Captain Beefheart: il testamento del capitano
Un bel cofanetto della Rhino raccoglie le incisioni della Magic Band nei primi anni Settanta; dopo i capolavori giovanili e prima del controverso finale di partita di Riccardo Bertoncelli Se qualcuno non manda un fulmine a incenerirmi from the outer space, mi verrebbe da dire che Captain Beefheart è stato per il rock e il blues quello che Sun Ra è stato per il jazz; un geniale visionario scambiato per ciarlatano, un profeta di lingue nuove mortificato a vita dall’ottusità e miopia di tanti addetti ai lavori. Non mi spingo oltre con il parallelo, non è il caso; dico solo che entrambi avevano una comunità di fedeli musicisti apostoli ma il Ra li rispettava e proteggeva, con saggezza e saturnina umiltà, mentre Beefheart da egoico prepotente li vessava, quando non li metteva ai ceppi, e con la sua arte non si poneva questioni di cosmica filosofia ma di molto terrena soddisfazione. Pur con quei modi esagerati e imbarazzanti, Beef sapeva vedere, scrutare «oltre le porte della percezione...