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Visualizzazione dei post da Giugno, 2021

Steve Earle - I'll Never Get Out of This World Alive (2011)

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di Silvano Bottaro Ognuno ha il suo ‘metro’ per valutare un disco, ognuno lo può ‘criticare’ attraverso le sue priorità. Personalmente uso sempre questo mio teorema: “La somma di quante volte un cd suona nel tuo lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco ti piace”. Al di là quindi di ogni razionale ricerca sonora, quello che conta, alla fine, riguarda una più semplice questione di ‘pelle’ o meglio di ‘udito’. In base al suddetto teorema, ‘I'll Never Get Out of This World Alive’ è l’album più ascoltato in questo primo quadrimestre del 2011 e per un semplice motivo: è bello! Non ci si aspetti niente di straordinario, sia chiaro, nessuna rivoluzione sonora, anzi, il contrario. Folk, Country e simili, sono i generi suonati, e, sarà la produzione di T-Bone Burnette, sarà il momento felice di Steve, il disco suona bene, ha grande carisma, ed è un piacere ascoltarlo. Non si può certamente dire che Earle abbia avuto una vita monotona: sposato sette volte e c

Folk Show: Episode 63

John Hiatt - Leftover Feelings (2021)

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di Giovanni Botti Ormai vicino alla soglia dei 70 (è nato il 20 agosto del 1952) e a tre anni dal suo ultimo album, il non imprescindibile “The Eclipse Sessions”, John Hiatt ha deciso di cambiare registro, è tornato a Nashville e ha registrato una serie di nuove canzoni dalla struttura folk assieme ad uno dei migliori ensamble del country-bluegrass, la Jerry Douglas Band. E dopo una serie di attenti ascolti possiamo tranquillamente affermare che “Leftover Feelings” è il disco più fresco e intrigante pubblicato dal cantautore di Indianapolis da diversi anni a questa parte. Intendiamoci, il livello di capolavori come “Bring In the Family” (1987) e “Slow Turning” (1988) è lontano e probabilmente non più raggiungibile da un artista che è sulla scena da quasi mezzo secolo. Questo anche perché la voce di Hiatt non ha più il vigore e l’estensione di un tempo. Oggi è una voce più roca e sofferta che però mantiene il suo fascino e si sposa benissimo con un gruppo di canzoni roots molto sincere,

Linda Ronstadt

Originaria di Tucson, Arizona, Linda Ronstadt (1946), figlia di genitori tedesco-messicani, inizia a cantare canzoni messicane e brani di Hank Williams accompagnata dal padre alla chitarra. Alla high school fa parte di un piccolo gruppo vocale country con il fratello e la sorella. Discografia e Wikipedia

Come lei nessuno mai | Blue è il capolavoro abbagliante e desolato di Joni Mitchell, la più brava di tutte

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“Blue” è un album così sincero e vulnerabile da lasciarti colpito, anche scosso, quanto lo era la giovane donna che lo ha vissuto, scritto e cantato in un’epoca in cui questi dischi non esistevano. La sua unicità e rilevanza è quella di essere un album di una potenza, profondità ed emotività che nessuno, fino a quel momento (farei una eccezione solo per Leonard Cohen) aveva mai avuto il coraggio di incidere. Sicuramente non per un album intero. Uno stargate verso il futuro per tante aspiranti cantautrici (e cantautori) che lo guarderanno come un modello di libertà espressiva. Il messaggio di Joni è: si può parlare di sé stessi, anche in prima persona. Senza inganni, senza filtri, senza rete. Sono 35’ di ritratti dettagliati, dieci canzoni come altrettanti quadri di una pittrice in cuor suo, “musicista solo per circostanze”, come si è spesso definita. Canzoni senza pelle, nervi e vene allo scoperto, in cui tristezza e gioia, depressione ed entusiasmo, passione e fine della passione, asp

The Black Keys - Delta Kream (2021)

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 di Giovanni Davoli  Per chi non lo sapesse, i The Black Keys cominciarono il loro viaggio nell’industria musicale con due dischi di garage rock, nel 2002 e nel 2003 che, in mezzo a una manciata di canzoni nuove, contenevano alcune covers dei loro artisti di riferimento, Junior Kimbrough e R.L. Burnside. Nel 2006, per rafforzare il messaggio, tirarono fuori un EP completamente dedicato a coverizzare le tracce di Kimbrough: “Chulahoma”. I succitati sono gli eroi di un sottogenere del Missisippi Blues, chiamato “Hill Country Blues” (HCB), sviluppatosi in una regione a est (sottolineiamo, a est e poi capirete perché) dell’autostrada I55 e della regione del Delta. Il genere aveva cominciato a ricevere riconoscimento e dall’angusta e isolata Hill Country solo negli anni ‘90, quando l’etichetta locale Fat Possum cominciò a pubblicare i dischi di questi artisti allora ormai ultra-sessantenni. L’operazione si diffuse per gli States e non sfuggì, in Ohio, ai futuri membri dei “Black Keys”; Auer

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #70 #69 #68

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DOLLAR BRAND (ABDULLAH IBRAHIM): AFRICAN MARKETPLACE (ELEKTRA/MUSICIAN) Dollar Brand (Abdullah Ibrahim) (ss, kys, p), Gary Chandler (t), Malindi Blyth Mbityana, Craig Harris (tb), Carlos Ward (as), Jeff Jaywarrah King, Dwayne Armstrong (ts), Kenny Rogers (bs), Lawrence Lucie (bjo), Cecil McBee (b), Miguel Pomier and Andre Strobert (d, perc). Rec. 1980 Duke Ellington discovered and recorded pianist-composer Dollar Brand aka Abdullah Ibrahim in 1963 playing in a more or less conventional jazz manner, but it took a long time for the South African township music he evolved in the 1970s to be accepted outside of Africa. This album was one of the very first to be made in America and its impact was immense, its melodicism, warmth and simplicity brought something new and refreshing to the often overheated, testosterone-filled gladiatorial pit of small group improvising to established harmonic patterns. As Jelly Roll Morton had shown 50 years earlier, sometimes the best comes from a truly group

Paul Simon – So Beautiful Or So What (2011)

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di Silvano Bottaro E’ un buon ritorno questo di Paul Simon che, dopo diverse pubblicazioni di non grande valore, ritorna finalmente con un disco sopra la media, anche se lontano dall’ultimo suo capolavoro solista che è Graceland. So Beautiful Or So What è il dodicesimo lavoro in studio del settantenne cantautore americano famoso anche per il duo con Art Garfunkel. Nei testi è la spiritualità l’elemento predominante, ecco infatti cosa dice in una sua intervista: “ Spiritualità sì, tanta, anche se in senso non religioso. Credo sia connessa con i tempi, con i problemi economici in America; c'è tanta gente che ha perso e perde il lavoro. Quel che capita nel mondo, e anche nella mia vita, finisce sempre nelle canzoni. Ma direi che sarebbe troppo appioppargli il titolo "Now i sing God"; il soggetto Dio appare in 4 o 5 canzoni, non l'ho fatto intenzionalmente ”, un disco quindi, che approfondisce il significato della vita. Pur non avendo uno stile musical

Folk Show: Episode 62

David Gray – Skellig (2021)

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 di Fausto Meirana Una lunga carriera, quella di David Gray, segnata da un inizio fatto di dischi intensi, talvolta irruenti, in veste semiacustica. Nei tre lavori prodotti dal 1993 al 1996 c’è tutta la grinta e la voglia di affermarsi, con brani che hanno retto più che bene nel tempo (Birds Without Wings, Shine, Late Night Radio). Il vero salto di qualità però arriva nel 1998 con White Ladder. L’enorme successo di un disco fatto con pochi spiccioli e un uso sapiente dell’elettronica fai-da-te è di quelli che, a gioco lungo, avrebbero potuto stroncare una carriera. Gray, però tiene duro e tre anni dopo pubblica sapientemente una raccolta di canzoni ‘’perse’’, Lost Song 95-98. Il recupero di quei brani conferma la buona scrittura del cantautore scozzese, che si gode il  successo di vendite e critica, senza correre il rischio dell’album fotocopia. Con A New Day At Midnight, nel 2002, centra un mezzo capolavoro ricco di tocchi d’intensa malinconia. Il disco è dedicato al padre, scomparso

The Rolling Stones

Mick Jagger (1943) e Keith Richards (1943) si conoscono ancora bambini alla scuola elementare di Darford. Anni dopo si ritrovano, studenti alle medie superiori, e scoprono un comune amore per il blues. Con Dick Taylor (futuro Pretty Things), Bob Beckwith e Allen Etherington formano Little Boy & The Blue Boys. Discografia e Wikipedia

Pharoah Sanders | Il tormento, l’estasi e lo spirito mistico del Faraone del free jazz

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La musica più cara è spesso legata a un momento, a un luogo. E ti rimane nella memoria, non se ne andrà più. È la magia del primo impatto, quello che ti arriva a sorpresa, ed è molto probabile che “quel suono” sia fra quelli che sentirai “tuoi” per sempre. Stanno là, incastonati nelle eliche del DNA. Io ne ho diversi, e il suono di Pharoah Sanders è uno di quelli. Il momento dell’incontro lo ricordo come fosse adesso, anche se sarà stato il 1970 o giù di lì. Ero di fronte agli enormi (o almeno così sembravano, dei piccoli grattacieli da cui usciva un suono che a casa mia si sarebbe sentito decine di anni dopo, o forse mai) altoparlanti Tannoy GRF (con le trombe “esponenziali passive ad alveare”), roba mitologica, fidatevi. Era l’era dell’hi-fi, so che i figli non capiranno, ora in gara ci sono gli smartphone e le app. Però la ricerca del suono perfetto, che procedeva in parallelo con la ricerca musicale di quegli anni, era una fissa se non proprio di massa abbastanza diffusa, con rivis

The Doors - The Doors (1967)

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La storia di oggi inizia a Los Angeles: un ragazzo appena diplomato alla scuola di cinematografia della UCLA incontra sui banchi dell’Università un altro ragazzo, che coltiva l’idea di fare il musicista, e gli racconta dei suoi sogni musicali, di cosa vorrebbe dire in un disco. I due giovani in questioni sono Jim Morrison e Ray Manzarek. Morrison è figlio di un ammiraglio della marina americana, Manzarek è di Chicago ed è a Los Angelesper studiare e per cercare fortuna con un piccolo gruppo blues, Rick & The Ravens, dove suona con i suoi due fratelli. Morrison gli parla di teatro, poeti francesi, cinema, ma Manzarek lo convince a mettere su una band. Scelgono un chitarrista, Robbie Krieger, appassionato di flamenco e di chitarre bottleneck (un cilindro cavo di metallo da infilare al dito e che, fatto scorrere sulle corde  conferisce un suono particolare) e un batterista, John Densmore, innamorato del jazz. Nasce così la nuova band a cui Morrison dà il nome The Doors, da un libro di

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #73 #72 #71

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ROLAND KIRK: RIP, RIG & PANIC (LIMELIGHT) Roland Kirk (f, mzo, stritch, ts), Jaki Byard (p), Richard Davis (b) ed Elvin Jones (d). Rec. 1965 Molti sostengono che Kirk non abbia mai realizzato l'album perfetto: se è così, questo è più vicino di qualsiasi altro, soprattutto perché Elvin Jones sta costantemente accendendo un fuoco sotto il quartetto in generale e Kirk in particolare. L'uomo con più ance è anche evidentemente ispirato dal modo di suonare del pianista Jaki Byard e si assume costantemente dei rischi in tutto ciò che fa. I Talk With The Spirits, il suo album di flauto, venne dopo e diede al mondo 'Serenade to a Cuckoo', mentre Volunteered Slavery del 1968 permise a Kirk di assaltare Burt Bacharach, tra gli altri, dandogli un nuovo pubblico, ma questa è la gioia del jazz di pietra . (KS) MONACO THELONIOUS: IL GENIO DELLA MUSICA MODERNA, VOL. 1 (NOTA BLU) Thelonious Monk (p), Idrees Sulieman / George Taitt (t), Danny Quebec West / Sahib Shihab (as), Billy Sm

First Aid Kit - Stay Gold (2014)

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di Silvano Bottaro Con questo terzo album Stay Gold, le due sorelle svedesi Klara e Johanna Söderberg convincono alla grande e si confermano tra le più belle realtà della musica scandinava. Quello che colpisce fin dal primo ascolto è la capacità di creare armonie tanto semplici quanto belle. Mettendo in risalto le loro capacità vocali, le due sorelle di Stoccolma riescono ad assecondare gli strumenti musicali rendendoli quasi irrilevanti a favore delle liriche cantate alla perfezione. Sono cresciute notevolmente in questi quattro anni (la loro prima prova discografica risale al 2010) e da poco più che adolescenti (avevano 20 e 17 anni) sono passate all'età adulta, e non solo musicalmente parlando. La testimonianza viene data dal valore che le loro esperienze hanno contribuito alla creatività. Più sagge, per quanto siano ancora molto giovani, lo dimostrano i loro testi ma ancor di più lo dimostrano i suggestivi complessi sonori dati dalla bellezza armonica e dalla perfezione a

Folk Show: Episode 61

Miles Davis - Sketches Of Spain (1960)

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Lo ammetto, la scelta di oggi è dettata anche da una forma di refenzialità: perchè da quando ho iniziato a numerare le Storie Di Musica lui era già al #1, al #50 e al #100. Ecco perchè oggi si parla di Miles Davis. E anche nel disco di oggi, come nei precedenti, il grande musicista mette sul disco tutta la sua immensa immaginazione, tutta la sua creatività e soprattutto la sua voglia di fare qualcosa di nuovo, istanza che lo accompagnerà per tutta la sua vita musicale. Il disco di oggi, leggenda vuole, nacque da una serata dove la prima moglie di Miles, Frances Taylor, lo portò ad un balletto di Flamenco a New York. A Davis piacque moltissimo, e iniziò a parlarne con il suo amico, e fenomenale arrangiatore e musicista, Gil Evans. La collaborazione tra i due aveva già prodotto cose fantasmagoriche (tra le altre, The Birth Of The Cool, Miles Ahead, la collaborazione per quel capolavoro insuperabile che fu Kind Of Blue). Davis e Evans erano soliti ascoltare i dischi in una stanza apposita

Robbie Robertson

L'ex leader della Band Robbie Robertson (1943), dopo lo sciogliemento della sua formazione, ritorna sulle scene nel 1987 con un celebrato album che porta il suo nome. Quindi si prende ancora un lungo periodo di tempo per bissarel'esordio solista, che vede la luce quattro anni dopo Storyville. Discografia e Wikipedia

Fantasia al potere | “The Lamb Lies Down On Broadway” è il grande affresco simbolico del genio dei Genesis di Peter Gabriel

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The Lamb Lies Down On Broadway rimane, a distanza di 46 anni, un album (doppio) molto particolare: un’opera monumentale, una scrittura di complessità testuale e di ricchezza musicale strabiliante, eclettica oltre i confini conosciuti del progressive. Un ponte, col senno di poi, fra il prog e la new wave, o meglio, il post-rock che Bowie certificherà con la sua trilogia berlinese.  Per questo suo senso di grandiosità, per la visionarietà della trama e per essere causa ed effetto del canto del cigno di Peter Gabriel con i Genesis, è stato anche uno dei dischi più discussi e amati-o-odiati della storia del rock: chi l’ha considerato il punto d’arrivo più alto dei cinque ex-studenti della prestigiosa Charterhouse, chi lo considera un album pretenzioso, oscuro, persino incomprensibile.  Oscuro e difficilmente penetrabile lo è, tanto che la sensazione è che sia stato più ammirato che capito. Un disco che evoca ancor oggi umori diversi persino all’interno dello stesso quintetto che lo ha part

Penguin Cafe Orchestra - Music From The Penguin Cafè (1976)

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La storia di oggi inizia con un incubo. Così almeno Simon Jeffes ha sempre raccontato come gli nacque la prima idea della sua creatura. Era in Francia nel 1972 e dopo una cattiva digestione Jeffes sognò dei pinguini che suonavano in un grande edificio anonimo. Polistrumentista, chitarrista elegante, Jeffes lavora nel mondo della pubblicità e della musica, ma ha sempre quest’idea in testa. Per caso, alcuni suoi nastri vengono portati a Brian Eno, che a metà anni ‘70 fondò una sua casa discografica, la Obscure, che produsse alcuni tra i più eleganti dischi di musica elettronica e minimale, nel suo pur esiguo catalogo (una ventina di titoli in tutto). Eno dà una possibilità a Jeffes, che quasi non crede che così può realizzare il suo sogno: si immagina un locale in una languida ed esotica isola misteriosa, “un misto di Italia e Giappone” (Jeffes dixit), creando musica che la resident band sciorina agli avventori. La Penguin Cafè Orchestra era formata da Jeffes con Steve Nye alle tastie

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