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Pere Ubu - The Modern Dance (1978)

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  L'intento dei dischi di Novembre non è semplicemente quello di raccontarvi dei dischi "strani", ma di raccontarvi dei dischi strani che musicalmente hanno avuto un impatto dirompente nella storia della musica, almeno dal punto di vista qualitativo. Per questo motivo non saranno dei nostri i "leggendari" Hatebeak, band death metal statunitense che ha in formazione un pappagallo, Waldo, per le parti vocali e che si prefigge di suonare qualcosa che assomigli "ad un martello penumatico in un compattatore"; ma ci sono questi di oggi, una delle più grandi band del rock alternativo degli ultimi 50 anni. Tutto incomincia a Cleveland nel 1975, che probabilmente non era il posto migliore che si potesse immaginare sulla Terra: in una realtà "inquinata e innaturale" (che in verità segnerà molto la creatività dei nostri) due ragazzi che vorrebbero fare i giornalisti, David Thomas e Peter Laughner, avevano già una band, i Rocket From The Tombs, formazion...

Pere Ubu - The Tenement Year (1988)

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di Silvano Bottaro A dieci anni da The Modern Dance il loro primo album che pare suonato da una combriccola di marziani burloni e un po' storditi, una delle pietre miliari del suono avanguardistico e contemporaneo esce questo The Tenement Years - e toglietevi dalla testa immediatamente che il disco abbia delle ambizioni commerciali - fa tesoro delle esperienze passate, riprendendo suoni e sensazioni degli esordi, compiendo però uno sforzo ammirevole in direzione di una maggiore comprensibilità (che non vuol dire banalità) pur conservando un linguaggio musicale di estrema rottura. Fa un certo effetto risentire la voce strozzata di un David Thomas che canta, al solito, come se stesse camminando sui chiodi o Allen Ravenstine sbuffare con rinnovata violenza nel suo intasatissimo sax: tutto a prima vista pare immutato rispetto al passato, per entrambi dieci anni sembrano trascorsi come una ibernazione. Il disco nel complesso risulterà traumatico per chi non si è mai avventurato in...

Pere Ubu: David Thomas

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Domiciliato in Inghilterra, dove i Pere Ubu vennero attratti da un vantaggioso contratto offerto loro dalla Rough Trade, David Thomas è quello "grasso" con la voce baritonale, tanto per intenderci. Le cronache ce lo raccontano difficile e scontroso, tanto litigioso da portare allo scioglimento una delle più belle bands anarchiche della nostra epoca. Da anni a capo dei Pere Ubu, una band "rumorista", cerca di abbandonare "il rock" come formalismo, scegliendo un'avventura musicale in bilico tra passione e tecnologia. Lontano dal music business e dalla pubblicità in generale, è tutt'altro che un'arrampicatore Thomas. Fare la musica che gli piace e lavorare solo per questo è il suo modo d'essere. " Nulla di essenziale accade ove non sia presente il rumore ", è in questa celebre frase di Jacques Attali l'essenza sonora che i Pere Ubu cercano di mettere in pratica. Una nuova tendenza verso "un rock" totalmente liberat...

Pere Ubu - Modern Dance (1978)

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di Silvano Bottaro La "danza moderna" opera prima dei Pere Ubu, rimane a distanza di trent’anni un disco straordinario. Ecco sì, straordinario è l’aggettivo che più gli si addice. Straordinario il nome Pere Ubu (Ubu Roi, pièce teatrale del commediografo francese di fine '800 Alfred Jarry), che non diceva niente a nessuno ma aveva un bel ’suono’. Straordinaria la voce di David Thomas, un gigante con i capelli a cespuglio che cantava con un vocione da orco. Straordinari i musicisti Revenstine, un cercarumori quando l’elettronica era tutt’altro che facile, il chitarrista Herman, un trasformatore elettrico da 125 in 380volts, la sezione ritmica di Krauss alla batteria e Maimone al basso che scandiscono una musica complessa e alienata. Straordinario il suono, un turbinio di note, con scenari post-industriali, schizofrenici e avanguardistici. Gli Ubu si auto producono quattro singoli, uno più feroce dell’altro, prima di giungere a questo favoloso esordio. Il disco è tirato ...

Pere Ubu – Carnival Of Souls (2014)

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di Lorenzo Tagliaferri Assai gradito il ritorno dei Pere Ubu in una veste magnetica che spiega in maniera adeguata il valore dei quaranta anni di carriera del gruppo. Carnival Of Souls è il diciottesimo disco della band di Cleveland, in Ohio, che ha portato un contributo decisivo allo sviluppo dell’art-rock e che continua a regalare piccole perle che nulla hanno a che fare con l’asfittica realtà mainstream dell’indie-rock in genere (sapete benissimo a cosa mi riferisco). Se potesse essere utile alla definitiva morte di questo cancro del mondo della musica moderna allora consiglio vivamente a tutti di fare una buona scorta di Carnival Of Souls che non si limita ad essere un buon disco ma che si qualifica anche nei contenuti extra-musicali con il suo concept che prende ispirazione dal film omonimo di Herk Harvey del 1962 (e più in generale dalla velata genialità dei B-movies che si producevano nella rilucente Hollywood degli anni ’60-’70). Tornano le trame oscure e le rifiniture ...

Pere Ubu - Lady From Shangai (2013)

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di Silvano Bottaro Lady From Shangai titolo di un famoso film di Orson Welles del 1947 è l'ultima fatica dei Pere Ubu. Numero quindici della loro discografia, esce a trentacinque anni di distanza da quello che rimane il loro capolavoro, fondamentale, primo disco pubblicato "The Moder Dance", targato 1978. Un'altra opera difficile e complessa uscita da quell'eclettico creativo sessantenne David Thomas, mente e voce del gruppo, unico membro originale della band che, in questi trent'anni ha "danzato" su un tappeto musicalmente tecnologico, "moderno" e rumoreggiante di un suono d'avanguardia. Asciutto, astringente, essiccato, spoglio, sono gli aggettivi che più si sprecano nel cercar di dare una connotazione "scritta" a questo album che Thomas dichiara come "musica da ballo". Sia chiaro, qui di suoni ballabili non c'è n'è nemmeno l'ombra. Sono undici brani di rock sperimentale dove "deformazi...

Pere Ubu – The Long Goodbye (2019)

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Per lungo tempo i Pere Ubu sono stati la mia ossessione. Il motivo è da addebitarsi al fatto che non riuscivo a trovare nulla dei loro dischi, per la precisione dei loro primi cinque album, quelli del periodo classico, che li fecero diventare una leggenda del post-punk nonché uno dei complessi più rivoluzionari del rock alternativo. La mia voglia di ascoltarli fu finalmente esaudita nel momento in cui, nel 1996, venne dato alle stampe il cofanetto “Datapanik in the Year Zero”, che raccoglie i primi cinque lavori dei nostri. Sono trascorsi due anni dal loro ultimo disco, ma ne sembrano passati molti di più a causa delle vicissitudini che hanno colpito David Thomas, da sempre il membro di riferimento della formazione. Il tour di “20 years in a Montana missile silo” fu costretto a subire uno stop a causa dei problemi di salute di Thomas nel novembre del 2017. David ha subito un paio di ricoveri, è un uomo ormai vecchio e malato. Forse “The long goodbye” rappresenta il loro canto del ...

E T I C H E T T E

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