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Visualizzazione dei post con l'etichetta 1968

The Band - Music From The Big Pink (1968)

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 L'ultimo della panoramica ottobrina di dischi legati ad un luogo stavolta è un elegia ad un posto creativo, precisamente ad una casa. Perchè è in una casa famosa della storia del rock che sono nate cose davvero notevoli. Tutto inizia quando a metà degli anni '60, dopo la svolta elettrica, Bob Dylan ha in programma un tour mondiale, siamo nel 1966. Tramite John Hammond Jr, bluesman che suonerà nei suoi dischi di svolta, contatta una band metà canadese e metà statunitense che si era fatta le ossa come backing band di Ronnie Hawkins, chiamandosi The Hawks, e poi suonando con lo stesso Hammond. Ne fanno parte Robbie Robertson, Garth Hudson, Richard Manuel e Levon Helm. Con Dylan è subito sintonia: Robertson suona in Blonde On Blonde, poi partono come gruppo di Dylan per il leggendario tour del 1966 che toccherà tutti gli Stati Uniti, Il Canada, l'Europa e l'Australia. Nel luglio di quell'anno Dylan ha il misterioso e "fondamentale" incidente motociclistico:  ...

The Jimi Hendrix Experience - Eletric Ladyland (1968)

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di Silvano Bottaro James Hendrix è tornato da Londra, dove gli hanno cambiato il nome in Jimi e hanno fatto di lui una star. Ha suonato a Monterey, dove finalmente anche gli americani si sono dovuti accorgere di lui. Ha girato gli States con il trio, la Jimi Hendrix Experience, in un tour di nove mesi senza interruzioni. Quando entra in studio, a fine 1967, ha molte idee e pochi pezzi già scritti, per un album, il terzo della sua vita, che sarà anche il primo interamente, veramente suo. Un produttore ci sarebbe, Chas Chandler, responsabile del suo successo britannico, ma la lentezza con cui procedono le registrazioni e le decine di «amici» di Jimi che stazionano in sala gli danno sui nervi. Se ne va sbattendo la porta, e Electlic Ladyland risulterà «prodotto e diretto da Jimi Hendrix». Le cose vanno come vuole lui, in effetti: a rilento, con improvvisazioni continue e sperimentazioni anche bizzarre, anche naif: chitarra, basso e batteria qua e là vengono accelerati, o rallentati; c...

Big Brother & The Holding Company - Cheap Thrills (1968)

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di Silvano Bottaro La ragazza texana che i compagni di scuola chiamavano «Mostro», o «Maiale», se ne è andata a San Francisco, dove ha anche inciso un disco per voce (la sua), chitarra (è Jorma Kaukonen, quello dei Jefferson Airplane) e macchina per scrivere. Ha esagerato con le droghe, e forse piú ancora con il bourbon, e gli amici le hanno pagato un biglietto d'autobus per rientrare in Texas, a Port Arthur, là dove la chiamavano Mostro. Quando nel 1966 torna in California, si è ripulita e canta ancora meglio di prima. I suoi modelli — di vita; piú che di canto — sono sempre le grandi di un temPO, Odetta e Big Mama Thornton, donne volitive che interpretavano il blues con una sensualità e con un'energia che gli uomini potevano solo sognare. I Big Brother & The Holding Company, in ascesa sulla scena psichedelica di San Francisco, la notano subito e le affidano il ruolo di cantante e leader sul palcoscenico. Incidono un album di scarso successo e poi finiscono sul palco a M...

The Band - Music From Big Pink (1968)

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di Silvano Bottaro L'incidente motociclistico del 1967, sempre ammesso che sia realmente accaduto, chiude Bob Dylan in quel di Woodstock. Esce poco, e solo per andare appena piú in là, nella casa dipinta di rosa in cui abitano e lavorano i musicisti che l'hanno accompagnato nel tour australiano ed europeo che ha seguito l'uscita di Blonde On Blonde. Sono The Hawks, dal nome del cantante rockabilly canadese a cui facevano da spalla, Ronnie Hawkins. Sono quasi tutti canadesi, piuttosto giovani: il tour con Dylan è la loro grande occasione, ma anche un impegno non agevole. La parte del concerto in cui appaiono loro è quella elettrica, quella che i fan della prima ora non riescono ad accettare. Vengono spesso fischiati: Levon Helm, il batterista, l'unico americano del gruppo, a un certo punto se ne va. Ama il folk anche lui, e non riesce a sopportare la tensione. Gli altri, a Woodstock, nella casa rosa, si danno alle sessioni con Dylan: sono cover, pezzi nuovi, scritti lí...

Johnny Cash - At Folsom Prison (1968)

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di Silvano Bottaro Nell'eterna lotta tra la vita e la sua rappresentazione, vince sempre quest'ultima. Nessuno lo sa meglio di Johnny Cash, che all'alba del 1968, un anno che a tutti appare carico di promesse e minacce, riesce finalmente a realizzare un progetto a lungo osteggiato dai suoi stessi discografici: registrare un album dal vivo nella prigione californiana di Folsom, quella in cui, un decennio prima, ha ambientato Folsom Prison Blues, la storia di un carcerato che sente il richiamo della libertà nel fischio di un treno e ripensa al proprio passato, agli errori commessi, a quello che è stato e a quello che sarebbe potuto essere. Il racconto è in prima persona, per quanto Cash, che di errori ne ha certamente commessi, non possa dire di essere mai stato davvero un carcerato. In quella canzone c'è però un verso — in prima persona appunto — che entrerà nella coscienza collettiva degli americani quasi come un proverbio: «Ho ammazzato un uomo a Reno solo per vederl...

Van Morrison - Astral Weeks (1968)

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di Silvano Bottaro Quarant’anni fa usciva “Astral Weeks”, disco che Wikipedia definisce così: -  “Astral Weeks è uno degli album più enigmatici della storia. Le canzoni sono pacate, la voce estremamente estatica, le melodie languide e jazzate. Ad un primo ascolto non sembrano esserci grandi capolavori, ma ascoltando meglio si è irresistibilmente attratti”. -  “Astral Weeks è il secondo album dell'artista irlandese Van Morrison; uscì nell'anno 1968 ed è considerato uno dei migliori album rock di sempre.” -  Dopo la pubblicazione di “Blowin Your Mind” del 1967, Morrison effettua una breve tournèe con dei musicisti sconosciuti. Al ritorno si presenta con delle sue composizioni alla chitarra: l’artista è irriconoscibile – la crisalide è diventata farfalla, il rock è posto in disparte per assaporare nuovi sofisticati suoni, meno immediati ma emotivamente più intensi. Nei concerti di “prova” la formazione non infiamma le platee, ma incanta molti musicisti, fra i quali ...

Jimi Hendrix - Electric Ladyland (1968)

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di Silvano Bottaro Il 1968 è un anno cruciale per Jimi Hendrix. Il mancino di Seattle sembra poter raccogliere, in termini di gloria e quattrini, i frutti d'una attività estenuante che lo ha condotto finalmente - meglio tardi che mai - nell'impero del divismo rock. L'anno precedente ha mandato in orbita il pubblico di Monterey con un set destinato alla leggenda: l'uso di distorsori, pedali wah wah e feedback esaltano l'anima sfuggente e psichedelica del suo "sentimento blues"; il simbolismo visivo, culminante con lo stupro e l'incendio della Fender, sublima la potenza della messinscena.  I due primi capitoli discografici, "Are You Experienced?" e il successivo "Axis: Bold As Love", pur accolti con favore, risentono giocoforza dei vorticosi ritmi di lavoro cui l'Experience è sottoposta e, pur contenendo alcune canzoni-manifesto dell'arte hendrixiana, non trovano il passo sciolto della coesione. Adesso Jimi sente il ...

Family - Music In A Doll's House (1968)

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L'edificio della copertina del disco di oggi è una casa. Ma di quelle delle bambole. È anche, come per una vera casa, un susseguirsi di ambienti legati, di storie. Il disco di oggi è, unanimemente, uno dei più particolari e preziosi dischi degli anni '60 e, aggiungo io, uno dei miei preferiti in assoluto. Tutto inizia a Leicester, inizio anni '60. Roger Chapman, che già ha qualche esperienza in piccoli gruppi, forma i Farinas, con suoi amici del Leicester Art College: Charlie Whitney, che suona la chitarra, Jim King che suona il sassofono, Harry Overnall e Tim Kirchin, quest'ultimo poi sostituito da Ric Grech. Registrano un primo singolo, per la Fontana, dal titolo You'd Better Stp / I Like It Like That del 1964, che ha un piccolissimo successo. Cambiano nome in Roaring Sixties e pubblicano un nuovo singolo, We Love The Pirates, nel 1966. A questo punto cambiano nome in Family, per l'abitudine di fare tutto insieme, e quando Rob Townsend sostituisce Overnall van...

The Rolling Stones - Beggars Banquet (1968)

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Ciò che unirà i dischi di Luglio sarà una caratteristica simpatica: hanno avuto tutti le copertine censurate, tanto che ne pubblicherò spesso due, quella che sostituì l’idea originale e l’originale, che in molti casi verrà rispolverata e pubblicata in occasione di rimasterizzazioni, anniversari o cambi di formati. Il disco che inizia la piccola antologia di copertina controversie ne aveva una geniale, ma uscì con quella che vedete in alto: un bigliettino di invito, con tanto di Répondez s’il vous plaît in basso a sinistra. Un invito che la più irriverente rock band del mondo, proiettata già nel 1969 a detenere un ruolo fondamentale nella storia del rock, dava a tutti i suoi fans. Si giocò sull’idea del banquet del titolo per quest’idea, anche delicata, ma nulla aveva a che fare con la prima copertina, per me leggendaria e tra le più belle di tutti i tempi: Secondo la leggenda, la foto originale fu scattata nel bagno di un concessionario di auto tedesche della California, a cui furono a...

Love - Forever Changes (1968)

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Uno dei versi più belli di quel capolavoro U2 che è One dice che “l’amore è un tempio, la legge più alta”. 25 anni prima un gruppo californiano, per troppo tempo sottovalutato, scelse il nome Love, producendo alcune delle pagine più particolari della musica di quel decennio. Nascono per l’impulso e la fantasia del primo grande chitarrista rock nero di Los Angeles, prima di Jimi Hendrix: Arthur Lee. Funambolico, originario di Memphis, sgargiante nei suoi vestiti emblema del Flower Power, a metà anni ‘60 ha già un bel bagaglio di esperienze: fonda e suona in diversi gruppi e soprattutto produce il primo 45 giri dove compare la futura leggenda Hendrix, My Diary di Rosa Lee Brooks, nel 1962. Fonda i Love a metà anni 60, uno dei primi gruppi interraziali dato che lui e John Echols, chitarra solista, sono neri, a cui si aggiungono Byan Maclean, cantante, Ken Forssi al basso, Snoopy Pfisterer alla batteri...

Blue Cheer - Vincebus Eruptum (1968)

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A San Francisco verso la seconda metà degli anni ‘60 successero delle cose che furono centrali nell’evoluzione della mitologia del rock. Tra i più famosi avvenimenti, ricordo che due DJ di San Francisco, Larry Miller e Tom Donahue, rispettivamente di due radio underground di Old Frisco (il nomignolo di San Francisco), la KMPX e la KSAN, iniziano a trasmettere i nuovi brani acid rock senza porsi problemi di formato, programmando i brani non dai singoli ma dagli album, addirittura trasmettendo registrazioni che non apparivano nemmeno sui dischi. In pratica il DJ diviene protagonista attivo della promozione musicale, e non mero “riproduttore” di dinamiche promotrici delle case editrici, ridefinendo, almeno per un certo periodo, integralmente la struttura dell'industria discografica americana, stimolando la nascita di emittenti radiofoniche dello stesso tipo in tutto il paese; analogo successo ebbero i primi show che oggi definiremmo multimediali, i più famosi erano i "light show...

Spirit - Spirit (1968)

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La storia musicale di oggi ha in comune con quella dei Love il luogo, la California di metà anni ‘60, un nuovo gruppo rock molto interessante (e molto meno famoso di quello che meriterebbe) e lo stesso, gigantesco, chitarrista rock di Seattle. Tutto inizia in un club di Hollywood, l’Ash Grove, gestito da Ed Pearl. Pearl aveva un nipote innamorato della chitarra, Randolph Craig Wolfe, che vide da adolescente su quel palco passare grandi nomi del folk, del blues e del jazz. Un giorno al locale dovevano suonare i Rising Sons, nel quale militavano fra gli altri Taj Mahal, Ry Cooder e il batterista Ed Cassidy, un batterista che aveva suonato con alcuni giganti del jazz (Art Pepper, Cannonball Adderley, Roland Kirk, Lee Konitz, Gerry Mulligan). Cassidy, di trenta anni più grandi di Randy Wolfe, è impressionato dal talento di questo 15enne, e decide di mettere su un suo gruppo, i Red Roosters: ci sono oltre a loro ...

Van Morrison - Astral Weeks (1968)

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di Silvano Bottaro Sin dall'epoca dei Them Van passava ore ed ore, da solo o in compagnia, a cantare, comporre ed improvvisare con la chitarra. Improvvisava non solo le melodie, ma anche le parole sul momento. In questo modo cercava di tirar fuori dall'inconscio la materia prima delle sue composizioni. Le stesse avevano una struttura libera, senza la divisione fra strofa e ritornello. Da questa esperienza venne fuori il suo nuovo stile di cantare, che non spero di riuscire a descrivere. E' necessario ascoltarlo. Le canzoni si dilatano, e a volte si fermano su una frase o una sola parola ripetuta una decina di volte. Nell'economia dello stream-of-consciousness questa ripetizione corrisponde alla mente che si perde dietro i suoi pensieri. Per molti ascoltatori la cosa assumerà un'altra dimensione: quelle sono parole magiche che, se ripetute, hanno il potere di guarire i dolori dell'anima. Le parole delle canzoni di Van assumono il loro pieno significato solo ...

The Turtles - The Turtles Present The Battle Of The Bands (1968)

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Il disco concept di oggi è uno dei dischi più originali degli anni ‘60, ad opera di una band che ha centrato il successo, clamoroso, in un paio di occasioni, con almeno un paio di canzoni immortali. Tutto inizia a Westchester, in California, nel 1963, dove tre ragazzi amanti del surf, Howard Kaylan, voce, Chuck Portz al basso e Al Nichol alla chitarra formano un gruppo, i Nightriders. In poco tempo mettono in formazione un altro cantante, Mark Volman, un altro chitarrista, Jim Tucker e la batteria di Donald Ray Murray. Diventano i Crossfires e l’unico “successo” è una cantilena nonsense, One Potato Two Potato, che arriva nelle prime 50 canzoni della classifica delle vendite. Erano quasi sul punto di sciogliersi dopo anni di concerti nei club di Los Angeles, quando firmano per una nuova etichetta discografica, la White Whale Records, e cambiano nome prima in The Tyrtles, in omaggio ai The Byrds (che con la y storpiano birds) ma alla fine si firmeranno semplicemente The Turtles. La prima...

Pretty Things - S.F. Sorrow (1968)

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Inizia un nuovo mese, e nuovo tema delle storie musicali. Tema è forse proprio la parola giusta, dato che ho scelto dei concept album da proporvi. I concept album sono considerati opere nelle quali esiste una unità narrativa (che sia strumentale, di brani o di tematiche) all’interno del progetto discografico. Ne esistono varie varianti, e siccome la definizione è molto aperta alle interpretazioni, c’è molto dibattito filologico sui primi esperimenti e sui primi dischi da considerare antesignani dei concept. Un dato è certo: l’idea predominante degli album concept si sviluppò in Europa verso la fine degli anni ‘60, in un momento dove la generazione del baby boom post guerra iniziò autonomamente a rielaborare i modelli musicali americani e a dare una dimensione più “artistica” alla musica popolare. Filologicamente, forse il primo tentativo di dare una coesione narrativa e concettuale dei brani di un album, tanto da raccontarne una storia a puntate nelle tracce, fu un disco semi dimentica...

The Pentangle - Sweet Child (1968)

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La musica folk britannica della fine degli anni ‘60 non è solo uno degli momenti musicali che amo di più, ma è a mio parere uno dei più alti picchi qualitativi della musica popolare del ‘900 europeo. Il folk britannico fu riacceso comunque dalla spinta di quello che Dylan in primis, insieme ad altri, aveva fatto per il folk americano: gruppi di musicisti favolosi iniziarono a scavare nel pozzo infinito delle ballad tradizionali britanniche, e non solo, riarrangiando, includendo momenti moderni, in un mix davvero favoloso. Verso la fine degli anni ‘60 due gruppi si contendevano lo scettro di band regina del folk: i Fairport Convention e i Pentangle. I primi virarono all'elettrificazione del folk, con risultati leggendari; oggi parlerò dei secondi, che rimasero fedeli alla natura acustica della loro musica, ma con risultati altrettanto straordinari. The Pentangle era il simbolo sullo scudo di Sir Gawain nell’epopea di Sir Gawain e il Cavaliere Verde (importante poema cavalleresco ...

Mad River - Mad River (1968)

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Febbraio verrà dedicato a 4 storie di band poco (o pochissimo) conosciute, che però hanno regalato dei dischi davvero pregevoli e che sono per me dei capolavori musicali. La storia di oggi ci porta a San Francisco, nella Bay Area, fine anni ‘60: la California in quel decennio è il faro della trasformazione sociale e culturale giovanile. Nel quartiere di Haight Ashbury si riuniscono le comuni culturali, che per prime sperimenteranno le contaminazioni di genere: tra reading di poesie, musiche che seguivano i flussi sensoriali dell’uso delle droghe, la riscoperta della cultura dei nativi e una forte spinta politica, soprattutto sui diritti civili, delle minoranze e contro una certa ipocrisia “degli adulti”. Lawrence Hammond, cantante e chitarrista, veniva dall’Ohio, dove nel 1965 fonda insieme a Dave Robinson (anch’egli cantante e chitarrista) e Tom Manning (che suona il basso) un gruppo che suona il blues, dal nome di Old Time Jug Band. Dopo le prime promettenti esibizioni, a loro si ...

The Beatles - The Beatles (1968)

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Il ‘68 del rock i Beatles lo fecero nel 1967: Sgt. Pepper’s And Lonely Hearts Club Band cambia le regole del gioco, usando i colori e la frenesia della psichedelia del tempo, sin dalla copertina. Poi venne il Magical Mystery Tour (un mezzo disastro, ma tant’è) e il ritiro in India di Rishikesh, sotto la guida del guru Maharishi. Quando tornarono ad Abbey Road per le nuove registrazioni, la creatività e la tensione erano alle stelle: i fab four volevano a tutti i costi fare un album doppio, il fido George Martin invece spingeva per raccogliere le idee e sfornare una quindicina di pezzi memorabili. Paul McCartney e John Lennon, che si presentava agli studi sempre accompagnata da Yoko Ono, erano ormai ai ferri corti, George Harrison si sentiva sempre più oscurato dall'ingombrante talento degli altri due. Persino Ringo Starr viveva tensioni e risentimenti. In pratica litigarono tutti: Martin abbandonò persino le sessioni di registrazioni, e lo stesso fece Ringo che portò la sua fami...

E T I C H E T T E

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