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I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #19 #18 #17

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ORNETTE COLEMAN: FREE JAZZ (ATLANTIC) Ornette Coleman (as), Freddie Hubbard, Don Cherry (t), Eric Dolphy (b cl), Scott LaFaro, Charlie Haden (b), Ed Blackwell and Billy Higgins (d). Rec. 1960 This one turned everyone around. Ornette set the musicians up in two parallel quartets, arranged some loose themes and collective playing to book end the entire performance as well as section off each solo, then let the musicians loose for a collective bout of improvisation that lasts well over half an hour reinventing the possibilities of jazz as it does so. The overall marvel of this record is that, while it proved to be so pregnant with ideas for those who followed in the next decades, the music grips the listener as excitingly as ever today. Some CD issues of this album contain the 17-minute rehearsal version of ‘Free Jazz’, called ‘First Take’, as a bonus. (KS) DAVE BRUBECK: TIME OUT (COLUMBIA) Brubeck (p), Paul Desmond (as), Eugene Wright (b) and Joe Morello (d). Rec. 1959 Brubeck rarely get

Laurie Anderson - Big Science (1982)

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di Silvano Bottaro Laurie Anderson, tra le mie preferite, è stata più volte segnalata in questo blog, con il capolavoro "Strange Angels", e con la non certo entusiasmante ultima prova "Homeland". Quello che rimane comunque, il suo manifesto sonoro è Big Science. Musica d'avanguardia, apparentemente priva di potenzialità commerciali, che scala fino ai vertici le classifiche commerciali di vendita americane: Big Science , conciso riassunto della ben più imponente performance multimediale United States I-IV , è un caso pressoché unico nella storia pur concitata e ricca di colpi di scena del suono dei nostri tempi. Giochi di voci filtrate, tastiere solenni ma mai invadenti, imprevedibili soluzioni di arrangiamenti e ritmi appena accennati, con il sostanziale contributo del "tape-bow violin" - uno strumento inventato dalla stessa artista naturalizzata newyorkese, un violino in cui l'archetto è un nastro pre-inciso e le corde una testina magnet

Folk Show: Episode 79

Litfiba - 17 Re (1986)

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Il disco di oggi l’ho comprato in gita scolastica liceale a Firenze in un negozio di dischi che si chiamava Data Records 93. Spero che quel negozio, dal fascino incredibile per gli interi scaffali a muro pieni di dischi, ci sia ancora (sosteniamo per quanto possibile i piccoli negozi di musica, baluardi di emozioni e idee come le librerie). A me del disco piacque la copertina, e poi in quel periodo i Litfiba, anni dopo la pubblicazione del disco di oggi, erano una band molto famosa in Italia. La storia dei Litfiba inizia a Firenze agli inizi degli anni ‘80:  Federico “Ghigo” Renzulli alla chitarra e alla voce (ex Cafè Caracas, formazione che al basso aveva un ragazzo pugliese, Raf), Sandro Dotta alla chitarra, Gianni Maroccolo al basso, Antonio Aiazzi alle tastiere, Francesco Calamai alla batteria (tutti ex membri dei Destroyers) e dopo che Dotta abbandona il gruppo, Piero Pelù (ex Mugnions) alla voce. Il loro riferimento è il punk, o quello che era rimasto, il rock psichedelico e i pr

Sha na na

All'inizio del 1969 si forma, sotto la guida di Robert Leonard, il gruppo dei Kingsmen, composto da studenti della Columbia University, undici bianchi e un nero. Il gruppo si fa le ossa suonando e cantando musica folk nei campus universitari, con un discreto successo, ma dopo qualche tempo il repertorio si orienta verso il classico r'n'r dei '50.

2 - Il Rock'n'Roll (1/4)

Spesso il rock’n'roll viene indicato come una fusione tra country e rhythm’n blues, la sua data di nascita viene fatta coincidere col 1954, anno della prima incisione di Elvis Presley, mentre l’invenzione del termine è assegnata al Dj Alan Freed: tutto ciò è per molti versi una distorsione, emblematica dello spirito predatorio dei bianchi nei confronti della musica nera. Innanzi tutto, ancor prima che nasca il termine rhythm’n’blues il suono del rock’n’roll emette i suoi primi vagiti nel jump blues del Louis Jordan di “Let The Good Times Roll” e nella versione di “Good Rockin’Tonight” del suo seguace Wynonie Harris: il pezzo è di Roy Brown, che nel 1949 esce con un altro pezzo archetipo del rock’n’roll come “Rockin’ At Midnight”. Segue nel 1951 “Rocket 88” di Jackie Brenston, dove tutti gli elementi costitutivi del genere sono già saldamente al loro posto: il sax in bella vista, il ritmo travolgente, i testi che parlano di macchine, donne ed alcool. Il 1951 è anche l’anno in cui Al

Low - Hey What (2021)

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 di Gianfranco Marmoro I segnali erano evidenti, caotici, terrificanti, stranianti, le figurazioni sonore di "Double Negative" sembravano fuori fuoco, o forse troppo accentuate, incomprensibili, fino a turbare i sogni anche dei seguaci più fedeli della band slowcore. Qualcuno ha perfino abdicato, pur non riuscendo a negare gli eccitanti e sconvolgenti quesiti posti in essere da un'opera tanto audace quanto estrema. I Low hanno in verità varcato definitivamente i confini del cosmo, lasciando a noi terrestri un'immagine virtuale, sfocata, una proiezione digitale non codificata, coinvolgendo in questa reinvenzione artistica anche la natura primigenia della band, trasmutandola da slowcore in negative-core. Con "Double Negative" Alan Sparkhaw e Mimi Parker hanno elevato l'astrazione sonora a livelli mai raggiunti finora, attingendo alla rivoluzione grunge e alla sedizione sonora dei My Bloody Valentine. Forti di un linguaggio armonico senza pari, si sono avvi

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #22 #21 #20

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JELLY ROLL MORTON: VOLUME 1 (JSP) Morton (p, comp, arr), George Mitchell (c), Edward Kid Ory (tb), Omer Simeon, Barney Bigard, Darnell Howard, Johnny Dodds (cl), Stump Evans (as), Johnny St Cyr (bj), John Lindsay (b), Andrew Hilaire, Baby Dodds (d) and others. Rec. 1926-28 As with Sidney Bechet, it’s devilishly hard to find a single compilation of Morton that covers all the essentials. This one doesn’t quite, but does it better than most, and also does it under the auspices of remastering from original 78s by John R.T. Davies, whose expertise in this area is legendary. Morton’s miraculous flowering in this period has to be heard to be believed, with his arrangements of his own and others’ tunes so multi-faceted, so imaginative and full of incredible creative drive as to be a collective body of genius to place alongside that of Ellington and – much later – Mingus or Gil Evans. Except he did it first. (KS) AHMAD JAMAL: BUT NOT FOR ME - AT THE PERSHING (ARGO) Jamal (p), Israel Crosby (b),

Ali Farka Toure' & Toumani Diabate' - Ali and Toumani (2010)

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di Silvano Bottaro Fu grazie a Talking Timbuktu , il capolavoro inciso con Ry Cooder nel '94, che ad Ali Farka si apri una finestra nel mondo musicale mondiale.  Nel 2005 insieme con Toumani Diabate' incise il meraviglioso " In The Heart Of The Moon " un prezioso gioiello che si pensava fosse la sua ultima testimonianza, infatti l'anno dopo Ali Farka ci lasciò per un'altra vita. Ma a sorpresa, a cinque anni di distanza viene pubblicato questo " Ali and Toumani " ed è ancora solo ottima musica. Anche questo disco è stato registrato nel 2005 dopo il trionfo di " The Heart... " che vinse un Grammy ed ebbe una trionfale serie di concerti. Proprio per questo motivo, carico di entusiasmo, Toumani decise di registrare " Ali and Toumani " e in sole tre session pomeridiane il disco fu ultimato, anche perchè Ali era gravemente malato. Ancora una volta come per " In The Heart... ", i due musicisti del Mali, Ali grande c

Folk Show: Episode 78

David Crosby - For Free (2021)

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 di Blackswan Ci sono storie artistiche che non finiscono mai, come se il tempo che non passasse e la vita si fosse cristallizzata in un giovinezza che sembra senza fine. Di anni, per David Crosby, ne sono passati tanti (per la precisione ne ha compiuti ottanta il 14 agosto di quest’anno), ma l’ispirazione che anima i suoi dischi sembra rimasta ferma ai suoi giorni di gloria. Anzi, a onor del vero, c’è stata un’improvvisa accelerazione della prolificità, nonostante, oggi, l’esistenza del baffuto chitarrista dovrebbe muoversi con il passo lento della vecchiaia. Molto, infatti, è stato detto sul fatto che David Crosby abbia vissuto una rinascita creativa soprattutto nell'ultimo decennio, cosa del tutto evidente se si considera che negli ultimi sette anni ha pubblicato cinque album da solista, superando di gran lunga il resto della produzione (solo tre dischi) concentrati nel periodo che va dal 1971 al 1993. E non ci stupisce più di tanto: arrivato alla veneranda età di ottant’anni, c

Sex Pistols

Il primo nucleo dei Sex Pistols si forma nell'estate del 1974 a Londra. A quell'epoca infatti risalgono le prime prove degli Swankers, il gruppo costituito da Glen Matlock (1956) al basso, Steve Jones (1955) alla voce, Paul Cook (1956) alla batteria e Wally Nightingale alla chitarra. Matlock lavora sporadicamente in un negozio di King's Road chiamato Sex. Discografia e Wikipedia

1 - Dai canti di lavoro al boogie (6/6)

Altro fenomeno rilevante è quel massiccio movimento migratorio che vede, fin da inizio secolo, i neri del sud spingersi alla ricerca di lavoro nelle grandi metropoli industriali del nord: Chicago, Detroit e New York in primis. Dalle regioni del sud provenivano i bluesman di campagna e da Kansas City provenivano i primi shouters, come Big Joe Turner e Jimmy Rushing che, facendosi accompagnare da piccole orchestre di fiati e percussioni, tra ritmi indemoniati e assoli di sassofoni, ricorrendo all’urlo per sovrastarne il suono: sono le origini del jump blues, ponte ideale tra le big band dello swing, il boogie woogie ed il blues, nonché antenato del rhtyhm’n’blues e del rock’n’roll. Fondamentale per arrivare a quei suoni si rivela anche l’influenza delle città sul blues delle campagne, che porta alla nascita del blues elettrico: i ritmi si fanno più concitati e a Chicago e nelle altre città del blues nei tardi anni ’40 il blues del Delta viene elettrificato,mentre si forma una line up tip

Gonzalo Rubalcaba, Ron Carter, Jack DeJohnette – Skyline (2021)

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di 53rob Il pianista Gonzalo Rubalcaba annuncia l’uscita di Skyline, il suo ottavo album con Passion Records e il primo di una trilogia di album per trio con pianoforte, basso e batteria, per l’etichetta che Rubalcaba ha co-fondato nel 2010. Rubalcaba – cresciuto ed educato all’Avana – ha suonato professionalmente come batterista e pianista prima di emigrare nella Repubblica Dominicana nel 1991 e successivamente, grazie anche all’interessamento di Charlie Haden, a Miami nel 1996. Per questo, quando Rubalcaba aveva in mente un nuovo progetto di trio, ricco di ritmi afrocubani, ma con una presica idea di come si dovesse suonare e sentire la conversazione musicale tra musicisti, sapeva di aver bisogno di compagni che potessero eseguire entrambi gli elementi con lo stesso tatto ed erudizione. Carter e DeJohnette erano gli ideali protagonisti per completare questo trio.  “Non importa quale musica metti nelle loro mani”, dice Rubalcaba nei commenti, “alla fine rendono quella musica personale

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #25 #24 #23

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MODERN JAZZ QUARTET: FONTESSA (ATLANTIC) John Lewis (p), Milt Jackson (vb), Percy Heath (b) and Connie Kay (d). Rec. 1956 It’s difficult at this distance, with so much noise and fury intervening, to credit the radicalism of John Lewis’ brief for the Modern Jazz Quartet, but back in 1956 they were doing stunningly new things in jazz in just about every musical area – form, content, arrangement, interplay and theory. They also had a secret weapon in that all four musicians were steeped in the blues and could wail whenever they needed to, thus obviating any tendency to effete noodling when things got a little formal. Fontessa was their first for Atlantic with the fully integrated line-up including Connie Kay: it delivered a perfect blueprint for the many MJQ advances of the next decade. (KS) WES MONTGOMERY: THE INCREDIBLE JAZZ GUITAR OF WES MONTGOMERY (RIVERSIDE) Wes Montgomery (g), Tommy Flanagan (p), Percy Heath (b) and Albert Heath (d). Rec. 1960 Wes Montgomery simply played differentl

Bon Iver – Bon Iver (2011)

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di Silvano Bottaro Bon Iver pseudonimo di Justin Vernon, pubblica il suo secondo lavoro a distanza di tre anni dal suo fortunato ‘For Emma, Forever Ago’. Com’è immaginabile, la seconda prova discografica è sempre molto attesa, a conferma della veridicità artistica del musicista. A tal proposito, diciamolo subito la “prova” è stata superata. Bon Iver, infatti, pur conservando la sua essenza musicale, si evolve brillantemente nelle sonorità che, grazie all’uso di fiati e archi, rende questa sua seconda opera assai più fiorente e luminosa. Il disco è stato registrato nel Wisconsin, un’ex-clinica veterinaria ristrutturata a studio di registrazione, questo va detto per sottolineare la differenza dal primo disco che, invece, fu registrato in una capanna di caccia sperduta tra le foreste del Wisconsin nel gelo invernale del 2007, della serie: “ status quo ante ”. Una vena più ottimistica è rivelata nelle dieci canzoni che compongono il disco. Grazie alla poesia melodica e ai suo

Folk Show: Episode 77

Ian Anderson, professione musicista

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di Gianni Lucini  Il 4 ottobre 1987 inizia a Edimburgo, in Scozia, un nuovo tour mondiale dei Jethro Tull. A dispetto di chi periodicamente la relega nel museo dei dinosauri del rock progressivo, la band sta vivendo l’ennesima nuova primavera della sua carriera. Entusiamo e meraviglia Il nuovo punto di svolta è segnato dalla pubblicazione dell’album Crest of a knave, accolto con entusiasmo dal pubblico e con una certa stupita meraviglia da parte della critica. L’unico a mantenere un ironico distacco è il flautista Ian Anderson, leader storico, l’anima e il simbolo dei Jethro Tull. L’occasione della partenza del tour fa convergere su Edimburgo un gran numero di giornalisti musicali interessati ad approfondire l’analisi di una band che pare avere sette vite come i gatti. Proprio Ian Anderson si accolla il compito di fare gli onori di casa. La conferenza stampa dopo i preliminari di rito assume ben presto i toni della chiacchierata tra amici. Il flautista non pare eccessivamente stupito d

Los Lobos Native Sons (2021)

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di Aldo Pedron Tra il 2020 ed il 2021 abbia rischiato di perdere irrimediabilmente i Los Lobos. Stavano seriamente pensando di smettere definitivamente e di sciogliersi. Mancavano stimoli, l’adrenalina dei concerti ed una certa apatia. La media dei loro concerti era di circa 100 ogni anno dal 2000 senza soste. Non ricordano di essere restati a casa prima della pandemia per oltre un mese. Ed anche in quel mese erano comunque indaffarati in session, produzioni e quant’altro. Per fortuna durante la pandemia si riuniscono e decidono di incide un nuovo disco.  Firmano per la New West e pubblicano ora il loro 17° album ufficiale. La band nasce nel 1973 (48 anni fa) e il loro debutto discografico è datato 1978 con Just Another Band From East L.A., da allora sono passati 43 anni. Per la New West doveva essere un nuovo album con loro composizioni ed invece è una ode alla musica, al sound di Los Angeles, la città degli Angeli, con delle brillantissime cover.  Se New Orleans ha il jazz, Chicago i

Bob Seger

Cantante e compositore rimasto senza successo per gran parte dei '60 e star del rock nella seconda metà dei '70, Bob Seger (1945) proviene da Ann Arbor , Michigan, patria musicale di molti gruppi di hienergy rock'n'roll. Cresciuto in una zona urbana povera anche se fortemente industrializzata (Detroit è a pochi passi) Seger vive sulla propria pelle i problemi della sopravvivenza quotidiana. Discografia e Wikipedia

1 - Dai canti di lavoro al boogie (5/6)

Un altro, importante punto d’unione tra musica nera e bianca sono poi quelle jug bands che univano folk appalachiano, blues e ragtime ( una prima forma pianistica di jazz che però era priva del carattere improvvisato di quest’ultimo e per molti versi risultava più vicina alla sensibilità europea): la jug ( brocca) da cui il genere prende il nome è utilizzato soffiandoci dentro per produrre suoni modulati e ad esso si accompagnano strumenti folk e blues come chitarra violino e banjo, ma anche strumenti trovati: assi per lavare, cucchiai, secchi, ossa e strumenti a fiato come armonica e kazoo. Il genere si sviluppa a Louisville, nel Kentucky, diviene popolarissimo a Memphis già negli anni ’10,suonato da artisti bianchi e neri. Gli anni ’20 sono anche gli anni delle prime incisioni di dischi connessi, più o meno da vicino, con il nascente jazz: con la Fletcher Onderson’s Orchestra in cui militava Louis Armstrong il jazz di New Orleans diveniva swing, anche se il genere sarebbe stato porta

Son Volt - Electro Melodier (2021)

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di Jacopo Meille Chissà se Jay Farrar, leader e fondatore dei Son Volt, se la vive bene a essere considerato tra i padrini del genere “Americana” e “Alternative Country”. Tutte le vote che ascolto un nuovo disco della band, io mi ritrovo solo a godere delle loro canzoni senza troppo soffermarmi a definirle. “Electro Melodier”, fuori su Thirty Tigers il 30 luglio 2021, non è da meno; un disco solido, onesto e ricco, con una forte dose melanconica che non frena il ruggire delle scalette. E non poteva essere altrimenti visto la scelta di chiamare l’album utilizzando due nomi di famosi amplificatori degli anni ’50 e ’60. Le canzoni dei Son Volt raccontano l’America, come tante altre, ma hanno il pregio di soffermarsi sui particolari: è come se, entrando in un qualsiasi bar posto lungo una delle innumerevoli interstatali, potessi leggere nella mente di chi si trova al suo interno, ora seduto al bancone, o che gioca a biliardo in fondo alla sala o che è appena andato al cesso. La voce di Far

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #28 #27 #26

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ART BLAKEY: MOANIN' (NOTA BLU) Blakey (d), Lee Morgan (t), Benny Golson (ts), Bobby Timmons (p) e Jymie Merritt (b). Ric. 1958 Blakey era al piano terra quando si trattava dell'evoluzione dell'hard bop nel soul jazz, avendo co-diretto i primi Jazz Messengers con Horace Silver nel 1956. Nel 1958 aveva sperimentato una serie di versioni della band, con questo che diventa la versione del progetto per il prossimo mezzo decennio. Con Benny Golson e Bobby Timmons che forniscono inni hard bop come la sigla del titolo, 'Along Came Betty' e 'Blues March', e i solisti in prima linea che perfezionano le loro lunghe ed elaborate linee post-bop nel più breve e conciso soul-based linee hard bop della fine degli anni '50, questa band di Blakey, e questo album di Blakey, definirono il soul jazz. (KS) CECIL TAYLOR: AL CAFÉ MONTMARTRE (DEBUTTO) Taylor (p), Jimmy Lyons (as) e Sunny Murray (d). Ric. 1962 Taylor era stato una spina nel fianco del moderno mondo del jazz ameri

Jefferson Airplane - Volunteers (1969)

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di Silvano Bottaro A metà degli anni sessanta, specialmente in California esplodono le feste hippy, la sbornia mistica, l'equazione tra amore e libertà trionfa, la maggior parte dei gruppi West-Coast sono attivissimi ed in prima fila nella contestazione al "sistema" ed alla guerra al Vietnam. I Jefferson, formatosi nel '65, conoscono già il successo, soprattutto grazie a un percorso artistico che partendo dal folk revival acustico li portano alla psichedelia, al rock "acido", alle ballate libertarie e impegnate. La loro "visione" musicale è per lo più una ricerca collettiva che li porta pian piano ad annullarsi come entità fissa per ridefinirsi come collettivo aperto alle collaborazioni. Nel novembre del 1969 esce "Volunteers" il loro l'album più polemico. Gli ospiti del disco sono come sempre importanti: Jerry Garcia, Joey Covington, David Crosby, Nicky Hopkins al pianoforte e Stephen Stills all'organo hammond. Paul Kan

Folk Show: Episode 76

Jackson Browne - Downhill From Everywhere (2021)

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di Giovanni Botti Dalla fine degli anni ‘90, in particolare dall’ottimo, seppur ai tempi sottovalutato, “Looking East” (1996), Jackson Browne ha pubblicato un album ogni sei anni. Infatti il successivo “The Naked Ride Home” è del 2002, “Time the Conqueror” del 2008 e “Standing on the Breach” del 2014. Il nuovo lavoro del musicista di Los Angeles non conferma la regola solo perché, a causa della pandemia, è slittato di un anno, ma era stato annunciato per lo scorso autunno dopo la pubblicazione di un paio di singoli nella primavera 2020. Browne è uno che non vuole fare le cose in fretta e il suo perfezionismo nella composizione delle canzoni e nella ricerca dei suoni è ormai cosa nota. Se però il risultato è un album come questo ben venga l’attesa. “Downhill From Everywhere” è decisamente il miglior disco del cantautore californiano da diverso tempo a questa parte, superiore al comunque positivo predecessore grazie ad una serie di canzoni belle, intense e cantate con passione e ad un su

Pete Seeger

Considerato il quattro padre spirituale della musica folk americana dopo Woody Guthrie, Leadbelly e Cisco Houston, Peter R. Seeger (1919 - 2014) proviene dalla media borghesia newyorkese: il padre Charles è pinista e musicologo e la madre Constance è insegnante di violino alla Julliard School of Music. Il giovane Seeger impara a suonare il banjo e l'ukulele per diletto. Discografia e Wikipedia

1 - Dai canti di lavoro al boogie (4/6)

Al  1917  risalgono le prime incisioni commerciali di jazz, quelle della  Original Dixieland Jazz Band , orchestra non a caso formata esclusivamente da musicisti bianchi, nel  1920  viene registrata la prima artista nera (per la  Okeh Record Company ): è  Mamie Smith , con “Crazy Blues”, stile molto vicino al vaudeville e a quello di  Sophie Tucker  (ancora una bianca); quel disco si rivela fondamentale per la nascita del fenomeno dei  Race Records , dischi cantati da neri per il pubblico nero che si rivela segmento di mercato più che fertile e di cui  Bessie Smith  si rivelerà regina incontrastata del classic blues; primo bluesman country di successo sarà invece  Blind Lemon Jefferson  che comincerà ad incidere a metà degli anni ’20, divenendo in breve, assieme a  Charley Patton , modello da imitare per tutto il  country blues  a venire. Segue un periodo relativamente florido per il genere, che non s’interrompe nemmeno con la  Grande Depressione del 1929  (che pure fa sparire dal merc

Villagers - Fever Dreams (2021)

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 di GiMe Non poteva che uscire verso fine estate un disco così, quando si schiudono anche le più recondite porte sensoriali e contemporanemante si viene lambiti dalla vena malinconica della fine di un periodo di dolce abbandono, questa eterna situazione di mezzo, così delicata ed intensa, così cara e tenera da abbracciare. Così come sono delicate ed intense queste nuove dieci canzoni di Conor O’Brien che, al quinto disco dei Villagers, ci propone 10 sogni febbrili, nati da jam col gruppo prima della pandemia, ma come se comunque da questa fossero influenzate o potessero certamente essere ritenute figlie di uno stato patologico, dove però la fibrillazione è portentosa, non dà dolore, crea le premesse per dare forma all’ispirazione, l’idea semplice e allo stesso tempo antica che si possa in qualche  modo  tradurre e lasciarsi travolgere dall’inconscio, cosa che in questo “Fever Dreams” riesce molto bene. Tra le diverse pieghe ed interpretazioni che lo scorrere dei brani suggeriscono, c’è

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #31 #30 #29

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PAT METENY: VITA TAGLIA LUMINOSA (ECM) Pat Metheny (g), Jaco Pastorius (b) e Bob Moses (d). Ric. 1975 La prima fioritura del grande talento di Metheny come artista discografico a sé stante è arrivata con questo straordinario trio che ha guidato mentre insegnava alla Berklee School of Music e membro del gruppo del giorno di Gary Burton. In questa fase della carriera (aveva 21 anni) Metheny si concedeva a Pastorius che saltava sul palco e faceva capriole all'indietro dal suo cabinet, e questa miscela di esuberanza di Pastorius e intensità di Metheny, moderata dal gusto impeccabile di Bob Moses, conferisce freschezza a questo album che fa sembrare che sia stato registrato ieri. (SN) STAN GETZ/JOAO GILBERTO: GETZ/GILBERTO (VERVE) Getz (ts), Joao Gilberto (v, g), Antonio Carlos Jobim (p), Tommy Williams (b), Milton Banana (perc) e Astrud Gilberto (v). Ric. 1963 Stranamente, questa sessione della primavera del 1963 è stata vicina all'ultima seria pugnalata alla bossa nova di Getz - a

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