20 novembre 2017

U2 - The Joshua Tree (1987)

I quattro irlandesi arrivano proprio là dove vogliono e forse devono arrivare, a confrontarsi con quella parte di mondo, con quell'idea di mondo, che non possono proprio evitare: l'America. Gli Stati Uniti d'America, ma non solo. Il rock'n'roll, il deserto, la terra promessa, l'esodo, Mosè che guida il suo popolo verso una salvezza che non vedrà e Giosuè (Joshua, secondo alcune trascrizioni Gesú) che prende il suo posto. Where The Streets Flave No Name, il primo pezzo (si parla del luogo in cui «le strade non hanno nomi», cioè dell'America) comincia dove The Unforgettable Fire era finito, con un tappeto d'organo. Che sale e sale, e si trasforma in qualcosa di radicalmente nuovo: lasciamo la chiesa e arriviamo al rock'n'roll, condotti dal genio di The Edge. Gli U2 hanno fatto un balzo, ora possono provare a mettere in undici canzoni il dolore per la perdita di un amico (Greg Carroll, era una specie di assistente personale di Bono), il fascino e la repulsione che provano per l'America, terra promessa (loro, come rockettari, e di molti irlandesi nella storia) che opprime e violenta, il deserto che non si finisce mai di attraversare (e la chitarra di The Edge riecheggia quella di Ry Cooder nella colonna sonora di Paris, Texas, un'altra storia di deserti e di America vista da europei), peccato e redenzione. Salvezza, soprattutto. Puntano in alto, i quattro, da buoni irlandesi, e questo è il loro segreto: vogliono essere la piú grande band del pianeta, e già quest'ambizione li consacra tali, almeno per un po'. In piú, come molti altri della loro generazione, pensano che il punk abbia fatto piazza pulita e che si possa e forse si debba riscrivere tutto. La loro riscrittura prevede un classico power trio rock'n'roll (e un chitarrista decisamente sopra la media, mai cosí maturo, mai esageratamente protagonista), con in piú un cantante che gioca seriamente a fare il messia, scrivendo — e cantando ispirato - testi aperti a molte interpretazioni, da peccatore non del tutto pentito, carnali ma pure spirituali: «Dolce il peccato, amaro il gusto nella mia bocca». E ciò di cui il rock'n'roll degli anni Ottanta ha bisogno, e The Joshua Tree se ne sta piantato tra Madonna e Michael Jackson come un cactus nel deserto. Pare che quel genere di piante possa anche vivere 200 anni. (Mia valutazione: Capolavoro)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

19 novembre 2017

I vecchi Cowboy Junkies #4/9

To live is to fly
(Black eyed man, 1992)

Due canzoni di Black eyed man erano di Townes Van Zandt, popolarissimo autore country che sarebbe morto pochi anni dopo. Una è questa. Dice che la vita è una lotta, ma bisogna godersi l’attimo, prendere le cose al volo, e non guardare mai indietro. To live is to fly: stropicciatevi gli occhi e scuotete via la polvere dalle ali.

18 novembre 2017

Lou Reed, “Transformer angel”

Lewis Allan Reed, detto Lou (New York, 2 marzo 1942 – Southampton, 27 ottobre 2013), è stato un cantautore, chitarrista e poeta statunitense. Cantore al contempo crudo e ironico dei bassifondi metropolitani, dell’ambiguità umana, dei torbidi abissi della droga e della deviazione sessuale, ha finito con l’incarnare lo stereotipo dell’Angelo del male, immagine con cui ha riempito i media per oltre tre decenni divenendo una delle figure più influenti della musica e del costume contemporanei.

Rai Teche lo ricorda con una sua intervista del 1998, tratta da “Cult book”, 1997

17 novembre 2017

Led Zeppelin - II (1969)

Per rinnovare e capitalizzare il successo della loro prima opera, la band diede inizio ad una serie infinita di tour che li portò non solo ad affinare ed affilare il loro sound ma anche a pensare in fretta ad un nuova scaletta di brani da portare in studio. Sorprendentemente i Led Zeppelin riuscirono a registrare in brevissimo tempo una straordinaria sequenza di brani, non particolarmente "originali", in quanto marcatamente debitori del canovaccio blues, ma straordinari proprio nella loro reinterpretazione. La plasticità, l'eleganza, la potenza oltre che la tecnica dei singoli esecutori che il suono Led Zeppelin aveva, da quel momento definito hard rock, fu dall'uscita del disco riconoscibile come un classico nella musica del periodo e punto di riferimento per tutto quello che venne nei decenni successivi. Whole Lotta Love, The Lemon Song o Moby Dick definiscono i Led Zeppelin maestri del genere heavy rock, ma quando arrivano pezzi come What Is and What Should Never Be, o la ballata (con un meraviglioso organo Hammond sugli scudi, suonato dal polistrumentista John Paul Jones) Thank You, ci si inginocchia dinnanzi alla classe di cesellatori di melodie. Con Bring it On Home (rifacimento spudorato di un classico di Sonny Boy Williamson) si comprende invece il significato di quando si afferma che l'allievo ha superato il maestro, con un Robert Plant straordinario interprete della musica del diavolo. (Mia valutazione:  Ottimo)

(Silvio Vinci)

16 novembre 2017

Fabrizio De André, racconti italiani in versi e musica

Fabrizio Cristiano De André (Genova, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999) è considerato dalla critica uno dei più grandi cantautori italiani di tutti i tempi, e viene spesso soprannominato anche con l’appellativo “Faber”.

Per ricordare l’artista, Rai Teche propone un estratto del programma “Fabrizio De André”: un montaggio di sequenze e interviste al cantautore

15 novembre 2017

Pearl Jam - Ten (1991)

Stone Gossard e Jeff Ament hanno alle spalle già due gruppi (i Green River e i Mother Love Bone) quando finiscono dalle parti di San Diego, California del Sud, in cerca di un batterista. Loro sono di Seattle, una città che all'alba degli anni Novanta sta cominciando a diffondere nel mondo del rock'n'roll un suono nuovo, un ritorno al rock pesante di un paio di decenni prima, con le chitarre in primo piano e un'essenzialità di suoni che tutti — altrove — sembrano avere dimenticato. Il batterista che cercano non ci sta, ma sua moglie conosce un tipo che canta e che potrebbe essere giusto per la band che quei due hanno in mente. Si chiama Eddie Vedder, lavora in una stazione di servizio ma ha due sole passioni: il rock'n'roll e il surf. Il giorno in cui riceve la cassetta con le cinque basi strumentali che hanno registrato Gossard e Ament, Vedder va a fare un po' di surf, torna a casa e scrive tre dei testi mancanti. Poi sovraincide la sua voce e rimanda la cassetta a Seattle. Una settimana dopo, va a Seattle anche lui: è diventato il cantante dei Pearl Jam. Il primo album del gruppo esce pili o meno un anno dopo. Si chiama Ten, in omaggio al numero che ha sulla maglietta il giocatore di basket Mookie Blaylock, il cui nome — all'inizio — era stato scelto per la band. Un anno dopo ancora, e Ten è al secondo posto delle classifiche di vendita americane: il grunge di Seattle è ora un fenomeno mondiale, e i Pearl Jam sono gli ultimi — e un po' snobbati — protagonisti della scena del Nordovest a sfondare. Sospettati dai duri e puri di essere un gruppo costruito a tavolino (un sospetto che i successivi dieci anni di guerre contro l'industria della musica e la campagna di incitamento alla diffusione delle registrazioni dei loro concerti dissiperanno), sono in realtà diversi da Nirvana, Mudhoney e Soundgarden pili che altro sul piano musicale. In sintesi, sono la versione anni Novanta del gruppone rock un po' epico alla Led Zeppelin: fin da Ten, nei loro album gli elementi indie e alternative scompaiono sotto un muro sonoro che il cantato possente di Vedder non fa che rendere ancora pili travolgente. Alive, uno di quei tre pezzi scritti a San Diego dopo il surf, diventerà una specie di inno, essenziale e diretto: «Be', sono felice di essere ancora vivo». (Mia valutazione: Distinto)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

14 novembre 2017

Johnny Cash, “The man in black” della musica country

Leggenda della musica country, Johnny Cash (Kingsland, 26 febbraio 1932 – Nashville, 12 settembre 2003), è stato un cantautore, chitarrista e attore statunitense, interprete di numerose canzoni folk e di celebri talking blues. Definito “The Man in Black” per le sue preferenza per gli abiti neri (da cui il titolo di un suo album e della sua prima autobiografia), è stato uno dei pochissimi cantanti ad avere venduto più di novanta milioni di dischi.

Rai Teche lo ricorda con un estratto del programma “Ghiaccio bollente” condotto da Carlo Massarini

13 novembre 2017

R. E. M. - Out Of Time (1991)

Si ha un bel dire che le date sono solo una convenzione, che i decenni, come i secoli, non iniziano li dove si crede, ma sempre un po' prima, o un po' dopo. A volte le date contano, eccome. L'arrivo degli anni Novanta, per esempio, porta l'esplosione del grunge, crea nuove superstar come i Red Hot Chili Peppers e i Metallica, fa entrare gli U2 in una dimensione parallela di popolarità assoluta e consacra il fenomeno più improbabile, quello che ha al centro i R.E.M., da Athens, Georgia. Passati alla Warner con Green, i quattro — protagonisti, nel decennio precedente, della programmazione delle college radio fanno il salto grazie a un album che parla d'amore. Ne parla alla maniera loro, senza nulla concedere al luogo comune e senza molto spiegare: pili che di un'analisi o un racconto, si tratta di un'evocazione di sentimenti e stati d'animo, dalla solitudine all'euforia, senza dimenticare l'ossessione, abilmente dissimulata in Losing My Religion, quello che diventerà il loro successo pili grande. Out Of Time è per molti versi l'album pili eccentrico della band pid eccentrica tra quelle di popolarità mondiale: è l'album meno chitarristico della loro intera discografia e quello in cui Michael Stipe canta di meno (in due brani la voce principale è di Mike Mills, il bassista, in altri due Stipe duetta con Kate Pierson dei B-52's). E l'album in cui il suono è pili vario, forse pili colorato (Shiny Happy People), ed è per certi versi un album di transizione, il perno centrale di una trilogia che con Green (1988) e il magnifico Automatic For The People (1992) si avvicina sempre pili ai sapori del country (sempre alla R.E.M. naturalmente) e che rimarrà per sempre l'essenza di ciò che questa band rappresenta per la storia del rock'n'roll. Non a caso, dopo Out Of Time, il gruppo decide di non partire per suonare dal vivo in giro per il mondo, e preferisce preparare un quasi immediato ritorno in studio. Come se il lavoro vero fosse ancora tutto da compiere. E il pubblico a decidere diversamente, e a fare di queste undici canzoni un punto di svolta nell'affermazione mondiale di quella che un tempo era l'alternativa, e che ora, almeno temporaneamente, va al potere. Con qualche buona ragione: come avviene in questo medesimo 1991 per i Nirvana, anche per i R.E.M. è tempo di assumersi le responsabilità. Dieci anni di esperienza in più li aiuteranno a cavarsela. (Mia valutazione: Ottimo)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

12 novembre 2017

Iron Butterfly

Gruppo californiano di San Diego formato dal tastierista Doug Ingle e dal batterista Ron Bushy con Jerry Penrod, Danny Weis e Darryl Deloach. Dopo la pubblicazione di Heavy nel 1967, nella band restano solo Ingle e Bushy. Con altri due musicisti, Erik Braunn e Lee Doeman, esce il celebre "In-a-gadda-da-vida".

11 novembre 2017

Sonny Stitt & Dizzy Gillespie


Herman Leonard - Sonny Stitt & Dizzy Gillespie, New York City, 1953 Photograph: Black and White Type: Silver Gelatin