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Lost in Transmission No. 64

Les Mystère Des Voix Bulgares - Omonimo (1986)

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La storia musicale di oggi nasce da appunti di un esame di etnomusicologia. Questa disciplina, molto giovane dal punto di vista degli studi etnologici comparati, attraverso lo studio della tradizione musicale orale, vuole affiancare la disciplina dei testi accademica ai canti popolari e tradizionali. Una delle figure più affascinanti di questa disciplina fu quella di Marcel Cellier. Svizzero, etnomusicologo, antropologo ma anche grande appassionato di musica per anni fu conduttore del programma radiofonico, della emittente Radio Suisse Normande, From The Black Sea To The Baltic. In esso Cellier faceva conoscere e scoprire le registrazioni, per la maggior parte da lui stesso registrate e prodotte, dei canti popolari e della tradizione folkoristica europea, soprattutto dei Balcani e dell’Est Europa. Due grandi scoperte della musica popolare folk si devono a Cellier: il flautista e compositore Gheorghe Zamfir, rumeno, virtuoso del flauto di pan (che si sente anche nella emozionante co

The Platters

Certamente il quintetto vocale più popolare degli anni '50 a livello internazionale, i Platters sono gli eredi dei gruppi soft tipo Ink Spots. Il loro stile e il loro repertorio - composto spesso di standard - sono in effetti poco legati alle radici della musica nera e più mirati al mercato bianco.  Discografia e Wikipedia

La rabbia e gli ormoni

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Alanis Morissette e i disastri emotivi della gioventù Negli anni 60 e soprattutto 70, una generazione di ragazze con (generalmente) una chitarra in mano e un’attitudine trasparente e rivelatoria dei propri stati d’animo, anche quelli più privati, aveva dato il via a uno stile definito “confessionale”: Joni, Laura, Carole, Carly, Sandy, Linda, Rickie Lee, detto così sembra l’elenco di una festa, ma chi le ha amate sa bene che dietro quell’esposizione dei propri traumi esistenziali c’era spesso – oltre all’ambizione di un posto in classifica – la ricerca di una terapia, di un modo per liberarsi di qualcosa che non era mai andato giù. Vent’anni dopo, lo stile intimista non esiste più. Quello che è successo nel frattempo, e ne sono successe di cose (il punk, il grunge, hip-hop, la nascita dell’indie), ha cambiato la comunicazione, innanzitutto. Non si piange più su un pianoforte o accompagnandosi a una chitarra acustica, ma si spingono al massimo i potenziometri. E quello che un

Paul Simon - Graceland (1986)

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Il disco di oggi è un opera che ha segnato la musica e il suo autore. Nel 1984, Paul Simon era in crisi di ispirazione e personale: il suo ritorno ai dischi con Heart And Bones (1983, disco sfortunato nelle vendita ma interessante dal punto di vista musicale) non aveva affatto dato i frutti che si sperava, e nel frattempo era naufragato il suo matrimonio con Carrie Fisher, la famosa attrice statunitense interprete della Principessa Lela nella saga di Star Wars. Heidi Berg, musicista e produttore di alcuni suoi lavori, gli regala una musicassetta bootleg, dal titolo misterioso di Gumboots: Accordion Jive Hits, Volume II. Su quei nastri c’erano le registrazioni di una rock band sudafricana che Simon apprezzò moltissimo, accendendo nella sua mente da cantautore una nuova idea: fondere la tradizione folk americana, di cui Simon è stato uno degli interpreti più colti e raffinati, con la musica tradizionale sudafricana. L’idea fu subito messa in pratica partendo per il Sudafrica e regist

Tutte le volte in cui Miles Davis ha rivoluzionato la storia del Jazz

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È sempre difficile parlare dei miti. Soprattutto di quelli che i mass media hanno insensibilmente modificato, come fanno le onde del mare con gli scogli. Chi è davvero Miles Davis, il trombettista più celebre dopo Louis Armstrong? Per il mondo è stato un ineffabile jazzista che sposava una musica molto raffinata con le sirene pop di brani celebri. Per la comunità afroamericana è stato il nero che ha saputo cantarla chiara ai bianchi con i suoi atteggiamenti spregiudicati, spesso arroganti, e una musica sempre un po’ più in là del confine conosciuto. Per chi ama la musica (di ogni genere) è stato l’inventore di una voce strumentale inedita, non più associata alle fanfare di stampo militaresco ma a un mondo notturno, intimo, nel quale trova spazio anche una componente femminile che equilibra l’aggressività maschile ancora ben presente nel suo modo di suonare: yin e yang, insomma. E per il jazz? Qui il discorso si amplia, perché Davis, nato nel 1926 e scomparso nel 1991, si è imposto giov

Eric Clapton - Slowhand (1977)

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di Silvano Bottaro I settanta furono anni drammatici ma importanti per Clapton. Egli vinse la propria battaglia contro l'eroina e risorse a nuova vita con un album come "461 Ocean Boulevard", scoprendosi, poi, un redditizio hitmaker ed autore di ellepi che - minimo - divennero d'oro, per non dire di platino. "Slowhand" è uno di questi. Il titolo coincide con il nomignolo che gli avevano affibbiato i fans. Da tempo Clapton nutriva una passione speciale per JJ Cale. Almeno dal periodo di “After midnight”, che egli aveva portato in classifica nel ’70. Ed è proprio dall’ascolto della musica di quello schivo e solitario eroe dell’Oklahoma che egli si decide a dare una sterzata alla sua produzione incidendo “461 Ocean Boulevard”. Lo stile diventa leggermente più commerciale, ma mantiene sempre il feeling del blues, pur facendo a meno – talvolta – della sua struttura. Il gruppo che accompagna Clapton è collaudato e sa riservare al leader gli spazi n

Lost in Transmission No. 63

The Beatles - The Beatles (1968)

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Il ‘68 del rock i Beatles lo fecero nel 1967: Sgt. Pepper’s And Lonely Hearts Club Band cambia le regole del gioco, usando i colori e la frenesia della psichedelia del tempo, sin dalla copertina. Poi venne il Magical Mystery Tour (un mezzo disastro, ma tant’è) e il ritiro in India di Rishikesh, sotto la guida del guru Maharishi. Quando tornarono ad Abbey Road per le nuove registrazioni, la creatività e la tensione erano alle stelle: i fab four volevano a tutti i costi fare un album doppio, il fido George Martin invece spingeva per raccogliere le idee e sfornare una quindicina di pezzi memorabili. Paul McCartney e John Lennon, che si presentava agli studi sempre accompagnata da Yoko Ono, erano ormai ai ferri corti, George Harrison si sentiva sempre più oscurato dall'ingombrante talento degli altri due. Persino Ringo Starr viveva tensioni e risentimenti. In pratica litigarono tutti: Martin abbandonò persino le sessioni di registrazioni, e lo stesso fece Ringo che portò la sua fami

Pixies

Gruppo dell'area di Boston, i Pixies nascono nel 1986 con la sigla Pixies In Panoply, con Black Francis, Joe Santiago, David Lovering e la bassista Kim Deal. Abbreviato il nome in Pixies, i quattro incidono un demo che inviano a diverse case discografiche, trovando infine ingaggio presso l'etichetta inglese 4AD. Discografia e Wikipedia

Shuffle lenitivo

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“Yellow Moon” dei Neville Brothers è musica che guarisce, innalza lo spirito e libera la mente New Orleans è una città speciale. La capitale della Louisiana, fondata dai francesi nel 1718, arrivata ad essere la terza città più popolosa degli USA, è una città dalla storia travagliata ma anche straordinaria da un punto di vista artistico. Era il principale porto d’arrivo della tratta degli schiavi (ma anche il luogo con la maggior percentuali di neri ‘liberi’), il punto di partenza per il grande traffico commerciale sul Mississipi, e le dominazioni che la città ha avuto nei secoli (francese, spagnola e inglese, prima di essere conquistata dagli statunitensi nel 1815 nella celebrata Battle of New Orleans) hanno creato il più potente melting pot di tutti gli Stati Uniti. È stata la culla del jazz, a poca distanza c’è il Delta del Mississipi, patria del blues, e altre forme di musica, come lo zydeco, il cajun, il rock’n’roll (Larry Williams e soprattutto Fats Domino sono bandiere

Fleet Foxes - Shore (2020)

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di Alessandro Montefameglio “Sum­mer all over”, ma forse non c’è oc­ca­sio­ne mi­glio­re che l’e­qui­no­zio d’au­tun­no per un re­ga­lo come quel­lo che ci hanno fatto i Fleet Foxes. Ogni volta che si muo­vo­no passa una ge­ne­ra­zio­ne, ma i for­tu­na­ti che li sen­ti­ro­no na­sce­re, come il sot­to­scrit­to, ri­cor­da­no con af­fet­to il se­stet­to di­stil­la­to da un di­pin­to dai toni set­tem­bri­ni e bu­co­li­ci di Bosch o di Brue­gel, come quel­lo che nel lon­ta­no 2008 era di­ven­ta­to il simbolo della band che negli anni della co­sid­det­ta nu new wave – tra le pa­ro­le più in­spie­ga­bi­li che sono state con­ce­pi­te da bi­pe­di sen­zien­ti – spaz­za­va­no via vari Franz Fer­di­nand e Stro­kes con brani co­ra­li e pasto­ra­li che sem­bra­va­no ese­gui­ti in mezzo a una bru­ghie­ra in­gle­se. Forse di­scu­te­re di que­sto album in base al più re­cen­te la­vo­ro, Crack-Up (2017) – ed è una ra­ri­tà poter dire che Shore esce a tre anni di di­stan­za, dati i tempi mi­ne­ra­lo­gi­c

Fu un periodo magico

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Con Fabrizio De André, ci siamo conosciuti al Folkstudio dove lo portò una sera mio fratello Luigi e ci trovammo subito simpatici. Tanto che, qualche tempo dopo, mi invitò da lui in Sardegna, a Portobello di Gallura, per provare a fare delle cose insieme: «Belìn, lui diceva sempre belìn, perché non vieni da me? Devo scrivere e non c’ho idee!». «Vengo di corsa». Non c'era nessuno. Era inverno. Faceva un freddo della Madonna. Mi invitò, secondo me, perché era curioso: gli piaceva vedere come scrivevano gli altri. E, poi, stranamente, era anche un po’ insicuro. Di me, gli interessava il versante angloamericano che lui non conosceva bene, perché si era formato sugli chansonnier francesi. Rimasi quasi un mese a casa sua. Facemmo molte canzoni come "La cattiva strada", "Oceano", "Dolce luna", "Canzone per l’estate", "Amico fragile", scritta solo da lui, e "Le storie di ieri" che avevo scritto io e di cui lui si era innamorato. E

The Chieftains & Ry Cooder - San Patricio (2010)

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di Silvano Bottaro Per quanto riguarda la musica popolare, dal 1996 anno di uscita di quel meraviglioso disco che porta il nome di “Buena vista social club” niente è stato pubblicato di così bello e guarda caso anche in quel disco c’era la presenza di Cooder. In realtà non è un caso, nessuno meglio di lui sa raccogliere le radici storico musicali di un popolo. In questo disco il risultato è doppio visto che il suo collaboratore Paddy Moloney (leader dei Chieftains) è altresì un musicista sempre alla ricerca di perle sonore appartenenti al suo popolo d’Irlanda. Due mondi quindi, quello di Ry Cooder e una musica di base messicana e quello dei Chieftains con le loro ballate irlandesi, uniti per raccontare una storia che porta il nome di San Patricio, una guerra avvenuta nel 1846 tra messicani e americani alla quale parteciparono molti irlandesi. Il disco, che i due musicisti poco più che sessantenni hanno inciso, comprende diciannove brani. Tutte le canzoni sono ricche di sonorit

Lost in Transmission No. 62

Elvis Costello - Hey Clockface (2020)

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di Gianfranco Marmoro Protagonista in prima fila di quel tratto della storia del rock che va dai primi vagiti punk alla radicalizzazione indie dei tardi anni 90, Elvis Costello ha mostrato qualche lieve difficoltà a tenere il passo con l'avvento del nuovo millennio. Dai tempi di "When I Was Cruel" (2002) a "Wise Up Ghost", la produzione di Declan Patrick MacManus, pur baciata da sprazzi di genialità creativa ("The Delivery Man", 2004), ha smarrito quel fascino rituale che riusciva a concentrare l'attenzione del pubblico anche su opere minori ("Goodbye Cruel World", "Kojak Variety") e ardite collaborazioni ("The Juliet Letters", "Painted From Memory"). Questo fino al ritorno in scena del 2018 con "Look Now", album caratterizzato non solo dalle note peculiarità della scrittura e della poetica del compositore londinese, ma da una rinnovata passione e da una capacità di stare al passo coi tempi. Con &qu

Pink Floyd

Roger Waters (1944), Rick Wright (1945) e Nick Mason (1945) fondano nel 1964 una blues band che prende il nome di Sigma 6 e T-Set prima di trasformarsi in Abdabs. A loro si unisce Roger "Syd" Barrett (1946 - 2006), singolare figura di freak "ante litteram" dalla fragilissima personalità e l'intestazione del gruppo cambia in Pink Floyd. Discografia e Wikipedia

Sorpresi dalla gloria

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“Fire and Water” è il successo effimero dei Free reso immortale da una canzone senza tempo Londra, 1968, Nag’s Head Pub, Battersea. Una scena che in quei tempi è una costante: un gruppo di ragazzi che si incontra per suonare. Siamo in pieno blues boom, la maggior parte dei ragazzi inglesi si è gettata sulla grande tradizione oltreoceano, e decine di gruppi sono spuntati come funghi. I più famosi li conosciamo (Cream, John Mayall, Yardbirds, Spencer Davis Group, Fleetwood Mac, Chicken Shack, Ten Years After, etc etc), pensate quanti ce n’erano in giro di cui non sapremo mai il nome. Tre sono amici. Due diciottenni, Simon Kirke, batterista e Paul Rodgers, cantante, e un 17enne chitarrista, Paul Kossoff, figlio di un attore abbastanza conosciuto in Inghilterra. Aspettano un quarto. Gliel’ha consigliato “l’altro” padre del blues inglese (il primo essendo Mayall), ovvero Alexis Korner: un ragazzino di soli 15 anni (15!) che suona il basso. Credenziali: ha già suonato live con

Camaron - La Legenda Del Tiempo (1979)

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Zio José non avrebbe mai pensato che il soprannome scherzoso che dette a suo nipote José Monje Cruz, El Camaron (il Gambero per via della magrezza e dei capelli rossi e arruffati) sarebbe diventato il nome d'arte di un mito. I dischi di Maggio esploreranno sempre la dimensione del viaggio (in attesa di poterli rifare liberamente) raccontando storie di musica "etnica", aggettivo che viene usato per definire la musica tipica di una determinata zona geografica. Iniziamo dal Flamenco patrimonio immateriale dell'umanità protetto dall'UNESCO: è una forma musicale e coreutica andalusa, composta dal canto, di natura particolare, apparentemente " stonante", una musica basata sull'uso tocante della chitarra acustica e da un ballo, suggestivo e sensuale, che contempla un uso particolare del corpo. Nel Flamenco, nato e iniziato a essere codificato verso la fine del 1700, confluiscono influenze arabo e mediterranee, la tradizione gitana, quella del canto dolor

I rabbiosi anni ottanta di Joni Mitchell

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La Joni Mitchell degli anni ottanta non è mai stata amata. Giornalisti musicali e fan erano rimasti affezionati a capolavori come Blue o Hejira e in quegli anni turbolenti se li stringevano addosso come la coperta di Linus. Per questo la generazione che aveva trenta o quarant’anni nel 1985 ha accolto con imbarazzo un album di pop elettronico e sperimentale come Dog eat dog. Perché tutti quei sintetizzatori? Perché quei testi spigolosi e arrabbiati? Soprattutto che fine ha fatto la chitarra acustica? Per la maggior parte di loro Joni Mitchell doveva essere ancora, e per sempre, la musa hippy di Woodstock e nessuno era disposto a vederla trasformarsi in un incrocio tra la Laurie Anderson di Big science e il Neil Young sintetico di Trans. Per coprodurre Dog eat dog, Mitchell si è rivolta al pioniere dei sintetizzatori e dei campionamenti Thomas Dolby che, pur non andando d’accordo con lei in studio, cercava di seguirla nel suo approccio impressionista alla composizione. Nella sua diverten

Laurie Anderson - Strange Angels (1989)

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di Silvano Bottaro Strange Angels fu fonte generosa di mille sorprese che, alcuni delusero ed altri fecero saltare di gioia. Ma cosa combinò la nostra per suscitare reazioni così contrastanti? Semplice: si è ingeniata a costruire dieci meravigliose canzoni (pop)olari. Chi ha storto il naso ascoltando "Language is a virus" farà meglio a tapparsi ora i canali auricolari: non più il gelido (splendido) esotismo tecnologico di "Mr Heartbreak", ma un linguaggio sonoro diverso, più caldo, immediato, che parla in egual misura all'intelligenza e al cuore. Nessun taglio netto con il passato: la Anderson di oggi (1989) è la stessa di sempre, solo discorre con maggior semplicità, con dolcezza e malinconia. Accarezza le tradizioni musicali del centro e del sud America, le culla con sguardo ironico (ma non cinico), le riveste d'eleganza europea e ce le porge cantando con grazie inaudita. Si Laurie canta e lo fa divinamente, abbandonandosi senza freni ad un'ondat

Lost in Transmission No. 61

T.2. - It’ll All Work Out In Boomland (1970)

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La storia del rock è fatta di vicende incredibili. Una delle più incredibili è quella che vi sto per raccontare. E parte, secondo la leggenda, in una imprecisata serata di primavera del 1969, dove sul palco di uno dei club più famosi della città di Londra, il Marquee Moon, si sta esibendo una band. Non sono i Deep Purple, nè i Pink Floyd, nè i Black Sabbath. Sono un power trio che in quel periodo è la nuova sensazione della musica britannica, tanto che, quella sera, John Lennon e Jimi Hendrix sono andati a sentirli. Questo trio si chiamava T.2. Se non ne avete mai sentito parlare, non temete, davvero sono diventati, dopo un solo e leggendario disco, solo memoria per gli appassionati più accaniti per via di una serie di coincidenze pazzesche. Ma andiamo con ordine: i T.2. (nessuno ha mai saputo cosa significasse) nascono da un’idea del batterista e cantante Peter Dunton, che chiama a sè il bassista Bernand Jinks e un giovanissimo chitarrista 17enne, Keith Cross. La loro idea di music

Wilson Pickett

L'urlo selvaggio che rivaleggia con quello di James Brown, l'intensità emotiva di alcuni momenti gospel-soul, il particolarissimo senso del ritmo: ecco alcune caratteristiche di Wilson Pickett (1941 - 2006) mei momenti migliori della sua carriera, che sotto il profilo discografico coincidono con le prime incisioni Atlantic. Discografia e Wikipedia

Due zollette di Brown Sugar

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Voodoo è un afrodisiaco sonoro da gustare perdendosi nel groove D’Angelo, vero nome Michael Eugene Archer, è uno di quegli artisti che in qualche modo personifica tutto il meglio e tutto il peggio – creatività e paranoia, in estrema sintesi – che possa passare per la mente di un artista di successo. Mi spiego. Nel 1995, D’Angelo crea praticamente da solo un genere, un’etichetta, una sensibilità. La chiamano neo-soul (ricorda vagamente il new wave di 15 anni prima), e come tutte le etichette – nate per stare strette agli artisti stessi – vale giusto come indicazione. Come un cartello stradale. La definizione la inventa Kedar Massenburg, uomo marketing e influente manager prima di un gruppo rap, gli Stetsasonic, e poi di D’Angelo stesso ed Erika Badu. Vuol significare un incontro, di per sé già promettente, fra la tradizione antica e santificata del soul e quell’urban e hip-hop culture che negli anni 90 ha ormai pervaso la black community. Ma nel caso di D’Angelo, c’è in realt

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