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Visualizzazione dei post con l'etichetta Canzoni

Slip Away - David Bowie (2002)

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 Peggy se n'era andata da poco, Lexi era appena arrivata. Nel 2001, David Bowie si dibatteva tra i due estremi del dolore e della gioia: la morte della madre, l'arrivo della figlia. Incapace di mettere in relazione due eventi così radicalmente diversi, il Duca Bianco continuava a ripetersi le stesse domande: «Qual è il senso del nostro vagare? Quanto tempo ho ancora da vivere? Chi si occuperà di mia figlia quando non ci sarò più? Che fine hanno fatto le persone che hanno riempito la mia adolescenza?». Negli Allaire Studios vicino a Woodstock era più il tempo che Bowie trascorreva a piangere di quello che impiegava a tentare di scrivere una canzone. A scuoterlo c'erano Tony Visconti, con cui Bowie aveva riallacciato i rapporti (era dai tempi di Scary Monsters che non lavoravano più insieme), e i discografici della Columbia, la sua nuova etichetta dopo che la Emi/Virgin si era rifiutata di pubblicare i nuovi brani, giudicati non all'altezza del passato. (M. Cotto - da Roc...

Pink Balloon - Ben Harper (2016)

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 Ben Harper è un poeta semplice che accarezza i suoi abiti quasi ricoperti di sabbia del deserto, quella che ha conosciuto crescendo a Clearmont, California, a un battito di ciglia dal Mojave. Nonno liutaio, nonna chitarrista, padre percussionista, madre cantante: non si può chiedere niente di più alla famiglia. Con la musica nel sangue e sui comodini, Ben è cresciuto ascoltando il grande blues di Robert Johnson e Son House, per poi conoscere le risposte di Dylan che soffiavano nel vento, la slide di Ry Cooder, la foschia color porpora di Hendrix, il reggae giamaicano di Marley. Forte di tanto bagaglio, è partito per il mondo della musica con atteggiamento umile e strumenti acustici, tra cui la mitica Weissenborn, chitarra slide usata negli anni venti. (M. Cotto - da Rock Therapy)  

Across The Borderline - Ry Cooder (1987)

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 Tra gli artisti più geniali ed eclettici che gli Stati Uniti abbiano espresso negli ultimi decenni, Ryland Peter Cooder da Santa Monica ha saputo fondere le innumerevoli tradizioni musicali della sua terra in uno stile originale e delizioso, in grado di farsi continuatore dei suoni dei padri e al contempo pietra di paragone per nuovi percorsi. Quando aveva soltanto 13 anni, avvicinava timidamente i cantanti blues o i maestri della chitarra fingerpicking per carpirne i segreti. «Ogni volta che arrivava in città un buon musicista, compravo un biglietto di prima fila e non staccavo gli occhi dallo strumento. L'indomani andavo a bussare alla sua camera d'albergo, gli mettevo in mano un biglietto da cinque dollari e lo pregavo di suonare davanti a me. Un mese dopo ero in grado di applicare il suo metodo, anche se, naturalmente, con molta meno maestria». A 16 anni, alcuni amici che si trovavano in un covo di musica folk lo costrinsero a salire sul palco a suonare. Il giovane Cooder,...

Only The Lonely - Roy Orbison (1961)

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 Quando Bruce Springsteen fu invitato a tenere il discorso di introduzione di Orbison nella Rock 'n' Roll Hall of Fame, non dimenticò di inserire una sua vecchia dichiarazione che, nella nuova circostanza, scatenò l'entusiasmo degli intervenuti e la commozione di Roy: «Mentre lavoravo al primo disco avevo in mente un risultato ben preciso. Volevo creare musica come quella di Phil Spector, scrivere testi come Bob Dylan e cantare come Roy Orbison. Oggi, dopo tanti anni, tutti hanno capito che nessuno può cantare come Roy Orbison». Texano di Wink, conobbe il suo periodo migliore tra il 1960 e il 1964, quando firmò una serie impressionante di canzoni di presa sicura, scalando le classifiche con cinque brani destinati a passare alla storia: Only the Lonely, Running Scared, Crying, Dream Baby e Oh, Pretty Woman. Poi il destino parve accanirsi contro di lui. Nel 1966 perdette la moglie in un incidente motociclistico, nel 1968 due dei suoi fıgli bruciarono vivi durante un incendio ...

Lipstick Sunset - John Hiatt (1987)

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 John Hiatt è l'uomo che balla coi lupi, dopo aver conosciuto la devastazione e i dolori che lo hanno lasciato vuoto come una zucca di Halloween. La morte in casa, la bottiglia come prima amica, dischi registrati e poco venduti, la sensazione che il treno sia passato e non ci sia alcuna stazione in lontananza. Gli unici a crederci sono John Chelew, proprietario del McCabes Guitar Shop, un negozio di chitarre su Pico Boulevard a Santa Monica, e i discografici della Demon, convinti che Hiatt sia un genio, nonostante i fallimenti. Chelew ascolta quattro canzoni di John e quasi lo obbliga a registrarle, la Demon dice che è disposta a pubblicarle anche se facessero schifo e se lui le cantasse sotto la doccia. Hiatt si convince. Entra in studio (gli Ocean Way Studios) con un budget così ridotto che è costretto a dividere una stanza all'Holiday Inn con Nick Lowe, vecchio amico che accetta di lavorare gratis, così come Ry Cooder, In quattro giorni l'album, Bring the Family, è finit...

La Cienega Just Smiled - Ryan Adams (2001)

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 Ryan Adams ha un'adorazione per la Band di Robbie Robertson e per Gram Parsons, per Bob Dylan, Neil Young e Warren Zevon, ama quindi il rock 'n' roll che prima ti spezza la vita e poi te la salva, perché non c'è niente di più bello di una canzone per rimetterti in piedi dopo una caduta. Ha debuttato alla guida dei Whiskeytown, una band di alternative-country di Raleigh, nella Carolina del Nord, una sorta di versione punk degli Uncle Tupelo. Poi, ha seguito una carriera solista a volte schizofrenica, ma che merita comunque stima. «La Cienega» che sorride in questa canzone è una strada che si estende da El Segundo Boulevard, nella cittadina di Hawthorne, fino al Santa Monica Boulevard di Los Angeles. La zona centrale nella Città degli Angeli è deliziosa, tranquilla di giorno e luminosa dopo il crepuscolo. A sorridere non è invece l'io narrante, distrutto da una ragazza che è entrata nella sua vita come un fulmine, lasciando dietro di sé solo pioggia. Ryan Adams canta...

Locomotive Breath - Jethro Tull (1971)

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 Nacquero a Blackpool, nel 1967, nell'estate dell'amore. Mentre in California si scaldavano al sole psichedelico con la crema abbronzante lisergica, in Inghilterra Ian Anderson e alcuni amici disegnavano un'affascinante area irregolare delimitata da quattro lati (rock, folk, blues, progressive). Per il nome si ispirarono a un agronomo inglese del xvii secolo, come segno distintivo adottarono il flauto (trattato alla maniera del grande jazzista Roland Kirk, che omaggiarono in Serenade to a Cockoo), come tessera centrale del loro mosaico sfruttarono le lucide follie di un cantante che suonava il suo strumento su una gamba sola. Locomotive Breath (pubblicata sull'epocale Aqua lung del 1971) è il treno della vita, metafora chiara del suo lento e inesorabile scorrere. Il nostro tempo sulla terra è paragonato a un treno che non si può arrestare perché il vecchio Charlie ha rubato la leva dei freni. Molto si è disquisito su chi sia quell'Old Charlie. Tre le ipotesi accredi...

The Last Of The Famous International Playboys - Morrissey (1992)

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 La sua epigrafe, il suo miglior riassunto, è tutto nel titolo di una sua canzone: I Started Something I Couldn't Finish, «Ho iniziato qualcosa che non sono riuscito a completare». Prima con gli Smiths, in una meravigliosa, ma breve parabola, poi in una carriera solista nata bella come il sole, ma presto oscurata dall'eclissi, Morrissey ha lasciato cadere dalle tasche sassolini che sono finiti nelle scarpe dell'inglese medio (primo destinatario delle trame) e poi in quelle dell'ascoltatore europeo. Morrissey ha portato a spasso la sua figura figlia del glam e del post-punk, un po' decadente e un po' dandy, diciamo, per semplificare,tra Marc Bolan e Oscar Wilde. The Last of the Famous International Playboys è fıglia di una strana e discutibile fascinazione di Morrissey per Ronnie e Reggie Kray, due gemelli che comandavano un organizzazione criminale che, negli anni cinquanta e sessanta, mise a ferro e fuoco l'East End londinese. La loro fama si deve non solo ...

Pancho and Lefty - Townes Van Zandt (1972)

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Per numi tutelari aveva Lightnin' Hopkins, Bob Dylan e Hank Williams, per compagnia una chitarra e un cappellaccio da texano, per stile un modo secco di raccontare la volubilità dell'amore. Aveva anche il diavolo sulle sue tracce, Townes Van Zandt, senza aver mai commesso nulla di grave, senza aver mai venduto la sua anima. Dopo cinque anni di carriera e sei dischi, idolatrati dalla stampa, arrivò l'episodio che cambiò per sempre la sua vita. «Mia moglie stava facendo l'autostop per tornare a casa, sulla strada tra Los Angeles e San Diego. Voleva raccogliere le sue cose e raggiungermi al più presto. Ancora un giorno e avrei finito di registrare il mio nuovo album. Mancava un solo brano. L'automobilista che caricò mia moglie la accoltellò quattordici volte prima di scaraventarla in strada. Mi telefonarono che erano le quattro del mattino. Guidai fin dal mio amico Guy Clark, restai con lui cinque ore e poi dissi: "Vado sulle montagne". Mi rispose: "Amic...

Coyote - Joni Mitchell (1976)

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Come l'egira è il volo di Maometto dalla Mecca verso Medina, così Hejira è un album che Joni concepisce come diario di bordo (non più diario personale di confessioni, com'era Blue) del viaggio verso la riconquista di se stessa. «Ero su una spiaggia vicino a casa di Neil Young e provavo una forte voglia di viaggiare, anche se non sapevo dove né con chi. Arrivarono due miei amici e dissero che stavano attraversando il Paese. Io dissi semplicemente che li stavo aspettando». I brani sono composti in prevalenza durante il viaggio, ed è per questo che il pianoforte non compare e gli arrangiamenti sono scarni ed essenziali. Con la presenza di Jaco Pastorius vengono abbattute le ultime barriere tra pop, rock e jazz. Coyote è il primo singolo; si dice parli di Sam Shepard, con il quale Joni avrebbe avuto una breve, ma intensa relazione. Che parli o meno di lui, Coyote parla di sicuro la lingua della grande musica. (M. Cotto - da Rock Therapy)  

Pink Houses - John Cougar Mellencamp (1983)

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 Non aveva le idee chiare. Un giorno voleva diventare un centromediano di football, un altro giorno un pugile come Sonny Liston e solo il terzo valutava l'ipotesi di essere il nuovo Elvis Presley. «Ero strano già a sei anni. Mi strappavo la maglietta e correvo da mia madre, urlando che le ragazze mi adoravano e avevano cercato di spogliarmi. La sera, invece infilavo i guantoni da boxe e andavo alla ricerca di avversari». La carriera di centromediano fu bruciata anzitempo da un pacchetto di sigarette che sbucava gaglioffamen-te dalla tasca posteriore dei pantaloni e che provocò la rabbia dell'allenatore; quella di pugile scoraggiata dalle cicatrici che John temeva di accumulare. Rimaneva solo Elvis. In questo procedere per tentativi, «Cougar», terribile nome d'arte da cui poi si vorrà liberare una volta ottenuto il successo, ha sempre portato sulla schiena la sua brava gobba di contraddizioni. Da un lato cercava la canzone rock 'n' roll perfetta, quella che tutti vol...

She Always Goes - Joe Henry (1993)

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 Ha un nome banale, ma talento e ispirazione da vendere. Uno Springsteen acustico in miniatura, un Jackson Browne più raccolto, un Dylan meno visionario e biblico (e con lo stesso registro nasale), un Randy Newman privato di cinismo. Da anni il buon Joe storna brioche salate e sorprese assortite, con un incedere a tratti waitsiano che è pura delizia. Sposato con la sorella di Madonna, Melanie Ciccone, vagabonda di città in città (nasce in North Carolina, cresce nel Michigan, inizia a suonare a New York, prima di trasferirsi a Los Angeles), ma musicalmente resta fedele a uno scenario di provincia (fors'anche solo di quartiere) che è quello del racconto alla Carver, minimalista ma denso di poesia. She Always Goes non è esplosione e nemmeno tuono, però fa sempre più rumore, ascolto dopo ascolto. (M. Cotto - da Rock Therapy)  

Who Do You Love - Bo Diddley (1956)

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 Famoso figlio del Mississippi, anche se adottato dalle strade di Chicago, Bo Diddley si è autoproclamato da sempre inventore del rock 'n' roll, con toni che paiono tratti di peso dai dialoghi di The Blues Brothers: «C'era una missione da compiere e a qualcuno toccava il privilegio di iniziare. Dio l'ha dato a me, io sono stato il primo. Tutto il resto è venuto dopo».Vero o non vero, Bo è stato uno straordinario anello di passaggio tra blues e rock 'n' roll, pietra angolare di un suono che farà storia.Who Do You Love ne è la prova. La lista di artisti che si sono cimentati in una rilettura (in alcuni casi anche riscrittura), o che l'hanno presa come base per nuove composizioni, è praticamente infinita: Doors, Santana, Quicksilver Messenger Service, George Thorogood, Patti Smith, Bruce Springsteen (che dal vivo era solito legarla a She's the One, perché il groove era identico), Rolling Stones, Jesus and Mary Chain, Hoodoo Gurus, Yardbirds, Tim Buckley, Gr...

Kozmic Blues - Janis Joplin (1969)

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 Una canzone nata all'improvviso, una delle poche scritte da Janis Joplin, bravissima nel fare suoi brani altrui, ma che raramente si è cimentata nella composizione. Viene alla luce in studio, durante una pausa. Il produttore Gabriel Mekler si mette al pianoforte e comincia a suonare. Janis intravede una luce e si butta dal terzo piano per trovarla ancora accesa. Fuor di metafora, comincia a improvvisare parole, a raccontarsi. Alla fine, quello che viene fuori è un testo bellissimo e autobiografico («ho 25 anni, adesso...»), un riassunto del dolore attraversato e delle fatiche superate, con la consapevolezza che il peggio non è passato, ma che vale comunque la pena tentare. È la musica a dare la direzione, è la musica a fare da bussola: potente, energica, con un ritornello che pare esplodere. Quando Janis attacca il primo verso del chorus è come se tutto il dolore esplodesse e cambiasse segno, per trasformarsi nel suo contrario. Kozmic Blues (Janis volle la «K» per attutire il sens...

So Many Roads - John Mayall feat. Peter Green (1969)

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Piegare il vecchio blues senza spezzarlo, a dispetto di quel nome, «Bluesbreakers». Ciò che si spezza, nella prima metà degli anni sessanta, è il cuore degli amanti della musica nera, rivisitata però con sensibilità bianca. Nasce il British blues, il blues bianco. Nasce a Londra e dintorni, compare magro come un'acciuga ma diventa presto un rotondo pallone che rotola per le vie del mondo. Tra i padri, Alexis Korner, Eric Clapton e John Mayall. È quest'ultimo a guidare i Bluesbreakers con la sua voce stridula e il suo amour fou per blues e jazz, stili che aveva mandato a memoria nella giovinezza, quando imparava i rudimenti della chitarra e del pianoforte dai dischi di J.B. Lenoir. Nato a Macclesfield e cresciuto a Manchester, Mayall è stato uno dei pochi artisti di quel giro bravo e fortunato del blues britannico che ha saputo crescere senza fossilizzarsi, ma anche senza tradire il passato e la sua missione. Dedicato a tutti coloro che a un sintetizzatore ancora preferiscono il...

The Sky Is A Landfill - Jeff Buckley (1998)

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 Una sorta di Psychedelic Highway Revisited, dai Pink Floyd ai giorni nostri. Una perfetta pasticca di acido che assicura suoni e visioni nei secoli dei secoli, una sfera che rimbalza ossessiva sulle pareti della forma canzone, ma non mira a sfondarle. Non uno stralunato diario di bordo di un millennio che fugge, ma l'unica bussola possibile per il domani: una canzone che recupera tutto l'alternativo del passato inserendolo però nel contesto formale di base. Jeff Buckley, dopo aver gettato nel primo disco l'atomica sulla rock song propriamente detta, edifica su quelle macerie la nuova canzone rock. Chissà dove sarebbe arrivato senza quel fiume a inghiottire lui e suo talento. (M. Cotto - da Rock Therapy)

The Mercy Seat - Nick Cave and the Bad Seeds (1988)

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Con un suono che reinventa ogni stilema della musica popolare fino a trasformarlo in rimbombo, e con un'abilità nei testi da puro scrittore, Cave è il totem di chi chiede alla musica una rappresentazione vera, che può anche sfuggire alla benedizione evangelica del lieto fine e che contempla la tragedia, non solo la commedia. I suoi brani sono piccole maledizioni, raggruppano il senso della minaccia incombente e dell'immanente disastro che conferma il presagio. The Mercy Seat gioca su due registri antitetici: morte e benedizione, sacro e profano. La «mercy seat» è la sedia elettrica che aspetta l'io narrante, ma è anche il trono di Dio dell'Arca dell'alleanza, la cui costruzione fu ordinata a Mosè per dimostrare la potenza di Yahveh e la sua presenza in mezzo al popolo. Nick Cave cita il Vecchio Testamento, il Levitico e il Vangelo: «Occhio per occhio / dente per dente / ma io ho detto la verità / e non ho paura di morire». Cave ha dichiarato in un'intervista che...

Paranoid - Black Sabbath (1970)

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 Il problema, con certe rockstar, è quando i discografici ti fissano le interviste di mattina e loro hanno passato tutta la notte a fare festa. Ero a Dublino per incontrare i Black Sabbath. Ceniamo insieme, poi ci salutiamo. Io mi avvio verso l'ascensore, loro escono nella notte. L'appuntamento è per l'indomani a mezzogiorno. Arrivano che non sembrano nemmeno loro. Barcollano. Mi guardano e non mi riconoscono. «Sono qui per l'intervista». «Ah, già». «Com'è andata ieri sera?», chiedo timido. Ozzy Osbourne: «Vorrei risponderti, ma non ricordo nulla di quello che ho fatto». Tony Iommi: «Nemmeno io. L'unica cosa di cui sono certo è che devo chiedere scusa a qualcuno». Risate. Silenzio. Poi Iommi dice: «Ti spiace se prima di iniziare beviamo qualcosa?». Io voglio morire. Per la cronaca, l'intervista fu bellissima. Come bellissima è stata la loro avventura. Onore al Sabba Nero, che è arrivato al capolinea. Paranoid fu scritta da Tony Iommi mentre gli altri sabbath...

Spanish Stroll - Mink DeVille (1977)

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 Willy DeVille (che nei primi anni offriva come biglietto da visita il nome Mink DeVille) è stato il più grande chicano del rock. Magnetico, look che era un misto tra un protettore, D'Artagnan e un sacerdote voodoo di New Orleans, voce che aveva l'urgenza della new wave e la rabbia di chi non aveva mai avuto nulla, ma reclamava tutto. Si fece notare al Cbgb's, tempio del punk e della new wave newyorkese, e fu subito chiaro a tutti che lui era diverso, in suoni e sostanza, perché schiumava rabbia, ma non trascurava il soul (era innamorato del doo-wop e delle ballate anni cinquanta firmate da Doc Pomus), cantava l'amore di strada ma mostrava di conoscere i demoni blues di Robert Johnson (sono sicuro che abbia viaggiato con lui a bordo di quel Greyhound che conduce alle paludi del Delta). Era angelo e assassino (nessuno ha saputo cantare Hey Joe come lui, vestendo i panni del killer con abilità pari a quella di Hendrix), il più vero e credibile rappresentante della cultura...

I'll Be Your Mirror - The Velvet Underground (1967)

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 Secondo leggenda, Nico si avvicinò a Lou Reed e gli disse: «Oh, Lou, I'll be your mirror». E lui ci scrisse sopra una canzone che lei non riusciva a cantare nel modo giusto. Scoppiò a piangere disperata. Le chiedevano di essere dolce e suadente e lei cantava da regina ariana dei ghiacci. Lou disse: «Prova un'ultima volta e poi, se non va, lasciamo perdere». Nico smise di piangere, cantò un'ultima volta e fu capolavoro. Non sapeva, Nico, che Lou aveva scritto quel brano pensando non a lei, ma al suo primo amore Shelley Albin. Andy Warhol suggerì che il brano prevedesse una piccola crepa, «che facesse saltare il solco ripetendo le parole I'Il Be Your Mirror in eterno». L'idea fu poi giudicata irrealizzabile in fase di registrazione. Non avrebbe aggiunto niente a un brano così superbo e immacolato da rasentare la perfezione. «Ill be your mirror / Reflect what you are, in case you don't know / I'll be the wind, the rain and the sunset / The light on your door t...

E T I C H E T T E

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