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Visualizzazione dei post da Maggio, 2021

Van Morrison – Latest Record Project Volume I (2021)

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 di Aldo Pedron Latest Record Project: Volume 1 è il 42° album di Van Morrison, pubblicato oggi 7 maggio 2021, il più dinamico, il più versatile e contemporaneo da anni. Il passo falso Van Morrison lo aveva fatto di recente (2020) con la sua crociata anti Covid, l’inno anti lockdown Stand And Deliver con Eric Clapton ad accompagnarlo nella protesta tra blues e teorie discutibili ma tutto ciò è opinabile ed appartiene ad un passato recente. Ora Van conferma di essere autore prolifico e ci consegna un nuovo doppio album, un viaggio di 28 tracce nel suo continuo amore per il blues, il soul, il rhythm and blues e il jazz. Un artista rimasto integro e originale che vive nel presente e che auspica per tutti noi di allontanarci dalle sue solite canzoni, dai soliti album e dai suoi classici del passato. “Ho scritto 500 canzoni, forse di più, e allora perché promuovete sempre le solite dieci, sto cercando di uscire da questo schema.” Per niente malleabile nonostante l’età che avanza, l’iracondo

Moby Grape - Moby Grape (1967)

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In questi giorni cade il 50° anniversario di Woodstock: benchè svoltasi sulla costa orientale, quella manifestazione fu l’apoteosi della cultura californiana, che passava necessariamente dalla musica. Proprio ad una delle band californiane più leggendarie ma colpevolmente dimenticate (gli americani usano la bella parola underrated) dedico la storia di oggi. Alexander “Skip” Spence è un canadese che agli inizi degli anni ‘60 arriva in California, a San Josè. È un polistrumentista ma ama in particolare suonare la batteria. E come batterista entra nella prima formazione di una delle band simbolo degli anni ‘60 americani, i Jefferson Airplane. Con loro resta giusto il tempo di Jefferson Airplane Takes Off, dove sigla la bella Don’t Slip Away, poi se ne va insieme a Matthew Kantz, che all’epoca era il manager della band, a fine 1966. In mente hanno il suono magico e corposo dei Buffalo Springfield, unici per le loro tre chitarre (per la cronaca di Neil Young, Stephen Stills e Richie Fura

Jonathan Richman / The Modern Lovers

Uno dei personaggi più stravaganti del rock americano, Jonathan Richman (1951) è originario di Boston. Studia chitarra durante gli anni '60, innamorato di Buddy Holly e avido collezionista di materiale dei Velvet Underground. Dal 1968 si esibisce in pubblico come solista e nel 1970 forma i Modern Lovers. Discografia e Wikipedia

La versione di George | All Things Must Pass: l’album in cui il “solitario“ dei Beatles dimostra la sua grandezza

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L’ultima canzone che i Beatles registrano in studio per l’album “Let It Be”, l’1 e 2 aprile 1970, scritta da George Harrison, è “I, Me, Mine”. Rappresenta tutto ciò che George, ormai da diversi anni su un cammino spirituale, vuole lasciarsi alle spalle: “io”, “me stesso”, “mio”, sono concetti in contraddizione per chi cerca la liberazione spirituale e di tagliare i legami con le storture del “material world”. Per il George del 1969, i Beatles sono malati di egotismo, quattro schegge impazzite ormai incontenibili insieme, e osserva loro, e se stesso, con quel distacco che i tre anni di meditazione e percorso spirituale gli hanno insegnato. Vede la fine arrivare, e con eleganza la scansa aprendo, con classe innata, la sua carriera solista. Se uno pensa a “All Things Must Pass”, monumentale triplo (anche se il terzo Lp è di jam in studio) come a un primo “solo” arrivato solo per accumulo di materiale, non ne coglie l’essenza: prima ancora che un disco, è un riscatto, una dichiarazione d’i

Marianne Faithfull with Warren Ellis – She Walks in Beauty (2021)

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 di Corrado Ori Tanzi Vivere una vita di eccessi, violentare la voce con fumo e alcol (e fermiamoci qui), avere il proprio “coccodrillo” pronto nel cassetto di ogni redazione a celebrare l’ascesa e caduta della bionda più famosa della Swinging London perché insomma, prima un enfisema alla sua bella età e poi il ricovero in ospedale per Covid…  E invece arrivare a settantacinque anni per raccontare. Raccontare nel modo più ostico possibile per l’ascoltatore moderno la sofferenza, gli aneliti di vita, il togliersela per mano propria, le sofferenze d’amori perduti e la bellezza del Creato di quei giovani poeti (gran parte passati all’altro viaggio senza diventare adulti) che fecero sublime e inarrivabile il Romanticismo poetico inglese dell’Ottocento. Il canto è la parola Stiamo parlando di Marianne Faithfull, l’artista per metà angelo e per metà diavolo, e del suo She walks in beauty, album che raccoglie poemi di Lord Byron (la title track), John Keats (Ode to a nightingale), Percy Bissh

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #82 #81 #80

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STEVE COLEMAN AND FIVE ELEMENTS: THE TAO OF MAD PHAT: FRINGE ZONES (RCA/NOVUS) Steve Coleman (as), Andy Milne (p, ky) David Gilmore (g), Reggie Washington (el b), Roy Hargrove (t), Josh Roseman (tb), Kenny Davis (b) and Junior “Gabu” Wedderburn (perc). Rec. 1993 Jazz come funk, funk come jazz: i due lessici si intrecciano e si fondono fino a perdere significato in uno dei grandi dischi live degli anni '90. Coleman aveva già fatto colpo con la sua produzione di etichetta JMT, ma il suo modo di suonare e scrivere sono più penetranti e concentrati qui. Linee ritmiche e melodiche scattanti, lancinanti, staccato si ripetono in trance dando l'impressione di un gigantesco flipper musicale su un pavimento rotante. Oltre ad esercitare un'influenza decisiva su chiunque, dal collettivo F-IRE a Omar Sosa, Coleman è sempre riuscito a riflettere qualcosa dei suoi tempi. Qui ha catturato l'iperattività della fiorente era di Internet e la sfacciata autoaffermazione della generazione hi

Stan Ridgway - The Big Heat (1986)

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di Silvano Bottaro Stan Ridgway è un talento unico, uno dei songwriter più originalli ed ispirati degli anni ottanta. E The Big Heat , sua prima opera solista dopo il fruttuosissimo tirocinio come voce e anima dei Wall Of Voodoo, fonde mirabilmente conservatorismo e rinnovamento in nove episodi di magica intensità emotiva e disarmante spessore musicale. Canzoni commoventi, ilari, pacate, trascinanti, estroverse, introspettive, serie, ironiche. Canzoni di vita, reale o immaginaria. Un maestro nell'arte di inventare storie di ordinaria e straordinaria quotidianità con un gusto speciale per l'allegoria. The Big Heat è un monumento canoro e compositivo fuori da ogni clichè, prodigiosamente sospeso da qualche parte fra il rock e l'eternità. Proprio come "Camouflage", la lunga e solenne ballata che chiude l'album fra echi western e misteriose incognite. 

Folk Show: Episode 58

Toumani Diabate and the London Symphony Orchestra - Kôrôlén (2021)

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 di Alessio Surian La famiglia Diabaté ha scritto alcune delle pagine più importanti della kora, l’arpa a ventuno corde dell’Africa occidentale, strumento che Sidiki Diabate ha cominciato a registrare cinquant’anni fa, quando suo figlio Toumani era nato da poco. Se quest’ultimo ha chiamato il nuovo album “Kôrôlén” (anzianità in bambara) è, innanzitutto, per sottolineare la linea di continuità della sua musica con una tradizione plurisecolare: “L’ho scelto per evidenziare come l’Africa abbia la sua musica classica, per esempio la musica mandinka che è molto più antica di Beethoven, Mozart o Bach e che rimonta al XIII secolo, anche se poco conosciuta in occidente. Molti identificano la musica africana con il far festa, le percussioni e ballare a petto scoperto, ma suoniamo anche in modo spirituale, mistico o meditativo”. “Kaira”, il suo ottimo debutto discografico da solo, è del 1988. Dopo otto splendidi dischi, e collaborazioni che vanno dai Ketama a Taj Mahal a Roswell Rudd, dal 2005 h

Zachary Richard

Autore di una riuscita combinazione fra cajun, rock e funk, Zachary Ralph Richard (1950) fin da ragazzo viene profondamente influenzato dalla tradizione musicale della Louisiana. A otto anni impara a suonare il pianoforte e più tardi si accosta alla chitarra. Discografia e Wikipedia

Gli Animals | Pochi bianchi cantano il blues meglio di Eric Burdon

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Partiamo da un assunto: pochi cantano rhythm’n’blues meglio di Eric Burdon, uno di quella nidiata di cantanti inglesi, usciti tutti fra il 1962 e il 1966, che guardando al di là dell’Atlantico  si sono messi a interpretare classici del blues e r’n’b nero americano. Definiti dalla stampa blue-eyed soul (anche se avevano quasi tutti gli occhi scuri), volendo con questo dire musica nera cantata da bianchi senza apparire razzista, va detto che ognuno aveva il suo stile. È questo che rende il momento storico di livello, altrimenti sarebbero state solo cover a go-go. I nomi li conoscete: Rod Stewart e Stevie Winwood, Van Morrison e il primo Mick Jagger, Small Faces e anche i primi Who, a cui vanno aggiunti alcuni che non sono mai arrivati stabilmente in alto nelle classifiche, come Georgie Fame, Long John Baldry e altri che arriveranno molto dopo, come i Bee Gees formato disco e il Bowie di Young Americans. E, naturalmente, il nostro Eric. Burdon nasce nel 1941, a Newcastle, nord dell’Inghil

Alanis Morissette - Jagged Little Pill (1995)

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I meccanismi per cui uno abbia successo sono così oscuri che tanto è vero si dice “il segreto del successo”. Ovviamente si può mettere l’impegno, il talento, la fortuna, ma queste sono variabili che per quanto ci si possa sforzare di trovare per esse una definizione soddisfacente rimangono ancora molto aleatorie. Il disco di oggi è la storia di un successo, anzi di uno dei più grandi successi di tutti tempi, registrato negli annali come il disco d’esordio per una grande etichetta discografica di maggior successo nella storia dell’industria discografica. Artefice fu una giovanissima ventenne canadese, Alanis Morissette. Che se proprio vogliamo essere precisi, fu un talento sin da giovanissima. A 13 anni infatti, già funambolica armonicista pubblica un singolo, Fate Stay With Me, che ottiene un piccolo successo nonostante fosse autoprodotto dalla famiglia Morissette. La sua passione per la musica continua spedita e Alanis, nel 1991, esce quando la giovane ragazza ha appena 17 anni. Pr

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #85 #84 #83

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KRZYSZTOF KOMEDA: ASTIGMATIC (POLSKIE - NAGRANIA MUZA) Krzysztof Komeda (p), Tomasz Stanko (t), Zbigniew Namyslowski (as), Gunter Lenz (b) and Rune Carlson (d). Rec. 1965 Astigmatic è uno dei contributi più importanti alla formazione di un'estetica europea nella composizione jazz. Lo stesso Stanko ha affermato che questo è un album che "non avrebbe mai potuto essere realizzato in America", indicando il lavoro di Komeda come compositore per più di 40 film. "Il film impone una costruzione atipica", ha ricordato Stanko. In effetti, il quintetto risponde alle composizioni di Komeda con gioia udibile: qui si misura l'intensità ma anche l'inconfondibile bagliore dell'ispirazione. (SN) ANTHONY BRAXTON: FOR ALTO (DELMARK) Anthony Braxton (as). Rec. 1969 Mentre i titoli delle canzoni - dediche a musicisti innovativi come John Cage, Cecil Taylor e Leroy Jenkins - davano una chiara indicazione della provenienza dell'iconoclasta dell'Association For The

Cowboy Junkies - Demons (2011)

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di Silvano Bottaro Nella seconda metà degli anni ottanta i fratelli Timmins si fecero conoscere grazie ad una manciata di buoni dischi, tra cui gli ottimi The Caution Horses, Black Eyed Man e il superlativo The Trinity Session dell’88. Negli anni successivi, per una serie di coincidenze, non ultima la mancanza di “creatività” sonora, non li ho più seguiti se non “per sentito dire”. Ora, come è successo per i R.E.M., ho ascoltato questo loro ultimo lavoro e la sorpresa è stata più che buona. Il disco in origine doveva essere una collaborazione con l’amico Vic Chesnutt ma, la sua morte avvenuta prematuramente il giorno di Natale del 2009, ne ha cambiato le sorti, facendolo diventare un tributo allo stesso artista canadese. La band non estranea alla rielaborazione di brani altrui, vedi “Dead Flowers” dei Rolling Stones o “Sweet Jane” di Lou Reed (la più bella versione in assoluto a detta dello stesso autore) ha trovato tanto e ottimo materiale da arrangiare nell’archivio musical

Folk Show: Episode 57

Pretty Things - S.F. Sorrow (1968)

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Inizia un nuovo mese, e nuovo tema delle storie musicali. Tema è forse proprio la parola giusta, dato che ho scelto dei concept album da proporvi. I concept album sono considerati opere nelle quali esiste una unità narrativa (che sia strumentale, di brani o di tematiche) all’interno del progetto discografico. Ne esistono varie varianti, e siccome la definizione è molto aperta alle interpretazioni, c’è molto dibattito filologico sui primi esperimenti e sui primi dischi da considerare antesignani dei concept. Un dato è certo: l’idea predominante degli album concept si sviluppò in Europa verso la fine degli anni ‘60, in un momento dove la generazione del baby boom post guerra iniziò autonomamente a rielaborare i modelli musicali americani e a dare una dimensione più “artistica” alla musica popolare. Filologicamente, forse il primo tentativo di dare una coesione narrativa e concettuale dei brani di un album, tanto da raccontarne una storia a puntate nelle tracce, fu un disco semi dimentica

John Renbourn

John Renbourn (1944) londinese, inizia a suonare r'n'r e il r'n'b per dedicarsi poi al blues e al folk intorno al 1962. Si esibisce nei club di Guildford e di Kingston, si interessa anche di jazz e di poesia e alla metà dei '60 incontra Bert Jansch, con cui divide una stanza a Londra. Discografia e Wikipedia

Redding canta il soul | Otis blue è l’album emblema della black music americana

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Otis Redding è probabilmente il più grande cantante di soul music mai apparso sulla scena, e la sua intensità, la sua passione e il trasporto dei suoi spettacoli rimangono un picco insorpassato nella black music americana. È l’impersonificazione maschile del “deep soul” del Sud, con tutto il suo carico emotivo, la sua visceralità, e in generale quel clima passionale che è testimoniato da centinaia di incisioni, più o meno famose, sparse per le varie etichette, a volte minuscole, a volte “nazionali”. È quella zona del Paese dove negli anni ’60 vive ancora uno spirito confederato, la segregazione razziale è ancora ben presente, e la musica affonda le sue radici nel blues del Delta e nel rythm’n’blues degli Stati meridionali. Alla fine il “soul profondo” è solo un’etichetta, ma rende bene il significato e la potenza. Se cercate “cose vere”, deep soul è una bella indicazione lungo la strada. Negli anni ’60 americani, le due polarità della black music sono Detroit e Memphis: la prima è sede

Rhiannon Giddens – They’re Calling Me Home (2021)

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 di Gianfranco Marmoro Un altro racconto nomade, un nuovo capitolo musicale dalle profonde valenze culturali, Rhiannon Giddens e Francesco Turrisi, dopo aver adottato l’Irlanda come nuova patria, rinnovano il prezioso gemellaggio messo a punto con “There Is No Other”, suggellando nello stesso tempo quello più intimo, romantico e personale. “The’re Calling Me Home” è un’altra esplorazione antropologica, il linguaggio musicale di base è quello dell’Irlanda, non nella sua accezione popolare e folk più stretta, quanto nella non sempre evidente connessione con altri lessici sonori. I due artisti affrontano la vastità delle proprie radici recuperando brani radicati nella memoria: nelle origini africane di Rhiannon Giddens, o nelle più complesse interazioni stilistiche di Francesco Turrisi. “The’re Calling Me Home” è un album intenso, eppure informale, non v’è brano che non lasci traccia, soprattutto quando i musicisti elevano gli accenti, prendendo a modello la complessa trama di amore, libe

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