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Visualizzazione dei post con l'etichetta 1988

Leonard Cohen - I'm Your Man (1988)

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di Silvano Bottaro " Sono nato così, non ho mai avuto scelta, sono nato con il dolore di una voce d'oro ", canta Leonard Cohen nell'ultimo brano del disco, Tower Of Song, cronaca poetica e ironica del tormentato percorso che da Various Positions del 1984, il suo primo album "elettronico", l'ha portato a I'm Your Man. Nel mezzo, c'è stato Famous Blue Raincoat, in cui l'ex corista Jennifer Warnes ha interpretato le sue canzoni più celebri: un successo che ha rimesso Cohen sulla mappa della casa discografica di sempre, la Columbia. I'm Your Man gode dunque di rinnovate attenzioni, non è più il solito disco del solito Cohen. E I'm Your Man non delude, fin dalle prime battute. L'inizio è bizzarro, forse provocatorio: batterie elettroniche e tastiere introducono a versi enigmatici che sanno di guerra: " Mi hanno condannato a vent'anni di noia, per aver tentato di cambiare il sistema dal suo interno. Sto tornando per ri...

The Traveling Wilburys - Omonimo (1988)

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di Silvano Bottaro Questo improvvisato quintetto nato quasi per gioco, altri non sono che Bob Dylan, Jeff Lynne, Tom Petty, Roy Orbison e George Harrison. Un disco nato per scherzo, un nome creato ad arte, ed i protagonisti che non vogliono apparire nella loro reale identità: infatti, si fanno chiamare Lucky, Nelson, Otis, Lefty e Charlie T. Junior. Disco divertente e poco prevedibile, mette a confronto il lavoro di grandi talenti che, una volta tanto, caso abbastanza raro, funziona molto bene. L'album è bello e molto godibile, con arrangiamenti ad hoc e grandi voci, tra le più belle del panorama "rock classico". Forse il suono della band richiamerà alla memoria stagioni passate da molte lune. Gli anni '50 si mischiano ai rivoluzionari sixties: voci esili e coretti doo-woop insieme ad atmosfere liverpooliane. Rock, calipso, fifties, beat ed altre meraviglie è quello che questo disco propone insieme ad un moderato uso di chitarre elettriche. Vediamo le canzo...

Pere Ubu - The Tenement Year (1988)

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di Silvano Bottaro A dieci anni da The Modern Dance il loro primo album che pare suonato da una combriccola di marziani burloni e un po' storditi, una delle pietre miliari del suono avanguardistico e contemporaneo esce questo The Tenement Years - e toglietevi dalla testa immediatamente che il disco abbia delle ambizioni commerciali - fa tesoro delle esperienze passate, riprendendo suoni e sensazioni degli esordi, compiendo però uno sforzo ammirevole in direzione di una maggiore comprensibilità (che non vuol dire banalità) pur conservando un linguaggio musicale di estrema rottura. Fa un certo effetto risentire la voce strozzata di un David Thomas che canta, al solito, come se stesse camminando sui chiodi o Allen Ravenstine sbuffare con rinnovata violenza nel suo intasatissimo sax: tutto a prima vista pare immutato rispetto al passato, per entrambi dieci anni sembrano trascorsi come una ibernazione. Il disco nel complesso risulterà traumatico per chi non si è mai avventurato in...

U2 - Rattle And Hum (1988)

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 In the locust wind comes a rattle and hum. Nel vento della locusta arriva un rantolo ed un bisbiglio. Questo è un verso di Bullet The Blue Sky, una delle canzoni che compongono The Joshua Tree, scritta da Bono dopo un drammatico e personale viaggio in Nicaragua e Salvador, dove constatò la drammatica situazione di nazioni messe in ginocchio dall'embargo economico imposto dagli USA e dalla guerra civile dei "Contras", i gruppi armati controrivoluzionari ai sandinisti, finanziata sempre dagli Stati Uniti. Durante il tour di quel disco leggendario veniva preceduta dalla chitarra imperitura di Jimi Hendrix che nell'alba dell'ultimo giorno di Woodstock fece dello Star Spangled Banner, l'inno americano, qualcosa di altro. Fu durante quel tour che si presentò Phil Janou, un cineasta americano, che voleva riprende il tour degli U2. Alla fine più che un documentario sul tour, divenne una propaggine di quel viaggio negli Stati Uniti D'America che fu il disco, stavo...

Waterboys – Fisherman’s Blues (1988)

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di Silvano Bottaro Con “This is the sea” del 1985, lo scozzese Mike Scott, realizzò il sogno della sua vita. Per questo disse: “Dopo un disco così, non posso che andare da un’altra parte”. Lo fece in tutti i sensi, anche geograficamente; lasciò Londra per l’Irlanda e passo anni a tessere una nuova tela di suoni, inserendo fili di quella gloriosa tradizione nel suo mondo già ricco di Dylan, Van Morrison e Patti Smith, di country, gospel e cajun. Fisherman’s Blues è il loro quarto album, chiamato anche “disco verde”, è stato registrato nella contea di Galway, e si sente. La svolta è decisamente “Irish”, il violino virtuoso di Steve Wickham recita il ruolo del protagonista e il mandolino di Anthony Thistlewaite non è da meno. Ed è ancora musica fresca, un viaggio folk rock, un dolce blues celtico, un ritorno ai valori della tradizione in opposizione al futurismo del rock ’80. Le ballate tradizionali e i suoni ricercati fanno di questo disco un meraviglioso tributo all’Isola Verde...

Van Morrison & The Chieftains - Irish Heartbeat (1988)

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di Silvano Bottaro Se la matematica non è un’opinione e quindi uno più uno è uguale a due, così non è in musica. Infatti la somma musicale di due “colonne” come Morrison e i Chieftains dà senz’altro due, ma al quadrato. Quando si ha in mano un disco come questo si ha in mano una pietra miliare della musica. E non sono queste, parole buttate a caso, tanto per acclamare un disco che mi piace, che mi ha dato e continua a darmi emozioni sempre profonde, ma è la realtà che si percepisce dopo averlo ascoltato, intensamente ascoltato. Van, oltre ad essere uno dei più grandi autori dell’era rock, è anche uno dei pochi autori che ha cercato di esplorare nuove aree musicali e testuali. L’album in questione è comunque qualcosa di diverso rispetto alle precedenti incisioni di Morrison: l’uomo ha già avvicinato la musica celtica, ha già suonato con gruppi irlandesi (vedi Moving Hearts), ma è la prima volta in assoluto, che divide la leadership di un suo lavoro con qualcun altro. Il di...

Emily Remler - East To Wes (1988)

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Il filo che lega le storie di musica di Febbraio me lo ha dato la radio: qualche giorno fa in un programma mattutino di Virgin Radio, alla domanda della presentatrice "cosa vorresti fare per diventare famoso?" una ascoltatrice ha risposto "vorrei diventare una virtuosa della chitarra, perchè non ve ne sono di famose". La presentatrice ha ribattuto che non era affatto vero, ma l'unico nome che le venne in mente al momento è quello di Sister Rosetta Tharpe, cantante e chitarrista statunitense, pioniera della musica gospel e conosciuta anche con il nomignolo di Madrina del Rock'n'Roll: sulle qualità storiche e tecniche di Rosetta Tharpe niente da dire, ma non è tra i primi nomi che vengono in mente pensando alla chitarra rock in generale. Il mio spirito da piccolo filologo musicale tende a dire che l'ascoltatrice avesse ragione, cioè che vi sono pochissime chitarriste famose, che allo stesso tempo non vuol dire che non vi siano state straordinarie chita...

Sonic Youth - Daydream Nation (1988)

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Il mese delle scelte con doppia voce cantante maschile e femminile termina con un disco epocale. E poche volte l'aggettivo calza a pennello come questa volta, in un disco, doppio, che accumula tutte le idee di una generazione del rock alternativo americano, per un lavoro discografico seminale da cui fioriranno artisti e idee prorompenti degli anni a venire. La storia degli artefici di questo disco inizia qualche anno prima, nel 1981, a New York. Al Noise Festival organizzato dalla galleria d'arte White Columns, quando Thurston Moore sta suonando con la sua fidanzata, Kim Gordon, e vengono notati dal comnpositore e musicista d'avanguardia Glenn Branca. Tra loro nasce subito un'intesa, e uno dei collaboratori di Branca, un chitarrista dalle idee molto originali, Lee Ranaldo, si unisce al gruppo, che una volta trovato un batterista, Richard Edson (ma ne cambieranno decine nel corso degli anni) formano un gruppo a cui danno un nome composto dal nome di Fred "Sonic...

The Waterboys - Fisherman's Blues (1988)

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And I am the Water Boy\The real game’s not over here. Nel 1973 Lou Reed pubblica Berlin, album seminale, oscuro, profondissimo e nella canzone The Kids compare il verso che ho appena scritto. Sarà lo spirito scozzese, così abituato alla poetica e selvaggia bellezza di quella terra, ma come per la vicenda dei Deacon Blue quel verso diviene una scheggia di passione che colpisce lo spirito di un giovane ragazzo di Edimburgo, che si appassiona alla musica. La capitale scozzese è tutt’altra città rispetto a Glasgow e ha dei particolari piuttosto noti a noi, dato che è attraversata da un fiume (anzi sorge all'insenatura (firth) creata dall'estuario del fiume Forth) e si sviluppa su sette colli (Arthur’s Seat, Calton Hill, Castle Rock, Corstorphine Hill, BVarids Hill, Blackford Hill, Craiglockhart Hill). Mike Scott è un poeta e cantante di Edimburgo, che per un po’ di tempo vive a Ayr, sulla costa occidentale della Scozia. Nel 1977 fonda una fanzine, una rivista autoprodotta dedicata ...

Tracy Chapman - Omonimo (1988)

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di Silvano Bottaro Nera, ventitreenne, americana di Boston, una laurea in antropologia e una facilità compositiva che è di pochi, Tracy Chapman si inserisce nel panorama musicale con un album d'esordio dal forte impatto testuale-sonoro. Fra i cantautori di colore in aria folk solo Richie Havens e la Armatrading battono il suo terreno ma, il primo è un uomo da cover poco in confidenza con le classifiche e la seconda ha appesantito le sue belle canzoni. La Chapman, 'spostandosi' dal 'vecchio' folk cantautorale, apre un nuovo 'filone' sonoro, estremamente personale e immediato, di forte presa emozionale con dei connotati politico-sociali, incidendo un disco di impegno e di protesta, con un suono solare e spontaneo che fa di lei una vera rivelazione musicale. Nel disco, pluridecorato e prodotto con garbo (D.Kershenbaum), undici meravigliose ballate che parlano di violenza sulle donne, razzismo e amore con la determinazione di un Dylan giovane e la g...

Los Lobos - La pistola y el corazon (1988)

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di Silvano Bottaro Raggiunto l'apice del successo commerciale grazie al film e alla canzone "La Bamba" sommato ad un stile musicale personalissimo, il gruppo senza sfruttare l'onda commerciale che li ha resi famosi in tutto il mondo, si lancia coraggiosamente in un'impresa senza precedenti. Un disco totalmente acustico, con sette brani tradizionali e due originali composti da loro. Un album suonato per il puro piacere di esprimersi con la musica che rispecchia decisamente le loro origini, la loro provenienza etnica. I Los Lobos erano dei musicisti "chicani" che si guadagnavano da vivere suonando musica tradizionale messicana nelle sagre paesane. E' giusto ricordare che la cultura e la musica messicana è composta da vari "filoni", tra questi i due più importanti sono: le canzoni chiamate "il corrido", che riportano avvenimenti di cronaca, fatti leggendari, tragedie ed eventi salienti e i canti "mariachis" che gene...

Mary Margaret O'Hara - Miss America (1988)

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di Silvano Bottaro La canadese Mary Margaret O’Hara è stata una meteora, è apparsa, ha illuminato il pianeta musica, ed è sparita. Questo purtroppo è l’unico disco da lei inciso. Una delle più grandi cantautrici di tutti i tempi, non ha conosciuto il “bene commerciale”. La sua musica di difficile collocazione contiene un cocktail di folk, jazz, blues e country, tutta condita da un’estrema personalità. Su tutto risalta la sua interiorità, meditata e pura, non costruita ne artefatta. Altra qualità che la distingue è l’uso della voce, che lei usa in maniera estremamente articolata, creando armonie uniche, sensibili, intelligenti e profonde. Le undici canzoni che compongono il disco, non essendo estremamente facili, hanno bisogno di essere ascoltate lentamente, ed è proprio per questo che ascolto dopo ascolto ti rimangono inchiodate nella mente. Ricordo che all'epoca il termine che fu coniato a semplificare il disco è stato: elementare ma difficile. La prima par...

Cowboy Junkies - The Trinity Session (1988)

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di Silvano Bottaro Questo secondo disco dei tre fratelli canadesi Timmins ; Margo alla voce, Peter alla batteria, John alla chitarra, più A. Anton al basso e J. Bird al mandolino e armonica, resta senza dubbio il disco più bello e suggestivo che abbiano inciso. The trinity session è inciso dal vivo, in presa diretta, in una chiesa di Toronto ( Holy Trinity ) nel novembre del ’87. La principale peculiarità che il disco riesce a trasmettere è l’atmosfera tenue e rarefatta. Il suono prodotto è esclusivamente acustico, gli strumenti; chitarre, steel guitar , armonica, violino e fisarmonica, la voce quasi flebile di Margo (è una donna) fanno di quest’album un’opera splendida, da avere nella nostra raccolta musicale. Il primo brano “ Minin for gold ” crea subito una atmosfera magica, che già ci fa capire con che “genere” musicale abbiamo a che fare. Il secondo “ Misguided angel ” leggermente più country , ma molto personale, con armonica in evidenza, comincia già ...

Cowboy Junkies - The Trinity Session (1988)

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La serie di storie di musica che si inaugura oggi, giorno di Pasqua (Auguri!) seguiranno un percorso particolare: ho scelto delle storie di dischi caratterizzate dal modo unico, economico e a volte totalmente improvvisato con cui vennero registrati. Il primo ci porta al 27 Novembre del 1987, dove in una chiesta di Toronto, la Santa Trinità, un gruppo sta iniziando a suonare, usando solo un microfono. Questo gruppo ha le sue origini una decina di anni prima, quando Michael Timmins e Alan Anton formano un duo, gli Hunger Project, e partono per la Gran Bretagna, dove si uniscono ad un gruppo rock sperimentale, i Germinal. Tornati in Canada, Timmins chiama ad unirsi alle sue imprese musicali la sorella Margot e il fratello minore Peter, e formano un gruppo, a cui danno il nome strano di Cowboy Junkies. Inizia qui, siamo a metà anni ‘80, la parabola di uno dei gruppi alternativi più talentuosi della sua generazione, sia per le scelte stilistiche che per canzoni da interpretare. Il primo dis...

The Waterboys - Fisherman's Blues (1988)

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Nonostante l'accorata invocazione della title track ("Vorrei essere un pescatore che ruzzola sui mari/ lontano dalla terra arida e dai suoi amari ricordi"), Fisherman's Blues è il disco che riporta i ragazzi d'acqua sulla terraferma. Non tanto nella natia Scozia, ma piuttosto al riparo degli accoglienti porti irlandesi (metà del disco è registrata a Dublino, il resto tra Spiddal e Galway). Un viaggio alla ricerca delle radici, siano autoctone (l'immancabile Yeats, la coraggiosa e riuscita rilettura del Van Morrison "astrale" di Sweet Thing), oppure aliene (gli omaggi a Hank Williams e Woody Guthrie). Il punto di arrivo della ricerca, da parte di Mike Scott, di un approdo concreto, che odori di terra e tramandi l'eco di vecchie storie ancora buone da raccontare, sotto cieli bassi che sembrano infiniti (come un mare capovolto, in fondo). Al di là delle elucubrazioni su quale incarnazione della band sia stata più importante (se questa, leggiadra ...

Sonic Youth - Daydream Nation (1988)

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I Sonic Youth sanno di essere giunti a un punto fondamentale della loro storia. Con la lucidità che li contraddistingue, capiscono che è il momento di passare a una quasi-major (l'Enigma Records è al 50 per cento della Emi) e che la band è matura per un'impresa mai tentata prima: un album doppio che rimanga piantato come un monumento a testimoniare la grandezza e le infinite possibilità del rock'n'roll rumorista sviluppatosi sulle ceneri del punk americano anni Ottanta, quello che i Sonic Youth hanno annunciato e parzialmente inventato. Non solo. Con un'altra sublime pretesa che ha le radici nella storia del rock'n'roll, i Sonic Youth vogliono provare a dire la loro sull'America che vedono intorno, sullo Stato dell'Unione, come tradizionalmente spetta al Presidente. Nascono quattordici tracce che è facile considerare una sorta di lunghissima e complessa suite, prendendo in prestito da una di esse (Sprawl, per gli urbanisti «la crescita rapida e ap...

Leonard Cohen - I'm Your Man (1988)

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Sono nato cosi, non ho mai avuto scelta, sono nato con il dono di una voce d'oro», canta Leonard Cohen nell'ultimo brano del disco, Tower OfSong, cronaca poetica e ironica del tormentato percorso che da Various Positions del 1984, il suo primo album «elettronico», l'ha portato a I'm Your Man. Nel mezzo, c'è stato Famous Blue Raincoat, in cui l'ex corista Jennifer Warnes ha interpretato le sue canzoni piü celebri: un successo che ha rimesso Cohen sulla mappa della casa discografica di sempre, la Columbia. I'm Your Man gode dunque di rinnovate attenzioni, non è pif il solito disco del solito Cohen. E I'm YourMan non delude, fin dalle prime battute. L'inizio è bizzarro, forse provocatorio: batterie elettroniche e tastiere introducono a versi enigmatici che sanno di guerra: «Mi hanno condannato a vent'anni di noia, per aver tentato di cambiare il sistema dal suo interno. Sto tornando per ricompensarli, prima prendiamo Manhattan, poi prendiamo Ber...

Public Enemy - It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back (1988)

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Sotto sotto, si sente pulsare il groove del funk, il tappeto ritmico e armonico sul quale poggia una voce calda, ricca di sfumature, carismatica. Questa volta, però, il tappeto lo distendono i dj, e pif ancora, nel caso dei Public Enemy, i produttori (The Bomb Squad) che in studio ricombinano suoni esistenti, ritmiche altrui, pezzi di musica e frammenti di mondo sui quali la voce baritonale di Chuck D declama testi di incredibile efficacia, perfetti per essere ricordati e citati a lungo. Quando arrivano i Public Enemy si capisce che qualcosa è cambiato, nel mondo dell'hip hop e non solo. Un po' per quello che i PE dicono e rappresentano: idee, finalmente, magari anche discutibili, comunque non pili autocelebrative esaltazioni di se stessi e del proprio rap. Ma anche per come lo dicono, con un impatto sonoro potente e complesso, che l'uso frequente di suoni stridenti e ricorrenti sirene rende ancora pili inquietante. Quando arrivano i Public Enemy, il gioco della citazion...

John Hiatt - Slow Turning (1988)

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Uscito definitivamente da un lungo, odioso anonimato tipico dei songwriter conosciuti soltanto fra gli addetti ai lavori, John Hiatt prosegue lo stato di grazia che lo ha consacrato nel precedente Bring the Family, spostando soltanto un pizzico più a sud la bussola delle sue ballate. Slow Turning regala il successo minore della title track, uno dei singoli più fortunati in carriera, ma non ripete l'exploit di pubblico e stampa ottenuti grazie alle collaborazioni con Ry Cooder e Nick Lowe. Nonostante il tono dimesso, nella sostanza però si tratta del secondo capolavoro di fila: assunti a tempo pieno gli assai meno strombazzati Goners, spalla a spalla con la slide guitar spumeggiante e inconfondibile di Sonny Landreth, Hiatt imbastisce un disco di caldi umori sudisti, dove ballate innaffiate di docile country e rock'n'roll impastati dal soul di Memphis si esaltano a contatto con la produzione asciutta e live di un maestro come Glyn Johns. Gli highlight non mancano neppure ...

E T I C H E T T E

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