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Visualizzazione dei post con l'etichetta john mellencamp

Pink Houses - John Cougar Mellencamp (1983)

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 Non aveva le idee chiare. Un giorno voleva diventare un centromediano di football, un altro giorno un pugile come Sonny Liston e solo il terzo valutava l'ipotesi di essere il nuovo Elvis Presley. «Ero strano già a sei anni. Mi strappavo la maglietta e correvo da mia madre, urlando che le ragazze mi adoravano e avevano cercato di spogliarmi. La sera, invece infilavo i guantoni da boxe e andavo alla ricerca di avversari». La carriera di centromediano fu bruciata anzitempo da un pacchetto di sigarette che sbucava gaglioffamen-te dalla tasca posteriore dei pantaloni e che provocò la rabbia dell'allenatore; quella di pugile scoraggiata dalle cicatrici che John temeva di accumulare. Rimaneva solo Elvis. In questo procedere per tentativi, «Cougar», terribile nome d'arte da cui poi si vorrà liberare una volta ottenuto il successo, ha sempre portato sulla schiena la sua brava gobba di contraddizioni. Da un lato cercava la canzone rock 'n' roll perfetta, quella che tutti vol...

Jack & Diane - John Cougar Mellencamp (1982)

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Le canzoni di John Cougar Mellencamp sono fatte di gruppi di persone ritratte nella vita di tutti i giorni. Come i pittori olandesi del Seicento raffiguravano uomini e donne per nulla eccezionali ottenendo freschi sorprendenti, così Cougar presenta quadri di vita sociale attraverso l'accumulazione di quadretti di vita ordinaria, privata della spettacolarità. La realtà di Cougar non viaggia alla folle velocità di quella delle backstreets di una grande città. Nelle sue storie si viaggia a marce ridotte. I suoi personaggi non sono figli degeneri, reietti, emarginati, così come non sono eroi e neanche si atteggiano a tali. Tales of Ordinary People , insomma. Si può pensare di essere Marlon Brando anche senza girare in eterno Il selvaggio o Fronte del porto. Jack & Diane è la perfetta teenager radio song, l'apoteosi dell'adolescenza come pratica di vita. Il successo clamoroso del brano procurerà più di un problema a Cougar. Crisi di identità e atteggiamenti da divo che lo p...

John Cougar Mellencamp - The Lonesome Jubilee (1987)

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di Silvano Bottaro Il ribelle, questo è l’aggettivo che più si addice a J. M. che passa l’adolescenza tra moto, bar, ragazze e gruppi rock, per poi sposarsi a diciannove anni. Dopo vari dischi, più o meno di valore, è con “ scarecrow ” del ’85, disco antecedente a questo, che Cougar , così si fa chiamare all’epoca, arriva al vero successo. I testi rilevano una sincera presa di posizione per i temi d’impegno sociale, soprattutto a favore degli agricoltori in crisi (sarà lui stesso ad organizzare il “ Farm Aid ”. Ma non solo al sociale sono rivolte le sue liriche, sono una miscela di riflessioni, commenti e descrizioni sulla sua condizione di vita presente e un po’ nostalgica, quando ricorda il suo esser stato più giovane. Con questo “the lonesome jubilee ” J. C. si affina soprattutto anche sul piano musicale evolvendosi con elementi soul, tex mex e musica latina e con l’arricchimento di strumenti come il violino, la fisarmonica e il banjo. L'album è di "presa...

John Mellencamp - The Eyes of Portland (2023)

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 di Fabio Cerbone Ho come l’impressione che John Mellencamp non sia preso mai abbastanza sul serio, soprattutto pensando agli ultimi (abbondanti) vent’anni della sua vicenda artistica, nei quali ha prodotto alcuni fra gli album più personali in carriera, compiendo quella naturale trasformazione da rocker ribelle a folksinger riflessivo, e passando, nemmeno tanto idealmente, da Stones e James Brown a Woody Guthrie e Bob Dylan. Naturalmente c’è ancora chi va alla ricerca disperata del primo, e da lì forse nascono molte incomprensioni, qualche presa in giro di troppo, nonché molta sottovalutazione critica, la stessa che ha portato certa stampa americana a sbeffeggiare il recente Strictly a One-Eyed Jack, disco di profonde e cupe meditazioni sullo scorrere del tempo, che acquisiva un sound d’autore, attraversato da notturni blues e languide trame folk rock. Certo, non hanno aiutato la causa del nostro John il suo carattere rissoso, quel rendersi a volte un po’ arrogante, e una mancanza...

John Mellencamp – Strictly A One-Eyed Jack (2022)

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di Lorenzo Donvito Avremmo pensato convinti che John Mellencamp non si filasse più di tanto il Boss: troppo dentro gli schemi del mainstream, troppo buonista e corretto, il classico buon ragazzo americano agli antipodi dai suoi modi di fare. Little Bastard, non per nulla, è uno dei suoi nomignoli e non sarà certo per le buone maniere a cui ha abituato i musicisti con cui suona o il pubblico che assiste ai suoi concerti. Se non fosse la serata giusta, sarebbe capace di mollare il palco dopo un’ora e mandare tutti a quel paese... Mellencamp ci ha abituato a storie così, ma anche a una musica senza fronzoli, decisa, tagliente come i testi che la accompagnano, pervasi di un romanticismo molto più spiccio rispetto a quello del fratello maggiore Bruce (sono solo due anni di differenza) che in questo “Strictly A One-Eyed Jack” partecipa in tre pezzi. John stesso ha dichiarato di essere stato sempre considerato "il Bruce dei poveri", probabilmente per l’attivismo sociale (Mellencamp ...

John Mellencamp – Other People’s Stuff (2018)

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di Fabio Cerbone  John Mellencamp alle prese con il canone americano, questo potrebbe essere il sunto di Other People's Stuff. Il canone è quello delle radici folk e blues, l'anima della tradizione che soffia da sempre sulle stesse ballate di John e su un percorso artistico che, soprattutto in anni recenti, si è fatto più convintamente fedele a quello che Mellencamp stesso chiama "The Great American Songbook", un filo rosso che da Woody Guthrie e passando per Dylan e Springsteen arriva a bussare alla sua porta. Peccato però che non si tratti affatto di una novità discografica, semmai di una provvisoria, superflua raccolta di cover che pesca fra materiale già edito (e ben noto ai suoi estimatori), rarità sparse (ma non indispensabili) negli anni, fra tributi e documentari, e una sola vera registrazione inedita, la riproposizione di quella Eyes on the Prize che fece bella mostra nel 2010 alla Casa Bianca, durante le celebrazioni per il movimento dei Diritti Civili. ...

Top Ten 2018 #10

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John Mellencamp – Other People’s Stuff

John Mellencamp - Scarecrow (1985)

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Dismessi gli abiti dell'american fool che nel 1982 scalò le classifiche americane con la zuccherosa ballata Jack & John "Cougar" Mellencamp, dopo la svolta rock di Uh-Huh, raggiunge nel 1985 con Scarecrow la maturità artistica (ed umana) riscoprendo le proprie radici, ovvero quel Midwest agricolo fatto di piccole comunità rurali piene di gente semplice, un tempo cuore pulsante del paese ed ora luogo depresso e dimenticato dalle politiche liberiste dell'amministrazione repubblicana. Coadiuvato da una band che è l'essenza del rock di strada americano (Larry Crane e Mike Wanic alle chitarra, Toby Myers al basso e soprattutto Kenny Aronoff al drumming), Little Bastard canta di piccole città dimenticate (Small Town), di territori agricoli ridotti sul lastrico (Rain on the Scarecrow), di disoccupazione e miseria (Face of the Nation), di ricordi d'infanzia (Minutes of Memories) senza alcuna commiserazione o resa. Scarecrow è infatti un disco politico, un rock...

John Mellencamp - The Lonesome Jubilee (1987)

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Dopo anni passati a rincorrere un effimero successo, fra produzioni pacchiane e magniloquenti e cambi di pseudonimo, era prevedibile che prima o poi John Mellencamp, non a caso soprannominato "Piccolo Bastardo", ne avrebbe avuto le palle piene e avrebbe finalmente deciso di fare di testa sua. Così, dopo tre ottimi dischi di blue collar rock della migliore specie e complice un produttore finalmente lungimirante come Don Gehman, Mellencamp ha l'intuizione geniale che avrebbe cambiato la propria carriera e aperto la strada ad una scena di impronta puramente roots: al suono classico ed elettrico delle chitarre e della sezione ritmica aggiunge un turbinio di strumenti "tradizionali" come violino, fisarmonica e banjo. Il risultato è una festa di suoni, un disco seminale che getta le basi del roots-rock che sarebbe venuto di lì in poi. Ma gran parte del merito di Mellencamp e della forza del disco sta nella grandezza delle canzoni, potenti ed al contempo gioiose e...

John Mellencamp – Sad Clowns & Hillbillies (2017)

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di Vincenzo Esposito Il miglior modo per entrare in questo nuovo album di John Mellencamp - intitolato Sad Clowns & Hillbillies - è quello di passare dalla porta principale, posando lo sguardo sulla copertina, come si faceva una volta. La cover art tiene dentro lo stralcio di un dipinto del 2005 realizzato dallo stesso Mellencamp, pittore tutt’altro che naïf. Un clown tragico, in primo piano, ci interpella da uno spazio astratto, da un abisso spalancato. Non è uno di quei ritratti di Pierrot tristi à la Rouault; quello che vediamo è, invece, un folk-fool, un doppio emblematico del Volto Santo oltraggiato, una versione rurale del professor Unrat interpretato da Emil Jannings nell’indimenticabile film di Josef von Sternberg L’angelo azzurro. Il sad clown di Mellencamp è, a ben vedere, un rozzo contadino (questo è il significato del termine gergale e dispregiativo “Hillbilly”) caduto in disgrazia, in cerca di redenzione, di salvezza. Un uomo semplice che proviene da un luogo che n...

E T I C H E T T E

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