L’afrobeat di Fela Kuti è ancora un’arma contro il potere
di Alberto Piccinini A differenza di Bob Marley o James Brown, Fela Anikulapo Kuti non ha lasciato canzoni che possano tramandare una memoria distratta o banalmente popolare della sua opera. Non c’è un no woman no cry e neppure un sex machine dentro i molti dischi usciti a suo nome tra gli anni sessanta e ottanta, i quali invece sono costruiti tutti allo stesso modo: un solo pezzo per ogni facciata lungo tra i venti e i trenta minuti. Cioè un tempo eccessivo per l’epoca – e in generale per la musica pop internazionale – che prediligeva i 3-4 minuti della facciata di un 45 giri (lo stesso James Brown aggirò il problema dividendo in due parti uguali – pt.1, pt. 2 – alcuni dei suoi pezzi più lunghi e più celebri). Ci fu chi – da ultimo l’etichetta discografica Motown – provò con intenzione sincera a chiedere a Fela Kuti di suonare qualcosa di più radiofonico e meno “rituale”. Quella volta il musicista nigeriano consultò capi spirituali e spiriti arcani, ci pensò sopra insom...