Beechwood – Inside The Flesh Hotel (2018)
di Giovanni Capponcelli Due album in dieci mesi, una grande urgenza creativa. Foto rubate sui marciapiedi di Long Island. Abiti cool, trench, cappelli flosci, occhialetti rossi rotondi che farebbero invidia a Roger McGuinn: gangster o cherubini androgini? E poi quel suono di chitarra. Proprio quello che piace tanto ai cuori dei vecchi rocker, quelli che non dimenticano i Byrds, Tom Petty; che sono rinati con i Dream Syndicate, che amano i REM. I Beachwood interpretano quel sound come fossero degli Strokes annebbiati dalla ganja. E mentre l'esordio, “Songs From The Land Of Nod” ancora languiva e si attardava in qualche zuccheroso momento mid-tempo, in alcune titubanze di troppo, questo secondo capitolo, "Inside the Flesh Hotel", viaggia ben più robusto verso il bersaglio grosso. Non manca il “chunk-chunk” delle paillettes di Marc Bolan (Bigot in My Bedroom), non manca lo scricchiolio del palco del CBGB di fine ‘75. Ci sono gli Stones (imprescindibili per chiunque ...