ", canta parlando di se stessa in Spark, il cui video è un vero choc: Tori legata e imbavagliat

It’s A Beautiful Day - It’s A Beautiful Day (1969)

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Il mese scorso il viaggio musicale ha riguardato le fantastiche traiettorie della musica kosmik tedesca tra fine anni ‘60 e inizio anni ‘70. Per Ottobre, mi è venuto in mente di fare un viaggio simile che riguarda gli stessi anni, ma spostandoci di migliaia di km, sulla costa occidentale degli Stati Uniti, precisamente sulla Bay Area di San Francisco. La città fu teatro di un’esplosione musicale francamente senza precedenti, che in una manciata di anni regalerà alla musica rock meraviglie stupefacenti. Rispetto all'avventura tedesca, qui la dimensione generale è decisamente maggiore, anche perchè San Francisco fu il centro nevralgico della controcultura americana degli anni ‘60, e fu così vasta che è possibile addirittura dividere i gruppi per zone della città (San Francisco Peninsula/North Bay, East Bay, South Bay). Alcuni nomi per la musica sono leggendari: Janis Joplin, Jimi Hendrix (che sebbene fosse di Seattle crebbe a Berkeley e suonò moltissimo in quei posti, che divennero l

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