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Visualizzazione dei post da aprile, 2022

Scott Hardware - Ballad Of A Tryhard (2022)

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  di Matteo Contri È tempo di rivelazioni, per Scott Hardware. L’artista di base a Toronto giunge alla terza prova sulla lunga distanza assolutamente consapevole della necessità definitiva di spiccare il volo, di mostrare appieno le sue potenzialità, e decide di farlo senza mezzi termini, mettendosi a nudo in pompa magna per dimostrare tutto il suo talento autorale. Se nelle prove passate il songwriter canadese lasciava intravedere stralci di estremo talento melodico nascosti accuratamente in mezzo a trame strumentali ingegnose ed accattivanti, in questo “Ballad Of A Tryhard” trascina prepotentemente in primo piano le sue delicate melodie e le veste principescamente per l’occasione, con abiti eleganti e preziosi ma mai eccessivi. Le dieci canzoni di questa nuova prova spiccano per sincerità e immediatezza, ma ogni pezzo è studiato a fondo con una cura dei dettagli di arrangiamento da grande autore. Aperture orchestrali estatiche fanno da contraltare ad armonie dismesse e dolci, che las

Charlie Parker: l’uomo dai tanti eccessi che cambiò il jazz

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 di Luca Divelti Dopo fasti lunghi un decennio, lo swing negli anni Quaranta si era involuto e non era più piacevole da suonare. Non erano pochi i jazzisti dell’epoca, soprattutto i più giovani e di colore, che erano arrivati a pensarlo: per loro lo swing aveva perso di interesse dopo che il grande successo delle formazioni composte di soli bianchi (e il conseguente approdo a Hollywood e alle sue regole) ne avevano imbolsito la volontà di rinnovamento e lo avevano condannato a una staticità musicale immutabile.  L’obiettivo di questi musicisti si concentrava quindi nell’andare oltre lo swing e riconsegnare il jazz ai musicisti, abbandonando il sentiero del ballo per quello del puro ascolto. Da queste premesse nasceva il bebop, un nuovo stile musicale in cui i jazzisti sondavano territori diversi da quelli consueti, virando decisamente verso il blues e su estesi assoli ricchi di variazioni armoniche. I costanti cambi di accordi, eseguiti a velocità inaudite, portarono alla ribalta artis

Ry Cooder - Buena Vista Social Club (1997)

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di Silvano Bottaro Anche se sono passati dieci anni dall'ultimo disco a suo nome "Get Rhythm", Ry Cooder non ha mai smesso di perseguire i propri interessi di musicista. Colonne sonore a parte, ha smesso da molto di pensare ai dischi in modo tradizionale. E' stanco, disilluso e scontento: non gli interessa più il mondo occidentale, la società consumistica, lo show biz in cui, per anni, ha cercato invano di fare "cultura". Ry Cooder ama la musica, quella vera, incontaminata e pura e, oggi come oggi, non trova spazio in America: le case discografiche non sono interessate a dei prodotti alternativi di questo genere, non sono facili da vendere, non attraggono i giovincelli, non sono, radiofonicamente parlando, stimolanti. E lui sbattendosene altamente, ha continuato per la propria strada. Ha inciso con Ali Farka Toure il bellissimo "Talking Timbuktu", poi si è preso la sua bella pausa. Ha pensato e meditato a lungo, ed ha spostato i suoi in

Folk Show: Episode 107

Pinegrove - 11:11 (2022)

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 di Fabio Marco Ferragatta Se già il titolo, “11:11”, potrebbe tranquillamente riferirsi ad un’indicazione temporale, la cosa non si ferma lì, perché il quinto album dei Pinegrove racchiude in sé un muoversi all’interno del tempo che è una delle tante caratteristiche distintive che lo caratterizzano. Tanti sono i significati che Evan Stephens Hall attribuisce alla creazione nuova sua e dei suoi sodali Zack Levine, Sam Skinner, Megan Benavente e Joshua F. Marré, ma io non riesco a levarmi dalla testa questo senso di spazialità cronologica che scaturisce dalla gestione musicale e lirica dell’album. Se da una parte la sensazione di trovarci negli anni ’90, stretti tra Uncle Tupelo, American Football e Mineral è fortissima, dall’altra, seguendo le parole che il cantante/chitarrista inanella con bravura sconcertante siamo saldi in questi nuovi anni Venti, strangolati da un mondo che si avvia verso la distruzione (e la causa siamo noi) e un’interiorità devastata da ben prima che il Covid si

Steely Dan

Fra le più insolite formazioni a visitare le classiche del rock americano, gli Steely dan rappresentano lo "sfogo creativo" dei compositori Walter Becker e Donald Fagen. Attivo per tutti i '70, il gruppo si guadagna eccezionali consensi di pubblico e critica grazie a un particolare suono a metà tra il rock e il jazz, a testi insoliti, profondi e misteriosi e all'esasperato perfezionismo. Discografia e Wikipedia

Madrugada - Chimes At Midnight (2022)

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 di Valentina Natale Sembrava finita dopo la morte del chitarrista Robert Burås la storia dei Madrugada, quartetto norvegese che da metà anni novanta in poi aveva ottenuto una sorprendente notorietà grazie ad album di ottima fattura e grande intensità come “Industrial Silence”, “The Nightly Disease”, “Grit” e “The Deep End” che sapevano unire melodia e chitarre aggressive, con uno sguardo alla scena alternative americana e uno ai tramonti nordici. Una parabola tristemente interrotta dopo la pubblicazione dell’ultimo lavoro (“Madrugada” del 2008) che aveva il sapore di un giusto, malinconico saluto. Quattordici anni dopo, fatte le prove generali con il tour celebrativo dei vent’anni di “Industrial Silence” nel 2019, i Madrugada tornano con dodici brani registrati tra Los Angeles, Oslo e Berlino che hanno reso più forte l’affiatamento tra Sivert Høyem, Frode Jacobsen, Jon Lauvland Pettersen, i chitarristi Cato Thomassen, Christer Knutsen e il produttore Kevin Ratterman (My Morning Jacket

Nat King Cole: anticipare sui tempi il superamento del razzismo

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 di Luca Divelti Può un afroamericano cantare d’amore ed essere socialmente tollerabile per il pubblico bianco? Prima di Nat King Cole i musicisti di colore erano caldamente invitati a evitare nelle loro canzoni argomenti di carattere romantico, mentre erano ben più graditi se raccontavano nei loro blues di lavoro e fatica o si spendevano in qualche canzonetta dai ritornelli nonsense. Cole fu il primo a rendere accettabile per un bianco l’idea di non cambiare stazione radio di fronte alla sua voce e addirittura contemplare di acquistare un disco di canzoni d’amore cantate da un uomo di colore. Nat King Cole sembrava destinato a dover anticipare i tempi: ammaliato dalla musica fin da piccolo, non riuscì a resistere al richiamo del jazz e intraprese la carriera di pianista poco più che adolescente. I club lo avevano sempre attratto, tanto da farlo sgattaiolare più volte fuori di casa mentre i suoi genitori dormivano, trascinandolo dentro un vortice di note, voci, balli e sudore che erano

Sigur Rós - Valtari (2012)

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di Silvano Bottaro Ai Sigur Rós, band islandese formatasi nel 1994, va riconosciuto il merito di aver creato un "marchio" sonoro unico e inconfondibile. A quindici anni da Von, il loro album d'esordio, i Sigur Rós hanno mantenuto pressoché unico il modo di fare musica: timbro, lingua inventata e lunghi brani. Lentezza è il loro "mood" come anche la loro progressione artistica. Se questa costanza è sicuramente esempio di coerenza artistica può allo stesso tempo risultare abbastanza monotona. Da fan fin dai tempi di Agaetis Byrjun posso tranquillamente esprimerlo. Non sarà difficile quindi, riconoscere il sound dei Sigur neanche in questo sesto lavoro. Gli otto brani del disco, mediamente sui sei minuti e mezzo, ci portano nelle atmosfere bucoliche, ambient(ali) di cui sono maestri. Melodie soffuse e oniriche e crescendo orchestrali, sono il minimo comun denominatore dell'album. Buon lavoro dunque ma con l'impressione di un qualcosa di incom

Folk Show: Episode 106

Mitski Laurel - Hell (2022)

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di indie-rock ‘Be The Cowboy‘, il suo album del 2018, è stato per Mituski Laycock-Miyawaki in arte Mitski la definitiva consacrazione. Soprattutto grazie a Pitchfork, che non immeritatamente ma neanche prevedibilmente lo aveva eletto miglior LP di quell’anno, facendogli conseguentemente compiere una discreta scalata nelle classifiche di vendita, soprattutto in madrepatria. Sì, perché a dispetto delle generalità che rimandano al Sol Levante, Mitsuki è cresciuta a New York, dopo aver girato mezzo mondo a causa della professione del padre americano, impiegato al Dipartimento di Stato. Nonostante la sua prima lingua sia quella materna, il giapponese, la sua musica è stata sempre esclusivamente influenzata da folk, pop e rock alternativi radicati negli States. E così è anche ‘Laurel Hell‘, il disco che deve confermare quanto di buono fatto tre anni e mezzo fa, anche dal punto di vista commerciale. La scelta di Mitski e del produttore Patrick Hyland è quella di non abbandonare la strada del

Steeleye Span

All'uscita dai Fairport Convention nel 1969, Ashley Hutching, bassista e cantante, decide di fondare un proprio gruppo di folk revival. Dopo varie prove trova i coniugi Gary e Terry Woods, la cantante Maddy Prior e il chitarrista e violoinista Tim Hart. Insieme scelgono la sigla Steeleye Span, dal nome di un ferroviere protagonista di una ballata popolare. Discografia e Wikipedia

Dean Owens – Sinner’s Shrine (2022)

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 di Silvano Brambilla Eccoci ad un altro bell’esempio di come una forma d’arte come la musica non ha confini, dove l’essere umano non ha posto restrizioni che, vergognosamente, ha messo invece per i suoi simili, con muri, recinzioni, assillanti controlli, respingimenti (scusate per la digressione). La musica dunque, ha sempre viaggiato fra i popoli, in forma orale, segnata su un semplice foglio di carta, o su spartiti, arricchendo la cultura e generando nella storia seminali testimonianze sonore. Qui ci troviamo di fronte ad un musicista, Dean Owens, autore, cantante con chitarra acustica, nato e cresciuto in Scozia, una terra di selvagge zone montuose, valli, laghi, castelli, scogliere a picco sul freddo mare del nord e desolati paesaggi, che è rimasto sedotto da luoghi completamente all’opposto delle sue zone d’origine. Quei luoghi dalla calura persistente, sono l’Arizona e il New Mexico, dove dalle città di Tucson e Santa Fe, alle aride pianure desertiche, e alle lunghe strisce di a

Little Richard: la rocambolesca storia dell’architetto del rock’n’roll

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di Luca Divelti Non poteva crederci: quella pistola puntata che fissava terrorizzato, era rivolta contro di lui. Larry era sempre stato il suo “fratello”, quello con cui condividere lavoro e successi, sbornie e risate, sconfitte e confidenze. E droghe, soprattutto droghe. E proprio per la disperazione di non avere soldi per comprarsi la roba, Larry era arrivato a minacciarlo, urlandogli contro di dargli tutto ciò che aveva. Mentre sentiva il sudore freddo corrergli per la schiena e percepiva la pesantezza del dito sul grilletto, Richard si ricordò di avere in tasca un po’ di contanti: tremante, piagnucolante, con le tempie che battevano scatenate, li tirò fuori. Larry prese i soldi: abbassò quegli occhi scuri come biglie nere e l’arma, per poi correre via biascicando qualcosa, a caccia di un effimero sollievo al suo tormento. Richard sentiva la testa che gli scoppiava: si tastò freneticamente, cercando di una ferita che sapeva non esistere e dopo aver ringraziato il Signore come non fa

Eagles - Desperado (1973)

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di Silvano Bottaro A diciotto mesi dal loro omonimo disco d'esordio, le aquile pubblicano quello che li coronerà come uno dei gruppi più importanti della scena rock degli anni '70. Nonostante le vendite lasceranno a desiderare, Desperado risulterà tra i dischi più belli dell'anno. Il quasi perfetto connubio tra country e rock sarà il motivo principale che li farà conoscere definitivamente al mondo intero. Desperado è un concept album, le armonie, la produzione, i testi e la musicalità sono impeccabili, tali da rendere il disco avvincente e suggestivo, che si ascolta tutto d'un fiato. Doolin Dalton è il brano d'apertura, con l'armonica in primo piano suona come un epitaffio: soldi, donna, whiskey. Twenty One è un piacevolissimo bluegrass sorretto dal dobro che si fa seguire da un rock quasi hard, Out Of Control, con chitarre distorte e Chuck Berry come ispiratore. Tequila Sunrise è uno dei momenti più belli con la Fender con lo string bender in evidenz

Folk Show: Episode 105 (a Psych-Folk Special)

King Hannah - I’m Not Sorry, I Was Just Being Me (2022)

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  di Francesco Amoroso L’anno scorso ho fatto la conoscenza di Hannah Merrick e Craig Whittle in maniera piuttosto casuale, come accade quasi sempre: passeggiavo nelle vie meno trafficate della rete, soffermandomi qua e là, incuriosito da una copertina attraente, da un passaggi di chitarra piacevole, da una voce interessante e, all’improvviso, mi sono trovato al cospetto di Crème Brûlée. Ipnotizzato da 6 minuti e 28 secondi di chitarre alternativamente eteree e abrasive e da una voce graffiante e carezzevole (oggi abbondiamo di ossimori) non ho potuto fare a meno di innamorarmene istantaneamente e avere il desiderio di approfondire la conoscenza dei suoi artefici. Ho scoperto che Craig, nato e cresciuto a Liverpool, pare avesse visto Hanna, arrivata in città dal Galles per studiare, per la prima volta esibirsi a un concerto e, da allora, aveva sempre pensato che avrebbe voluto fare musica con lei. E come biasimarlo? E ha appreso che ci sono voluti altri due anni prima che si incontrass

Ringo Starr

Buon ultimo nella gerarchia, e nella popolarità, all'interno dei Beatles, Ringo Starr (1940), (vero nome Richard Starkey) ha sempre brillato di luce riflessa, assumendo negli anni un ruolo di comprimario, un po' goffo e non molto attraente in netto contrasto con le "splendenti" personalità dei più illustri colleghi. Discografia e Wikipedia

Storia della musica #8

Il Soul L’invenzione del soul viene comunemente attribuita a Ray Charles che , con “I got a Woman”, nel 1955, fonde il lamento del gospel con il trascinante impeto del rhythm & blues: la fusione viene accolta con un entusiasmo pari solo all’indignazione dei tanti che vedevano in questa commistione di sacro e profano, di diavolo ed acqua santa, un accostamento sacrilego, tanto che alcuni membri della band decidono di uscire dal gruppo per non prendere parte dell’atto blasfemo. Non è l’ultima delle invenzioni di Charles, che estenderà ben presto i confini della musica che lui stesso aveva contribuito a creare, introducendovi elementi jazz per poi riscoprire il country, musica con cui era cresciuto nel sud segregazionista degli Stati uniti. Alle sue spalle nel momento della svolta aveva un’etichetta come l’Atlantic, fondata a New York nel 1947, tra le prime, insieme a Modern, Specialty, Imperial ed Aristocrat (la futura Chess) a promuovere la musica nera in tutte le sue declinazioni,

Cate Le Bon – Pompeii (2022)

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di Paolo Bardelli  Facile dire art-rock, ma poi cos’è? L’ho sempre trovata una definizione un po’ troppo evanescente, come tutte le catalogazioni, vero, ma questa ancora di più. Ma la musica non è tutta arte? Quella bella, quantomeno. Questi pensieri ondivaghi si attanagliano precisamente all’ultima fatica di Cate Le Bon, la sesta per la precisione, perché in molti l’hanno liquidata in questo modo, art-rock o art-pop o giù di lì, e per certi versi c’è del vero. Gli echi del primo David Sylvian e dell’esordio dei Chairlift, per citare due esperienze di decenni diversi ma che si rifanno a un medesimo linguaggio sonoro, impregnano certamente “Pompeii”, ma c’è dell’altro. La polistrumentista e producer gallese ha creato un universo in cui è la dignità a farla da padrone, un manifestarsi a metà strada tra l’altezzoso e il giustamente conscio delle proprie capacità in una figura che si gioca tutte le sue carte di perfezione estetica, ma che ha un elemento che la riporta gustosamente sulla te

Say It Loud: come James Brown ridefinì l’orgoglio di essere neri

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di Luca Divelti Non era un momento facile nell’America del 1968: gli orrori e le troppe difficoltà incontrate dall’esercito statunitense nella guerra del Vietnam, che doveva essere lampo e che invece sembrava non finire mai, avevano scosso gran parte dell’opinione pubblica. Ma le proteste vibranti dei giovani, fonte d’imbarazzo per gli Stati Uniti in tutto il pianeta, non erano l’unica preoccupazione per l’Amministrazione Johnson: anche il movimento per i diritti civili, nonostante i suoi metodi pacifici, era considerato una spina nel fianco volta a lacerare il tessuto sociale americano. Martin Luther King non si fece pregare per esporre pubblicamente tutte le contraddizioni di un paese che appariva smarrito e che proprio nel conflitto in Vietnam si era ritrovato nudo: se, come veniva costantemente ripetuto, gli Stati Uniti erano talmente nobili da lottare in quel lontano paese del sud est asiatico per guidare alla riscossa e alla libertà il popolo vietnamita, per quale motivo allora a

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