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Visualizzazione dei post da Dicembre, 2020

Laurie Anderson - Homeland (2010)

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di Silvano Bottaro Laurie Anderson con i suoi 40 anni di carriera, mancava dalla scena musicale da un decennio. L’uscita di un nuovo disco da parte dei suoi fans, come il sottoscritto, era quindi molto attesa. Per chi non conoscesse la sua musica e volendo catalogarla con dei generi, i tag: avanguardia e sperimentazione sono quelli più appropriati. Come sarà ovvio pensare, i suoi dischi quindi, non sono mai stati di facile ascolto ma, ascoltati diverse volte e soprattutto con un orecchio attento riescono a fare breccia anche agli ascoltatori più ostili. Anche questo suo ultimo “Homeland” rientra in questo “quadro”. Per semplificare in breve le canzoni di Homeland possiamo dire che sono una sommatoria di: parole, suoni, testi, polemiche, poesie e riflessioni. L’opera è assai altalenante. Momenti di profonda arte sonora vengono affiancati a “parlati” di marcata noia. Le liriche affrontano temi sociali assai attuali e importanti come la politica e le problematiche relative

Folk Show: Episode 37

Albert Ayler Trio - Spiritual Unity (1965)

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Nel 1964 molti jazzisti, anche non legati al movimento free, iniziarono a designare la loro musica come new thing, in contrasto con il mondo bianco che lo chiamava jazz. Albert Ayler, sassofonista immensamente talentuoso, fu uno dei primi seguaci del solco tracciato da Ornette Coleman, ma verso fine anni ‘50 ha pochi contatti e si trasferisce in Europa. In Svezia, insieme a Cecil Taylor (altro pilastro della nuova musica), si esibisce in trio sia con Taylor sia con una ritmica indigena scandinava, e tra il 1962 e il 1963 incide i primi dischi (The First Recordings, appunto) e realizza per la radio danese, l'album, edito in origine come My Name Is Albert Ayler e poi anche come Free Jazz, a testimonianza dei suoi studi free. Ma la vera svolta arriva quando ritorna a New York e incontra un personaggio bizzarro, l’avvocato Bernard Stollman. Stollman è uno dei maggiori sostenitori dell’Associazione Esperantista Americana, che si adoperava per lo sviluppo e l’uso della lingua Esperant

Iggy Pop

Iggy Pop (1947 - vero nome James Jewel Osterberg), dopo lo scioglimento degli Stooges, attraversa un lungo momento di crisi, caratterizzato da profonde depressioni e problemi con droghe pesanti. Il periodo 1974-1976 è un continuo calvario di ricoveri in ospedali psichiatrici, intervallati da brevi momenti di lucidità. Discografia e Wikipedia

Gli alfieri della British invasion

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  Il rock poetico dei Kinks racconta un’Inghilterra idealizzata e forse mai esistita Di tutte le band inglesi dei medi anni Sessanta, quelle che collettivamente vengono ricordate come gli alfieri della “British invasion” negli Stati Uniti, i Kinks sono sicuramente quella più vicina, e inseparabile, dal concetto di “British”. Non che gli altri non lo fossero, ma il loro amore per il blues americano, e la voglia di spaziare su tutti i topici a disposizione (includendo anticonformismo, rabbia e rivolta), li rendevano meno “nazionali”. I Kinks no, sono legati a doppio filo alla vita ordinaria inglese, dal thè ai pub, dalle scuole pubbliche al pudding e roast beef, a luoghi e quartieri londinesi ben precisi. È una direzione che la poetica di Ray Davies, principale autore e cantante, prende dopo qualche anno. All’inizio, diciamo dal 1964 al 1966, i singoli dei Kinks sono beat (così si chiamava allora), metallici, hard: il brano che li lancia, “You Really Got Me”, ha un riff di chitarra (mutu

Tool - Ænima (1996)

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La letteratura è stata spesso fonte di ispirazione per la musica, e la lista di artisti che ne hanno tratto per fare rock è infinita: da Il Signore degli Anelli alla Bibbia, da Steinbeck alle saghe vichinghe. Ma nessuno si era spinto fino a tanto: prendere cioè uno dei punti centrali della teoria di Carl Gustav Jung, anima e animus (termini utilizzati dallo psicanalista svizzero nei suoi lavori sull’inconscio collettivo) e incrociarli con enema (che tra l’altro in inglese di pronuncia quasi come anima, e che vuol dire clistere) per creare una combinazione alquanto eccentrica del concetto di catarsi, cioè una evacuazione che oltre che spirituale è ovviamente necessariamente fisica. Forse mai nessuno come James Maynard Keenan, cantante e leader dei Tool, aiutato da musicisti straordinari quali Adam Jones (chitarra), Justin Chancellor (basso), Danny Carey (batteria, uno dei più grandi di tutti i tempi), si era spinto a tanto, e va sottolineato come tutto il dualismo sia sottilmente iro

Ray Bryant, il pianista del Blue Note

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di  Gianni Lucini Il 24 dicembre 1931 nasce a Philadelphia, in Pennsylvania, il piccolo Raphael Homer Bryant, destinato a diventare un famoso pianista con il nome di Ray Bryant. I primi passi al contrabbasso Cresciuto in una famiglia di musicisti con la madre e una sorella pianiste e il fratello maggiore contrabbassista, inizi a prendere confidenza con lo studio delle sette note fin dai primi anni di vita. Il suo primo strumento è il contrabbasso e soltanto dopo aver terminato le scuole secondarie passa al pianoforte. Nel 1950 ottiene la prima vera scrittura della sua carriera da Mickey Collins. Nei tre anni successivi suona con Tiny Grimes e Billy Kretchmer. Assunto come pianista fisso al Blue Note di Philadelphia accompagna musicisti famosi come Charlie Parker, Sonny Stitt, Miles Davis, Sonny Rollins e molti altri. La popolarità e la scelta di mettersi in proprio Proprio il lavoro sul pianoforte del locale gli dà modo di farsi conoscere e apprezzare dalle stelle che si trova ad accom

Mavis Staples – You Are Not Alone (2010)

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di Silvano Bottaro Il gospel è nel sangue di Mavis Staples ma “You Are Not Alone” non è un disco di solo gospel, anzi. Dopo il bellissimo " We’ll Never Turn Back " del 2007, disco prodotto dallo straordinario talento di Ry Cooder, la Staples per questo album si fa aiutare da Jeff Tweedy leader di quella formidabile band chiamata Wilco. Come successe con il disco precedente, anche Jeff Tweedy, estroverso e geniale chitarrista, non impone il suo suono e, come fece Cooder, accompagna solamente la cantante di colore, ricucendole attorno delle sonorità rock e blues per poi intrecciarle alla profonda e bellissima voce gospel della Mavis. A differenza di "We’ll Never Turn Back", dove la Staples recupera brani del periodo della lotta per i diritti civili e i testi parlano di lotta e di emancipazione, in questo suo ultimo lavoro le tredici canzoni si orientano verso un repertorio più classico e sacro. Un disco importante, bello e profondo.  

Folk Show: Episode 36

Classifica 2020

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1) Bruce Springsteen – Letter To You - Leggi   2) Jonathan Wilson – Dixie Blur - Leggi 3) Phish – Sigma Oasis - Leggi 4) Mark Lanegan – Straight Songs Of Sorrow - Leggi 5) Arbouretum – Let It All In - Leggi 6) Brian Fallon – Local Honey - Leggi 7) Drive-By Truckers – The Unraveling - Leggi 8) Bill Fay – Countless Branches - Leggi 9) Fontaines D.C. – A Hero’s Death - Leggi 10) Pearl Jam – Gigaton - Leggi 11) Nick Cave And The Bad Seeds – Idiot Prayer -  Leggi   12) Nathaniel Rateliff – And It’s Still Alright - Leggi 13) Sidi Touré - Afrik Toun Mé - Leggi   14) Nadia Reid – Out Of My Province - Leggi 15) Blood And Sun – Love And Ashes - Leggi 16) Asgeir – Bury The Moon - Leggi 17) Ryan Adams – Wednesdays -  Leggi 18) Daniel Blumberg – On and On - Leggi 19) Elvis Costello - Hey Clockface - Leggi 20) The Mavericks – En Espanol -  Leggi 21) Bob Mould – Blue Hearts - Leggi   22) Neil Young & Crazy Horse – Return To Greendale   Leggi 23) Alanis Morissette – Such Pretty Forks In The Road

Ryan Adams – Wednesdays (2020)

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Va innanzitutto premesso che, scegliendo di parlare di Ryan Adams, non si dimenticano le accuse di molestie che sette donne, tra cui una minorenne, gli hanno addebitato. C’è un lungo articolo del New York Times in merito e un’inchiesta dell’FBI ancora aperta. La scelta, prettamente personale, è di discorrere di questo suo nuovo album perseguendo l’idea che ogni forma d’arte, dal momento in cui diviene pubblica, acquisisca un’esistenza propria e disgiunta dal suo autore. Ciò, ovviamente, non vuol dire minimizzare quanto accaduto che, per completezza d’informazione, deve essere ancora giudicato dalle autorità competenti. A tal proposito, troviamo assolutamente condivisibile il dissing che Phoebe Bridgers, che con lui ha avuto una relazione ed è tra coloro che ne hanno denunciato gli abusi, gli ha dedicato con il suo singolo ‘Motion Sickness‘, il cui testo è assai eloquente. La vicenda personale di Adams ha sostanzialmente interrotto una carriera che è sempre stata estremamente prolifica.

Pearl Jam - Ten (1991)

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Il grunge è spesso considerato come l’ultimo grande movimento “stlistico” della musica rock americana prima dell’esplosione del rap come stile dominante. In effetti se è vero che le band di Seattle (il grunge è anche conosciuto come Seattle sound) furono il fulcro di questo genere, è piuttosto difficile trovare caratteristiche comuni tra i gruppi che comunemente definiamo grunge. Se i Nirvana giocavano sulla psichedelia e sulla reinvenzione in chiave anche sarcastica del blues ( Cobain cantava tra le altre cose piuttosto scioccanti “rape me, my friend”), gli Alice in Chains viravano su una rielaborazione dell’heavy metal, i Pearl Jam sono quelli che nel suono si rifanno al grande rock degli anni 60-70, con particolare predizione per gli Who e i Led Zeppelin. I Pearl Jam nascono quando Jeff Ament e Stone Gossard escono dai Mother Love Bone, scioltisi dopo la morte per overdose del cantante Andy Wood, il primo eroe musicale dell’underground di Seattle. I due reclutano il chitarrista d

The Police

Inventori del reggae rock e di altri stili di successo, abituali frequentatori delle classifiche mondiali, i Police hanno caratterizzato la nuova scena giovanile a cavallo fra i '70 e gli '80. Andy Summers (1942) è un veterano del rock e dell' r'n'b inglese, già membro della Big Roll Band di Zoot Money. Discografia e Wikipedia

Una vita con la seicorde tra le mani

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  Il blues di Albert King, giramondo d’America partito dal basso Lo chiamavano il Bulldozer di Velluto, per il timbro vellutato della voce, e l’imponente corporatura (o forse il fatto che guidava davvero quei macchinoni, entrambi rendono l’idea). Leggenda vuole fra il metro e novanta e i due metri, peso ben superiore al quintale. Ma la vera grandezza di Albert King è un’altra. Perché se parliamo di blues, Albert è stato una figura gigantesca quanto la sua stazza. King non è il suo vero nome, essendo nato Albert Nelson nel 1923, forse nello stesso paese di B.B. King, Indianola, Mississippi, forse invece ad Abardeen (l’ammirazione per il Re originale, B.B., è stata quasi una dolce ossessione per molti anni, il cognome King se lo è dato dopo il successo di “3 O’Clock Blues” di B.B., e anche la sua chitarra, quella Gibson Fly-V, unione suono-freccia iconica, l’ha chiamata Lucy…). Non che la cosa importi molto. Per il blues elettrico B.B. King è stato l’originator. Se il primo dei tre “King

Keith Jarrett - The Köln Concert (1975)

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La sera del 24 gennaio 1975, alle ore 23:30, orario strano per un concerto, presso la Oper der Stadt Köln (siamo a Colonia) un giovane pianista è chiamato sul palco. Ad organizzare l’evento speciale c’è una giovanissima promoter, poi produttrice e artista visuale, Vera Brandes, che all’epoca ha solo 18 anni. Il suo intento era di allargare la fruizione musicale nel teatro oltre l’opera e la musica sinfonica, e l’orario si spiega proprio perchè quel pianista saliva sul palco dopo un’esecuzione orchestrale sinfonica. Quel pianista quella sera aveva mal di schiena, non aveva digerito bene ma soprattutto non aveva trovato il pianoforte Steinway & Sons che aveva richiesto. La Brandes, sapendo che quel pianista non era nuovo a clamorose figure da prima donna, durante le prove pomeridiane gli fa provare due Bösendorfer: uno di quei due può andare. Quel pianista è Keith Jarrett, astro nascente del jazz, già stretto collaboratore di Miles Davis ( suona con lui nello storico Miles Davis A

Grinderman – Grinderman 2 (2010)

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di Silvano Bottaro Prosegue il progetto Grinderman e dopo un primo disco ne esce un secondo che porta il titolo assai fantasioso di "2". Il lavoro non si discosta molto dal primo, il suono è più elettrico e chitarristico, del pianoforte neanche l’ombra. In quanto progetto, Grinderman è sperimentazione. Nelle nove canzoni Cave e soci sembrano cercare nuove forme sonore e frantumando la melodia in favore di schizzi punk, le canzoni diventano 'rumore', un rumore razionale sia chiaro, dove nulla è suonato a caso ma tutto appartiene ad un filo musicale ragionato. Il disco a molti potrà non piacere ma sarà solo per una questione di gusti e non di intelligenza. Cave rimane ancora un musicista e un interprete di prim'ordine e ancora una volta attraverso i Grinderman dimostra il suo essere ancora presente, per niente stanco ma ancora con molte cose da dire. 

Folk Show: Episode 35

Sigur Rós – Odin’s Raven Magic (2020)

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di Massimo Menti Stanno tornando finalmente i Sigur Rós dopo anni di attese (l’ultimo album Kveikur risale al lontano 2013), complesse vicissitudini nella vita della band, progetti collaterali del loro leader Jónsi? Mettiamo subito in chiaro le cose: no, non sono realmente tornati come tutti speravamo, compreso il sottoscritto. Ciò che è uscito il 4 dicembre 2020 è qualcosa di molto particolare e forse un po’ di nicchia anche per i cultori della band e non esattamente una novità, trattandosi di una composizione presentata live in anteprima ben 18 anni fa al Barbican Centre di Londra. Odin’s Raven Magic (Hrafnagaldur Óðins), nasce infatti dalla collaborazione orchestrale tra i Sigur Rós, il compositore islandese Hilmar Örn Hilmarsson, il cantore di Rimur Steindór Andersen e la musicista Maria Huld Markan Sigfúsdóttir (nonché già membro del gruppo Amiina). Risalente al XIV o XV secolo si tratta di un componimento che si rifà all’antica tradizione islandese Eddaica, la quale racchiude due

Poi Dog Pondering

I Poi Dog Pondering nascono ufficialmente nel 1985 alle Hawaii su iniziativa di Frank Orral, strano personaggio con l'idea di formare un'acoustic street band e già componente di alcuni ensemble, gli Hawaiana The Squids e gli Hat Makes The Man. Lasciate le isole del Pacifico, i Pondering passano il biennio 1986-87 viaggiando in lungo e in largo per gli stati Uniti. Discografia e Wikipedia

“Mad Dogs”

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L’album pazzo di Joe Cocker che mette fine all’era degli hippy Questo album è stato forse il picco di tutta la carriera di Joe Cocker, ma contiene (i semi di) tutto il meglio e tutto il peggio che uno possa immaginarsi. Questo doppio, ai tempi un oggetto imperdibile che ogni buon ascoltatore di musica aveva in discoteca, prima di tutto è veramente un disco epocale, che fotografa come pochi un momento storico già di fatto consegnato ai posteri. È infatti la cronaca (esiste anche quella cinematografica) di un tour totalmente folle, caciarone e senza freni, irripetibile. L’anno è il 1970, e – ricordiamolo – Joe è reduce dalla trionfale presenza sul palco di Woodstock l’estate precedente. La sua maglietta psichedelica, la panzetta, i capelli lunghi tutti intrecciati dal sudore, e quel dimenarsi come un burattino spastico sono diventate una delle icone del Festival, che partito in sordina ha avuto una rilevanza planetaria. La sontuosa versione psychedelic-blues di ‘With A Little Help’ lo ha

David Bowie - “Heroes” (1977)

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Quando uscì nel 1976 Station To Station, la sua “maschera” del tempo era quella del Sottile Duca Bianco: nell’ultima delle sue infinite trasformazione si dichiarava fan di Nietzsche, auspicava un Hitler inglese e salutava i fan con il braccio teso. Anni dopo David Bowie dichiarerà: “Ero strafatto tutti i giorni, fu un periodo in cui non capivo più niente”. Addirittura si allontanò dalla musica per l’interpretazione da protagonista de L’uomo che cadde sulla terra, che non fu il successo sperato al botteghino. Tossico, disperato e confuso, con i suoi amici Iggy Pop e Tony Visconti parte per Berlino, un posto dove “la gente aveva molte cose più interessanti da fare che seguire un cantante”. Ci sono altri due artefici al leggendario periodo berlinese: Brian Eno, i cui esperimenti ambient affascinarono sin da subito Bowie; il genio e la chitarra di Rober Fripp, leader dei King Crimson, sperimentatore, creativo di rivoluzioni musicali. Gli anni passati a Berlino “produssero” tre dischi, L

Nick Cave & The Bad Seeds - The Good Son (1990)

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di Silvano Bottaro Nicholas Edward Cave classe ’58 Australiano di Melbourne a 32 anni incide il suo sesto album solista “The Good Son”. La sua discografia, sei album in otto anni, due eccezionali “The Firstborn is Dead” e “Kicking Against The Pricks” album di cover, bello e non ovvio, tre più che validi “From Her To Eternity”, “Your Funeral… My Trial” e “Tender Prey” e questo “Buon Figlio” targato 1990. Il cambio di rotta è evidente, Cave abbandona i suoni spigolosi e irrequieti e intraprende la strada della melodia, dell’intimismo, della spiritualità. La bellezza dell’album è racchiusa nelle nove canzoni, dove non ci sono cadute di tono, anzi, tutto il disco è un continuo emozionante flusso sonoro, un alternarsi di ballate una più bella dell’altra. Proprio per questo le vediamo una ad una. Foi Na Cruz – Lenta ed inesorabile con ritornello in portoghese, splendido decadentismo sulle note di un amore che doveva essere e non è stato; non resta che sognare sulle magiche note

Folk Show: Episode 34

CSI - Tabula Rasa Elettrificata (1997)

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di Stefano Solventi Era un pomeriggio di settembre, anno 1997. Ricordo benissimo il luogo: a Firenze, al semaforo tra via Doni e via Redi. Mentre aspettavo che scattasse il verde, l’autoradio faceva il suo dovere, sintonizzata sulla mia stazione di fiducia. Intanto, come spesso mi capitava all’epoca (oggi anche di più), ero perso in qualche strano pensiero. È per questo motivo che di quella canzone non sentii il lancio dello speaker. Dagli altoparlanti iniziò a uscire una roba travolgente: rotolava sul basso accanito, s’avvitava su quelle due chitarre isteriche, preda di una specie di wah wah androide l’una, l’altra invece tutta cartigli striduli e svolazzi spezzettati. L’impasto suonava poderoso e isterico come una sirena antiarea: sembrava, come dire, intenzionato a scavare un tunnel nella narcosi afosa di quel primo pomeriggio cittadino, e in grado di riuscirci. Poi arrivò il canto, un coro o una voce sovraincisa (non capivo), le strofe come un assedio in forma di filastrocche

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