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Billie Holiday

I giovani mi domandano sempre da dove viene il mio stile, come si è formato e tutto quanto; cosa posso dire? Se scopri un pezzo che ha qualcosa a che fare con te, non devi costruirci niente. Semplicemente ti procura emozione, e quando lo canti anche altra gente proverà qualcosa. Billie nacque da una notte d'amore tra il sedicenne Clarence Holiday, un suonatore di banjo, e la tredicenne Sadie Fagan, ballerina di fila. Il padre non si occupò quasi mai di lei: lasciò presto la figlia per seguire le orchestre itineranti con cui suonava. Billie ebbe un'infanzia travagliata e dolorosa. Trascorse i primi anni a Baltimora (spesso indicata come città di nascita, ma recenti ricerche hanno indicato che era nata in realtà a Filadelfia, dove sua madre Sadie lavorava come domestica.) trattata duramente dalla cugina della madre alla quale quest'ultima l'aveva affidata mentre lavorava come domestica a New York. Subì uno stupro a dieci anni e in seguito dovette evitare diver...

Peter Gabriel - Scratch my back (2010)

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di Silvano Bottaro E' noto che Peter Gabriel sia piuttosto parco nella produzione musicale, infatti l'ultima sua incisione risale a otto anni fa. Dopo quattro album intitolati con i numeri: 1, 2, 3 e 4 e altri tre con le sillabe: So, Us e Up, questo è il primo disco che ha un nome più comune: Scratch My Back che, non a caso, è un album di cover, quindi canzoni di altri musicisti. Gli stessi musicisti sono stati chiamati poi in causa per contraccambiare “il progetto" incidendo delle canzoni sue. Un album di cover fatto da Gabriel è però cosa diversa. I dodici brani presenti nel disco vengono completamente stravolti e arrangiati in maniera quasi irriconoscibile; pianoforte e archi sono il comun denominatore. Il disco che necessità di un ascolto non superficiale, fa però sentire subito la sua profondità. Ogni brano che Gabriel prende in considerazione viene sviscerato, scarnificato, pulito fino all’osso. Con attenzione ad ogni minimo particolare, ogni canzone vi...

Il giorno che Bob Dylan suonò elettrico

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Il 25 luglio del 1965 Dylan iniziò al Newport Folk Festival la sua rivoluzione elettrica: non tutti la presero bene Il Newport Folk Festival è un festival di musica folk organizzato ogni anno a Rhode Island, negli Stati Uniti, ed esiste dal 1959. Oggi il festival attira meno pubblico di molti altri eventi musicali, ma negli anni Sessanta è stato il più importante punto di riferimento per la musica folk, che in quel periodo andava molto forte. Cinquant’anni fa su un palco di Newport ci fu uno dei più noti, importanti e discussi eventi nella storia della musica contemporanea. Il 25 luglio del 1965 iniziò la svolta elettrica di Bob Dylan, nome d’arte di Robert Allen Zimmerman. Quel giorno Dylan, allora il più importante esponente della musica folk tradizionale, andò sul palco accompagnato da un complesso che si chiamava Paul Butterfield Blues Band. Invece che presentarsi con la consueta chitarra acustica, Dylan si presentò con chitarre elettriche e amplificatori, sorprendendo tutti ...

Punch Brothers - The Phosphorescent Blues (2015)

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di Francesco Nunziata Fin dal loro primo disco (“Punch”, targato 2008), gli americani Punch Brothers si sono imposti come una delle realtà più intriganti del cosiddetto “progressive bluegrass”, un modo “aperto” di intendere (per il tramite di elementi che fanno riferimento al jazz, alla musica classica e al pop) uno dei generi più importanti della tradizione musicale statunitense. Con “The Phosphorescent Blues” (quarto parto della loro carriera), il mandolinista Chris Thile, il chitarrista Chris Eldridge, il banjoista Noam Pikelny, il violinista Gabe Witcher e il bassista Paul Kowert rinnovano la graziosa magia di un sound che, a questo giro, la produzione di T Bone Burnett rende ancora più cristallino e “caldo”. Posto proprio all’inizio, “Familiarity” è, con i suoi oltre dieci minuti di durata, il brano più complesso del disco. Attorno al frenetico mandolino di Thile, si polarizzano poco alla volta tutti gli strumenti. Ci si trova, quindi, nel bel mezzo di un eroico fragore d...

Damien Rice - B-Side (2005)

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La Cienega Just Smiled - Ryan Adams (2001)

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 Ryan Adams ha un'adorazione per la Band di Robbie Robertson e per Gram Parsons, per Bob Dylan, Neil Young e Warren Zevon, ama quindi il rock 'n' roll che prima ti spezza la vita e poi te la salva, perché non c'è niente di più bello di una canzone per rimetterti in piedi dopo una caduta. Ha debuttato alla guida dei Whiskeytown, una band di alternative-country di Raleigh, nella Carolina del Nord, una sorta di versione punk degli Uncle Tupelo. Poi, ha seguito una carriera solista a volte schizofrenica, ma che merita comunque stima. «La Cienega» che sorride in questa canzone è una strada che si estende da El Segundo Boulevard, nella cittadina di Hawthorne, fino al Santa Monica Boulevard di Los Angeles. La zona centrale nella Città degli Angeli è deliziosa, tranquilla di giorno e luminosa dopo il crepuscolo. A sorridere non è invece l'io narrante, distrutto da una ragazza che è entrata nella sua vita come un fulmine, lasciando dietro di sé solo pioggia. Ryan Adams canta...

Sufjan Stevens - Carrie & Lowell (2015)

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di Gabriele Benzing “I don’t know where to begin”. Difficile immaginare una confessione più disarmata, per uno che di mestiere fa il cantastorie. Scoprirsi così sopraffatti da aver perso le parole. Da aver paura persino di affrontare il silenzio. Difficile immaginarlo soprattutto per uno come Sufjan l’eclettico, quello del giro dell’America in cinquanta album e delle lettere aperte a Miley Cyrus su Tumblr. Ma in “Carrie & Lowell” le cose sono diverse: “Questo non è il mio progetto artistico. Questa è la mia vita”. E il gioco dei trasformismi lascia il posto alla carne e al sangue dell’esperienza. Niente architetture barocche, niente trovate spiazzanti. A Sufjan Stevens stavolta non interessa stupire. Gli basta un rincorrersi cristallino di arpeggi, ad accompagnare la fragilità di una voce più indifesa che mai. Una voce pronta a sdoppiarsi come nel riflesso di uno specchio, trasformando all’improvviso la solitudine in coro. Lo si sente sin dalle prime note di “Death With D...

Peter Gabriel

La musica, al di là di ogni barriera linguistica, è il più formidabile mezzo di comunicazione tra gli uomini. Dopo aver raggiunto il successo nel celebre gruppo progressive rock dei Genesis come cantante, flautista e percussionista, ha intrapreso la carriera solista, imponendosi come musicista capace di coniugare brillantemente sperimentazione e successo commerciale.[1] Recentemente è stato impegnato nella promozione della world music, nella ricerca di moderne tecniche di incisione e nello studio di nuovi metodi di distribuzione della musica online. È anche noto per il suo costante impegno umanitario. ( Wikipedia ) Sono uno che crede fermamente nell'educazione, perché penso che trasformi la gente e che le dia potere. Peter Brian Gabriel, l'artista multimediale più discusso del pianeta, è nato a Cobham nel Surrey, Inghilterra, il 13 febbraio 1950. Malgrado la sua immagine di uomo rotto a tutte le diavolerie e uso a maneggiare tutti i marchingegni offerti dalla t...

Mary Chapin Carpenter – The Dirt And The Stars (2020)

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di Silvano Bottaro Questo ultimo album, di Mary Chapin Carpenter, The Dirt and the Stars, registrato nel Real World Studio di Peter Gabriel, può sicuramente unirsi alla lista dei dischi del 2020 che funzionano perfettamente per la nostra comune crisi "mentale" dovuta ai fatti epidemici mondiali. Il disco della Carpenter funziona particolarmente bene come balsamo calmante, con le sue parole di saggezza scelte con cura che si fanno strada verso di te attraverso una musica assolutamente priva di ansia. Con un sacco di esperienza di vita e di carriera alle spalle: quindici dischi, quindici milioni di copie vendute, 5 Grammy Award, di cui ben quattro consecutivi, su un totale di 15 nomination, Mary Chapin Carpenter è adeguatamente attrezzata per dispensare lezioni di vita e, in un certo senso, è quello che fa in The Dirt and the Stars. Infatti, questo album caldo e pieno di cuore, la vede spesso invocare l'idea del tempo che passa; e come quel tempo possa sia darti...

L’afrobeat di Fela Kuti è ancora un’arma contro il potere

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di Alberto Piccinini A differenza di Bob Marley o James Brown, Fela Anikulapo Kuti non ha lasciato canzoni che possano tramandare una memoria distratta o banalmente popolare della sua opera. Non c’è un no woman no cry e neppure un sex machine dentro i molti dischi usciti a suo nome tra gli anni sessanta e ottanta, i quali invece sono costruiti tutti allo stesso modo: un solo pezzo per ogni facciata lungo tra i venti e i trenta minuti. Cioè un tempo eccessivo per l’epoca – e in generale per la musica pop internazionale – che prediligeva i 3-4 minuti della facciata di un 45 giri (lo stesso James Brown aggirò il problema dividendo in due parti uguali – pt.1, pt. 2 – alcuni dei suoi pezzi più lunghi e più celebri). Ci fu chi – da ultimo l’etichetta discografica Motown – provò con intenzione sincera a chiedere a Fela Kuti di suonare qualcosa di più radiofonico e meno “rituale”. Quella volta il musicista nigeriano consultò capi spirituali e spiriti arcani, ci pensò sopra insom...

E T I C H E T T E

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