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Bill Callahan – My Days of 58 (2026)

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 di Alberto Campo Bill Callahan continua a fare dischi e noi insistiamo a occuparcene. Come mai? Perché le qualità che esprime in termini narrativi e musicali lo rendono autore raro nel panorama contemporaneo. Alla soglia dei sessant’anni, nel nono album a suo nome, dopo quelli marchiati Smog, racconta – dichiara il titolo – i suoi giorni da 58enne in una dozzina di brani appena oltre l’ora di durata complessiva. In “Pathol O.G.”, descrivendo la “creatività come patologia”, confida con rassicurante voce baritonale: “Sapete, scrivo canzoni e le canto da quasi trent’anni, mi piace!”. E nell’iniziale “Why Do Men Sing” ne indaga il movente, fra un avvertimento rivolto a Van Gogh (“Occhio all’orecchio!”) e l’immagine di un incubo notturno nell’aldilà: “Lou Reed mi stava aspettando, tutto vestito di bianco” (del resto, intervistato da “Uncut”, ha detto di lui: “Mi ha mostrato la via, per me è come Gesù”). Il pensiero della fine affiora nitidamente in “The Man I’m Supposed to Be”, ombrosa...

Bill Fay - Who Is The Sender? (2015)

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di Ricardo Martillos Davvero sfortunata la storia musicale di Bill Fay. Dopo due ottimi dischi ad inizio degli anni settanta, "Bill Fay" e "Time of the last persecution", entrambi usciti per la Deram, è scomparso per lungo tempo dai radar per riapparire con l'avvento di internet e della rete. Se parliamo di musica certamente il web ha contribuito a riportare alla luce dei veri e propri gioielli nascosti. Quelli di Bill Fay appartengono a questa categoria ma, collezionisti e cultori di oscuri solisti folk a parte, furono pochi all'epoca del vinile quelli che tennero nella giusta considerazione i suoi primi lavori. La Dead Oceans ha avuto ottimo fiuto nel riportarlo alla luce tre anni fa, con il bellissimo "Life is people", a continuazione di varie antologie d'inediti e lost tracks. Come è già successo col disco di Ryley Walker, altro bravo artista della stessa etichetta, anche questo nuovo album di Bill è circolato liberamente in rete anche...

Sufjan Stevens

Biografia Sufjan Stevens (Detroit, Michigan, 1 luglio 1975) è un cantante e musicista statunitense. Caratterizzata da uno stile minimalista e folk, con temi riguardanti la famiglia, la fede o le piccole storie di tutti i giorni, la musica di Stevens utilizza, tra gli altri, strumenti tradizionali come il banjo o arrangiamenti orchestrali che mischiano jazz, musical, swing e cori tradizionali. Nato e cresciuto nel Michigan, Stevens inizia la carriera musicale come componente dei Marzuki, una folk band di Holland, per poi passare ai Danielson Famile, dove ha suonato diversi strumenti musicali. Nel 2000 avviene il suo debutto solista, con l’album A sun came. Successivamente, per motivi di studio, si trasferisce a New York, dove nel 2001 pubblica il suo secondo disco Enjoy your rabbit, dedicato agli animali dell’oroscopo cinese. Nel 2003 è la volta di Greetings from Michigan: The Great Lake State, dedicato al suo paese natale e primo disco di un progetto ambizioso, quello di pubbl...

The National - Hight Violet (2010)

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di Silvano Bottaro A tre anni di distanza da “The Boxer” è uscito “Hight Violet”, quinto disco dei The National, band originaria di Cincinnati. Il disco pur senza particolari originalità è senz’altro tra i più ascoltabili di questo ultimo periodo. La particolarità del suono “The National” è la bella voce baritonale di Matt Berninger che attraverso il suo modo di cantare ha creato un marchio di forza appiccicato al gruppo. “High Violet” è un disco molto piacevole, e volendo inquadrarlo in qualche stile sonoro, per quanto non sia facile, nel loro sound riecheggia un misto di New wave con qualche spruzzatina di folk il tutto innaffiato da un buonissimo easy-rock. Tutte le undici canzoni del disco sono di buona fattura, non ci sono quindi momenti di “stanca” e l’album si fa ascoltare dall’inizio alla fine. Ascoltandolo e riascoltandolo molte volte e in situazioni diverse, la cosa che si evidenzia è la peculiarità del suono che sembra appartenere effettivamente alla realtà de...

The Band - Music From The Big Pink (1968)

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 L'ultimo della panoramica ottobrina di dischi legati ad un luogo stavolta è un elegia ad un posto creativo, precisamente ad una casa. Perchè è in una casa famosa della storia del rock che sono nate cose davvero notevoli. Tutto inizia quando a metà degli anni '60, dopo la svolta elettrica, Bob Dylan ha in programma un tour mondiale, siamo nel 1966. Tramite John Hammond Jr, bluesman che suonerà nei suoi dischi di svolta, contatta una band metà canadese e metà statunitense che si era fatta le ossa come backing band di Ronnie Hawkins, chiamandosi The Hawks, e poi suonando con lo stesso Hammond. Ne fanno parte Robbie Robertson, Garth Hudson, Richard Manuel e Levon Helm. Con Dylan è subito sintonia: Robertson suona in Blonde On Blonde, poi partono come gruppo di Dylan per il leggendario tour del 1966 che toccherà tutti gli Stati Uniti, Il Canada, l'Europa e l'Australia. Nel luglio di quell'anno Dylan ha il misterioso e "fondamentale" incidente motociclistico:  ...

Tinariwen - Hoggar (2026)

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 di Gianfranco Marmoro È una lunga storia, quella dei Tinariwen. Un racconto di guerre e sopraffazione che non sembra aver mai fine, un potente atto di resistenza del martoriato popolo tuareg. Sono i recenti scontri al confine settentrionale del Mali il fulcro di "Hoggar", decimo album del gruppo ed ennesima denuncia di diritti umani violati e di terre straziate dalla violenza e dalla sopraffazione. L'ultimo disco dei Tinariwen è anche l'occasione per un passaggio di consegne tra generazioni, sono infatti molte le nuove leve coinvolte oltre ai tre membri storici: Ibrahim Ag Alhabib, Abdallah Ag Alhousseyni e Touhami Ag Alhassane. "Hoggar" è stato registrato in Algeria, attuale residenza del gruppo nomade, a seguito del violento colpo di stato nel Mali che ha armato ulteriormente la mano assassina di seguaci di al-Qaeda, di mercenari russi e terroristi islamici. È un album che segna un ritorno alla natura più tribale degli esordi, contrassegnato inoltre dall...

Song Of Leonard Cohen - Omonimo (1967)

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Slip Away - David Bowie (2002)

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 Peggy se n'era andata da poco, Lexi era appena arrivata. Nel 2001, David Bowie si dibatteva tra i due estremi del dolore e della gioia: la morte della madre, l'arrivo della figlia. Incapace di mettere in relazione due eventi così radicalmente diversi, il Duca Bianco continuava a ripetersi le stesse domande: «Qual è il senso del nostro vagare? Quanto tempo ho ancora da vivere? Chi si occuperà di mia figlia quando non ci sarò più? Che fine hanno fatto le persone che hanno riempito la mia adolescenza?». Negli Allaire Studios vicino a Woodstock era più il tempo che Bowie trascorreva a piangere di quello che impiegava a tentare di scrivere una canzone. A scuoterlo c'erano Tony Visconti, con cui Bowie aveva riallacciato i rapporti (era dai tempi di Scary Monsters che non lavoravano più insieme), e i discografici della Columbia, la sua nuova etichetta dopo che la Emi/Virgin si era rifiutata di pubblicare i nuovi brani, giudicati non all'altezza del passato. (M. Cotto - da Roc...

#197 – respiri

 Ogni respiro ha i suoi dettagli, fatto di profumi, di pieghe, di gioie e dolori. Dettagli minuscoli a volte impercettibili a volte opprimenti. Li stringo forte in un angolo della mente, un modo per catalogarli, estrarli ed ammirarli al momento del bisogno. L’album è pieno di respiri. Catalogati in ordine sparso, uno per ogni emozione, gioia e sofferenza. Uno per ogni momento.

The Delines – The Set Up (2026)

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 di Fabio Piccolino Nella scrittura di Willy Vlautin, principale compositore dei Delines, gli elementi vengono disposti in fila a costruire immagini che danno all’ascoltatore un punto di osservazione, un angolo da inquadrare per potersi calare all’interno di una vicenda, una fotografia nitida di cui non conosce lo sfondo. Racconti che diventano canzoni, dove la musica ha lo scopo di sottolineare, accompagnare e a sua volta descrivere: per questo è impossibile apprezzare i brani della band americana senza tenere in considerazione il legame indissolubile tra musica e letteratura. The Set Up è un album che raccoglie frammenti di vite complicate, marginali, difficili, vicende di disagio sociale prive di riscatto, di imbrogli, di assenza di speranza. Un disco musicalmente affine al precedente Mr Luck & Ms Doom e che, da un punto di vista narrativo, ne rappresenta la continuazione: se nel primo album però il focus era incentrato sulle relazioni, sulla ricerca di una salvezza comune, ...

E T I C H E T T E

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