19 gennaio 2018

Neil Young - After the Gold Rush (1970)

Cosa scegliere? L'elettricità epilettica di Everybody Knows This is Nowhere o l'ingannevole tranquillità agreste di Harvest? L'elegia notturna di Tonight's the Night o le canzoni da spiaggia deturpata (dell'anima) di On the Beach? Naturalmente il consiglio è di prendere tutto: ma se si decide di portarne a casa solo uno, tra i dischi del periodo "classico" del canadese, allora che sia After the Goldrush. Perché è il più equilibrato (almeno fino a Rust Never Sleeps, che però divide le due anime del nostro - acustica ed elettrica - in due facciate distinte); perché testimonia un periodo cruciale e irripetibile dell'ispirazione e della vita di Neil Young (giusto a ridosso del tour di CSN&Y); perché arricchisce il suono spigoloso dei Crazy Horse (vedi Southern Man) con i ricami di pianoforte di un diciassettenne Nils Lofgren. Perché Young lo canta portando al massimo dell'espressività la sua vocalità limitata e sofferta (da dove esce quel filo di voce strozzato con cui ti si piantano in cuore le prime strofe di Don't Let It Bring You Down?). Non ultimo, perché ci ricorda, con la naturalezza e l'abbandono di una confessione, che l'amore può spezzarci il cuore. Solo Ian Curtis, qualche anno dopo, lo saprà dire con altrettanta convinzione. (Mia valutazione: Ottimo)

(Yuri Susanna)

18 gennaio 2018

Strange Days - The Doors


La copertina è stata realizzata dal fotografo Joel Brodsky sotto l’esplicita richiesta di Morrison di non mostrare alcun componente della band, lui in primis. Odio la copertina del nostro primo album, le nostre facce sono odiose ed inutili aveva detto durante un’intervista. Voleva che prima di tutto arrivasse la musica e non si strumentalizzasse il suo personaggio, vacca da mungere per lo show business. Venne scelto un vicolo tra Lexington Avenue e la Terza Avenue della 36esima Strada a Manhattan. Le comparse scelte richiamavano un immaginario freak popolato da personaggi grotteschi di matrice felliniana perché forte era stata l’influenza di film come La Strada o Il settimo sigillo di Ingmar Bergman.

17 gennaio 2018

John Mellencamp - The Lonesome Jubilee (1987)

Dopo anni passati a rincorrere un effimero successo, fra produzioni pacchiane e magniloquenti e cambi di pseudonimo, era prevedibile che prima o poi John Mellencamp, non a caso soprannominato "Piccolo Bastardo", ne avrebbe avuto le palle piene e avrebbe finalmente deciso di fare di testa sua. Così, dopo tre ottimi dischi di blue collar rock della migliore specie e complice un produttore finalmente lungimirante come Don Gehman, Mellencamp ha l'intuizione geniale che avrebbe cambiato la propria carriera e aperto la strada ad una scena di impronta puramente roots: al suono classico ed elettrico delle chitarre e della sezione ritmica aggiunge un turbinio di strumenti "tradizionali" come violino, fisarmonica e banjo. Il risultato è una festa di suoni, un disco seminale che getta le basi del roots-rock che sarebbe venuto di lì in poi. Ma gran parte del merito di Mellencamp e della forza del disco sta nella grandezza delle canzoni, potenti ed al contempo gioiose ed incazzate, ricche di memorie personali e familiari e di istanze sociali. E, miracolosamente, arrivò anche il successo (ovviamente americano) grazie anche alla trascinante forza dei singoli Paper on Fire, Cherry Bomb e Check it Out, tutte e tre a lungo in top ten dei brani più venduti. Ovviamente, mai successo fu più meritato per un disco che rientra nella categoria degli album seminali. (Mia valutazione: Ottimo)

(Gabriele Gatto)

16 gennaio 2018

15 gennaio 2018

The Doors - The Doors (1967)

La popolarità dei Doors è legata indiscutibilmente al mito di Jim Morrison, il cantante morto nel '71 a Parigi e sepolto nel cimitero di Pere Lachaise. Ma la grandezza della band risiede nel fulminante esordio del '67, uno dei più importanti e carismatici della storia del rock. Frutto dell'unione tra due studenti della Ucla (Morrison e il tastierista Ray Manzarek) con due componenti degli Psychedelic Rangers (il batterista John Desmore e il chitarrista Robbie Krieger), senza bassista (sostituito da un basso a tastiera), i Doors affiancano al fascino delle liriche spregiudicate ed influenzate dai classici del cantante (dotato di una voce profonda e di un carisma sciamanico) una musica morbidamente psichedelica, guidata dalle tastiere di Manzarek e dalla chitarra bluesata di Krieger, entrambi capaci di comporre e di improvvisare. La sequenza dell'esordio è da paura: il rock energico di Break On Through e di Soul Kitchen, la melanconica The Crystal Ship, il rock melodico di Twentieth Century Fox ed il cabaret mitteleuropeo della brechtiana Alabama Song sono un antipasto gustoso che precede il capolavoro Light My Fire, brano di una fluidità impressionante e singolo di grande successo (privato per le radio del lungo e storico assolo di Krieger). Così nel secondo lato la sfacciata cover del blues Back Door Man, il pop leggero di Looked At You, la psichedelica End Of The Night e la melodia sixties di Take It As It Comes precedono l'epilogo indimenticabile di The End, dramma edipico con un testo malsano che risulta coraggioso anche quarant'anni dopo ed una tensione musicale incredibile. Un disco fantastico, forte ed energico come pochi altri. (Mia valutazione:  Distinto)
(Paolo Baiotti)

14 gennaio 2018

Talking Heads, Guida per principianti

I Talking Heads si formano a New York nel 1974, quando i membri fondatori del gruppo—David Byrne, Chris Frantz, Tina Weymouth e Jerry Harrison—si incontrano alla Rhode Island School of Design. In quel periodo la Grande Mela sta attraversando un periodo molto florido dal punto di vista artistico: sono gli anni delle avanguardie pop spinte da Andy Warhol, e della scena underground musicale più ricca degli Stati Uniti.

In questo panorama eclettico e creativo, i Talking Heads si impongono nel circuito dei giovani gruppi della città come una delle band più promettenti. Il loro suono è fresco, diretto, ma allo stesso tempo curato.

Dopo tre anni di gavetta, nel 1977 esce il loro primo album, Talking Heads: 77, a cui fa seguito un tour del paese al seguito dei Ramones, altra grande band newyorkese di quegli anni. L’album contiene uno dei brani più famosi della band: Psycho Killer.



L’esordio attira l’attenzione del produttore Brian Eno, divenuto poi celebre grazie ai lavori realizzati con gli U2, che decide di contattare la band per aiutarli a realizzare il loro secondo album. More Songs About Buildings and Food è un lavoro che rispetta molto la falsa riga del primo disco, con canzoni brevi e dirette.



Dal terzo album, Fear of Music, uscito nel 1979, si comincia a sentire l’influenza di Eno negli arrangiamenti: il suono è più articolato, più strutturato. Ma è solo con il quarto disco in studio, pubblicato l’anno successivo, che la band riesce a fare il definitivo salto di qualità. Remain in Light è unanimemente considerato il capolavoro dei Talking Heads: vi convergono stili e influenze diverse, dalla musica tribale africana fino al rock più sperimentale. Fondamentale è la sezione ritmica nei brani: tutto è più veloce e sincopato.



Questa vena estremamente sperimentale, si replica anche in Speaking in Tongues, il quinto lavoro della band, che contiene uno dei brani più rappresentativi della loro carriera, This Must Be the Place (Naive Melody).



A questo punto la band decide di percorrere fino in fondo la via dell’avanguardia stilistica, abbandonando quasi totalmente le influenze rock in favore di melodie più ricercate. I dischi successivi—Little Creatures, True Stories e Naked—sono infatti estremamente diversi rispetto ai precedenti.

Nel 1991 i Talking Heads, dopo quasi vent’anni di carriera e otto album in studio, decidono di sciogliersi. Ogni membro della band proseguirà la propria carriera con progetti solisti o collaborazioni in altri importanti gruppi, ma quanto sono riusciti a produrre insieme rimane ancora oggi un esempio per moltissimi musicisti di tutto il mondo (i Radiohead, ad esempio, si chiamano così proprio grazie a una canzone dei Talking Heads).

12 gennaio 2018

Radiohead - OK Computer (1997)

Il successo di The Bends (1995) garantisce ai Radiohead, da Oxford, libertà creativa completa. La mettono a frutto richiamando come produttore Nigel Godrich, che diventerà una sorta di sesto componente del gruppo, trasferendosi in campagna e realizzando cosi, nella casa cinquecentesca dell'attrice Jane Seymour, un album che fa Storia, qualunque cosa questo significhi, e che tutti citano quando si parla di nuovi classici, punti di svolta, pietre miliari. Sarà scritto: «Vuoi sapere com'era il mondo alla fine del secondo Millennio ? Ascolta le tracce dal sei all'otto di OK Computer. Non hai tempo ? Allora solo la numero sette». Il che ci fa piombare direttamente dentro alla questione, nel cuore del problema. Perché la traccia numero sette si chiama Fitter Happier, sul cd il titolo è scritto in piccolo, aggiunto come un ripensamento dell'ultimo momento. Non solo: la canta - se cosi si può dire — un computer. Anzi, ilxnuovo programmino della Apple che «legge» i testi ad alta voce. E un bell'esempio, facile facile, dello sperimentalismo di cui fanno sfoggio i Radiohead, e di quanto sappiano essere inventivi e non-conformisti. Manca, però, l'altro aspetto della band, indispensabile per capirci qualcosa: già, perché i Radiohead continuano a essere — e a sentirsi - una rock'n'roll band (non per niente hanno tre chitarristi in organico), la migliore delle rock'n'roll band, per dirla tutta. Per parlare di questo album, il cantante-portavoce Thom Yorke tira in ballo una serie di influenze estremamente interessanti: Ennio Morricone e Penderecki, Miles Davis e i gruppi del krautrock tedesco (soprattutto per le ritmiche, si direbbe). E importante che tante espressioni laterali nell'evoluzione del rock'n'roll si conquistino un posto al centro della scena. Per essere un album che parla del rapporto tra individuo e società, o tra individuo e tecnologia (il tema che il rock'n'roll dei tardi anni Novanta ha forse dimenticato essere suo proprio), è necessario essere inclusivi, portare dentro il flusso della corrente i detriti della cultura novecentesca, tutti, senza eccezioni: l'elettronica di consumo, la storia della musica occidentale, il rock'n'roll. E ciò che OK Computer fa, alternando tracce costruite come cut up alla Bugoughs ad altre pili tradizionalmente vicine alla formacanzone. E vero, la fine del secolo (e del Millennio) suona proprio cosi, al suo meglio.

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

11 gennaio 2018

Etta James

Jamesetta Hawkins (1938 - 2012) figlia illegittima di una ragazza nera e di un italiano, per qualche anno vive con genitori adottivi a Los Angeles. Inizia a cantare in chiesa e viene presto notata per la sua potenza vocale e la capacità di effettuare veri e propri show, anche a beneficio dei bianchi che assistono alle funzioni religiose.

Discografia e wikipedia


10 gennaio 2018

The Smashing Pumpkins - Mellon Collie And The Infinite Sadness (1995)

Billy Corgan ha superato il presunto blocco creativo che l'ha colpito ai tempi di Siamese Dream (1993): di ritorno dal tour che segue quell'album, si presenta in studio con cinquantasei tracce, L'idea, racconterà poi, è mettere insieme «il The Wall della generazione X», una di quelle frasi che lo rendono indigeribile alla comunità grunge: è almeno dai tempi in cui Johnny Rotten andava in giro con la maglietta «I hate Pink Floyd» che citare la band di Roger Waters è da sfigati. Ma Billy Corgan è uno sfigato, un nerd, se si preferisce. Da nerd, questa volta fa le cose per bene, e riesce anche a coinvolgere la band, in una certa misura. Lavorano per loro due studi in contemporanea: in uno, Corgan mette a punto arrangiamenti e parti vocali; nell'altro, James Iha registra le chitarre con la bassista D'arcy Wretzky e il batterista Jimmy Chamberlin. Alla fine, le canzoni pronte sono cinquantasette. «Abbiamo lavorato come se questo fosse il nostro ultimo album», commenterà poi Corgan. La selezione è severa e difficile: le canzoni diventano diciotto, il che comunque significa due cd e tre dischi di vinile. Una montagna, un'impresa d'altri tempi, il progetto impossibile di infilare in un album — per quanto doppio, triplo — tutto un mondo, tutte le storie che si ha il coraggio di raccontare. «Tutto il dolore del mondo» è il tema dell'album secondo il suo autore, o, piü precisamente, «la condizione umana di dolore mortale» (Corgan forse non è pili nerd, ma certo non è un allegrone). Divise in due cicli, dall'alba al crepuscolo, dal crepuscolo alla luce delle stelle, le canzoni coprono una varietà stilistica impressionante, dal rock'n'roll pesante di certe cavalcate chitarristiche, al lirico (e ipnotico) utilizzo dei loop in certi altri pezzi immersi fino al collo nel suono degli anni Novanta. Il racconto si sviluppa intorno ai cinque singoli che faranno di questo album il doppio pid venduto dell'intero decennio: Bullet With Butterfly Wings, il meraviglioso, struggente 1979, l'acido Zero, il maestoso Tonight9 Tonight (la canzone definitiva di questi anni senza Kurt Cobain) e Thirty-Three. Corgan spiegherà di aver abbassato di un semitono tutti i brani, in modo da rendere pili omogeneo il suono dell'album e da rafforzare quel fascino misterioso che Mellon Collie eserciterà da subito e per lungo tempo, probabilmente per sempre.

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)