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Visualizzazione dei post da maggio, 2020

Randy Newman

Inconsueto protagonista del rock d'autore, Randy Newman (1943) originario di New Orleans, si trasferisce a Los Angels dove studia pianoforte sotto l'influenza di alcuni zii, celebri compositori di musiche per film. A sedici anni, durante il periodo scolastico, lavora come compositore alla Metric Music. Discografia e Wikipedia

David Crosby

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Ci sono personaggi la cui esistenza si dipana su un canovaccio ricco di svolte, di pieghe improvvise, di parabole inebrianti e di rovinose cadute, di successi fulminei e di paurosi sbandamenti. Il mondo del rock ne è pieno, anche se purtroppo, sovente queste vicende assumono inevitabilmente i contorni mitologici dell’eroe bello e dannato condannato a una morte prematura. E’ solo per una serie di incredibili scherzi del destino o di karma direbbe un Buddista se oggi David Crosby è ancora qui con noi. Una vita intensissima, estrema, spesso spericolata, ma che nel corso degli ultimi quattro decenni è stata testimone di pressoché tutti gli eventi chiave della storia del rock. Quasi quarant’anni nel corso dei quali David Crosby è sembrato morire diverse volte, preparando in più d’una circostanza i suoi irriducibili fans alla triste notizia che puntualmente non è arrivata: come un gatto a nove vite. Musicalmente Crosby ha segnato almeno due decenni con una serie di capolavori culm

David Bromberg – Big Road (2020)

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di Pie Cantoni La presentazione di un artista come David Bromberg è persino inutile per chi abbia minimamente seguito l'evoluzione della musica roots, bluegrass, folk o blues americana degli ultimi cinquant’anni. Il veterano chitarrista della Pennsylvania ha collaborato con tutti, toccato ogni genere e registrato le sue chitarre su innumerevoli dischi. Di tanto in tanto però si toglie delle soddisfazioni, registrando con una sua band sia brani originali, sia grandi classici rivisitati dal suo estro. Il primo disco solista, che portava semplicemente il suo nome, risale addirittura al 1971 e la carriera è continuata, salvo una “pausa” non indifferente dalle scene durata oltre vent’anni, sino ad oggi. Big Road, che segue il bellissimo lavoro del 2016 The Blues, The Whole Blues and Nothing But the Blues, parte proprio dalle radici. Infatti, la "grande strada" di cui Dave canta è quella del bluesman Tommy Johnson, qui fatta più grossa dai fiati e da un'interpreta

Tom Petty: Il cappellaio matto del southern rock

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Tom Petty è stato una delle grandi colonne del rock americano. La sua musica ha miscelato in maniera originale ed eclettica il cantautorato americano più classico (con richiami ripetuti al sodale Bob Dylan e agli amatissimi Byrds), il southern rock e le sonorità più alternative. Petty nasce a Gainesville, in Florida, nel 1950. Folgorato dal nuovo approccio rock e dalla potenza scenica di Elvis Presley, si appassiona alla chitarra che studia quasi esclusivamente come autodidatta. Muove i primi passi in musica all’inizio degli anni ’70, prima con i Mudcrutch (formazione messa insieme a Mike Campbell alla chitarra e Benmont Tench alle tastiere) e poi con gli iconici Heartbreakers, che allargano la formazione al bassista Ron Blair e al batterista Stan Lynch. Nel 1976 l’album d’esordio Tom Petty & the Heartbreakers si impone in vetta alla classifiche grazie al singolo Breakdown, ma è solo nel 1979 con Damn the torpedoes che il nome di Petty si afferma nell'olimpo del

Police – Reggatta de Blanc (1979)

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Ci sono dei dischi che più di altri rimangono nella mente perché legati a forti emozioni. Questo è uno di quelli, un disco legato soprattutto a ricordi… pensate; vent’anni e un nuovo amore… ho detto tutto, no? Restiamo negli anniversari con questo disco trentenne (che porta bene i suoi anni) Reggatta de Blanc, probabilmente il loro capolavoro uscito nel '79 d opo “Outlandos d’amour” del ’77. All’inizio c’è il punk, anche se per sottrazione: ” Il punk mi interessa come fatto di costume, la musica invece mi fa veramente schifo ”, osserva Sting mentre sfrutta lo stesso circuito di club utilizzato da Clash, Stranglers e Sex Pistol. E’ il 1977, e il fenomeno Police esplode in Inghilterra. Sting avverte che è giunto il momento per esprimere cose originali, per superare il guado in cui s’è cacciato il movimento punk, cui per altro non appartiene. Sente di avere un mucchio di cose nuove da dire. Ci crede, e con lui Stewart Copeland. Ha anche dato un calcio alla sua carriera di insegnante p

Folk Show: Episode 22 (An Irish Music Special)

Tamikrest – Tamotaït (2020)

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di Ignazio Gullotta Tamikrest sono fra gli alfieri più conosciuti della vasta scena blues del Sahel. Si tratta di musicisti del popolo tamasheq, termine che preferiscono rispetto a tuareg, che usano la musica come occasione per esprimere le sofferenze e la voglia di lottare del loro popolo. I membri della band non possono tornare nella loro patria, Kidal in Mali, e sono quindi costretti in un esilio diviso fra Parigi e la desolata frontiera fra Mali e Algeria. Non c’è disperazione, ma consapevolezza della situazione e voglia di combattere. Non a caso il titolo del disco, Tamotaït, indica l’auspicio, la speranza che le cose cambino. Già appena attacca il classico giro di chitarra caracollante, ipnotico, di un languore che sembra portare su di sé il peso delle miserie e dei drammi dell’esistenza, ci rendiamo conto che questa musica parla di vita vera, esprime il dolore di un popolo che nomade si trascina in cerca della libertà e che, malgrado tutto, tiene viva la speranza, la vog

New York Dolls

Gruppo fondamentale nell'evoluzione del rock americano, i New York Dolls rappresentano il tramite fra la tradizione musicale più oltraggiosa degli anni '60 e il "rock maledetto" dei '70. All'inizio del 1972, David Johansen (1950) dopo gli esordi con i Vagabonds Missionaries e i Fast Eddie & The Elettric Jops. Discografia e Wikipedia

R.E.M.

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Dopo otto anni di onorata e fortunata carriera a cavallo tra i suoni di certo folk-rock psichedelico e una vena ‘indie’ mutuata da trascorsi live sui palchi del circuito punk, firmarono nel 1988 un contratto miliardario per la realizzazione di ‘Green’, che li portò in breve ad essere la più celebrata band del rock americano, l’unico in grado di rivaleggiare con gli U2 in termini di successo popolare e di carisma, di compiutezza artistica e innovazione, di rapporto con il pubblico e indipendenza creativa. La loro storia inizia nel 1980 ad Athens, Georgia, quando a Peter Buck e Michael Stipe si uniscono Bill Berry e Mike Mills per dar vita a una band che predicava il verbo sonoro della nuova onda in maniera originale, mescolando febbre psichedelica e punk, ma anche qualche ricordo dei Birds e dei Doors. L’esordio discografico è del 1982 con ’Chronic Town’, ma è con ’Murmur’, l’anno seguente, che il mondo si accorge di loro. Sono una band singolare, nel senso che il loro rapporto con

Bob Dylan - The Bootleg Series Vol. 5, Bob Dylan Live 1975 The Rolling Thunder Revue (2002)

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Dopo aver dato alle stampe uno dei dischi più belli di sempre, il magnificoBlood On The Tracks (1975), Bob Dylan è pronto a nuove sfide. Su suggerimento del caro amico David Blue (cantante e produttore a cui Joni Mitchell dedicò la favolosa Blue) Dylan progettò un tour dove decise di privilegiare i piccoli teatri delle grandi città e i grandi teatri delle piccole città, per dare la possibilità di un ascolto più intimo e anche a costi più bassi. Dylan, pieno di idee, chiese aiuto al chitarrista Bob Nuewirth, che organizzò una compagnia di sessionisti itineranti che un po’ sembrava figlia delle carovane del racconti western, un po’ assomigliava ad un mix romanzesco di zingari delle praterie e il circo Barnum, a cui detterò il nome di Thunder Rolling Revue. A Dylan l’idea piacque così tanto che sin dai primi concerti si presentava in scena spesso con il viso dipinto di bianco, un cappello di piume o vestito come da presentatore del circo, l’atmosfera era così frizzante e vivace che in ce

Ella Fitzgerald: Nostra Signora della Canzone

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Ella Fitzgerald, la “First Lady of Song’. Il debutto a diciassette anni, venticinque milioni di dischi venduti e una serie di compositori a sua disposizione, da Gershwin a Porter, da Berlin a Ellington. La sua voce era inimitabile, le sgorgava dalla gola come acqua cristallina dalla sorgente, in maniera naturale, senza sforzo, senza prepotenza. Un dono di cui a volte sembrava inconsapevole. Rimasta orfana a quattordici anni, passa l' infanzia tra orfanotrofi e quartieri malfamati di New York. Debutta giovanissima nel 1934 all'Apollo Theater di Harlem. L'occasione è una delle famose Amateur Nights, le serate dedicate agli artisti dilettanti. La giovane si presenta come ballerina, ma una crisi di nervi le impedisce qualunque movimento. Su incitamento del presentatore decide comunque di salire sul palco e comincia a cantare. Nonostante l'insicurezza vince il primo premio. Viene notata dal noto batterista Chick Webb, che la vuole come cantante della sua band. Dal

Pere Ubu - Modern Dance (1978)

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di Silvano Bottaro La "danza moderna" opera prima dei Pere Ubu, rimane a distanza di trent’anni un disco straordinario. Ecco sì, straordinario è l’aggettivo che più gli si addice. Straordinario il nome Pere Ubu (Ubu Roi, pièce teatrale del commediografo francese di fine '800 Alfred Jarry), che non diceva niente a nessuno ma aveva un bel ’suono’. Straordinaria la voce di David Thomas, un gigante con i capelli a cespuglio che cantava con un vocione da orco. Straordinari i musicisti Revenstine, un cercarumori quando l’elettronica era tutt’altro che facile, il chitarrista Herman, un trasformatore elettrico da 125 in 380volts, la sezione ritmica di Krauss alla batteria e Maimone al basso che scandiscono una musica complessa e alienata. Straordinario il suono, un turbinio di note, con scenari post-industriali, schizofrenici e avanguardistici. Gli Ubu si auto producono quattro singoli, uno più feroce dell’altro, prima di giungere a questo favoloso esordio. Il disco è tirato

Folk Show: Episode 21

Miles Davis - Kind Of Blue (1959)

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Per la centesima (però!) Storia di Musica, ho scelto quello che unanimemente è considerato IL disco jazz. Un disco che nelle sue 6 tracce compie una rivoluzione, l’ennesima del suo autore, che nella vita non ha mai avuto paura di provare a cambiare le regole del gioco. Miles Davis, il geniale trombettista figura centrale della cultura del ‘900, a capo di un dream team del jazz composto da Julian “Cannonball” Adderley (sax contralto), John Coltrane (sax tenore), James “Jimmy” Cobb (batteria), Paul Chambers (contrabbasso), Bill Evans (pianoforte) e Wynton Kelly (pianoforte in un solo brano) mette in musica nei 6 brani in scaletta, il jazz modale. Nato come risposta alla frenesia e alla tecnica quasi brutale del be-bop e l’hard bop, i principi del modal jazz furono descritti in un saggio da George Russell. Il principio guida era di svincolare la progressione degli accordi dalla tonalità del brano e associare ad ogni accordo differenti scale “modali”, ciascuna con una sua tonica, dalle

New Riders Of The Purple Sage

I New Riders Of The Purple Sage nascono nel 1969 quando John "Marmaduke" Dawson (1945) e David Nelson, affiatata coppia di cantanti-chitarristi, decidono di formare un gruppo country con alcuni componenti dei Grateful Dead, con i quali hanno in comune passate esperienze musicali. Discografia e Wikipedia

Lou Reed

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All’inizio degli anni settanta, Lou Reed chiude l’avventura con i Velvet Underground e lascia l’America per approdare in Inghilterra, dove stringe un proficuo sodalizio con David Bowie. Il risultato è uno dei dischi più influenti della storia del rock, significamente intitolato “Transformer”, prima consapevole realizzazione di un progetto sospeso tra le due sponde dell’oceano. Il disco è un manifesto dell’ambiguità, un sillabario del lessico del rock “vizioso” che contiene brani destinati a diventare dei classici, come Vicious, Satellite of love, Walk on the Wild Side, Perfect Day, rock affilato e romantico, decadente e perverso, spettacolare e innovativo. In questi brani è racchiusa la poetica di Lou Reed, i versi oscuramente metropolitani, la devianza come forma d’arte, un senso strisciante di perdizione, una malinconica ed eccitante malia da fine del mondo, la confusione tra vita e arte, comunicate con un’elettricità travolgente, anche quando i ritmi si fanno più lenti e la vo

Giuni Russo - Energie (1981)

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La storia di oggi è quella di uno degli album italiani più belli di tutti i tempi, ma ai più misconosciuto. Autrice è stata una delle voci più incredibili e tecnicamente favolose del patrimonio musicale non solo italiano, ma quantomeno europeo. Giuseppa Romeo è una palermitana di famiglia piccolo borghese che ha una passione sin da piccola per il canto, soprattutto lirico. A 16 anni, nel 1967, vince insieme ad Elio Gandolfi (all’epoca una sorta di alter-ego di Gianni Morandi) il Festival di Castrocaro con l’interpretazione di A Chi, poi resa famosa da Fausto Leali. All’epoca si faceva chiamare con il nome d’arte di Giusy Russo. L’anno successivo la partecipazione al Festival di Sanremo, con il brano No Amore, che ebbe pochissimo successo. Nel 1969 si trasferisce a Milano, dove incontra Maria Antonietta Sisini, musicista e produttrice, che sarà la sua compagna di lavoro e di vita per i successivi 36 anni. Inizia qui un percorso di gavetta tra i più lunghi e formativi: come corista

Leonard Cohen: Tra zen e poesia

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La camicia bianca e il completo nero impeccabile. Il Borsalino, spesso appoggiato all'asta del microfono. L'incedere elegante sul palco. L'aspetto signorile, appena un po' blasè. La voce fascinosa e profonda. Letterato raffinato e rockstar, ebreo ortodosso ed eremita zen (per quasi 15 anni si è ritirato nel tempio buddista di Mount Baldy in California, un'assenza terminata solo con il ritorno sulle scene nel 2008), Leonard Cohen è sempre rimasto un poeta prestato per caso alla musica. Suzanne, il celebre brano d'esordio del 1967, è il successo inaspettato che ne definisce lo stile: un erotismo languido e sofferto in una cornice di minimalismo folk che pare quasi marginale. E invece l'ordine è preciso e severo: una raffinata ragnatela di sillabe e note che portano ad un mondo di segreto desiderio. L'impulso sensuale si trasfigura in tensione dell'anima. Tutto in Leonard Cohen è slancio verso l'alto, è lotta tra corpo e spirito. Tra

David Sylvian - Brilliant trees (1984)

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di Silvano Bottaro Ricordo bene, era una sera d'estate del 1984, con un gruppo di amici appassionati ci si chiedeva quale fosse il più bel disco del momento, le nomination furono due: "The Medicine show" dei Dream Syndicate e " Brilliant Trees " di David Sylvian. Album diversi fra loro ma uniti dalla una 'nuova forza' che li vedeva una spanna sopra alla moda musicale del momento. Ricordiamoci che siamo negli anni ottanta dove imperavano gli Spands e Duran e non me né si voglia, ci sentivamo dei carbonari nel sostenere questa musica che per noi era 'vera'. David Sylvian che all'epoca ha ventisei anni abbandona come cantante il gruppo che lo ha reso famoso, i Japan. Dotato di grandi inclinazioni sonoro-vocali, intraprende una carriera solista che lo porterà con questo disco ai vertici delle classifiche. Volendo può iniziare una vita da star commerciale, diverse sono, infatti, le proposte che gli vengono offerte ma, introverso e schivo

Folk Show: Episode 20

Mark Lanegan – Straight Songs Of Sorrow (2020)

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di Fabio Marco Ferragatta Un uomo prende una decisione: scriverà della sua vita. Un uomo si siede alla scrivania, accende il computer e comincia a riempire fogli su fogli di quello che ha visto, che ha vissuto, che gli altri hanno visto di lui. Espettora tutto il tormento, l’orrore che ha vissuto, le salite e le discese agli inferi. Finisce e resta immobile a guardare lo schermo che pulsa. Sente che non ha finito, che c’è dell’altro rimasto incastrato nelle corde che compongono il suo corpo provato. Non c’è stata catarsi, si dice, solo miseria, chiosa. È ora di tornare in studio, perché solo lì potrà finalmente mettere un punto al racconto. Quell’uomo è Mark Lanegan, e quell’uomo si porta dietro tanti demoni, che non se ne vogliono andare, nemmeno a distanza di tanti anni. Quell’uomo, dopo tanti dischi con una band vuole fare da solo, ma così come i suoi demoni non lo abbandonano mai, così nemmeno in studio può rinchiudersi a riccio, lascia entrare spiragli di luce, bagliori am

New Order

I New Order nascono dalle ceneri dei Joy Division, poco dopo il suicidio di Ian Curtis, nel maggio 1980. Bernard "Albrecht" Dicken (1956), noto come Bernard Summer, Stephen Morris (1957) e Peter Hook (1956) pubblicano il primo singolo con la nuova sigla nel settembre 1980: Ceremony / In ALonely Place , entrambe scritte con la precedente band. Discografia e Wikipedia

Jeff Buckley

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E' probabilmente il più apprezzato e amato dei cantautori degli anni Novanta, figlio del leggendario Tim Buckley, anche lui tragicamente scomparso in giovane età. Jeff aveva un modo creativo di affrontare la canzone. Affascinato in egual modo dai Led Zeppelin come dal garage rock, dal punk e dalla disco, riusciva a essere un interprete romantico anche quando la progressione musicale era devastata dal suono di una chitarra elettrica distorta. Era bello, giovane e forte di un album, Grace, del 1994, di cui tutti dissero un gran bene, sia la stampa specializzata sia quella istituzionale. E' morto nel maggio del 1997 in circostanze mai chiarite fino in fondo. C'era abbastanza materia emotiva per fare di Jeff Buckley un eroe "guevariano" agli occhi dei ragazzi e delle ragazze che seguono le cose del rock, e altrettanta per imbastire una speculazione discografica, visto il grande bagaglio di registrazioni postume che si sono riversate nel corso degli anni sui fan.

Lucinda Williams – Good Souls Better Angels (2020)

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di Blackswan Sono passati quattro anni dal cupo soliloquio interiore di Ghosts Of HIghWay 20. Quattro lunghi anni in cui la Williams ha rimasticato quel profondo dolore che l’aveva portata a raccontare i fantasmi della propria vita, quattro anni di rielaborazione, interrotti solo dalla collaborazione con Charles Lloyd e dalla rilettura di Sweet Old World, estemporanea resipiscenza per attualizzare e rendere ancora più bello uno dei suoi dischi più importanti. Si è presa tutto il tempo che le serviva, Lucilla, per metabolizzare e trasformare quella sofferenza nella rabbia che pervade ogni singola nota di Good Souls Better Angels. Rabbia nera, rabbia vera, senza filtri, senza la mediazione della distanza. Non ci sono pose né intellettualismi, ma solo la presa di coscienza della inesorabile deriva etica dell’umanità, guardata dalle prime fila dell’America di Trump, bersaglio primario delle invettive della Williams. Se Ghosts Of Highway 20 era un disco impegnativo e scorbutico, in

Fleetwood Mac: Rumors e altre storie del rock-blues

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Dapprima maestri obliqui di un blues-rock viscerale ma continuamente teso a una trasfigurazione mistica, quindi paladini di un nuovo standard melodico cristallino, fatato, incantato, entusiastico, pure segnato da un’ineffabile fama mondiale. I Fleetwood Mac debuttano come gruppo british blues al National Jazz and Blues Festival di Windsor il 13 agosto 1967. La formazione originale comprendeva il batterista Mick Fleetwood, il bassista John McVie, il geniale chitarrista Peter Green (tutti fuoriusciti dai Bluesbreakers di John Mayall) e il chitarrista Jeremy Spencer. Il nome Fleetwood Mac venne coniato da Green fondendo i cognomi del bassista John e del batterista Mick. I primi lavori sono perfettamente in linea con la tradizione rock-blues dell'epoca, il singolo scritto da Peter Green Black Magic Woman diventerà un classico del repertorio di Carlos Santana. In questo primo periodo ha un grosso impatto l'opera del il produttore Mike Vernon che con la sua casa discograf

Pino Daniele – Nero a metà (1980)

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di Silvano Bottaro Dopo la pubblicazione di “Terra mia” del 1977 e la conferma con l’album “Omonimo” del 1979, Pino Daniele pubblica “ Nero a metà ” il disco che lo consacrerà definitivamente al grande pubblico. Daniele ha venticinque anni ma ha già una buona esperienza come strumentista suona, infatti, dall’età di dodici anni e ha già militato in diversi gruppi partenopei compresi i Napoli Centrale. Pino Daniele come Napoli, possiede in questo disco una doppia anima, romantica la prima, ritmica la seconda, nervose e soleggiate entrambe. Nero a metà è un buon disco, senza alti e bassi. Daniele riesce a stringere in dodici canzoni la ‘napolitanità’ sonora fatta di mare, caffè, chitarra e soul.  Come ogni grande musica, le canzoni di Nero a metà sono quasi più di chi le ascolta che di chi le ha scritte. Ma chi le ha scritte ha un grande orecchio, e ha avuto il merito di convogliare in arte le tante ispirazioni del mondo sonoro napoletano. Il disco inizia con l’armonica

Cowboy Junkies – Ghosts (2020)

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di Tino Montanari Nell’ultimo periodo c’è stata una notevole uscita di dischi “fantasma” (nel senso che fisicamente non sono reperibili in CD, ma si possono scaricare o ascoltare nei vari siti di musica digitale), e noi sul sito ci siamo occupati dei lavori dell’ultimo Matthew Ryan, di Jeff Black, Natalie Merchant, con la speranza prossimamente di recensire anche Amidst The Alien Cane di William Topley (parlo per me), e per stare in tema non poteva certamente mancare anche questo inaspettato Ghosts dei Cowboy Junkies.  A soli due anni di distanza dall’ottimo All That Reckoning (18), questo Ghosts non è altro che una raccolta di canzoni su cui i Cowboy Junkies avevano incominciato a lavorare mentre erano in giro in tournée per promuovere il citato ultimo lavoro in studio, e l’improvvisa morte della madre due mesi dopo, è stata la scintilla che ha portato i tre fratelli Timmins ad elaborare il lutto portando a termine questi otto brani, decidendo poi di farli ascoltare in “streamin

E T I C H E T T E

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