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Visualizzazione dei post da Maggio, 2022

Folk Show: Episode 112

Calexico – El Mirador (2022)

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  di Marco Boscolo Li avevamo lasciati un paio di anni fa con un disco, Seasonal Shift, che era un vero e proprio passo falso: un Christmas album poco ispirato e un bel po’ paraculo. Adesso li ritroviamo al giro di boa del decimo disco e del quarto di secolo di attività. Era infatti il 1997 quando Joey Burns e John Convertino uscivano dai Giant Sand per esplorare in autonomia la contaminazione tra USA e Messico. In questi venticinque anni, molte cose sono cambiate. Allora guardare oltre il Rio Grande da una prospettiva bianca era quasi pionieristico, con la musica dell’area culturale dell’America Latina che, fatto salvo alcune eccezioni, era considerata “world music”, un esotismo. E a ben guardare il viaggio dei due Calexico non partiva da premesse filologiche o di recupero di tradizioni e culture poco note al grande pubblico, ma guardava soprattutto all’immaginario delle colonne sonore, in particolare a Morricone e agli spaghetti western: quindi ancora una volta lo sguardo bianco sul

Sting

Sting nasce Gordon Matthev Summer il 2 ottobre 1951 a Walsend nel Northumberland inglese. Negli anni della scuola suona la chitarra, scopre la musica di Thelonius Monk e nella prima metà dei '70 si esibisce in piccole formazioni di jazz tradizionale e contemporaneamente insegna a scuola. Risale a questo periodo il soprannome Sting ("pungiglione").

9 - Il rock sperimentale di fine anni '60 (1/3)

Se i ’60 rivoluzionano completamente il modo di suonare ( e ascoltare) il rock, arricchendo di nuovi input sonori le relativamente semplici forme di metà anni ’50 e dando vita ad innumerevoli stili e sottostili, si tratta pur sempre di una rivoluzione che avviene nei solchi della tradizione, poggiando su evoluzioni di genere preesistenti e pur sempre nel rispetto di alcuni principi: la forma-canzone, l’appartenenza degli artisti a determinati stili, una più o meno forte tendenza a prendersi sul serio (che talvolta sfociava in una vera e propria venerazione acritica da parte del pubblico). Si è innovato, certo, ma sempre rielaborando e modificando i dosaggi di elementi appartenenti all’area popolare della musica americana: folk, country e blues, tanto per ridurre il discorso all’osso. Tuttavia negli stessi anni in cui Dylan desta enorme scalpore elettrificandosi e i Byrds s’inventavano il folk-rock, esce una serie di dischi che osano ben di più sia da un punto di vista puramente musical

Cowboy Junkies - Songs Of The Recollection (2022)

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  di Ignazio Gulotta “Songs Of The Recollection” è un album di cover, nove canzoni di autori molto amati dai Cowboy Junkies che vengono reinterpretati con passione e amore, sentimenti che riescono a trasmettere in chi ascolta. La band composta dai tre fratelli Timmons, Margo, Michael e Peter, e dal loro fedele amico, il bassista Alan Anton, infatti non smentiscono se stessi e ci danno un’opera di pregevole fattura, ispirata e godibilissima. Ci sono band, i Cownoy Junkes sono fra queste, a cui non si chiede tanto di operare chissà quali cambiamenti, ma di riuscire sempre a mantenere quel livello, quel tono, quell’atmosfera che ce le hanno fatte amare. Ed è un piacere ritrovare i quattro in perfetto affiatamento con la sezione ritmica che conferisce quel ritmo cadenzato che evoca grandi spazi e tempi distesi, le chitarre espressive e inventive sia nell’arpeggio che nell’uso di feedback e distorsioni e soprattutto la voce dolce di Margo che qui si colora spesso di toni scuri e perfino di

Sly & the Family Stone: l’eclettica fantasia della musica nera

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 di Luca Divelti Quando sul finire degli anni sessanta la musica soul sembrava essere giunta a una fase di stallo e di perdita di creatività, apparve quasi dal nulla qualcosa di profondamente strano, che rase al suolo ogni preconcetto musicale esistente fino a quel momento. Se non era abbastanza essere incapaci di stabilire a quale genere appartenesse quella musica piombata nelle radio, che mescolava senza ritegno soul, funk, jazz, rock e psichedelia, scoprirne poi gli esecutori in una band multirazziale lasciava addirittura tramortiti. Sly and the Family Stone rispondeva al nome di quell’oggetto non identificato, che prese possesso della musica nera alla fine di quel decennio così difficile e pieno di aspettative sociali spesso tradite e la portò a un’ulteriore evoluzione. Sylvester Stewart era un dj di San Francisco che conosceva la musica e la sua storia e non ignorava quante volte l’industria avesse sfruttato le idee degli artisti di colore a favore dei colleghi più pallidi. Da qui

Grizzly Bear - Shields (2012)

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di Silvano Bottaro Quarto album per questi "Orsi grigi", giovane band americana attiva dal 2004. Dopo "Veckatimest", uscito nel 2009, album che ha avuto notevole successo di critica e di pubblico, i Grizzly si sono presi una pausa, un periodo non proprio di riposo visto che, nel frattempo, hanno avuto esperienze personali, "momenti" utili per capire cosa fare del proprio futuro o meglio cosa fare dei Grizzly Bear. Il risultato è questo Shields, una costola del precedente "Veckatimest", meno incisivo, ma più equilibrato. Dieci sono i brani presenti; scritti, suonati e cantati da tutti e quattro i musicisti del gruppo. Le sonorità si aggirano in territori indie-folk (come i precedenti) con qualche strizzatina d'occhio alla psichedelia e soprattutto al pop, senza però guastare. I brani registrati in presa diretta dimostrano una raggiunta maturità stilistica e sonora. Abbandonato un certo "sperimentalismo" presente nei disc

Folk Show: Episode 111

Spiritualized - Everything Was Beautiful (2022)

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  di Andrea Notarangelo Jason Pierce, aka J. Spaceman, titolare del progetto Spiritualized, torna quattro anni dopo And Nothing Hurt con il suo nono disco Everything Was Beautiful. L’album non si discosta dal percorso iniziato nel 1990, cioè dalla presa di coscienza che l’esperienza “acida” degli Spaceman 3 era ormai giunta a compimento ed occorreva una ripresa da quel paradiso lisergico. Dalle ceneri di quell’avventura pioneristica la rinascita come una fenice in una nuova ragione sociale caratterizzata da una forma musicale più matura nella quale psichedelia, elettronica e shoegaze contribuirono a creare una commistione Space rock unica. Questa nuova raccolta di pezzi rappresenta però qualcosa di più che un ritorno al passato. Complice la situazione mondiale post pandemia, Jason Pierce ritorna a noi con un lavoro che guarda molto indietro, precisamente nel suo momento migliore, quello per intenderci di dischi quali Ladies and Gentlemen We Are Floating in Space del 1997 (rimasto il su

Stephen Stills

Nonostante possa vantare una consistente e dignitosa carriera solista, Stephen Stills (1945) è forse più noto per le frequenti collaborazioni di prestigio, prima con Kooper e Bloomfield, poi con Crosby, Nash e Young, quindi con Manassas. Originario di Dallas, Texas, Stills si sposta frequentemente per gli Stati Uniti e durante l'infanzia trascorre qualche tempo a Panama e in Costa Rica.

8 - Il Soul (7/7)

Un caso a parte è costituito da Van Morrison, già frontman dei Them, straordinario interprete soul e folk che fa seguire all’esordio solista di “Blowin’ your mind!”(1967), “Astral Weeks”, (1968), capolavoro assoluto della sua carriera nonché pietra miliare della musica rock: accompagnato da una sessione ritmica jazz Van Morrison regala canzoni di ampio respiro, malinconiche e agrodolci, con al centro la meravigliosa sequenza di “Cyprus Avenue”, “The Way Young Lovers Do” e “Madame George” ,pezzi che abbracciano con apparente disinvoltura folk, jazz e soul. Per quanto riguarda invece il northern soul la definizione non indica, come potrebbe far pensare il nome, un particolare stile di soul associata al settentrione degli Stati Uniti: il nord a cui ci si riferisce è quello dell’Inghilterra, zona in cui si trova un gran numero di club che, tra i primi anni ’70 e la seconda metà del decennio, vale a dire tra il periodo dei mod e quello dei punk, animano le serate inglesi con revival della m

Fontaines D.C. - Skinty Fia (2022)

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di indie-rock Quel cervo un po’ stranito nel ritrovarsi nel sottoscala di un’abitazione tipicamente anglo-sassone, in realtà non esiste più. Il megaloceros giganteus, o “grande cervo irlandese” è scomparso tra 9200 e 9400 anni fa, ma rappresenta l’attualissima metafora dell’allontanamento dal luogo di origine che quattro dei cinque membri dei Fontaines D.C. stanno sperimentando dopo il repentino successo ottenuto negli ultimi tre anni. Solo il chitarrista Conor Curley è rimasto a Dublino, centro di formazione di ogni membro del gruppo e ragione per cui dopo “Fontaines” ci sia “D.C.”, ovvero “Dublin City”. Emigrati in quel di Londra, vivono forse Grian Chatten (voce), Carlos O’Connell (chitarra), Tom Coll (batteria) e Conor Deegan III (basso) lo stesso senso di alienazione dell’imponente quadrupede? Di certo ‘Skinty Fia‘ (“la dannazione del cervo” in gaelico irlandese), che arriva quasi precisamente a un triennio di distanza da ‘Dogrel‘ (2019) e a poco più di 20 mesi da ‘A Hero’s Death‘

Walk On By: la nuova via della musica nera, firmata Isaac Hayes

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 di Luca Divelti Isaac Hayes aveva iniziato a lavorare stabilmente nell’ambiente musicale come tastierista e compositore per la Stax Records, collaborando negli anni sessanta con Carla Thomas, Wilson Pickett, Booker T e Sam & Dave. Per questi ultimi, a fine decennio, scrisse Soul Man, che spopolò nelle classifiche e gli regalò la ribalta dopo tanta gavetta. Hayes era da anni al servizio dell’etichetta di Memphis e sentiva di meritarsi palcoscenici migliori per mettere in mostra il proprio talento: la Stax era la stella polare per ogni giovane artista di Memphis e Hayes aveva a lungo tentato di farsi assumere come cantante nei primi anni sessanta, fino a che non gli era stata offerta l’occasione di suonare come turnista per Otis Redding. Proprio per cercare qualcuno che sostituisse il povero Redding, punta di diamante scomparsa in un incidente aereo sul finire del 1967, la casa discografica si concentrò sulle risorse interne, nella speranza che dal mazzo uscisse il cosiddetto jolly.

Bob Dylan - Tempest (2012)

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di Silvano Bottaro Ed eccolo ancora qui l'ultrasettantenne Bob Dylan, con il suo nuovo disco "Tempest", il trentacinquesimo, in uscita a cinquant'anni giusti dal suo primo album "Omonimo" datato 1962. Difficile poter valutare con precisione la portata dell'influenza che ha avuto il Dylan di quegli anni. I suoi pezzi divennero inni al di là della sua volontà. Blowin' in the wind , A hard rain , The times they are a changin' , Mr. Tambourine man , furono i pezzi giusti al momento giusto. Quei  brani fecero più o meno l'effetto di un'esplosione di consapevolezza. Musicalmente ha spazzato via ogni stereotipo, cambiando continuamente direzione, affermando con determinazione di sentirsi soprattutto un artista libero di scrivere quello che più gli piaceva, sminuendo di molto l'aspetto rigorosamente militante della sua prima produzione. La sua storia si svolge tutta all'insegna di un continuo ciclo di morti e rinascite nel tempo. E

Folk Show: Episode 110

Taj Mahal & Ry Cooder - Get On (2022)

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Il punto di partenza per l'ultimo album di Taj Mahal e Ry Cooder, Get on Board (22 aprile 2022; Nonesuch), risale a più di 60 anni fa, quando i due erano giovani. In particolare, stavano ascoltando separatamente un disco con lo stesso nome del mago dell'armonica Sonny Terry e del suo grande amico, il chitarrista Brownie McGhee, e furono colpiti dalla loro interpretazione del blues, dal lavoro di chitarra e dall'atmosfera rilassata che crearono.       "Quel primo disco, Get on Board [...] era così meraviglioso che riuscivo a capire la chitarra che suonava", dice Cooder del primo momento in cui l'ha sentito. Mahal è d'accordo: "Ho cominciato a sentirli quando avevo circa 19 anni, e volevo andare in questi locali, perché avevo sentito che quei vecchi suonavano lì. Sapevo che c'era un fiume là fuori da qualche parte in cui potevo entrare, e una volta entrato, sarei stato bene. Hanno rappresentato tutto per me".    Quel 'fiume' li portò en

Rod Stewart

Roderick David Stewart (1945) londinese seppure figlio di scozzesi, dopo n promettente inizio di carriera come calciatore nel Brentford F.C. si mette a girare l'Europa con l'amico folksinger Wizz Jones. Nel 1963 i due vengono arrestati in Spagna per vagabondaggio e rimpatriati a forza. Nel 1964 Stewart ottiene il primo lavoro come musicista professionista nel gruppo di Jimmy Powell, i Five.

8 - Il Soul (6/7)

D’altra parte le evoluzioni artistiche di questi artisti e con essi della Motown (di cui erano colonne portanti), portano quest’ultima ad avvicinarsi nel suono ad un’etichetta come la Hi Records: nei dischi di entrambi l’accompagnamento orchestrale si va andato sempre più diffondendo, la line-up rhythm’n’blues tradizionale viene sostituita da archi, fiati e lussureggianti arrangiamenti orchestrali. Sono i prodromi del philly soul, in gran parte prodotto dei produttori dell’epoca, che marchia indelebilmente le melodie vellutate dei vari Delfonics, Harold Melvin & the Blue Notes e O'Jays, divenendo, assieme al funk principale colonna sonora per il filone cinematografico Blaxploitation e ponte ideale verso le vellutate sonorità della disco di metà anni ’70. Un’ultima precisazione riguarda due termini che ricorrono spesso nella critica musicale: blue-eyed soul e northern soul, due fenomeni relativamente slegati all’evoluzione del soul stesso. Col primo termine si intende sempliceme

Ian Noe - RiverFools & Mountain Saints (2022)

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di Enzo Curelli Prova superata "Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista" canticchiava Caparezza molti anni fa, riprendendo un detto sempre in voga tra musicofili incalliti.  A smentirlo ci pensa Ian Noe, folksinger trentunenne del Kentucky, nonostante proprio il debutto di tre anni fa si fosse aggiudicato  un podio tra le migliori uscite discografiche di folk (e dintorni) degli ultimissimi anni. Between The Country si distinse per il ficcato iper realismo dei testi che non ebbero bisogno di cercare storie andando troppo lontano. Testi a chilometro zero che si nutrivano di poetica vera, malinconica, a tratti disperata raccontando di avvenimenti e personaggi circoscritti alla sua città natale Beattyville (con il suo triste primato di città bianca più povera d'America) e camminando un po' più in là ma senza mai  uscire dai confini del Kentucky. Difficile fare meglio?  Ian Noe dall'alto del suo ex lavoro come operaio in una piattaforma

Quando il razzismo stronca una vita: la storia di Billie Holiday

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 di Luca Divelti Può una canzone legarsi così a fondo con chi la canta e segnarne, seppur involontariamente, l’esistenza? Se mai c’è stato un brano che ha avuto un simile destino, quello è Strange Fruit e la sua interprete è Billie Holiday. C’è un prima e un dopo Strange Fruit: se prima della pubblicazione del brano i misfatti sul razzismo venivano accuratamente evitati dagli artisti per non scontentare alcune frange dell’opinione pubblica, le stazioni radio e giornali, dopo la pubblicazione su disco dell’interpretazione di Billie Holiday il muro dell’ipocrisia cominciò a sgretolarsi. Strange Fruit nasceva dalla penna di Abel Meeropol, professore ebreo assai dedito all’attivismo politico nella Grande Mela e per questo spesso sotto la lente dell’FBI: gli episodi quasi quotidiani riportati dalle cronache in cui gli afroamericani subivano linciaggi e impiccagioni, spesso per motivi presunti e senza neanche farsi carico di prove certe, colpì il professor Meeropol, che scrisse la cruda e sc

Soft Machine - Third (1970)

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di Silvano Bottaro Con i primi due album, in cui l'influenza "situazionista" di Robert Wyatt era determinante, la formazione era giunta a rappresentare il movimento " underground " inglese alla pari con i Pink Floyd di Syd Barrett . Nelle uscite successive, sotto la guida del tastierista Mike Ratledge, la musica viaggerà con decisione sempre maggiore verso lidi jazz-rock , sino a che il gruppo perderà ogni contatto con le proprie origini. " Third " è dunque l'attimo in cui le due anime della formazione, quella improvvisativa e psichedelica di Wyatt e quella da partiture scritte da Ratledge riescono per l'ultima volta a convincere. Al trio formato da Wyatt, Ratledge e dal bassista Hugh Hopper , genio dello strumento, si uniscono il sassofonista Elton Dean , i fiati di Lyn Dobson , Nick Evans e Jimmy Hastings ed il violino elettrico di Rab Spall . La struttura dell'album, che usci doppio (vinile), è molto semplice: un bran

Folk Show: Episode 109

The Hanging Stars - Hollow Heart (2022)

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  di Mauro Zambellini Bastano poche note di ascolto di Hollow Heart per capire quanto la musica West-Coast  pubblicata tra i sessanta e i settanta sia ancora in grado di fare proseliti in giro per il mondo. E non parlo di ascoltatori, che non sarebbero affatto una novità, ma di ragazzi giovani che si mettono a formare band per suonare quelle atmosfere tanto  ammalianti quanto vivaci e colorate. Dopo l’entrata in scena dei vari Jonathan Wilson, Ryley Walker, Israel Nash, Dawes, Allah Las, Beachwood Sparks la cosa potrebbe non destare sorpresa ma se le origini del gruppo in questione ovvero gli Hanging Stars, affondano nei circondari di Londra un motivo di curiosità esiste. Il cantante e chitarrista Richard Olson, il batterista Paulie Cobra ed il bassista Sam Ferman, il chitarrista e tastierista Patrick Ralla e Joe Harvey-Whyte con la pedal steel sembrano aver fatto indigestione di Byrds, Buffalo Springfield, Flying Burrito Bros., America e di tutta quella briosa materia pseudo psichedel

Cat Stevens

Nato Londra da genitori greco-svedesi, Cat Stevens (1947 vero nome Steven Georgiou) entra nel mondo del folk nel 1966, scoperto da Mike Hurst, ex Springfield. Il giovane Stevens nutre interesse per la musica popolare greca e le prime canzoni riflettono le sue origini, anche se influenzate da contaminazioni inglesi e americane.

8 - Il Soul (5/7)

Così il suono della Stax Records, il così detto southern soul, filo rosso che lega artisti diversissimi come OtisRedding,WilsonPickett e Sam&Dave è in gran parte dovuto agli Mgs di Booker T: un suono ruvido e ancora vicino al rhythm and blues, destinato a prosperare fino all’avvento dei ’70. Ancora, alla Tamla Motown di Detroit del già menzionato Berry Gordy,ci si rifornisce di soul virato pop, gioielli perlopiù figli della penna ispirata di compositori come Smokey Robinson e Holland-Dozier&Holland: Temptations, FourTops, Supremes, Commodores, ma soprattutto Stevie Wonder e Marvin Gaye: due artisti che assumendo personalmente il controllo della propria musica sono tra i principali responsabili dell’evoluzione di quel suono che traghettano verso lidi che non aveva ancora nemmeno intravisto. Partito con pezzi tradizionali in pieno stile Motown, Marvin Gaye comincia ad intraprendere sentieri mai percorsi prima dal soul con un pezzo dall’arrangiamento ambizioso e maestoso come “I H

Ryan Adams - Chris (2022)

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di Tony D'Onghia Non è la prima volta che Ryan Adams ricorre all’espediente della trilogia di album rilasciati a distanza ravvicinata per dare un ordine ed un senso ad una sorta di patologica, compulsoria prolificità. Era già successo con la sequenza composta dal cosiddetto Self Titled, da Prisoner e 1989, o prima ancora con Cold Roses, Jacksonville City Nights (testimonianze della sua fase “imperiale” supportato dagli impeccabili e compianti The Cardinals) e dall’intimistico 29. Una preannunciata – già nel 2019 – terzina di uscite discografiche dalla genesi sofferta, iniziata con l’acustico confessionale ed amaro Wednesdays e proseguita con lo stilizzato e levigato pop rock radiofonico di ispirazione 80s di Big Colors, arriva ora al suo compimento con questo Chris. Nel suo complesso, un progetto non certo facile da realizzare. Gli ultimi anni sono stati decisamente burrascosi per il musicista. Anni in caduta libera che hanno reso necessari ripensamenti e cambi di rotta che lo hann

Sam Cooke: inseguire un cambiamento che arrivò troppo tardi

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 di Luca Divelti Cambiare per crescere, per diventare migliori, per sfuggire alla mediocrità: quanto può essere affascinante il cambiamento? E quanto può essere allo stesso tempo poco rassicurante? Anche se proviamo a evitarlo, il cambiamento è insito nella nostra stessa esistenza e ci solletica continuamente, tentandoci a percorrere strade nuove. Non è mai facile adattarsi a questa dinamica, ma spesso non abbiamo scelta se vogliamo prendere in mano la nostra esistenza.  Sam Cooke non fece in tempo a vedere il cambiamento per la sua gente: peccato per uno che di cambiamento se ne intendeva come pochi altri e nello stesso tempo conosceva bene la tradizione da cui proveniva. La tradizione gospel era ben radicata in lui, figlio di un pastore che lo mise poco più che bambino a cantare nella sua chiesa: suo padre gli diede la spinta a intraprendere una carriera musicale che lo avrebbe visto arrivare a dominare con personalità nei Soul Stirrers, gruppo gospel che negli anni cinquanta si era

R.E.M. - Collapse Into Now (2011)

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di Silvano Bottaro Dire che con questo quindicesimo lavoro i R.E.M. ritornano alle origini, è assai azzardato. Eguagliare ottimi dischi e capolavori come Document dell ’87, Green dell '88, Out of Time dell ’91 e Automatic for the People dell '92, non è cosa semplice. Personalmente, dopo il buon New Adventures in Hi-Fi dell '96, li avevo trascurati se non per qualche ascolto di Up dell '98 e Reveal del 2001. In realtà in questi “anni duemila” il loro suono è diventato “piatto” e privo di emozioni, un continuo girare e rigirare nella stessa pentola di note. D'altronde in trent’anni di carriera non è facile rimanere in auge e sfornare nuovi lavori originali. Proprio per questo qualche maligno aveva simpaticamente consigliato di sciogliersi [sic!] Per pura curiosità ho voluto mettere il naso, o meglio le orecchie, su queste dodici tracce e, ascolto dopo ascolto, con meraviglia il disco mi ha preso come mai avrei pensato. Immagino Michael Stipe, Pete

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