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Elvis Costello - Imperial Bedroom (1982)

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di Silvano Bottaro Il vegano Declan Patrick McManus in arte Elvis Costello è senza dubbio il personaggio chiave del pop britannico. Colui che ha restaurato la melodia a colpi di elettricità. Imperial Bedroom è l'album che più di altri sintetizza la peculiarità della sua scrittura. La sua camera da letto mentale è quanto di meglio il pop costelliano possa offrire. Le canzoni sono complesse, situate in atmosfere easy-jazz, tra pianto e ironia in un scenario avvolgente, non casuale, dove i brani sono un concentrato di dettagli sonori. L'album è zeppo di punte di diamante che definisce nitidamente il suo sforzo creativo e la sua volontà di riconsegnare alla melodia una dignità spesso e volentieri calpestata da regole di mercato. I testi sono tutto meno che banali e consolatori. Costello è uno dei pochi che si rendono conto che il pop non è un fenomeno limitato e introduce delle innovazioni di tipo strutturale e melodico. D'altronde il suo impeccabile gusto estetico ed em...

Outsiders

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di Ernesto Assante L’artista, quello vero, non dovrebbe preoccuparsi d’altro che essere se stesso, di cantare e suonare quel che vuole, in barba alle classifiche, alle mode e, estremizzando, persino al pubblico. Negli ultimi anni, di certo negli ultimi venti anni, la parola artista è stata usata spesso a sproposito, nel campo della musica popolare. Tutti quelli che cantano e registrano musica su dischi o mp3 vengono, indistintamente, chiamati artisti, al di la delle motivazioni che li spingono a cantare, suonare o registrare musica. E’ artista l’intrattenitore, è artista il cantante, è artista il musicista, che invece andrebbero chiamati con i loro nomi, intrattenitori, musicisti e cantanti, professioni meravigliose, stimabili, essenziali per la nostra vita, e che possono consentire a chi le pratica di trasformarsi in artisti. Artista è il conduttore televisivo, artista è la soubrette che balla seminuda, artista è il rapper che maltratta le donne a parole e nei fatti, artista è il ...

Van Morrison - Somebody Tried to Sell Me a Bridge (2026)

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di Silvano Bottaro The Man è stato sicuramente molto impegnato ultimamente, con questo sontuoso nuovo album di 20 tracce intriso di blues, che segue le orme dell'altrettanto accattivante e strepitoso Remembering Now dell'anno scorso. Questa volta Van Morrison applica senza sforzo il suo stile distintivo per infondere nuova vita a brani noti, per la maggior parte interpretati o scritti da numerosi luminari del blues, oltre a svelare alcuni nuovi e avvincenti brani originali. Con una durata di oltre 90 minuti, c'è molto da dire e Morrison sembra rinvigorito da tutto ciò; scopre rarità raramente ascoltate, rivitalizza classici e offre interpretazioni impressionanti che sembrano provenire da qualcuno che ha la metà dei suoi anni. L’album è costruito come un omaggio alle leggende del blues e alle sue varie espressioni, con una selezione di cover di classici da BB King, Lead Belly, Sonny Terry & Brownie McGhee e altri, alternate a quattro brani originali firmati da Morrison s...

Gong - Flying Teapot (1973)

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Pancho and Lefty - Townes Van Zandt (1972)

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Per numi tutelari aveva Lightnin' Hopkins, Bob Dylan e Hank Williams, per compagnia una chitarra e un cappellaccio da texano, per stile un modo secco di raccontare la volubilità dell'amore. Aveva anche il diavolo sulle sue tracce, Townes Van Zandt, senza aver mai commesso nulla di grave, senza aver mai venduto la sua anima. Dopo cinque anni di carriera e sei dischi, idolatrati dalla stampa, arrivò l'episodio che cambiò per sempre la sua vita. «Mia moglie stava facendo l'autostop per tornare a casa, sulla strada tra Los Angeles e San Diego. Voleva raccogliere le sue cose e raggiungermi al più presto. Ancora un giorno e avrei finito di registrare il mio nuovo album. Mancava un solo brano. L'automobilista che caricò mia moglie la accoltellò quattordici volte prima di scaraventarla in strada. Mi telefonarono che erano le quattro del mattino. Guidai fin dal mio amico Guy Clark, restai con lui cinque ore e poi dissi: "Vado sulle montagne". Mi rispose: "Amic...

Lucinda Williams - World's Gone Wrong (2026)

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di Silvano Bottaro World’s Gone Wrong è un album che respira allerta e impegno, quasi una moderna sinfonia di protesta. Fin dal titolo – che potrebbe tradursi con “Il mondo è andato storto” – Lucinda Williams disegna un paesaggio sonoro segnato da tensioni sociali, difficoltà quotidiane e smarrimento collettivo, ma anche da una ferma volontà di resistenza e di empatia.  La sua voce, graffiata e vissuta, resta al centro della narrazione: non è solo espressiva, ma porta con sé la storia, le ferite e la saggezza di una vita trascorsa tra musica e realtà politica. Anche dopo un ictus che ne ha rallentato i movimenti, Williams ha ripreso a incidere e a performare con intensità, e questa esperienza di lotta personale si riflette nel tono dell’album, segnato da resilienza e autenticità. Un disco che ci spiattella i mali del mondo, suggerisce azioni e ci fa sognare un futuro diverso. Un grande disco: potente, fiero e resistente. Un disco che questi tempi meritano.

Courtney Marie Andrews – Valentine (2026)

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 di Silvano Bottaro Fin dalla prima nota, la voce di Courtney è ciò che ti cattura: intima, limpida ed emotivamente precisa. Gli arrangiamenti di Valentine privilegiano trame acustiche e raffinate sfumature elettroniche; nulla è troppo elaborato, e questa sobrietà lascia respirare le canzoni. Questo non è un disco da festa. È un album da camera da letto, da ascoltare a tarda notte – tranquillo, introspettivo e ricco di dettagli – il tipo di disco che rivela nuove linee e piccole scelte di produzione a ogni ascolto. C’è una tenerezza intrecciata al rimpianto in tutto l’album, e una manciata di versi sono così chiari da rimanere impressi.  Courtney si muove in bilico tra alt-folk, country e indie, e il risultato è un album che sembra allo stesso tempo senza tempo e contemporaneo: una scrittura colta, una voce che sembra una conversazione serrata e una produzione che si pone al servizio delle canzoni anziché competere con esse. Valentine di Courtney Marie Andrews è un album auten...

John Lee Hooker - The Healer (1989)

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di Silvano Bottaro "L'album blues più venduto in assoluto per uno dei più grandi bluesman ancor oggi in circolazione" , recitava la pubblicità del disco a fine anni novanta, poco prima della morte avvenuta nel 2001 a ottantaquattro anni. Il termine "blues" è probabilmente più abusato che usato in questo disco che, sinceramente ho ascoltato fino alla nausea, per la sua immediatezza, per la sua ascoltabilità ma non certamente per la sua sonorità marcatamente blues. Con questo disco , la chitarra più corteggiata del rock insieme a Muddy Waters e anche l'unico a uscire e imporsi dal ghetto di Detroit, ritorna con un album sensazionale che riassume e condensa tutte le indicazioni e i significati della sua arte e del suo modo di intendere il blues. Premiato con molti Grammy Awards, il primo brano omonimo del disco è " il miglior singolo del 1989 ", il canto caldo e profondo di Hooker accompagnato dalla chitarra di Carlos Santana e dal suo gru...

Imarhan - Essam (2026)

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di Silvano Bottaro  Essam: un'evoluzione tra tradizione e modernità. Imarhan, quintetto tuareg originario di Tamanrasset (Algeria), con Essam — che in Tamasheq significa “fulmine” — compiono un salto sonoro audace pur rimanendo profondamente radicati nelle proprie origini musicali. Il punto di forza di Essam è il bilanciamento tra il desert blues tradizionale (assouf) e elementi contemporanei, tra ambience elettronica e strumenti acustici. Questo non tradisce l’essenza del gruppo, ma lo spinge verso un territorio più vasto e contemplativo.  Il disco esplora temi universali ma radicati nella realtà nordafricana: Dislocamento e resilienza, con riferimenti alla situazione dei rifugiati e alle tensioni tra Algeria e Mali. Identità e appartenenza, attraverso testi in Tamasheq che raccontano la vita quotidiana e il legame con la propria terra. Comunità e celebrazione della cultura, con contributi vocali di musicisti locali e sezioni ritmiche corali che evocano l’energia collettiva d...

Pink Floyd - Ummagumma (1969)

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 Quando la Emi, che li aveva sotto contratto, decise che sarebbe stato pubblicato come uno dei dischi di punta della neonata etichetta Harvest, quella che era una delle band più promettenti del panorama rock britannico sapeva bene che era necessario un album “serio”, cioè una musica che si slegava dalla fruizione dei locali, dove si andava a ballare, ma che invece era diretta ad un nuovo pubblico, in espansione, che sentiva tutto rapito a gambe incrociate sulla pista da ballo, immerso nella musica. Quella band erano i Pink Floyd, che iniziarono a pensare al loro quarto disco negli studi di Abbey Road. Lo chiamarono Ummagumma, che nel gergo di uno dei groupie del gruppo, Ian "Imo" Moore, voleva dire “fare sesso”. Stavolta fu proposto un metodo nuovo per la sua ideazione. Ognuno dei componenti infatti lavorò autonomamente ad un proprio brano, nel tempo stabilito di 15 minuti ciascuno. Liberi anche dalle pressioni della casa discografica per l’uscita di un singolo, i musicisti f...

E T I C H E T T E

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