Post

Visualizzazione dei post con l'etichetta ryan adams

La Cienega Just Smiled - Ryan Adams (2001)

Immagine
 Ryan Adams ha un'adorazione per la Band di Robbie Robertson e per Gram Parsons, per Bob Dylan, Neil Young e Warren Zevon, ama quindi il rock 'n' roll che prima ti spezza la vita e poi te la salva, perché non c'è niente di più bello di una canzone per rimetterti in piedi dopo una caduta. Ha debuttato alla guida dei Whiskeytown, una band di alternative-country di Raleigh, nella Carolina del Nord, una sorta di versione punk degli Uncle Tupelo. Poi, ha seguito una carriera solista a volte schizofrenica, ma che merita comunque stima. «La Cienega» che sorride in questa canzone è una strada che si estende da El Segundo Boulevard, nella cittadina di Hawthorne, fino al Santa Monica Boulevard di Los Angeles. La zona centrale nella Città degli Angeli è deliziosa, tranquilla di giorno e luminosa dopo il crepuscolo. A sorridere non è invece l'io narrante, distrutto da una ragazza che è entrata nella sua vita come un fulmine, lasciando dietro di sé solo pioggia. Ryan Adams canta...

Ryan Adams – Self Portrait (2025)

Immagine
di Marco Denti  Proprio a metà del guado di Self Portrait, le confessioni autobiografiche di I’m a Rollercoaster e Thunderstorm Years, sembrano delineare un punto di non ritorno. È un’immersione totale nel suo mondo: tra la prolificità e l’incontinenza, ovvero l’autoindulgenza, il limite è sottile e Ryan Adams neanche lo nota. Figurarsi se gliene importa qualcosa: non fa alcun sforzo per assecondare le canzoni o la musica, gli accordi spesso sono accennati e gli arrangiamenti improvvisati, echi e delay sono sparsi a piene mani, ma senza una vaga teoria di come applicarli. La produzione stessa pare considerata irrilevante: il suono è dimesso, i finali troncati, la voce filtrata e doppiata senza particolari attenzioni. La batteria, quando c’è, sembra registrata a un’isolato di distanza, e non che gliene importi a qualcuno, di sicuro non a Ryan Adams. La composizione, volendo, è anche peggio. Due dozzine di canzoni, che spesso sono bozzetti trascurabili di un paio di minuti o anche me...

Ryan Adams - Omonimo (2014)

Immagine
di Fausto Gori E` da quello che in definitiva è il suo miglior album solista, Cold Roses (2005), che Ryan Adams perde l`occasione di consacrare definitivamente la figura di un musicista che, fin dai tempi dorati dei Whiskeytown, non ha mai smesso di far parlare di sè, nel bene e nel male. Tre anni dopo il discreto Ashes and Fire (2011), l`impressione è sempre la stessa, cioè che nella personalità bizzarra e indecifrabile di Ryan ci possa essere un potenziale artistico non ancora del tutto espresso, ma anche una incapacità palese nell`essere qualitativamente coerente, e in questo, l`abbastanza inutile sfogo metal di Orion (2010) ha sicuramente rappresentato un vertice negativo. Naturalmente non si può non riconoscergli i meriti di una identità comunque consolidata che, nonostante tutto, rimane ancora credibile agli occhi esigenti dei tanti appassionati rock. Arrivato alla soglia dei quarant`anni, l`ex ragazzo della North Carolina è ancora irrequieto, nel suo nuovo disco omonim...

Ryan Adams - Chris (2022)

Immagine
di Tony D'Onghia Non è la prima volta che Ryan Adams ricorre all’espediente della trilogia di album rilasciati a distanza ravvicinata per dare un ordine ed un senso ad una sorta di patologica, compulsoria prolificità. Era già successo con la sequenza composta dal cosiddetto Self Titled, da Prisoner e 1989, o prima ancora con Cold Roses, Jacksonville City Nights (testimonianze della sua fase “imperiale” supportato dagli impeccabili e compianti The Cardinals) e dall’intimistico 29. Una preannunciata – già nel 2019 – terzina di uscite discografiche dalla genesi sofferta, iniziata con l’acustico confessionale ed amaro Wednesdays e proseguita con lo stilizzato e levigato pop rock radiofonico di ispirazione 80s di Big Colors, arriva ora al suo compimento con questo Chris. Nel suo complesso, un progetto non certo facile da realizzare. Gli ultimi anni sono stati decisamente burrascosi per il musicista. Anni in caduta libera che hanno reso necessari ripensamenti e cambi di rotta che lo hann...

Ryan Adams – Wednesdays (2020)

Immagine
Va innanzitutto premesso che, scegliendo di parlare di Ryan Adams, non si dimenticano le accuse di molestie che sette donne, tra cui una minorenne, gli hanno addebitato. C’è un lungo articolo del New York Times in merito e un’inchiesta dell’FBI ancora aperta. La scelta, prettamente personale, è di discorrere di questo suo nuovo album perseguendo l’idea che ogni forma d’arte, dal momento in cui diviene pubblica, acquisisca un’esistenza propria e disgiunta dal suo autore. Ciò, ovviamente, non vuol dire minimizzare quanto accaduto che, per completezza d’informazione, deve essere ancora giudicato dalle autorità competenti. A tal proposito, troviamo assolutamente condivisibile il dissing che Phoebe Bridgers, che con lui ha avuto una relazione ed è tra coloro che ne hanno denunciato gli abusi, gli ha dedicato con il suo singolo ‘Motion Sickness‘, il cui testo è assai eloquente. La vicenda personale di Adams ha sostanzialmente interrotto una carriera che è sempre stata estremamente prolifica....

Ryan Adams: Ascesa e caduta di un divo

Immagine
Cantante e chitarrista statunitense, Ryan Adams (classe 1974, originario di Jacksonville, nella Carolina del Nord) è tra i principali esponenti dell’alternative country. Acclamato da decenni per il suo lavoro, ha ottenuto diversi riconoscimenti che, come l’ha definito il New York Times, fanno di lui uno dei più eleganti cantautori della sua generazione. Ryan Adams nasce il 5 novembre del 1974 a Jacksonville, nel North Carolina. Dopo tre dischi come leader dei Whiskeytown, intraprende la carriera solista e nel settembre del 2000 pubblica il primo album a suo nome, Heartbreaker: il disco mette in mostra una vena compositiva moderna, ma tiene contemporaneamente conto degli insegnamenti del più classico rock americano. Esattamente un anno dopo esce il secondo lavoro, il celebrato Gold, in cui Adams sviluppa ancora più compiutamente il suo stile a metà tra modernità e tradizionalismo (che lo fa apparentare al movimento del cosiddetto alt-country). Nello stesso periodo, il proli...

Ryan Adams - Gold (2001)

Immagine
Gli Allman Brothers di Ramblin' Man trasfigurati nel classic-rock irresistibile di New York, New York, Van Morrison e la Band evocati durante Answering Bell, gli Stones a rotolarsi nello sferzare hendrixiano di Tina Toledo's Street Walkin' Blues, il Neil Young fragile e sentimentale di When The Stars Go Blue e Sylvia Plath, il roots-rock per armonica di Firecracker, il banjo rurale di Sweet Black Magic, il feeling disincantato e metropolitano di The Bar Is A Beautiful Place (con gli echi springsteeniani di tromba e sax), gli up-tempos alla John Mellencamp di Rosalie Come And Go e Cannonball Days, il soul formato Tom Petty della ruggente Touch, Feel & Lose, l'hard-rock scartavetrato di Enemy Fire, la maturità folkie di Wild Flowers, l'apoteosi di assoli e schitarrate della lunga Nobody Girl, il country eccentrico di Someday, Somehow e la canzone d'autore purissima di Harder Now That It's Over, il pop rockista del primo Elton John affiorante in The ...

Ryan Adams – Prisoner (2017)

Immagine
di Emiliano Le Moglie È davvero piacevole avere nelle orecchie un nuovo lavoro di Ryan Adams – la cui uscita prevista per la seconda metà di febbraio è stata anticipata dal singolo radiofonico “Do you still love me?“. “Prisoner” è un album dalla genesi complessa: figlia di quel divorzio che lo ha devastato sia dal punto di vista emotivo che psicologico. Ne consegue una scrittura probabilmente figlia del distacco, e capace d’innescare una rivoluzione nel cantautore americano. Lui, sempre alla ricerca di qualcosa che lo soddisfi a pieno – benché vanti una carriera ispirata alle spalle fatta di grandi collaborazioni e fughe verso dimensioni oniriche. Qui, Adams sembra sentirsi finalmente libero di proporsi e di proporre una creatività nuova. Pennellate d’artista e graffi felini, senza mai vergognarsi di qualche caduta inevitabile.”Prisoner” si presenta come un disco fresco e libero, che pesca a piene mani dalle radici alternative (quasi indie) del nostro, per poi mischiarsi ad un...

Ryan Adams - 1989 (2015)

Immagine
di Marcello Matranga Alle stranezze Ryan Adams ci ha abituato da tempo. Incurante dei giudizi, arrogante ma anche maledettamente intrigante, Adams è personaggio di fronte al quale è decisamente restare indifferenti: molti lo amano, altrettanti lo detestano. Chi lo ignora è perché non ne conosce l’esistenza. E così, dopo aver fatto uscire un gioiello come il box delle due serate alla Carnegie Hall, degno di entrare nel ristretto novero dei dischi dell’anno, eccolo alle prese con la stramba idea di rifare 1989 album multimilionario (basti pensare alle 1,3 milioni di copie vendute nella sola prima settimana d’uscita, fine Ottobre 2014) di Taylor Swift. Stramba perché si tratta di un disco che nulla può avere a che vedere con Ryan, fatto da un personaggio talmente lontano dal musicista da rendere impossibile comprendere il perché della scelta. Al tutto aggiungendo che sarebbe stato un album di chitarre e con anche un sound alla Smiths. Insomma abbastanza per lasciare perlomeno perples...

E T I C H E T T E

Mostra di più