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Bob Dylan – Highway 61 Revisited (1965)

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di Silvano Bottaro Scegliere nella lunga discografia di Dylan gli album che bisognerebbe assolutamente avere a casa è molto difficile. Di sicuro tutti quelli che ha inciso negli anni Sessanta, che ovviamente sono pietre miliari, fondamentali e irrinunciabili. Senza per questo trascurare alcuni dischi incisi negli anni “minori”, che contengono comunque brani straordinari. Non potendo averli tutti, alcuni sono veramente essenziali: “The freewheelin’ Bob Dylan” e “The Times they are a-changin”, per quanto riguarda la fase acustica. Imperdibili anche i successivi “Another side of Bob Dylan”, “Bringing it all back home”, e poi ovviamente il qui recensito “Highway 61 Revisited “. Aggiungendo almeno “Blonde on blonde”e “Nashville skyline”, abbiamo un quadro più completo. Non è tutto, certo, ma è una buona base, per avere l’essenziale di Bob Dylan. Highway 61 Revisited - E’ difficile dire se si tratti del più bel disco di Dylan. Di sicuro è quello più importante, più completo, un manife...

Bob Dylan - Bringing It All Back Home (1965)

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di Silvano Bottaro Bob Dylan ha incontrato i Beatles. Insieme, si saprà poi, hanno fumato erba e discusso su quale sia il senso vero della vita. McCartney si convince di averlo capito e chiede foglio e matita per appuntarselo. Il giorno dopo quando lo legge trova scritto semplicemente: «Ci sono sette livelli». Dylan dirà: «L'America dovrebbe essere grata ai Beatles. Hanno aiutato il Paese a ritrovare il suo orgoglio». E a «riportare tutto a casa», come vuole il titolo del suo nuovo album. Ora Bob vive praticamente sempre a Woodstock, dove il manager Albert Grossman ha una casa e dove lo raggiunge spesso Joan Baez. Ha cambiato modo di scrivere. Non solo per quanto riguarda le canzoni: anche le sue lettere ora sono una sequenza spesso confusa di immagini e frasi paradossali, trovate geniali, illuminazioni improvvise. C'è poi quell'idea di riportare tutto a casa, esplorare il patrimonio infinito della cultura musicale americana: un disegno piú interessante della nuova ortodo...

Bob Dylan - Highway 61 Revisited (1965)

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di Silvano Bottaro La Highway 61 corre da New Orleans al confine con il Canada e tocca Memphis, dove vive Elvis, e Duluth, la città in cui Bob Dylan è nato. Per una volta, l'unica volta trattandosi di Dylan, il significato sembra evidente: questo è l'album delle radici, biografiche e musicali, e insieme la mappa lungo la quale si muoverà (per sempre, ora lo sappiamo, e la consapevolezza fa impressione) il rifondatore del rock'n'roll, Su e giú per l'autostrada del blues, come la chiamano gli americani, nel bel mezzo di quel mondo immaginario mistico e carnale che al blues deve tutti i suoi miti fondanti. Lungo l'Highway 61 della quasi omonima canzone (Highway 61 Revisited) c'è Abramo invitato da Dio a sacrificargli il suo unico figlio (interessante, il vero padre di Bob si chiama Abram), personaggi bizzarri che si chiamano Georgia Sam, Mack il Dito e Louie il Re, e potrebbero essere bluesman oppure gangster. Lungo l'Highway 61 corre il rock'n'ro...

Otis Redding - Otis Blue (1965)

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di Silvano Bottaro Otis Redding è un predestinato: si racconta che da ragazzino l'abbiano allontanato da un concorso di voci nuove dopo che l' aveva vinto quindici volte di seguito. Ma è anche un imprenditore di se stesso: possiede una società di edizioni musicali, un'etichetta discografica e pure l'aereo che lo ucciderà a 44 anni, quando un grande futuro sta sorgendo all'orizzonte. E un cantante straordinario, uno dei pochissimi, a metà degli anni Sessanta, che firma da autore alcuni dei suoi successi, tra cui il piú grande, postumo, The Dock Of The Baye. Ha appreso la lezione di Sam Cooke e beneficia abilmente delle esperienze del suo maestro, piú vecchio di lui di dieci anni esatti: include, non esclude, rilegge con una sensibilità soul (essenzialmente, è il vecchio gospel aggiornato, portato fuori dalle chiese, affidato al fascino e alle fragilità di una voce solista) la musica che gira intorno. Otis Blue, che si dice sia stato registrato in due giorni, nasce ...

The Byrds - Mr. Tambourine Man (1965)

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di Silvano Bottaro «C'era uno spazio enorme tra i Beatles e Bob Dylan. Noi ci siamo piazzati proprio nel mezzo», razionalizzerà anni dopo Chris Hillman parlando dei Byrds, che molti americani considerano infatti una sorta di risposta alla British Invasion di quegli anni. I Byrds sono tutti, per quanto giovani, ex musicisti cresciuti nel folk che hanno capito in quale direzione ha preso a soffiare lo spirito del tempo. Bene, l'idea è giusta: dare al rock'n'roll della nuova era, quella post Beatles, un'energia prettamente americana; ma come? La prima intuizione, decisiva, ce l'ha Roger McGuinn, che nella vita precedente suonava il banjo, quando ascoltando A Hard Day 's Night scopre dai Beatles (in particolare da George Harrison) che cosa è possibile ottenere da una chitarra Rickenbacker. Adotta quella a dodici corde, che diventerà l'elemento piú caratteristico del suono dei Byrds. Non basta ancora: qualcuno, alla casa discografica Columbia, mette le mani...

Jackie Mclean - It's Time! (1965)

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È stata la vista di un poster del disco di oggi che mi ha inspirato la scelta del punto esclamativo, come trait d’union dei dischi del mese di Luglio. Il suo autore è poco conosciuto ai più, ma è uno di quelle “divinità minori” della Storia del Jazz che hanno passato gli stili, suonato con i più grandi, indirizzato anche le scelte musicali, ma appena un gradino dietro le Divinità Maggiori. John Lenwood McLean, per tutti Jackie, nasce nel 1931 in una famiglia di musicisti, a New York. Sfortuna vuole che nel 1939 suo padre muoia, ma ha la piccola fortuna di poter continuare a studiare musica grazie al padrino e al nuovo compagno di sua madre, che possedeva un negozio di dischi. Ma più che altro, quando è adolescente, Jackie ha la fortuna di vivere vicino ad alcuni di quelle Divinità Maggiori: passa infatti spesso a casa di Thelonious Monk, Charlie Parker e soprattutto Bud Powell, che quando Jackie ha 13-14 anni intravede del talento. Inizia a suonare in un’orchestra il sassofono, insieme...

John Coltrane - A Love Supreme (1965)

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di Silvano Bottaro La delirante, commovente visione di profonda religiosità che supera e confonde i limiti dell'uomo. Dagli ampi spazi del jazz, Coltrane sconvolge passioni e gusti radicati, avventurandosi in uno sperimentalismo lucido ed esaltante. Se prima coltivava passivamente la sua condizione di maledetto compiacendosi di questa immagine negativa ma affascinante, ora egli sente che il suo straordinario talento sta sprofondando negli abissi della sua sregolatezza. Così A Love Supreme diventa il tentativo estremo di esorcizzare la sua esistenza alla ricerca dell'Amore come motore del mondo individuando nell'uomo il soggetto-agente di questo sentimento a cui spetta il compito della salvezza. L'Africa ed il misticismo indiano sono le componenti di questa illuminazione e il suo sax percorre sentieri intrecciati da visioni cosmiche, da forme free mai raggiunte prima diventando la comunicazione della coscienza svincolata finalmente dal materialismo.

Bob Dylan - Bringing It Al Back Home (1965)

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Ogni anno ho raccontato un disco di Bob Dylan. Prescindere da Dylan è impossibile per il rock, e arriva in luoghi, stili e musicisti che a prima vista sembrano lontani anni luci da lui. Eppure, il suo è uno degli ingranaggi cruciali che mette in moto la macchina della musica popolare occidentale (e non solo) che è arrivata fino ad oggi. Il disco di oggi è l'occasione per un viaggio alquanto insolito, che svelerò alla fine, per chiudere il 2023 musicale. Il disco di oggi nasce da alcune idee che erano state scartate per quello precedente, Another Side Of Bob Dylan del 1964. Sebbene ancora legato al folk, quel disco scopre un lato introspettivo che il Dylan di quei tempi ancora doveva scandagliare: inizia quindi a mettere di lato (sebbene non lo abbandonerà mai del tutto) il lato politico e sociale (dello stesso anno è The Times They Are A-Changin') per quello privato. Inoltre c'è la necessità musicale di legare insieme il folk dei primordi con le nuove pulsioni del rock'...

Bob Dylan - Highway 61 Revisited (1965)

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L’ultimo mese delle storie musicali 2021 è dedicato a dischi fondamentali. Chi ha la pazienza di leggermi sa che ogni anno a Dicembre scelgo un disco di Bob Dylan. Che per dischi fondamentali nella storia sta come i pilastri per una casa. Quello che ho scelto per questa domenica di santo Stefano è paragonabile ad un uragano che cambia per sempre la musica e che si chiama Highway 61 Revisited, che esce per la Columbia il 30 Agosto del 1965. Il titolo già dice tutto: la Highway 61 era ai tempi di Dylan la strada nazionale più lunga d’America, che per oltre 2000 km seguiva il corso del Mississippi, passava per Duluth, dove Dylan è nato, ed arriva a New Orleans. Come il nastro d’asfalto, Dylan raccoglie la musica del Delta, il blues, la tradizione del folk, inserisce il plug della chitarra nell’amplificatore, in modo molto più deciso e convinto che nell’altro capo che scrisse nel 1965, Bringing It All Back Home (che apre la sua leggendaria triade elettrica, che termina con l’altro capolavo...

Herbie Hancock - Maiden Voyage (1965)

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Le storie di Novembre avranno un carattere celebrativo, poiché questa piccola mia rubrica sorpasserà a fine mese il traguardo dei 250 dischi (!!!). Come qualcuno immagina, il traguardo verrà festeggiato con un disco di Miles Davis, per caso numero #1 e numero #50, poi scelto appositamente per i traguardi dei #100, #150 e #200. Stavolta però mi è venuta l’idea di esplorare a fondo i protagonisti del suo secondo leggendario quintetto. Tutto inizia nel 1963, quando la sezione ritmica del primo, inimitabile quintetto, Paul Chambers, Winton Kelly e Jimmy Cobb, abbandonano il gruppo. Davis, che nel 1963 ha 37 anni, sceglie un gruppo di giovani di talento, che diventeranno la nuova sensazione del jazz, in un periodo complicato per quel genere musicale, gli anni ‘60. Chiama subito Ron Carter, al basso, che diventerà grazie al successo del quintetto il sessionman più cercato della storia, con oltre 2 mila registrazioni ufficiali certificate, un sassofonista, George Coleman, e due giovani, uno ...

Albert Ayler Trio - Spiritual Unity (1965)

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Nel 1964 molti jazzisti, anche non legati al movimento free, iniziarono a designare la loro musica come new thing, in contrasto con il mondo bianco che lo chiamava jazz. Albert Ayler, sassofonista immensamente talentuoso, fu uno dei primi seguaci del solco tracciato da Ornette Coleman, ma verso fine anni ‘50 ha pochi contatti e si trasferisce in Europa. In Svezia, insieme a Cecil Taylor (altro pilastro della nuova musica), si esibisce in trio sia con Taylor sia con una ritmica indigena scandinava, e tra il 1962 e il 1963 incide i primi dischi (The First Recordings, appunto) e realizza per la radio danese, l'album, edito in origine come My Name Is Albert Ayler e poi anche come Free Jazz, a testimonianza dei suoi studi free. Ma la vera svolta arriva quando ritorna a New York e incontra un personaggio bizzarro, l’avvocato Bernard Stollman. Stollman è uno dei maggiori sostenitori dell’Associazione Esperantista Americana, che si adoperava per lo sviluppo e l’uso della lingua Esperant...

Nina Simone - I Put A Spell On You (1965)

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La storia di Nina Simone rappresenta un unicum nelle vicende musicali femminili sia per le qualità artistiche ma soprattutto per una vita privata davvero sofferta, che spesso si è espressa nelle sue interpretazioni. Eunice Waynon sin da piccola rivela un talento precoce, suonando e cantando in chiesa con le due sorelle, le Waynon Sisters. Una benefattrice a otto anni le paga una borsa di studio per imparare a suonare il pianoforte, così Eunice va a New York per diventare una pianista eccellente, con una profonda conoscenza anche classica dello strumento. Inizia ad esibirsi in locali cantando e suonando il piano. Sceglie il nome d’arte di Nina Simone in omaggio all’attrice francese Simone Signoret. Trova ispirazione nella figura e nell’arte di Billie Holiday, avvicinandosi al jazz. Nel 1958 la Bethlem la scrittura per due dischi, Little Girl Blue è l’esordio. Il suo repertorio è legato ai grandi standard jazz di Duke Ellington e dei Gerswhin. Passa alla Colpix, e nel 1960 Nina Simone...

Bob Dylan - Highway 61 Revisited (1965)

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Highway 61 Revisted, sesto album per il menestrello di Duluth, nasce dopo un profondo cambiamento personale; stanco di cantare le solite canzoni di protesta che tutti volevano ascoltare, lo ritroviamo a 24 anni come un uomo cambiato, che indossa una camicia dai colori sgargianti. Di ritorno da una tournee in terra albionica comincia ad abbozzare un testo di sfogo di 20 pagine da cui viene tratta la famosa Like A Rolling Stones, il singolo dello scandalo, un torrente emotivo di più di 6 minuti. Highway 61 è il disco della svolta elettrica definitiva (il precedente Bringing It all Back Home presentava solo il lato A), forse più rappresentativo dell'intera discografia dylaniana, l'album del non ritorno, del distacco definitivo dal popolo militante di Newport e del folk revival. Dylan si getta nel r'n'r e nel blues prendendo a prestito il nome dalla più famosa arteria che connette Duluth nel Minnesota alle famose città del Sud, le strade che hanno visto la nascita del co...

Otis Redding - Otis Blue (1965)

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Nel '65 Otis Redding mostra la sua maturazione artistica mettendo insieme un'ampia gamma di riferimenti stilistici, nonché le proprie capacità compositive: una grande miscela fra ballad e up-tempo. Con il supporto di Booker T. & The MG's, band in cui in qualche caso Isaac Hayes sostituisce il titolare alle tastiere, e di un quartetto di fiatisti, il nostro fa (ancora) riferimento a Sam Cooke con una belle versioni dello storico A Change Is Gonna Come, della frenetica Shake e dell'accattivante Wonderful World. Le corde sentimentali vengono anche toccate con poetica leggerezza sia da You Don't Miss Your Water di William Bell, che riprendendo (un po' sorprendentemente) My Girl, classico Motown scritto da Smokey Robinson per i Temptations, che lui rende in maniera eccellente. Per rifarsi alla tradizione religiosa Redding utilizza la versione di Down In The Valley rielaborata da Solomon Burke, mentre per calarsi nella più classica devil's music, oltre allo...

John Coltrane - A Love Supreme (1965)

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"Mr Coltrane, cos'è, per lei, l'amore supremo?", "L'espressione spirituale di ciò che sono, la mia convinzione, il mio abbraccio all' Onnipotente". "A Love Supreme è diviso in quattro parti". "Certo, Acknowledgement (riconoscimento), Resolution (decisione), Pursuance (perseveranza) e Psalm (inno). Rappresentano tutte il mio ringraziamento al Signore". "Lo stile è cambiato. C'è ancora Charlie Parker, da qualche parte, ma sta mutando forma". "Sì, lo stile è quello del jazz modale. Di nuovo. Tuttavia avverto il bisogno di guardare altrove. Forse verso il cielo e le stelle. Ho bisogno di un fraseggio più veloce e aggressivo. Per inseguire la luce celestiale del cosmo". "La struttura resta semplice, come nelle quattro note di Acknowledgement, ma le potenzialità sono infinite". "Ma il punto non è la quantità, il punto è lasciare spazio all'istinto. Non reinventare all'infinito, bensì rei...

E T I C H E T T E

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