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L’afrobeat di Fela Kuti è ancora un’arma contro il potere

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di Alberto Piccinini A differenza di Bob Marley o James Brown, Fela Anikulapo Kuti non ha lasciato canzoni che possano tramandare una memoria distratta o banalmente popolare della sua opera. Non c’è un no woman no cry e neppure un sex machine dentro i molti dischi usciti a suo nome tra gli anni sessanta e ottanta, i quali invece sono costruiti tutti allo stesso modo: un solo pezzo per ogni facciata lungo tra i venti e i trenta minuti. Cioè un tempo eccessivo per l’epoca – e in generale per la musica pop internazionale – che prediligeva i 3-4 minuti della facciata di un 45 giri (lo stesso James Brown aggirò il problema dividendo in due parti uguali – pt.1, pt. 2 – alcuni dei suoi pezzi più lunghi e più celebri). Ci fu chi – da ultimo l’etichetta discografica Motown – provò con intenzione sincera a chiedere a Fela Kuti di suonare qualcosa di più radiofonico e meno “rituale”. Quella volta il musicista nigeriano consultò capi spirituali e spiriti arcani, ci pensò sopra insom...

Fela Anikulapo Kuti - Black President (1981)

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di Alberto Campo Nella discografia sterminata che Fela Kuti ha consegnato alla storia musicale del Novecento, Black President occupa un ruolo determinante, poichè fu l'album che ne impose definitivamente la figura su scala planetaria. Edito da una major, e perciò reperibile anche fuori dai circuiti specializzati, divulgò il linguaggio sonoro rivoluzionario del Presidente Nero oltre la ristretta cerchia degli appassionati. Accompagnato dagli Afrika 70, l'orchestra dal mutevole organico - qui c'è al sax Lester Bowie dell'Art Ensemble Of Chicago, per dire - che ne assecondava le imprese, in seguito ribattezzata Egypt 80, Fela mette in mostra il meglio di sé. Tanto per cominciare, ripropone due temi classici del proprio repertorio: il mantra anti-imperialista I.T.T. (acronimo di International Thief Thief), 18 minuti di funk africano fiero e polemico, e l'elegiaco Sorrow tears and blood . Un Riders of the storm ambientato in Nigeria, quest'ultimo: cronaca d...

Fela Kuti reinventò la musica dell’Africa occidentale

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Tra gli anni Settanta e Ottanta incorporò il jazz e il funk nei generi tradizionali nigeriani, e diventò una leggenda artistica e politica di Giuseppe Luca Scaffidi Alla fine degli anni Sessanta la scena culturale di Lagos, la più grande città della Nigeria, si concentrò in un piccolo locale del quartiere di Yaba. Si chiamava Kakadu, ed era il posto in cui gli studenti dell’Università di Lagos e dello Yaba College of Technology, i due atenei più importanti della città, si davano appuntamento per assistere alle lunghissime jam session dei Koola Lobitos, un gruppo che si ispirava alle grandi big band statunitensi, e quindi composto da una dozzina di musicisti suddivisi in una sezione ritmica e in una di fiati. Facevano ballare e divertire la gente suonando l’afrobeat, una musica libera da schematismi che mescolava le composizioni del repertorio tradizionale della comunità nigeriana yoruba a generi che si erano diffusi oltreoceano nella comunità afroamericana, come il funk, il soul e sopr...

Fela Kuti

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