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Charles Bradley - Changes (2016)

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di Andrea Murgia «Hello, This Is Charles Bradley…». Comincia così, con la timida presentazione di God Bless America, il terzo capitolo della storia musicale di Charles Bradley da Gainesville, Florida: un incipit sincero di uno che ne ha passate mille e più, che tra hammond, cori e parole al miele per l’America («my sweet home») esplode e si trasforma in un gospel di raycharlesiana memoria. Non si poteva iniziare meglio. Scoperto qualche anno fa (siamo a inizio anni Dieci) da Gabe Roth di Daptone Records in pieno periodo di revancha soul (contemporaneamente si assiste all’esplosione di fenomeni mainstream come Aloe Blacc e John Legend ma allo stesso tempo si ri-scopre la produzione di Lee Fields, un altro miracolato), Charles Bradley si trasforma da clone per matrimoni di James Brown (il suo nickname era Black Velvet) a vera e propria Screaming Eagle of Soul, firmando dischi convincenti come Victim of Love e No Time For Dreaming, che ottengono il plauso di critica e del pubblico,...

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