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Visualizzazione dei post da agosto, 2021

Folk Show: Episode 72

The Oscar Peterson Trio - Night Train (1963)

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Oscar Peterson è stato uno dei più grandi pianisti del jazz. Come gli altri grandi di cui ho parlato in queste domeniche settembrine, mi preme specificare che il loro è stato un ruolo decisivo nella diffusione del jazz: la tecnica di Peterson, la sua abilità espressiva e l’esecuzione di standard che diventeranno leggendari hanno reso il jazz degli anni d’oro popolare e ascoltato, sebbene dal punto di visto creativo sia minore il suo apporto all’evoluzione del jazz. Canadese, classe 1925, in 60 anni di carriera ha suonato migliaia di concerti, tutti estasiati dalla sua tecnica sopraffina, che Duke Ellington definiva degna del “Maharaja of the keyboard”. Di struttura fisica possente (alto quasi 2 metri) a 14 anni vinse il premio nazionale per i giovani pianisti della radio Nazionale canadese, cosa che gli permise di andare a Montreal e studiare pianoforte e composizione. Giovanissimo, ebbe l’occasione di suonare per Maynard Ferguson e di suonare per uno show settimanale alla radio, che g

Santana

Carlos Santana nasce nel 1947 ad Autlan de Navarro, Messico, figlio di un musicista mariachi. Dopo qualche anno passato a suonare la chitarra nei locali a luci rosse di Tijuana, si trasferisce a San Francisco in un periodo particolarmente creativo per la scena locale e organizza la Santana Blues Band, la cui formazione base allinea ottimi musicisti. Discografia e Wikipedia

Brad Mehldau Trio - Brad Mehldau Trio Live (2008)

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Rispetto a tutta una serie di musicisti che credevano (e ancora credono) che il jazz sia solo il bop che si suonava nel 1956, Mehldau, insieme a altri grandi moderni come Joshua Redman, Kurt Rosenwinkel o Mark Turner (i primi tre che mi vengono alla mente), ha creduto nelle nuove prospettive del jazz, modernizzando il genere attingendo nello stesso tempo alle sterminate miniere di idee dei giganti del passato. Di formazione pianistica classica, durante gli studi alla The New School di New York ha tra i suoi maestri il grande batterista Jimmy Cobb. Che intuendo le doti di questo ragazzo, lo fa innamorare del jazz. Mehldau inizia così a contaminare il jazz dalle sue basi classiche, con caratteristiche che renderanno il suo stile unico e imitatissimo: l’uso delle due mani per suonare due melodie diverse, i tempi spesso dispari, rari nel jazz, e soprattutto una delicatezza, un’espressività di tocco e di classe che per molti lo fa successore di un altro immenso gigante del jazz, Bill Evans.

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #43 #42 #41

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MILES DAVIS: SKETCHES OF SPAIN (COLUMBIA)  Davis (t, flhn), orchestra e Gil Evans (cond, arr). Ric. 1960 Miles aveva già due capolavori in buona fede per grandi gruppi per la Columbia giù nella colonna più con Miles Ahead e Porgy & Bess quando lui e Gil Evans assemblarono queste rielaborazioni finemente disegnate di brani classici generalmente associati alla Spagna . Al suo centro c'è il meditabondo movimento centrale del Concierto de Aranjuez di Rodrigo, ma il lirismo struggente e i colori incandescenti Miles e Gil investono gli altri pezzi, incluso un raro originale di Evans, con una singolarità di visione e di intenti che rende questo un ardente luminoso e unificato realizzazione. Ancora una volta avevano rotto gli schemi, per se stessi e per tutti gli altri. (KS) MILES DAVIS: SKETCHES OF SPAIN (COLUMBIA) Davis (t, flhn), orchestra e Gil Evans (cond, arr). Ric. 1960 Miles aveva già due capolavori in buona fede per grandi gruppi per la Columbia giù nella colonna più con Miles

Bruce Springsteen - Wrecking Ball (2012)

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di Silvano Bottaro Quante volte ci si chiede se un musicista ormai datato della scena artistica mondiale, con decine e decine di album pubblicati, abbia ancora qualcosa di nuovo da farci sentire? E' molto probabile che, se il musicista non appartiene alla nostra sfera di preferenza, lo si liquidi subito, a volte ancor prima di ascoltarlo, con un bel "niente di nuovo", "album inutile", "ormai finito" ecc. ecc.; se invece è un nostro beniamino o ancor meglio apparteniamo alla sfera dei suoi fans incalliti, è molto probabile che il nostro giudizio sia "oscurato" dal classico velo affettivo che, per carità non è "pietoso", ma senz'altro poco obbiettivo. Ecco, tutta questa premessa per arrivare a dire che, personalmente, pur appartenendo alla seconda sfera, quella dei fan incalliti e non da tempi recenti, serenamente affermo che Wrecking Ball è un buon album e il nostro sessantatreenne "The Boss" riesce a dirci ancora mo

Folk Show: Episode 71

Little Feat - Waiting For Columbus (1978)

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Lowell George era un istrionico cantante e chitarrista americano della corte di Frank Zappa, nei Mothers Of Invention. Lì Incontrò il tastierista Bill Payne, ed ebbero l’idea di mettere su una band. Su questo nascono le prime leggende: si dice che Zappa lo “licenziò” dopo che George suonò un incredibile assolo da 15 minuti senza attaccare la chitarra all’amplificatore, oppure che fu lo stesso Zappa a suggerigli di andarsene dopo che vide il suo immenso talento quando Lowell presentò al maestro una canzone, Willin’ (di cui parlerò dopo), considerandolo sprecato come “solo” musicista della sua band. Sia come sia a George e Payne si accodò Roy Estrada, bassista di Zappa e Ritchie Howard alla batteria. Il batteria dei Mothers sfotteva sempre Lowell George per via dei piedi piccoli (little feet) e questo nomignolo fu usato da George per la propria band, cambiando però la grafia di feet in feat (impresa in inglese) come omaggio ai Beatles. I Little Feat dal 1971 al 1979, anno del primo sc

Ryuichi Sakamoto

Ryuichi Sakamoto (1952) è uno dei musicisti moderni giapponesi più attivi e apprezzati. Celebre nel paese natale per il lavoro con Yellow Magic Orchestra e come produttore, si impone anche in Inghilterra ed Europa grazie alle ripetute collaborazioni con David Sylvian. Il suo gusto per originali ibridi di pop occidentale, armonie orientali ed etno-elettronica ne fanno un artista importante. Discografia e Wikipedia

Indigo Girls - Indigo Girls (1989)

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Questo è l’unico duo femminile duraturo e significativo che ho nella mia collezione musicale. In verità la storia della musica è stato poco caratterizzata da duo femminili musicali che come quello della storia di oggi hanno creato una carriera significativa e duratura componendo e suonando insieme. Le Indigo Girls sono Emily Saliers e Ami Ray, che si conoscono fin da bambine. Originarie di Atlanta, a metà degli anni ‘80 formano il duo, solo voce e chitarre acustiche, scegliendo il proprio nome aprendo il Vocabolario, da cui pescano il colore indaco: Indigo Girls. Iniziano presto a suonare nei locali della Georgia, in certe settimane anche tre spettacoli a sera per 4 giorni la settimana, tanto che diventano uno dei gruppi più conosciuti e apprezzati nei locali universitari di Atlanta. Nel 1985 pubblicano un primo EP, a nome Indigo Girls, con 5 canzoni, tra cui la prima canzone scritta insieme, Crazy Game; nel 1987, negli studi che il noto produttore John Keane aveva allestito a Athens,

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #46 #45 #44

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ANDREW HILL: PUNTO DI PARTENZA (NOTA BLU) Hill (p), Kenny Dorham (t), Eric Dolphy (f, as, bcl), Joe Henderson (ts, f), Richard Davis (b) e Tony Williams (d) . Ric. 1964 Hill's è ovviamente un talento poliedrico: un brillante pianista e improvvisatore, è anche uno dei più straordinari compositori-arrangiatori del jazz. Questo album enfatizza questi ultimi talenti: usa il suo personalissimo senso della composizione e del colore strumentale proprio come faceva Jelly Roll Morton alla fine degli anni '20, facendo emergere nuove sonorità e idee sensazionali tra il gruppo selezionato di musicisti che sta usando qui e pungolandoli ad alcune delle loro esecuzioni più eloquenti, individualmente e collettivamente. Quando quei musicisti includono la prima linea che abbiamo qui, questo crea una musica davvero speciale. A seconda della versione del CD che incontri, questa può essere una versione semplice dell'originale in vinile o contenere due take alternativi extra. (KS) JOHN COLTRANE:

The Band - The Band (1969)

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di Silvano Bottaro Se il primo album della Band "Music from Big Pink" (1968), per molti il capolavoro del gruppo, sembrava provenire dal nulla, fu con questo secondo disco Omonimo che la Band prese il volo . Il gruppo più coeso e compiuto, con uno sforzo maggiore e consapevole, assume le fisionomie di vera band. Abbandonando la miscela sgangherata, per quanto eccezionale del primo lavoro, il suono delle dodici canzoni che compongono questa pietra miliare assume una linea più marcata e personale . Una Band speciale sotto molti punti di vista: per il nome (l'unico veramente incondizionato) , per la provenienza geografica, per le peculiarità dei componenti: un batterista che suona il mandolino, un organista che suona il sassofono, un bassista che suona il violino e un pianista che suona la batteria. L'unico normale è il chitarrista Robbie Robertson, che però è un eccellente strumentista, oltre che autore di gran parte delle canzoni e leader a tutti gli effetti

Folk Show: Episode 70

The Oscar Peterson Trio - Night Train (1963)

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In questo mese di Settembre dedicato al pianoforte jazz, non potevo sottrarmi dal parlare di lui: Oscar Peterson è stato uno dei più grandi pianisti del jazz. Come gli altri grandi di cui ho parlato in queste domeniche settembrine, mi preme specificare che il loro è stato un ruolo decisivo nella diffusione del jazz: la tecnica di Peterson, la sua abilità espressiva e l’esecuzione di standard che diventeranno leggendari hanno reso il jazz degli anni d’oro popolare e ascoltato, sebbene dal punto di visto creativo sia minore il suo apporto all’evoluzione del jazz. Canadese, classe 1925, in 60 anni di carriera ha suonato migliaia di concerti, tutti estasiati dalla sua tecnica sopraffina, che Duke Ellington definiva degna del “Maharaja of the keyboard”. Di struttura fisica possente (alto quasi 2 metri) a 14 anni vinse il premio nazionale per i giovani pianisti della radio Nazionale canadese, cosa che gli permise di andare a Montreal e studiare pianoforte e composizione. Giovanissimo, ebbe l

Tom Russell

Cantautore dalle molteplici influenze musicali (tex mex, folk, honky tonk!), Tom Russell (1950) cresce a Los Angeles, California, quindi nei orimi anni '70, passa parte del suo tempo viaggiando per il mondo, facendo tappa in più stati africani. Stabilitosi a Vancouver, Canada, dà vita a un duo con la pianista Patricia Hardin, con cui incide pe prime prove discografiche. Discografia e Wikipedia

Mary Lou Williams - Live At The Cookery (1975)

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Se pensiamo al jazz femminile, la prima connessione, quella più immediata, ci porta alle mitiche voci soliste, da Billie Holiday, l’Angelo di Harlem a Nina Simone, da Sara Vaughan a Ella Fitzgerald, da Betty Carter a Etta James, solo per citare le prime che mi vengono in mente. Ma c’è una figura del jazz al femminile che ha attraversato 70 anni di storia jazz, contribuendo in maniera silenziosa ma formidabile a tutte le grandi trasformazioni del jazz in tutti quei 7 decenni. Mary Elfrieda Scruggs ha 5 anni quando, appassionandosi alle prove che suo padre e i suoi amici pianisti facevano sul pianoforte di casa, inizia ad innamorarsi dello strumento, che impara a suonare ad orecchio. Ha 13 anni quando si esibisce nel primo spettacolo di vaudeville al piano, e ne ha 16 quando si sposa con il sassofonista John Williams, cambiando il suo nome in Mary Lou Williams. Inizia così la carriera di quella che è considerata la più lunga nella storia del jazz, caratterizzata da un esecuzione limp

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #49 #48 #47

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DIZZY GILLESPIE: SHAW 'NUFF (MUSICRAFT) Gillespie (t), Charlie Parker, Sonny Stitt (as), Dexter Gordon (ts), Clyde Hart, John Lewis, Frank Paparelli (p), Milt Jackson (vb), Chuck Wayne ( g), Ray Brown, Curly Russell, Slam Stewart (b), Sid Catlett, Kenny Clarke, Cozy Cole, Shelly Manne (d) e Sarah Vaughan (v) e molti altri. Ric. 1945-6 Coloro che conoscono Gillespie solo dai suoi sforzi degli anni '50 in poi non possono avere idea della vera forza della natura che suonava la sua tromba negli anni '40. Questa raccolta di CD dei primi lati sotto la sua guida, realizzata per piccole etichette come Guild e Musicraft, ti lascerà a bocca aperta per lo stupore mentre offre costantemente idee che superano anche quelle di Parker. Giusto per renderlo interessante, Gillespie ha anche scritto alcuni degli inni bop più duraturi, e molti di loro fanno le loro prime uscite qui. Queste sessioni, come i Parker Savoy, sono le sacre tavolette del bop. (KS) SUN RA: THE HELIOCENTRIC WORLDS OF SU

Eddie Vedder - Ukulele Songs (2011)

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di Silvano Bottaro Vedder è un grande musicista, una grande voce, un grande leader (I Pearl Jam sono uno dei gruppi più importanti e più amati degli ultimi decenni), ci ha regalato la splendida colonna sonora del film “Into the wild” ma questo secondo album; ‘Ukulele Songs’, non convince del tutto. Nei trentacinque minuti del disco ci sono brani prevalentemente già pubblicati dai Pearl Jam e altri già sentiti perché sono cover o presentati in’ tournèe’ con il gruppo, solo alcuni sono originali. Sedici canzoni sedici di solo voce e ukulele. Ecco, capisco che Vedder abbia una grande simpatia per le Hawaii e l’Ukulele appunto, però è assai difficile arrivare alla fine del disco senza avere almeno una volta sbadigliato o ancor peggio sbuffato per " la noia del diciassettesimo minuto " che inevitabilmente arriva. E’ solo da sottolineare il fatto che il disco non è per niente banale o superficiale, anzi, a Vedder va il merito di aver saputo creare un’atmosfera c

Folk Show: Episode 69

Art Tatum - Piano Starts Here (1933) 1995

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Il mese di Settembre verrà dedicato alle storie di musica di pianisti jazz. L’argomento ovviamente non è possibile esaurirlo nelle 4 domeniche della rubrica settembrina, ma serviranno per 4 ritratti di personaggi davvero fuori dal comune, perchè il pianista jazz è davvero un archetipo affascinante. Iniziamo dal “dio del pianoforte sulla terra”, colui che, dopo decenni di oblio, viene considerato il più grande pianista jazz di tutti i tempi: Art Tatum. Essendo stato uno dei pionieri nell’epoca d’oro del jazz (anni ‘30-’40), la sua vita è circondata da leggende clamorose. Arthur Tatum Jr. nasce a Toledo, Ohio, nel 1909. Ha problemi di cataratta, che riesce a superare dopo numerosi interventi chirurgici all’epoca pionieristici, ma secondo la storia dopo un aggressione, a 20 anni, ebbe una ricaduta per i colpi che gli furono inferti al viso, perdendo la vista da un occhio e tenendola al 20% dall’altro. All’epoca Tatum aveva studiato un po’ composizione, ma sempre secondo al leggenda, n

Leon Russell

Cantante, pluristrumentista, compositore, sessioman, produttore e, in generale esperto navigatore del rock business, Leon Russell nasce nel 1942 a lawton, Oklahoma, con il nome di Hank Wilson. Presto la famiglia Wilson va ad abitare a Tulsa, dove Hank ad appena quattro anni comincia a studiare il pianoforte. Discografia e Wikipedia

Michael Hedges - Aerial Boundaries (1984)

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Spesso rinchiudere in un genere l’arte è estremamente limitativo. Lo è stato senz’altro per Michael Hedges, uno dei più grandi chitarristi degli anni ‘80 e ‘90, oggi semisconosciuto ai più. Hedges è uno che la gavetta l’ha fatta studiando: primi strumenti a 4 anni, poi un’amore per la chitarra e il flauto, studi di composizione alla Phillips University, in prestigiosi conservatori e persino alla Stanford University. Per qualche anno, dal 1976 al 1978 suona in un gruppo jazz, la Lotus Band, per i locali intorno a Sacramento. Una sera però, come qualche volta è accaduto nella storia della musica, a sentirlo ad una sua esibizione c’è la persona che ti cambia la vita. Per Hedges fu William Ackerman, chitarrista favoloso, fondatore della Windham Hill Records. Nel 1976 Ackerman l’aveva fondata per produrre i suoi lavori folk, e ben presto si aprì alle nuove avanguardie strumentali, soprattutto acustiche, ma anche elettroniche e di musica folk e etnica, che per “esigenze” comunicative e gi

I 100 Album Jazz che hanno sconvolto il mondo #52 #51 #50

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JOHN MCLAUGHLIN: EXTRAPOLATION (MARMALADE) John McLaughlin (g), John Surman (bs, ss), Brian Odges (b) e Tony Oxley (d). Ric. 1969 Gli anni '60 furono un decennio in cui il jazz britannico emerse con una forte identità con album classici di artisti del calibro di Mike Westbrook, Michael Garrick, Don Rendell-Ian Carr Quintet e Mike Gibbs per citarne solo alcuni. Ma Extrapolation è il più profetico, non solo come trampolino di lancio nella carriera di McLaughlin - da Extrapolation a Lifetime di Tony Williams, a Bitches Brew fino alla Mahavishnu Orchestra sono davvero passi sorprendentemente piccoli - ma per come il cambiamento nel jazz tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 si formerebbe. Questa miscela di libertà (spesso "tempo, nessun cambiamento") e struttura, nonché il crescente senso di identità nel modo di suonare di McLaughlin, incorniciato da Surman e Oxley, rendono l'ascolto avvincente. (SN) Ristampato su CD Polydor. JOHN MCLAUGHLIN: EX

Allman Brothers Band - At Fillmore East (1971)

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di Silvano Bottaro Alle radici del cosi detto southern rock, ma soprattutto di una serie di incursioni strumentali che hanno reso la Allman Brothers Band una delle compagini più affiatate e propense alla jam di tutti i tempi. Giocoforza scegliere dalla sua discografia la performance indimenticabile al Fillmore East di New York del '71, dove i fratelli Duane (chitarra) e Gregg (tastiere) Allman duettano con l'elettrica di Dickey Betts, si fanno sostenere da una grandissima sezione ritmica composta da due batterie (Jay Johanny Johanson e Butch Trucks) e basso (Raymond Berry Oakley) e inventarono , in generale, un modo nuovo di concepire il rock dal vivo, raffinato e legato a forme improvvisative vicine ai sapori jazz dell'epoca. Memori delle fantasie psichedeliche a cavallo dei decenni, gli Allman reinterpretarono espansivamente classici blues ( Statesboro Blues, Stormy Monday ) come pure originali estenuanti ma avvincenti (su tutte gli oltre venti minuti di Whipping Pos

Folk Show: Episode 68

Grateful Dead - Workingman’s Dead & American Beauty (1970)

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Leggenda vuole che Grateful e Dead fossero state le due parole che a caso, aprendo un dizionario, Jerry Garcia avesse trovato per scegliere il nome della sua nuova band. Non so se la leggenda sia vera, ma è vero che i Grateful Dead sono stati, nella loro quarantennale carriera, uno dei pilastri della musica rock americana e uno dei gruppi più incredibili dal punto di vista musicale di tutti i tempi. Tutto comincia dal blues e dalla musica ancestrale americana e dalla baia di San Francisco, nel quartiere di Haight Ashbury. In un mix creativo, libero e ineguagliabile di musica, psichedelia filosofica, sostante acide, amore libero, miti orientali i Dead, insieme ad altri gruppi immensi con i Jefferson Airplane, I Quicksilver Messenger Service, i Love fecero da colonna sonora acida, lisergica e magica alla controcultura americana. Soprattutto nei concerti la magia della musica di Jerry Garcia (chitarra e leader carismatico), Bob Weir (chiatta e voce), Phil Lesh (al basso), Ron “Pigpen”

Calvin Russell

Calvin Russell (1948) cresce ad Austin, Texas, dove coltiva le prime passioni musicali con una band chiamata Cavemen. Ben presto si ritrova a vagabondare lungo il sud ovest degli Stati Uniti, arrivando a fare il contrabbandiere nella cosiddetta zona della Valley, compresa fra la Valle della Morte e la Baia California. Discografia e Wikipedia

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