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Visualizzazione dei post con l'etichetta 2018

AA.VV. - Dylan In Jazz. A Jazz Tribute To Bob Dylan (2018)

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Wagram è un sobborgo austriaco, appena fuori Vienna, e fu teatro di una delle più grandiose battaglie napoleoniche: il Generale Bonaparte conseguì una delle sue più grandiose vittorie, in una sanguinosa battaglia contro l’esercito degli austriaci comandati dall'Arciduca Carlo. È anche il nome di una stazione della metropolitana parigina, ed è lì che nacque ai suoi fondatori l’idea di fare una etichetta discografica indipendente, nel 1999. Fautrice di numerosi progetti interessanti, nel 2018 quelli della Wagram hanno pescato nel mare magnum delle cover di canzoni di Bob Dylan (sebbene il calcolo è per forza di cosa approssimativo, si contano accreditate cover su 300 canzoni con autore o co-autore Dylan da parte di oltre 1500 artisti) delle riedizioni particolari dei classici del menestrello di Duluth. Ne è uscita fuori una compilation dal grande gusto e dalle scelte niente affatto scontate, che è il piccolo regalo di Natale di questa rubrica. Il titolo, Dylan In Jazz, spiega solo in...

Sidi Touré – Toubalbero (2018)

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di Silvano Bottaro La musica è una delle principali risorse culturali del Mali. Risalendo a imperi tanto antichi come quello Mandingo, esiste una tradizione ricchissima di canti di lode. Queste canzoni di lode malinké o mandinghe sono dominio esclusivo dei griot (chiamati djeliw), musicisti ereditari, che sono allo stesso tempo genealologi e storici. Questa musica dei griot è sempre viva e cantata. Ma la musica maliana è molto più variegata e nuovi stili sono apparsi. Per esempio, c’è la musica bambara che è più ritmica, il mali blues di Kar Kar, il blues songhai di Ali Farka Touré, Afel Bocoum e Sidi Touré, appunto. Toubalbero, quarto album dell'artista blues malese, si allontana dal tono oscuro e introspettivo di "Alafia" del 2013, producendo un set elettrico, allegro e vivace.  La politica del Mali, la guerra civile che ha coinvolto la nazione africana durante le sessioni per l'album precedente non è più tangibilmente presente in questo lavoro, grazie ...

Ry Cooder - The Prodigal Son (2018)

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di Silvano Bottaro Dopo le sue due ultime produzioni del 2011 e 2012, non troppo entusiasmanti, Ry Cooder ritorna nella scena musicale con "The Prodigal Son" e questa volta convince. A differenza dei sopra citati, marcatamente fusi con suoni folk, blues e roots, questo "Prodigal Son" lo riporta all'inizio della sua carriera quando registrava vecchi brani blues, gospel, folk e swing. Co-prodotto con il figlio Joachim - che contribuisce anche alla batteria e alle percussioni - Cooder prende il controllo; suona chitarre, basso, banjo, mandolino e tastiere in un programma di otto cover e tre brani originali raffinati. Prodigal Son è un disco fortemente legato alla musica religiosa, suonato e registrato da un non religioso. Cooder le considera canzoni gospel, proprio per il loro potere di trasmettere un messaggio diretto a chi le ascolta. La cosa più importante del gospel è di dare forza alla gente, di fare da collante tra ascoltatore ed esecutore. Il...

Donna The Buffalo – Dance In The Street (2018)

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di Remo Ricaldone “Dance In The Street” segna il ritorno, a cinque anni di distanza dal precedente “Tonight, Tomorrow And Yesterday”, di Donna The Buffalo, eccellente band originaria di Trumansburg, New York che ha fatto dell’alternative-country la propria missione, proponendolo con grande personalità e gusto. Dalla fine degli anni ottanta Jeb Puryear e Tara Nevins hanno unito le loro capacità compositive ed interpretative miscelando country music, folk-rock ma anche cajun, bluegrass, rock e reggae attingendo si alla tradizione ma restituendoci un sound coeso e brillante con forti tendenze jam, avvicinandosi talvolta ai Grateful Dead. I Donna The Buffalo sono così volati ad El Paso, Texas e negli studi Sonic Ranch, sotto la produzione del famoso Rob Fraboni (che il suo posticino nella storia del rock se l’è ritagliato lavorando con Bob Dylan, Eric Clapton, i Rolling Stones e la Band) hanno dato vita ad una lavoro nuovamente intenso e pregnante. Jeb e Tara hanno ripreso il filo di q...

Classifica 2018

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1) Jonathan Wilson - Rare Birds - Leggi 2) Femi Kuti - One people, one world - Leggi 3) Sidi Tourè - Toubalbero - Leggi 4) Nathaniel Rateliff e The Night Sweats – Tearing At The Seams - Leggi 5) Bombino - Deran - Leggi 6) Marianne Faithfull – Negative Capability - Leggi 7) Ben Howard – Noonday Dream - Leggi 8) Glen Hansard - Between Two Shores - Leggi 9) Alejandro Escovedo – The Crossing - Leggi 10) John Mellencamp – Other People’s Stuff - Leggi 11) Van Morrison – The Prophet Speaks - Leggi 12) Dave Matthews Band – Come Tomorrow - Leggi 13) Maisha – There Is A Place - Leggi 14) Van Morrison And Joey Defrancesco – You’re Driving Me Crazy -  Leggi 15) Elvis Costello and The Imposters – Look Now - Leggi 16) Rosanne Cash – She Remembers Everything - Leggi 17) Ry Cooder - The Prodigal Son - Leggi 18) Ovlov – Tru - Leggi 19) Tom Rush – Voices - Leggi 20) John Prine – The Tree Of Forgiveness -  Leggi 21) Old Crow Medicine Show – Volunteer - Leggi 22) Lanco – Hall...

John Mellencamp – Other People’s Stuff (2018)

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di Fabio Cerbone  John Mellencamp alle prese con il canone americano, questo potrebbe essere il sunto di Other People's Stuff. Il canone è quello delle radici folk e blues, l'anima della tradizione che soffia da sempre sulle stesse ballate di John e su un percorso artistico che, soprattutto in anni recenti, si è fatto più convintamente fedele a quello che Mellencamp stesso chiama "The Great American Songbook", un filo rosso che da Woody Guthrie e passando per Dylan e Springsteen arriva a bussare alla sua porta. Peccato però che non si tratti affatto di una novità discografica, semmai di una provvisoria, superflua raccolta di cover che pesca fra materiale già edito (e ben noto ai suoi estimatori), rarità sparse (ma non indispensabili) negli anni, fra tributi e documentari, e una sola vera registrazione inedita, la riproposizione di quella Eyes on the Prize che fece bella mostra nel 2010 alla Casa Bianca, durante le celebrazioni per il movimento dei Diritti Civili. ...

Van Morrison – The Prophet Speaks (2018)

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di Paolo Panzeri Van Morrison non molla di un centimetro e non si ferma più. Solo sei mesi fa aveva pubblicato “You’re Driving Me Crazy”, con il supporto dell’organista jazz Joey De Francesco. Sei mesi fa, però, erano sei mesi fa, era il passato. Ora, prima della fine dell’anno, è in arrivo il suo secondo disco del 2018, “The Prophet Speaks”. Due sono anche gli album che aveva pubblicato nel 2017. Uno ne uscì nel 2016 e un altro ancora nel 2015. Non sappiamo cosa sia scattato nel cuore e nella testa del leone di Belfast – se poi è scattato qualcosa - da portarlo a tenere questo notevole ritmo di pubblicazione. Ad onor del vero, Van è sempre stato musicista prolifico e la sua discografia lo testimonia. Vero anche che questi suoi ultimi album non sono composti interamente da brani inediti, bensì, in buona parte, dalle sue versioni di canzoni scritte e interpretate in precedenza da altri. Una formula che oltre a ridurre l’impegno di scrivere e proporre nuovi brani possiede il pregio d...

Josephine Foster – Faithful Fairy Harmony (2018)

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di Fabrizio Zampighi Josephine Foster è probabilmente una delle musiciste folk più virtuose che si possano ascoltare oggi, per lo meno dal punto di vista vocale. Un timbro unico il suo (certi acuti ci fanno addirittura venire in mente le frequenze che raggiunge uno strumento come il theremin), che ha consentito alla musicista, negli anni, di frequentare affascinanti anticaglie gitane e andaluse o magari la tradizione di Nashville, componimenti poetici rubati alla letteratura e pre-war folk. Una voce che si comporta un po’ come un antiquario appassionato e competente, colto a rimettere a nuovo il materiale su cui opera grazie a una grande eleganza frutto del mestiere e a quelle inflorescenze così vecchio stile ma al tempo stesso personalissime del cantato. La raccolta di«preghiere rituali, lamenti blues, inni vestali e gioiose benedizioni» Faithful Fairy Harmony, in questo senso, non fa eccezione. Anzi, è uno dei dischi-manifesto più eloquenti dello stile di Foster, sviluppato i...

Rosanne Cash – She Remembers Everything (2018)

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di Fabio Cerbone Per un'autrice e interprete che aveva iniziato la sua carriera all'ombra della grande tradizione di famiglia - spesso ingombrante, quando non insostenibile - Rosanne Cash ha compiuto una maturazione artistica a suo modo imprevedibile. Il ritorno sulle scene negli anni Duemila, con una serie di album dal carattere più riflessivo rispetto agli esordi da stellina neo-country, le ha offerto la possibilità di trasformarsi in una voce adulta dell'Americana, una sorta di madrina che potesse portare la fiaccola per l'intero movimento. Non è un caso che sia stata onorata con premi prestigiosi (e simbolici), buon ultimo il cosiddetto "Spirit of Americana" Free Speech Award, che il circuito di Nashville le ha attribuito per il suo attivismo civile e politico, tra cui l'impegno contro il proliferare delle armi da fuoco e le campagne a favore della comunità dei musicisti nei confronti dei nuovi colossi dello streaming digitale (Spotify e simili). ...

David Crosby – Here If You Listen (2018)

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di Massimo Perolini L’uomo dalle mille contraddizioni, dalle mille collaborazioni (con Stills, Nash, Young, in duo, trio e quartetto, con Pevar e Raymond, che era poi suo figlio naturale ritrovato), uno degli uomini dietro all’epopea Byrds. L’artista che nel 1971, immerso nei fumi e nei suoni lisergici, scaturiti da un’estate magnifica ma già dimenticata, ne chiamava a raccolta i protagonisti per cercare di capire come si chiamasse, torna con un lavoro ancora una volta intitolato come se fosse la parte di un discorso a tu per tu con l’ascoltatore: “Here If You Listen”, “sono qui, se mi ascolti”. Un discorso iniziato, appunto, quarantasette anni prima con “If I Could Only Remember My Name…”, recuperato a distanza di diciotto anni, dopo essersi ritrovato (“Oh Yes I Can”, 1989), ripreso dopo aver percorso mille strade (“Thousand Roads”, 1993) e recuperato in tempi recenti, dopo aver riaffermato la propria identità (“Croz”, 2014), la propria centralità nel panorama westcoastiano (“Lig...

Maisha – There Is A Place (2018)

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di Marco Biasio Que­sto, ci po­te­te met­te­re la mano sul fuoco, è un esor­dio che sarà ri­cor­da­to a lungo. Giove plu­vio me ne scam­pi dal di­ven­ta­re mai un pro­mo­ter di pro­fes­sio­ne, ma una ta­gli­ne ef­fi­ca­ce da stril­la­re sui tre ma­ni­fe­sti di Eb­bing per cat­tu­ra­re l’es­sen­za dei Mai­sha di “There Is A Place” sa­reb­be the hot­te­st free agen­ts are con­que­ring your city. E non certo per­ché si trat­ti di un disco par­ti­co­lar­men­te me­mo­ra­bi­le, anzi: al­di­là dei me­ri­ti mu­si­ca­li la sua più gran­de for­tu­na è, sem­mai, quel­la di ca­pi­ta­re al posto giu­sto nel mo­men­to giu­sto, di cer­ti­fi­ca­re uf­fi­cial­men­te la de­fi­ni­ti­va riap­pro­pria­zio­ne po­po­la­re del jazz in un anno, il 2018, che non solo ga­ran­ti­sce gran­de con­ti­nui­tà alle usci­te di ge­ne­re, ma ne re­gi­stra un’ul­te­rio­re im­pen­na­ta, una pro­li­fe­ra­zio­ne e di­ver­si­fi­ca­zio­ne tale – ba­gna­ta da un sor­pren­den­te in­te­res­se cri­ti­co e di pub­bli­co – come m...

Sun Kil Moon – This Is My Dinner (2018)

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di Riccardo Gorone La creatura di Mark Kozelek ha soppiantato da tempo Kozelek stesso. Una sorta di Golem ha inghiottito una personalità che era considerata tale proprio in relazione alle sue creazioni. Ma adesso, quel creatore è feticcio stesso della creatura, spoglie di un passato luminoso che orw brilla in una teca, come le reliquie sacre. Ecco, di tutto questo feticismo che si è scatenato da “Benji” in poi, col passare del tempo, rimane forse la boria, lo spirito di esibizionismo che investe tutte quelle che sono state delle grandi figure (un personaggio diventa un mito, poi quel mito, da una parte vive di vita propria e dall’altra, soppianta e giustifica tutto ciò che fa quel personaggio dopo essere diventato mito, in un’inversione spesso pericolosa: l’effetto diventa causa e viceversa). Mi spiego meglio: se c’è stato il WOW generale che si è scatenato con l’uscita di “Benji” (perché quel disco è semplicemente WOW), purtroppo ci sono poi stati una serie di “ah…”, “mh”, “e...

Lonnie Holley – Mith (2018)

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di Ennio Bruno Per chi non la conosce, la storia personale di Lonnie Hollie sembra uscita da un romanzo: nato a Birmingham, Alabama, nel 1950, quando era ancora in vigore le leggi segregazioniste "Jim Crow", “rapito” da una ballerina di burlesque offertasi di aiutare sua madre già impegnata da altri due bambini piccoli, all’età di quattro anni è venduto in cambio di una bottiglia di whisky, cambia diverse famiglie, finisce per due anni e mezzo in un riformatorio (in realtà un campo di schiavi), fa il cuoco specializzato in spaghetti al Disney World di Orlando, Florida, ritorna in Alabama e va a vivere ad Airport Hill, la collina vicino all’aeroporto di Atlanta, Georgia. Una sera del 1979, mentre lui e sua sorella sono fuori, la casa prende fuoco e nell’incendio muoiono le due nipotine. Sconvolto, Holley decide di rendere loro omaggio con una scultura realizzata con materiali recuperati in una discarica, posizionandola sulla tomba delle due piccole. È la prima di numer...

Nathan Bowles – Plainly Mistaken (2018)

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di Gianfranco Marmoro Dopo aver oltrepassato i confini del folk e dopo essersi addentrato nelle oscure trame della sperimentazione, Nathan Bowles compie un ulteriore azzardo stilistico, assemblando una vera e propria band per il nuovo album “Plainly Mistaken”. Un deciso passo verso l’underground music (Nathan ha dichiarato di essersi ispirato ai Silver Apples), nonché l’ennesimo figlio alieno della tradizione americana, anche se l’accento ribelle è ininterrottamente in bilico tra irrequietudine e bonaccia. Con il banjo costante protagonista, Bowles mette insieme l’album più strambo della sua carriera, alternando sublimazione esoterica a vivacità mondana, con una perizia stilistica encomiabile. “Plainly Mistaken” non è comunque l’album definitivo per il talentuoso musicista americano, la volontà di espandere l’assetto strumentale apre nuovi orizzonti e lascia un piacevole senso d’incompiuto, che schiude ulteriori porte all’immaginazione. Alla maniera di Jack Rose e Steve Gu...

Marianne Faithfull – Negative Capability (2018)

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di Mariangela Macocco Non ha certo bisogno di troppe presentazioni Marianne Faithfull: carriera pluridecennale, 21 album in studio all’attivo, fra cui alcune indiscusse pietre miliari nella storia della musica rock. Fidanzata storica del rocker più famoso del mondo, ovvero la pietra rotolante Mick Jagger, Marianne calca i palcoscenici di tutto il mondo dal 1964 e potrebbe tranquillamente dormire sugli allori del successo passato. Invece, ancora una volta, ha deciso di sorprenderci con un album dalla bellezza folgorante. Negative Capability, questo il titolo, è costituito di 13 tracce che si dipanano per poco meno di un’ora. Registrato a Parigi con la collaborazione di Warren Ellis e Rob Ellis, il nuovo lavoro della musicista britannica comprende tracce nuove e classici rivisitati. Su tutto domina la voce sempre bellissima, divenuta grave di Marianne, che, sopravvissuta a perdite di persone care, malattie ed eventi più o meno infelici si ritrova oggi a meditare sull’inesorabilità...

Charlie Haden & Brad Mehldau – Long Ago & Far Away (2018)

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di Luca Casarotti Il 5 novembre 2007, il pianista Brad Mehldau e il contrabbassista Charlie Haden si esibiscono per la prima volta in duo alla Christuskirche di Mannheim, in Germania, in occasione dell'Enjoy Jazz Festival. A undici anni di distanza, la storica etichetta discografica Impulse! pubblica ora la registrazione di quel concerto, con il titolo Long Ago and Far Away. Dopo Alone Together (Blue Note 1997), An Other Shade of Blue (Blue Note 1999) e Live at Birdland (ECM 2011), questo è dunque il quarto disco che documenta la collaborazione dal vivo dei due musicisti. Ma è il primo a uscire dopo la morte di Charlie Haden, scomparso l'11 luglio 2014. Ed è pure il primo in cui Haden e Mehldau non sono affiancati da Lee Konitz, presenza costante negli altri tre: solo nel Live at Birdland la formazione si allargava invece al quartetto, con l'aggiunta di Paul Motian alla batteria. Quindi il ruolo dello strumento di canto è tutto nelle mani di Mehldau. Questo comporta...

Daughters – You Won’t Get What You Want (2018)

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di Massimo Quarti Quando ho messo su “You Won’t Get What You Want” dei Daughters pensavo di aver messo su per errore “Skeleton Tree” di Nick Cave, infatti inizia con la stessa nota continua e distorta; mi son bastati poi in realtà due secondi per capire che non avevo sbagliato file e che mi trovavo in un’altra zona della disperazione, quella dove volutamente manca la poesia. Perché non vi è poesia nei nostri incubi peggiori ma solo flash, immagini terrificanti di città vuote, capelli che si muovono e acqua stantia. Questa sensazione di smarrimento si fa più frenetica tanto da raggiungere stati di panico, come quando si perde il senso dell’orientamento al buio e non si hanno punti di riferimento per ritrovarsi. Sin dal titolo, distruggendo la speranza Stonesiana per cui “non otterrai sempre ciò che vuoi” i Daughters ci schiacciano con un granitico “Non otterrai ciò che vuoi”, non ci sperare neanche! Nel comporre affreschi disturbanti, i Daughters sono molto bravi, con “You ...

Julia Holter – Aviary (2018)

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di Alberto Campo Riferendosi al suo disco del 1982 The Dreaming, Kate Bush diceva: «È il mio album da "quella è diventata matta"». Potremmo dire forse lo stesso di Aviary, quinto lavoro della trentatreenne statunitense Julia Holter. A condensarne l’attitudine irragionevole basterebbe l’incipit, “Turn the Light On”, un caotico vortice sonoro d’impronta massimalista: tratto iniziale di un cammino lungo un’ora e mezza. Non proprio un facile ascolto. Per tentare di decifrarlo, proviamo ad andare con ordine. Il titolo, anzitutto: la “voliera” cui allude deriva – spiega l’interessata – da una frase inclusa in un racconto della scrittrice di origine libanese Etel Adnan, dove quel luogo è affollato da «uccelli che gridano». Habitat hitchcockiano riferito però ai giorni nostri, poiché – afferma lei – l’intenzione è descrivere «la cacofonia della mente in un mondo che si liquefa». Non si tratta di catastrofismo, comunque: in questa nuova Babele Julia Holter cerca la bellezz...

Frontperson – Frontrunner (2018)

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di Gianfranco Marmoro Matrimonio artistico inaspettato, quello tra Kathryn Calder (New Pornographers) e Mark Andrew Hamilton (Woodpigeon), nato da un incontro casuale tra i due musicisti avvenuto nei corridoi di uno studio di registrazione. Il progetto Frontperson mette a confronto due aspetti diversi del panorama musicale indie canadese: da una parte un collettivo pop che ha sfornato almeno un trittico di album adorabili, dall’altra un artista da anni relegato a uno status di cult-musician che gli sta decisamente stretto. Non va dimenticato che nei New Pornographers militano personaggi la cui carriera solista è stata altrettanto interessante e stimolante (Neko Case, A.C. Newman, Daniel Bejar), ed è quindi naturale che otto lettori su dieci si chiederanno: Mark Andrew Hamilton, chi è costui? Se i New Pornographers si sono contraddistinti per una naturale attitudine al perfect-pop, i Woodpigeon sono sempre stati più inclini al dettaglio lirico e strumentale, autori di un folk-po...

E T I C H E T T E

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