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Visualizzazione dei post con l'etichetta 1987

Hüsker Dü - Warehouse: Songs And Stories (1987)

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di Silvano Bottaro Prima dei R.E.M., dei Sonic Youth e dei Nirvana, un altro grande gruppo del circuito alternativo a stelle e strisce fu ingaggiato da una major, per provare a dimostrare che certo rock nato e maturato nei bassifondi poteva diventare un business: si trattava di un trio originario di Minneapolis, con un nome assurdo - "ti ricordi?" in svedese - e trascorsi di rilievo nell'ambito dall'hardcore più feroce e senza compromessi, la cui leadership era divisa tra due compositori e cantanti impegnati anche alla chitarra (Bob Mould) e alla batteria (Grant Hart). Finì nel peggiore dei modi, quel sodalizio che pure aveva fruttato sette album e mezzo, di cui due doppi, in appena sei anni: con furibondi litigi e tanta amarezza. E finì, ironia del destino, poco dopo l'uscita del capolavoro che ne rappresentò lo zenit qualitativo e che quindi, suo malgrado, interpretò il ruolo un po' sinistro dell'epitaffio. Secondo lavoro marchiato Warner, dopo...

The Jesus And Mary Chain - Darklands (1987)

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di Silvano Bottaro Quando ascoltai per la prima volta i “ The Jesus And Mary Chain ” ebbi nei loro confronti un atteggiamento estremamente conservatore, lo stesso che manifestai - lo ammetto - nel ‘77 quando vennero fuori i Sex Pistols: che diamine - consideravo tra me e me - come si permettono questi sfacciati di bistrattare il vecchio rock di papà Elvis? Ripensandoci, ho commesso lo stesso imperdonabile errore: dietro a quell’atteggiamento cinico, come sovente accade, si nasconde il vero amore e l’atteggiamento giusto, in grado di “preservare la specie”; nel senso di rock, quello genuino e privo da qualsiasi contaminazione che non abbia bisogno di scaricare le proprie sensazioni, frustrazioni, urgenze. Dietro a quel rumore apparentemente “maleducato”, dunque, ecco la stoffa, il sincero e sentito bisogno di recitare la propria parte per il gusto di conservare l’attitudine, di non snaturare il vecchio significato di una musica adulta che rifiuta la maturità; il rock’n’roll, dunqu...

Van Morrison - Poetic Champions Compose (1987)

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Un'espressione dura, tagliente, tremendamente essenziale rivela - già a partire dalla copertina - un uomo fisicamente maturo ma ancora in preda a infiniti dubbi esistenziali. Il volto di Van, in bella mostra in quasi tutte le 'sleeves' della sua produzione, non può che esserci familiare: a partire dall'estasi mistico-psichedelica di "Astral Weeks", passando per lo sguardo intenso di "Moondance", il rapimento di "St. Dominic's Preview", la struggente nostalgia di "Veedon Fleece", il taglio deciso e perfetto di "Into The Music" - ogni tassello melodico di questo grande cuore irlandese è sempre stato accostato, suggellato, completato da immagini di incredibile comunicatività. Sembra quasi di sapere in anticipo cosa ci attende, di intuire con un solo sguardo quale fase della interminata ricerca interiore del Nostro stiamo per approcciare. Motivo per cui un certo timore accompagna il primo contatto con questo disco p...

INXS - Kick (1987)

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La band di oggi, a metà anni '80, era tra le più famose del mondo. Ma credo che anche all'epoca pochissima sapessero che il nucleo centrale di questo gruppo australiano fosse formato da tre fratelli. tutto inizia a Perth, nel 1979: i fratelli Farris, Tim, Andrew e Jon che avevano già un gruppo dal nome, inequivocabile, di The Farris Brothers, aggiungono al nucleo fondativo Kirk Pengilly, Garry Beers e un cantante, amico di liceo di Tim, Michael Hutchens. Si spostano a Sydney, dove cambiano nome in INXS ( da leggere come "In Excess") dove ottengono un contratto con una piccola etichetta indipendente, la Deluxe, con cui pubblicano il primo singolo, Simple Simon. Erano gli anni della pulizia dal rumore del punk, dell'arrivo della elettronica "dolce" e della new wave. È in questo solco che la band si muove, ma si apre in maniera piuttosto originale al funk e a piccoli innesti dance. All'inizio concentrano le energie nella nativa Australia, dove ottengono...

U2 - The Joshua Tree (1987)

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di Silvano Bottaro La consacrazione di una band divenuta un vero fenomeno sociale. Con la supervisione di Daniel Lanois e il solito Eno, gli U2 vengono ripuliti da una vitalità artistica troppo grezza. In The Joshua Tree risiede tutto lo scibile del rock e del pop. Bono e compagnia sono meno inquietanti e più scaltri nelle scelte tra energia e lirismo melodico. Un'opera cruciale che si distingue immediatamente in mezzo a venti di novità e cambiamenti, per la smania creativa che pervade questi brani esaltandone il lato più melodico. E' un fluire inarrestabile di sensazioni tra suoni energici, schemi corposi, riff sinuosi. The Joshua Tree invade il mondo, fa rivivere antiche gesta e soprattutto la magia del grande rock torna ad esaltare gli amplificatori. Un evento magico, maturato proprio lì, a Joshua Tree, dove in mezzo a una delle zone più desertiche un arbusto è diventato un albero secolare. Dopo questo album la musica della band irlandese assumerà un carattere di uni...

Robbie Robertson – Omonimo (1987)

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di Silvano Bottaro Sangue indiano nelle vene, il Canada come paese natale e una credibilità conquistata tra le fila della “Band”. Quando decide di entrare in studio per registrare il “suo” disco, Robbie Robertson aveva masticato rock per quasi tre decenni. Nel 1965 aveva accompagnato Dylan in uno dei tour più discusso della storia. Da allora, la sua vicenda era rimasta strettamente legata a quella dell’uomo di Duluth: insieme alla Band aveva registrato album di capitale importanza come “Music from Big Pink” e preso parte alle memorabili session di “The Basement Tapes”. Nella Band era punto di riferimento, ma la presenza di vocalist d’eccezione come Levon Helm, Richard Manuel e Rick Danko gli aveva spesso impedito di interpretrare lui stesso le canzoni che scriveva. Dal giorno dell’addio della Band, documentato da un capolavoro musical-cinematografico intitolato “The Last Waltz” (1976), Robertson ha atteso undici anni prima di pubblicare il suo primo, vero lavoro solista. “Non av...

Deacon Blue - Raintown (1987)

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Lo spunto per le storie settembrine me lo ha dato un aneddoto simpatico sugli Steely Dan, protagonisti dell'ultima storia di Agosto. Una delle loro canzoni più famose, Deacon Blues, da Aja (il loro capolavoro del 1977) fece un viaggio emozionale fino in Scozia, dove un giovane ragazzo si appassionava alla musica, soprattutto a quel pop così sofisticato, pieno di stratificazioni sonore, piccoli gioielli musicali incastonati nelle melodie, e immensa classe esecutiva. Ricky Ross si chiama quel giovane ragazzo, che dopo che a Dundee viene licenziato da professore precario delle scuole secondarie, si trasferisce a Glasgow, dove decidere di mettere su un gruppo. Prima trova il batterista, Dougie Vipond, poi un bravissimo pianista, James Prime, un chitarrista, Graeme Kelling, e una corista, Carol Moore. Le prime esibizioni sono incoraggianti, ma la Moore decide di mettersi da parte. Ross si ricorda che aveva sentito ad un provino, improvvisato in Bath Street, una ragazza che lascia il suo...

Ry Cooder - Get Rhythm (1987)

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di Silvano Bottaro Finalmente un po' libero dalle continue richieste di comporre colonne sonore per film, Cooder si prende una pausa, se così si può dire, per incidere un album finalmente di canzoni. Questo disco è un po' la sommatoria dei precedenti album suonati dal nostro Ry , siamo nell'87, e Cooder ha quarant 'anni. Alla maniera dei vecchi cercatori d'oro, il chitarrista californiano è tornato a setacciare i filoni musicali che in passato gli hanno procurato non poche soddisfazioni, convinto di poterci trovar ancora qualche luccicante pepita. Cooder anche in questo disco si fa accompagnare dai soliti fidati e inseparabili musicisti quali: Jim Keltner alla batteria, Van Dyke Parks alle tastiere, il poco fortunato e compreso fisarmonicista Flaco Jemenez , Miguel Cruz alle percussioni, Steve Douglas al sassofono, Jorge Calderon al basso elettrico e lo stravagante jazzista Buell Niedlinger al contrabbasso. Grazie al gruppo ma sopratt...

Willy De Ville - Miracle (1987)

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di Silvano Bottaro E’ un periodo di cambiamenti questo per De Ville che di nome fa Williams Borsos classe 1950, prima con il suo gruppo si faceva chiamare “Mink De Ville”, adesso si è messo da solo, e si fa chiamare Willy. Il suo però non è un cambiamento solo di nome e quindi di facciata, ma anche musicale. Ha abbandonato il gruppo e quindi strumentalmente il sax e i fiati, aprendosi verso suoni e atmosfere latine, facendosi influenzare da Van Morrison, Lou Reed e Dire Straits. I musicisti che accompagnano Willy in quest'avventura sonora sono di prim’ordine: Chet Atkins chitarrista e produttore di gente del calibro di Roy Orbison, i Chieftains, Ray Charles e niente meno di Elvis Presley, Jeff Porcaro batterista di grande classe, dai due Dire Straits, Guy Fletcher tastierista e Mark Knopfler chitarrista e in questo caso anche produttore. Miracle è un gran bel disco, De Ville tuffandosi nelle sue sopraddette e predilette sonorità latine riesce ad esprimere il suo gran talen...

John Cougar Mellencamp - The Lonesome Jubilee (1987)

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di Silvano Bottaro Il ribelle, questo è l’aggettivo che più si addice a J. M. che passa l’adolescenza tra moto, bar, ragazze e gruppi rock, per poi sposarsi a diciannove anni. Dopo vari dischi, più o meno di valore, è con “ scarecrow ” del ’85, disco antecedente a questo, che Cougar , così si fa chiamare all’epoca, arriva al vero successo. I testi rilevano una sincera presa di posizione per i temi d’impegno sociale, soprattutto a favore degli agricoltori in crisi (sarà lui stesso ad organizzare il “ Farm Aid ”. Ma non solo al sociale sono rivolte le sue liriche, sono una miscela di riflessioni, commenti e descrizioni sulla sua condizione di vita presente e un po’ nostalgica, quando ricorda il suo esser stato più giovane. Con questo “the lonesome jubilee ” J. C. si affina soprattutto anche sul piano musicale evolvendosi con elementi soul, tex mex e musica latina e con l’arricchimento di strumenti come il violino, la fisarmonica e il banjo. L'album è di "presa...

Butthole Surfers - Locust Abortion Technician (1987)

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Non so se l’annunciatore del concerto in cui, per sbaglio, furono scambiati il loro nome di band con quella di una loro canzone, ha intenzione di raccontarlo ai nipotini, ma un nanometro di storia del rock lo ha fatto pure lui: Nine Foot Worm Makes Home Food non era d’altronde un nome evocativo di bellezza per una band, ma la casualità volle che quella della canzone era decisamente peggio: Butthole Surfer, con il pubblico in visibilio per quel nome, tanto che la band decise di diventare i Butthole Surfers (letteralmente e senza simbolismi “i surfisti del buco del culo”). La band che probabilmente ha il nome più infame della storia del rock, tanto che per anni non fu mai annunciato nè dalle radio che passavano, raramente, i loro brani, nè dalle riviste, che lo consideravano improponibile, è una perfetta candidata per il mese di stranezze musicali. Gibby Haines incontra Paul Leary in un college di San Antonio, nel 1977, dove i due, e fa specie, sono due studenti modello: Haines tra l’alt...

John Hiatt - Bring the family (1987)

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di Silvano Bottaro John Hiatt, uno dei migliori songwriter elettrici della scena rock americana con questo disco ha creato il suo capolavoro. Nel’85 la morte della moglie suicida e pochi mesi dopo, la morte della madre, porta Hiatt in una crisi profonda che lo allontana dalla musica portandolo alla dipendenza da alcol e droghe. Sembra che ormai la sua carriera sia finita. Per fortuna però esistono gli amici, esiste Ry Cooder che, gli sta vicino assistendolo e riportandolo un poco alla volta verso la musica. Disintossicato dall’alcool e trovata una nuova stabilità familiare, Hiatt ritorna negli studi di registrazione e in soli quattro giorni, incide Bring the Family.  L’album è la materializzazione musicale di questo momento di vita, della rinascita, della voglia di vivere dopo un periodo che lo ha visto in contatto diretto con la depressione, con il “buio”. Questo disco è un sogno ed è la fine di un incubo. L’album è registrato in presa diretta insieme ad un trio su...

Midnight Oil - Diesel And Dust (1987)

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Il viaggio che più ho nel mio cuore fu quello quando me ne sono andato in Australia, da solo. Non potevo non sottrarmi dal cercare qualche band australiana che non fossero gli AC\DC, e il tipo del negozio di dischi di Darlinghurst, un quartiere molto bello di Sydney, non ebbe dubbi a dare un consiglio ad un “dutchman” (non ci credeva che fossi italiano): i Midnight Oil sono il più grande gruppo del rock australiano. Mi consigliò il disco di oggi, ma ci arriviamo tra poco. I Midnight Oil prendono il nome da un verso di una canzone della Jimi Hendrix Experience, Burning Of The Midnight Lamp, e nascono a metà anni ’70 quando Peter Garrett risponde ad un annuncio messo dal batterista Rob Hirst, dal bassista Andrew James e dal tastierista/chitarrista Jim Moginie, che formavano i The Farm: cercavano un nuovo cantante. Garrett si trasferì da Canberra a Sydney, dove completò una brillante carriera universitaria di studi in legge, e iniziò a cantare con gli altri 3. In breve tempo, grazie alla ...

Dinosaur Jr - You’re Living All Over Me (1987)

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Sulla scia del T.Rex della scorsa settimana, oggi andiamo a scoprire una band che scelse come nome quello di un gigante preistorico, seppur generico. Ci spostiamo dall’Inghilterra degli anni ‘70 a Amherst, vicino Boston, dove nel 1983 Joseph D, Mascis, per tutti J Mascis, che canta e suona la chitarra, insieme a Lou Barlow, bassista e Patrick Murphy, per tutti Murph, che suona la batteria fonda una band, a cui dà il nome di Dinosaur. Con Barlow era già stato spina dorsale di una band hardcore punk famosa per la violenza del proprio suono, soprattutto in decibel, chiamata Deep Wound. A 18 anni con i Dinosaur Mascis vuole dare sfogo alle sue passioni: l’hardcore punk e in generale tutta la scena alternativa che qualche anno negli Stati Uniti stava prendendo piede, ma in cuor suo coltiva una passione per le melodie. Iniziano baldanzosi a fare concerti su concerti, e sono notati da due talent scout della Homestead Records, fondata nel 1...

The Pogues - If Should Fall From Grace With God (1987)

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di Silvano Bottaro Irlandesi e soprattutto figli di irlandesi, i Pogues nascono a Londra, a King's Road, la via dorata del punk. Shane MacGowan e i suoi denti storti si notano ancora oggi nei pochi filmati dei primi concerti dei Sex Pistols. La storia è proprio quella: il folk, l'eredità irlandese una scoperta, e mica tanto ovvia. La ventata di punk folk che attraversa il continente, fa resuscitare i dialetti e gli strumenti della tradizione, e il usa come nuova linfa per l'albero secco del rock'n'roll. Questa è roba nuova, forte, e se sotto ci sono fisarmoniche, flauti o cornamuse, meglio ancora. Di tutto ciò i Pogues sono il meglio, grazie al talento di molti dei musicisti della band e per via della più impresentabile rockstar di sempre. Shane, appunto, denti marci e stonature continue, alcolista senza possibilità di salvezza. Capace, nei rari momenti di lucidità, di scrivere canzoni strepitose. L'album precedente, Rum Sodomy & The Lash , ha messo a...

U2 - The Joshua Tree (1987)

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Anton Corbijn, il grande fotografo e cineasta olandese, amico fraterno di questi 4 ragazzi di Dublino (fotograferà tutte le loro copertine di dischi, singoli, raccolte da The Unforgettable Fire in avanti, ma lavorerà anche con i Depeche Mode, David Bowie, Tom Waits, un film meraviglioso su Ian Curtis e i Joy Division, Control del 2007), li portò a Dicembre del 1986 nel deserto del Mohave, a Zabriskie Point, per le foto del nuovo disco degli U2, dai titoli provvisori di The Desert Song o The Two Americas. Ma Corbijn vedendo le Yucca Brevifolia di quei luoghi, raccontò a Bono che i primi coloni Mormoni che si avventurarono in quei luoghi chiamarono gli alberi Joshua Tree, perchè i suoi rami ricordavano le braccia alzate al cielo del profeta Giosuè (Joshua appunto), che esortava il suo popolo a seguirlo verso la Terra Promessa. Così il mattino seguente, il titolo era pronto: The Joshua Tree. Quello che è uno dei dischi più belli e importanti della storia della musica uscì a marzo del 1...

U2 - The Joshua Tree (1987)

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Dopo il successo di The Unforgettable Fire, per gli U2 è tempo di alzare il tiro, di assurgere definitivamente a band del decennio. Per farlo Bono, The Edge, Clayton e Mullen capiscono che l’Irlanda non basta più, bisogna allargare i confini, magari guardando proprio a quell’America che è stata terra promessa per una moltitudine di loro connazionali. E così il loro rock si fa più levigato e globale, apre al country e al blues, strizza l’occhio alla frontiera pur conservando l’immediatezza, il pathos, la genuinità dei dischi precedenti. Nasce così The Joshua Tree, non necessariamente il più bel disco dei quattro di Dublino, ma senza dubbio quello più famoso, il loro best seller (28 milioni di copie), il loro passaporto per l’Olimpo. C’è tutto l’U2-pensiero: brani epici che diventano degli istant classic (le iniziali Where the Streets Have No Name, ispirata a Bono da un viaggio in Etiopia e I Still Haven’t Found Ahat I’m Looking For), i temi sociali tanto cari al frontman (i minatori ...

John Mellencamp - The Lonesome Jubilee (1987)

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Dopo anni passati a rincorrere un effimero successo, fra produzioni pacchiane e magniloquenti e cambi di pseudonimo, era prevedibile che prima o poi John Mellencamp, non a caso soprannominato "Piccolo Bastardo", ne avrebbe avuto le palle piene e avrebbe finalmente deciso di fare di testa sua. Così, dopo tre ottimi dischi di blue collar rock della migliore specie e complice un produttore finalmente lungimirante come Don Gehman, Mellencamp ha l'intuizione geniale che avrebbe cambiato la propria carriera e aperto la strada ad una scena di impronta puramente roots: al suono classico ed elettrico delle chitarre e della sezione ritmica aggiunge un turbinio di strumenti "tradizionali" come violino, fisarmonica e banjo. Il risultato è una festa di suoni, un disco seminale che getta le basi del roots-rock che sarebbe venuto di lì in poi. Ma gran parte del merito di Mellencamp e della forza del disco sta nella grandezza delle canzoni, potenti ed al contempo gioiose e...

U2 - The Joshua Tree (1987)

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I quattro irlandesi arrivano proprio là dove vogliono e forse devono arrivare, a confrontarsi con quella parte di mondo, con quell'idea di mondo, che non possono proprio evitare: l'America. Gli Stati Uniti d'America, ma non solo. Il rock'n'roll, il deserto, la terra promessa, l'esodo, Mosè che guida il suo popolo verso una salvezza che non vedrà e Giosuè (Joshua, secondo alcune trascrizioni Gesú) che prende il suo posto. Where The Streets Flave No Name, il primo pezzo (si parla del luogo in cui «le strade non hanno nomi», cioè dell'America) comincia dove The Unforgettable Fire era finito, con un tappeto d'organo. Che sale e sale, e si trasforma in qualcosa di radicalmente nuovo: lasciamo la chiesa e arriviamo al rock'n'roll, condotti dal genio di The Edge. Gli U2 hanno fatto un balzo, ora possono provare a mettere in undici canzoni il dolore per la perdita di un amico (Greg Carroll, era una specie di assistente personale di Bono), il fascino e...

R. E. M. - Document (1987)

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Per la prima volta, con Document i R.E.M. superano il milione di copie vendute, arrivando vicini a quel successo che molti attendono e che loro stessi sapranno consolidare firmando un rumoroso contratto con la Warner Bros. Ma Document esce ancora con la IRS, la casa discografica che ha come nome la sigla che in America identifica l'ufficio delle imposte e come simbolo un figuro che potrebbe lavorare per la Cia, come in effetti faceva il padre di chi l'etichetta ha fondato (sua madre lavorava per il servizio segreto britannico): Miles Copeland, fratello di Stewart il batterista dei Police. Quando — all'inizio del decennio — un singolo stampato in mille copie (Radio Free Europe) e un tour in furgone trasformano i R.E.M. nella band «alternativa» piú ambita della scena americana, ci vogliono coraggio e una straordinaria coscienza dei propri mezzi per scegliere la piccola ma ambiziosa impresa di Copeland. Ma il coraggio e la coscienza di sé sono le qualità migliori dei quattr...

E T I C H E T T E

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