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The Vaccines - English Graffiti (2015)

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di Fuori Posto Graffitismo: la pratica di disegnare immagini sul tessuto urbano. Si fa per lasciare il segno, per non rimanere nell’anonimato. Una manifestazione sociale e culturale diffusa in tutto il pianeta e che da sempre si pone al centro di una sottilissima linea che separa arte e vandalismo fine a se stesso. Un eterno conflitto che di certo non spetta a noi risolvere. La posizione dei The Vaccines è invece molto decisa a riguardo: Justin Young, il simpatico frontman del gruppo, sostiene che in un’epoca in cui l’uomo è in grado di comunicare con un’altra persona dall’altra parte del mondo così facilmente, spesso le parole dette risultano vuote e senza significato. A volte, quindi, è meglio affidarsi a parole ferme, solide, scritte sui muri: Graffiti (appunto). È proprio per questo che il terzo lavoro dei Vaccines s’intitola “English Graffiti“. Con quest’album oggetto della recensione di oggi, la band inglese cerca di confermare il successo ottenuto negli ultimi anni e il s...

Bonnie Prince Billy - We Are Together Again (2026)

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di Stefano Solventi Sono più di trent’anni che Will Oldham distilla la sua personale idea folk declinata al presente. Sulle prime – agendo come Palace Brothers e Palace – rivestendolo con una buccia scabra di ascendenza post-, una specie di esoscheletro spettrale col quale sembrava voler dare corpo al bisogno di recidere quelle stesse radici a cui ostinatamente si rifaceva, scavandosi la terra sotto i piedi, quasi a ribadire la spettrificazione del passato nel momento stesso in cui il passato iniziava a rovesciarsi sul mondo in maniera vasta e sistematica, di nostalgia in nostalgia, revival dopo revival, ristampa dopo ristampa. Nelle canzoni di Oldham a cavallo tra i due secoli, a quel punto già ribattezzatosi Bonnie “Prince” Billy, potevi avvertire il rimbombo cupo di un’epoca morente, ovvero la forma sonora del vuoto che albergava al centro stesso della cosiddetta retromania: come se quel suonare e quel cantare accadessero a pochi passi dalla propria dissolvenza, così vicino a una qu...

Traveling Wilburys - Volume 1 (1988)

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Bill Callahan – My Days of 58 (2026)

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 di Alberto Campo Bill Callahan continua a fare dischi e noi insistiamo a occuparcene. Come mai? Perché le qualità che esprime in termini narrativi e musicali lo rendono autore raro nel panorama contemporaneo. Alla soglia dei sessant’anni, nel nono album a suo nome, dopo quelli marchiati Smog, racconta – dichiara il titolo – i suoi giorni da 58enne in una dozzina di brani appena oltre l’ora di durata complessiva. In “Pathol O.G.”, descrivendo la “creatività come patologia”, confida con rassicurante voce baritonale: “Sapete, scrivo canzoni e le canto da quasi trent’anni, mi piace!”. E nell’iniziale “Why Do Men Sing” ne indaga il movente, fra un avvertimento rivolto a Van Gogh (“Occhio all’orecchio!”) e l’immagine di un incubo notturno nell’aldilà: “Lou Reed mi stava aspettando, tutto vestito di bianco” (del resto, intervistato da “Uncut”, ha detto di lui: “Mi ha mostrato la via, per me è come Gesù”). Il pensiero della fine affiora nitidamente in “The Man I’m Supposed to Be”, ombrosa...

Bill Fay - Who Is The Sender? (2015)

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di Ricardo Martillos Davvero sfortunata la storia musicale di Bill Fay. Dopo due ottimi dischi ad inizio degli anni settanta, "Bill Fay" e "Time of the last persecution", entrambi usciti per la Deram, è scomparso per lungo tempo dai radar per riapparire con l'avvento di internet e della rete. Se parliamo di musica certamente il web ha contribuito a riportare alla luce dei veri e propri gioielli nascosti. Quelli di Bill Fay appartengono a questa categoria ma, collezionisti e cultori di oscuri solisti folk a parte, furono pochi all'epoca del vinile quelli che tennero nella giusta considerazione i suoi primi lavori. La Dead Oceans ha avuto ottimo fiuto nel riportarlo alla luce tre anni fa, con il bellissimo "Life is people", a continuazione di varie antologie d'inediti e lost tracks. Come è già successo col disco di Ryley Walker, altro bravo artista della stessa etichetta, anche questo nuovo album di Bill è circolato liberamente in rete anche...

Sufjan Stevens

Biografia Sufjan Stevens (Detroit, Michigan, 1 luglio 1975) è un cantante e musicista statunitense. Caratterizzata da uno stile minimalista e folk, con temi riguardanti la famiglia, la fede o le piccole storie di tutti i giorni, la musica di Stevens utilizza, tra gli altri, strumenti tradizionali come il banjo o arrangiamenti orchestrali che mischiano jazz, musical, swing e cori tradizionali. Nato e cresciuto nel Michigan, Stevens inizia la carriera musicale come componente dei Marzuki, una folk band di Holland, per poi passare ai Danielson Famile, dove ha suonato diversi strumenti musicali. Nel 2000 avviene il suo debutto solista, con l’album A sun came. Successivamente, per motivi di studio, si trasferisce a New York, dove nel 2001 pubblica il suo secondo disco Enjoy your rabbit, dedicato agli animali dell’oroscopo cinese. Nel 2003 è la volta di Greetings from Michigan: The Great Lake State, dedicato al suo paese natale e primo disco di un progetto ambizioso, quello di pubbl...

The National - Hight Violet (2010)

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di Silvano Bottaro A tre anni di distanza da “The Boxer” è uscito “Hight Violet”, quinto disco dei The National, band originaria di Cincinnati. Il disco pur senza particolari originalità è senz’altro tra i più ascoltabili di questo ultimo periodo. La particolarità del suono “The National” è la bella voce baritonale di Matt Berninger che attraverso il suo modo di cantare ha creato un marchio di forza appiccicato al gruppo. “High Violet” è un disco molto piacevole, e volendo inquadrarlo in qualche stile sonoro, per quanto non sia facile, nel loro sound riecheggia un misto di New wave con qualche spruzzatina di folk il tutto innaffiato da un buonissimo easy-rock. Tutte le undici canzoni del disco sono di buona fattura, non ci sono quindi momenti di “stanca” e l’album si fa ascoltare dall’inizio alla fine. Ascoltandolo e riascoltandolo molte volte e in situazioni diverse, la cosa che si evidenzia è la peculiarità del suono che sembra appartenere effettivamente alla realtà de...

The Band - Music From The Big Pink (1968)

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 L'ultimo della panoramica ottobrina di dischi legati ad un luogo stavolta è un elegia ad un posto creativo, precisamente ad una casa. Perchè è in una casa famosa della storia del rock che sono nate cose davvero notevoli. Tutto inizia quando a metà degli anni '60, dopo la svolta elettrica, Bob Dylan ha in programma un tour mondiale, siamo nel 1966. Tramite John Hammond Jr, bluesman che suonerà nei suoi dischi di svolta, contatta una band metà canadese e metà statunitense che si era fatta le ossa come backing band di Ronnie Hawkins, chiamandosi The Hawks, e poi suonando con lo stesso Hammond. Ne fanno parte Robbie Robertson, Garth Hudson, Richard Manuel e Levon Helm. Con Dylan è subito sintonia: Robertson suona in Blonde On Blonde, poi partono come gruppo di Dylan per il leggendario tour del 1966 che toccherà tutti gli Stati Uniti, Il Canada, l'Europa e l'Australia. Nel luglio di quell'anno Dylan ha il misterioso e "fondamentale" incidente motociclistico:  ...

Tinariwen - Hoggar (2026)

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 di Gianfranco Marmoro È una lunga storia, quella dei Tinariwen. Un racconto di guerre e sopraffazione che non sembra aver mai fine, un potente atto di resistenza del martoriato popolo tuareg. Sono i recenti scontri al confine settentrionale del Mali il fulcro di "Hoggar", decimo album del gruppo ed ennesima denuncia di diritti umani violati e di terre straziate dalla violenza e dalla sopraffazione. L'ultimo disco dei Tinariwen è anche l'occasione per un passaggio di consegne tra generazioni, sono infatti molte le nuove leve coinvolte oltre ai tre membri storici: Ibrahim Ag Alhabib, Abdallah Ag Alhousseyni e Touhami Ag Alhassane. "Hoggar" è stato registrato in Algeria, attuale residenza del gruppo nomade, a seguito del violento colpo di stato nel Mali che ha armato ulteriormente la mano assassina di seguaci di al-Qaeda, di mercenari russi e terroristi islamici. È un album che segna un ritorno alla natura più tribale degli esordi, contrassegnato inoltre dall...

Song Of Leonard Cohen - Omonimo (1967)

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