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Visualizzazione dei post con l'etichetta 2016

Dead Messenger - The Owl In Daylight (2016)

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Il bellissimo gufo della copertina, che mostra con fierezza le sue "orecchie", che in verità sono solo ciuffetti di penne ma non hanno nessuna valenza con l'organo sensoriale uditivo, ci porta in Canada, a Montreal. Qui nel 2005 un quartetto di ragazzi forma una band: Roger White (chitarra e voce) Ted Yates (chitarra solista) Sebastien Marin (basso) e Charlton Snow (batteria). Scelgono come nome il tetro Dead Messenger, in pieno stile goth metal, ma in verità sin da subito fanno una musica di tutt'altro genere: eclettica, parte dal punk per spaziare al power pop, alla psichedelia, al country rock con evidenti spruzzate di energia e divertimento. In poco tempo diventano una sorta di cult dei club musicali della città, facendosi un certa reputazione. Registrano il primo disco, Dead Messenger, nel 2006. L'anno successivo Marin si chiama fuori e dopo un periodo di pausa scelgono un nuovo bassista, Alex Chavel, con cui registrano nuovo materiale, che diventerà un nuovo...

Yo La Tengo – Murder In The Second Degree (2016)

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di Silvano Bottaro Nel 2006 usciva una compilation di cover intitolata Yo La Tengo Is Murdering the Classics, in cui la band di Hoboken aveva raccolto una serie di cover suonate dal vivo durante un evento di raccolta fondi per la stazione radio indipendente WFMU. In quell’occasione le canzoni erano a richiesta: gli ascoltatori ne chiedevano una via telefono e la band si cimentava nel suonarla a memoria, con risultati alterni. Ora, dieci anni più tardi, viene alla luce un secondo lavoro intitolato, appunto, Murder in the Second Degree, una nuova raccolta di cover improvvisate. Oltre alla pregevole copertina, di nuovo opera – veramente dark – di Adrian Tomine, il disco non è da meno. I brani "coverizzati" hanno la pregevole peculiarità di essere tutti "marchiati" Yo La Tengo, un suono, un marchio, una garanzia.

Sidestepper - Supernatural Love (2016)

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di Silvano Bottaro Il nuovo album dei Sidestepper, il sesto della loro storia ventennale, è anche il loro più significativo, non solo perché Supernatural Love arriva dopo sette lunghi anni di silenzio e dieci dal loro ultimo lavoro con materiale originale, ma perché rappresenta una svolta decisiva e matura nella loro carriera.  Con la collaborazione di un collettivo elettro-cumbia britannico/colombiano, Supernatural Love  mette in evidenza le origini Colombiane e Caraibiche della band.  Dal momento dell'uscita del singolo "Come See Us Play ", era chiaro che i musicisti avevano lo scopo di recuperare il maggior numero di personaggi organici ed endemici della loro cultura. Supernatural Love è una immersione totale nella tradizione colombiana. Un recupero delle radici caraibiche e africane ma sviluppate anche con aspetti folcloristici del paese latinoamericano. Queste caratteristiche sono senza dubbio il filo conduttore che aiuta Supernatural Love a guardare a...

Youssou N'Dour – Africa Rekk (2016)

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di Silvano Bottaro La carriera musicale di Youssou N'Dour inizia a sedici anni quando nel 1975 entra nell'orchestra Star Band di Ibra Kasse. Successivamente la sua esperienza maturerà tra le varie band di Dakar e del Senegal, collaborando con musicisti del calibro di El Hadj Faye e creando il suo primo gruppo denominato "Etoile". Sarà proprio da questo gruppo che nascerà e crescerà lo "Mbalax", l'ultima evoluzione della musica senegalese. Successivamente la collaborazione con Peter Gabriel e Neneh Cherry lo porterà alla fama mondiale. Ora il cinquantottenne cantante e compositore, diventato tra l'altro anche ministro della cultura e del turismo, si mette in evidenza pubblicando il suo 34° album.  "Africa Rekk" significa in Wolof, la lingua nazionale del Senegal: "Solo l'Africa". Ed è probabilmente l'album più africano che Youssou N'Dour abbia mai lanciato sul mercato internazionale; i ritmi mbalax senegalesi ...

Bob Dylan ‎– The 1966 Live Recordings (2016)

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di Riccardo Bertoncelli  Questo goffo cubotto strapieno di musica (quasi trenta ore complessive) completa la ricognizione dei due anni chiave nella vita artistica di Bob Dylan, 1965-66, iniziata lo scorso anno con il monumentale cofanetto di «The Cutting Edge». Là c’era l’integrale delle registrazioni in studio, diciotto cd, con il bonus digitale di numerosi show registrati nel 1965; qui i nastri di parte delle esibizioni dal vivo del 1966, da White Plains, 5 febbraio, a Londra, 27 maggio (tutto quello che in qualche forma esiste – circa il 60 per cento). Si sa che l’anno live dovrebbe essere molto più ricco ma due mesi dopo la fine del tour europeo Dylan ebbe il fatale incidente in moto che lo fermò e gli diede tregua. Saltò il resto della massacrante tournée, mai più recuperata, e si chiuse un’epoca. Va da sé che questa Treccani dylaniana è materia per studiosi e super appassionati. Buona parte dei nastri è di buona qualità, direttamente dal soundboard e in qualche caso stereo, m...

Courtney Marie Andrews – Honest Life (2016)

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di Gianfranco Marmoro Giunge solo ora sul mercato europeo il sesto album di Courtney Marie Andrews, giovane folksinger nata a Phoenix, Arizona, apprezzata e stimata da colleghi illustri come Damien Jurado e Jim Adkins. “Honest Life” è l’album della maturità per la ventiseienne americana, un piccolo diario intimo dove l’autrice prende coscienza della sua femminilità ormai adulta, un progetto che sembra quasi un esordio in virtù della freschezza emotiva e dell’intensità creativa. Quasi a rimarcare questa fase artistica, Courtney Marie Andrews ha eliminato dalla sua discografia ufficiale ben tre dei suoi precedenti album, in verità gli elementi base del sound di “Honest Life” non sono distanti da quelli che hanno caratterizzato i suoi esordi, quello che appare più evidente è la perfetta sinergia tra il lirismo dei testi e l’arguzia degli arrangiamenti. La voce limpida e cristallina evoca Linda Rondstadt, Maria McKee ed Emmylou Harris, mentre alcune inflessioni pop-soul cita...

La mia Classifica del 2016

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1) Baaba Maal - The Traveller ( Leggi ) 2) Sidestepper - Supernatural Love ( Leggi ) 3) Bombino - Azel ( Leggi ) 4) Youssou N'Dour – Africa Rekk ( Leggi ) 5) Nick Cave and The Bad Seeds – Skeleton Tree ( Leggi ) 6) The Pines - Above The Prairie ( Leggi ) 7) Van Morrison - Keep Me Singing ( Leggi ) 8) Keaton Henson - Kindly Now ( Leggi ) 9) Radiohead - Moon Shaped Pool ( Leggi ) 10) Matthew and the Atlas - Temple Leggi ) 11) Parker Millsap - The Very Last Day ( Leggi ) 12) Joseph Arthur - The Family ( Leggi ) 13) Alejandro Escovedo - Burn Something Beautiful ( Leggi ) 14) Daughter - Not To Disappear ( Leggi ) 15) Neil Young and Promise Of The Real - Earth ( Leggi ) 16) Okkervil River - Away ( Leggi ) 17) Bon Iver - 22 Million ( Leggi ) 18) Drive-By Truckers – American Band ( Leggi ) 19) Joe Bonamassa - Blues of Desperation ( Leggi ) 20) Aidan - Knight Each Other ( Leggi ) 21) Syd Arthur - Apricity ( Leggi ) 22) Simple Minds - Acoust...

Neil Young – Peace Trail (2016)

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di Michele Saran Tramite la sbornia ecologista in compagnia dei giovani Promise Of The Real inaugurata da “Monsanto Years” (2015) e tradotta live dal doppio “Earth” (2016) e, soprattutto, un eccellente tour che ha toccato anche l’Italia, Neil Young ha confermato che una buona fetta della sua tarda parte di carriera ha preso la piega dell’attivismo. Così, il di poco successivo “Peace Trail”, stavolta creato soltanto con due sessionmen di sezione ritmica (uno scafato, Jim Keltner, e uno relativamente nuovo, Paul Bushnell), riattiva anche le sinapsi delle sorti del vivere associato con un approfondimento a tutto campo (discriminazioni, crisi, ritratti di antieroi etc). Il problema rimane come sempre la mise-en-place. La title track sposta di una tacca lo standard degli anthem ansiosi (chitarra dapprima brumosa e poi affilata, shuffle Bo Diddley, lamento marziano), al contrario lo stomp di “Indian Givers” e il talking-blues di “John Oaks” espandono troppo gli orizzonti sulla base ...

Cool Ghouls – Animal Races (2016)

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di Stefano Ferreri Proprio vero che a volte il salto di qualità richiede la giusta spinta. Prendete i Cool Ghouls, uno dei quartetti più promettenti nella sempre vivacissima scena rock underground di San Francisco, fino a ieri etichettabile come interessante ma non certo tra gli indispensabili della categoria. A prefigurare una svolta, nel loro caso, è stata la scelta di affidare la produzione della loro opera terza – questo “Animal Races” – a uno dei padrini della Bay Area, Kelley Stoltz, che ha registrato il disco direttamente nel suo Electric Duck studio coadiuvato da quel Mikey Young (australiano, uno dei Total Control) che aveva già lavorato con loro per il notevole predecessore, “A Swirling Fire Burning Through The Rye”, oltreché con Twerps e Royal Headache. Completa il quadro dei debiti significativi l’artwork curato dall’amica Shannon Shaw, altra promessa ascesa al rango degli imprescindibili in un paio di mosse appena. Dalle sonorità più sporche e psichedeliche à-la...

Alejandro Escovedo - Burn Something Beautiful (2016)

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di Fabio Cerbone Diavolo di un Alejandro! Ancora una volta salito in cattedra, Alejandro Escovedo dispensa una delle migliori lezioni rock'n'roll della stagione, e ci troviamo così a tessere le immancabili lodi di un autore mai troppo considerato, un punto fermo di quella classicità rock che sta diventando sempre più merce rara di questi tempi. Tutto ciò avviene quando meno te lo aspetti: al termine di un percorso di rinascita artistica e umana che nella trilogia elettrica concepita con il produttore Tony Visconti sembrava ormai avere detto tutto, toccando punte di ispirazione notevoli in Street Songs of Love e abbandonandosi divertito nella sarabanda di Big Station. Burn Something Beautiful è qualcosa di più e di meglio, forse sarebbe giusto dire di definitivo, nella descrizione dell'autore. Non solo si tratta di un potente, ispirato, livido disco di rock'n'roll, ma una sorta di manifesto dell'età matura di Alejandro Escovedo, una resa dei conti con se ste...

AllMusic Best of 2016

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1) A Tribe Called Quest - We Got It from Here... Thank You 4 Your Service 2) Agnes Obel - Citizen of Glass 3) Alejandro Escovedo - Burn Something Beautiful 4) Amos Lee - Spirit 5) Anderson Paak - Malibu 6) Andy Stott - Too Many Voices 7) Angel Olsen - My Woman 8) AIR - Astronoid 9) Aubrie Sellers - New City Blues 10) Beyoncé - Lemonade 11) Brandy Clark - Big Day in a Small Town 12) Car Seat Headrest - Teens of Denial 13) Chance the Rapper - Coloring Book 14) Charles Bradley - Changes 15) Danny Brown - Atrocity Exhibition 16) David Bowie - Blackstar 17) Donny McCaslin - Beyond Now 18) Drive-By Truckers - American Band 19) Esperanza Spalding - Emily's D+Evolution 20) Iggy Pop - Post Pop Depression Fonte

Robbie Robertson – Testimony (2016)

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di Domenico Tiburzi Tra coloro che hanno contribuito a scrivere la storia della musica popolare americana del Novecento, alcune pagine di rilievo spettano certamente a The Band. Giunti alla celebrità come gruppo di supporto di Bob Dylan (col quale composero e suonarono l’imprescindibile “The Basement Tapes”) a partire dal disco d’esordio “Music From Big Pink” (1968) – che vanta la partecipazione del riluttante neo premio Nobel in veste di autore in tre canzoni, tra cui la celebre I Shall Be Released – la loro cangiante miscela di contry-rock, folk, blues e soul li portò a diventare una delle band più rispettate e influenti d’oltreoceano. I loro album sono considerati dei classici e canzoni come Tears Of Rage, The Weight, Life is a Carnival e The Night They Drove Old Dixie Down vanno considerate quale patrimonio della musica moderna. Per testimoniare l’importanza rivestita da The Band è sufficiente elencare alcuni dei musicisti che il 25 novembre 1976, in occasione dello sciogl...

Simple Minds – Acoustic (2016)

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di Blackswan Sarà anche una locuzione un po’ consunta e banale, ma è indubitabile che i Simple Minds stiano vivendo una sorta di seconda giovinezza. Arrivati sul baratro dell’oblio, dopo aver prodotto per quasi trent’anni dischi di imbarazzante pochezza, hanno ritrovato l’ispirazione due anni fa, con Big Music, full lenght pimpante e vitale, in grado di rinverdire almeno in parte i fasti della loro migliore stagione. Per battere il ferro finché è caldo e rinfocolare così un’inaspettata attenzione mediatica, Jim Kerr e soci tornano sul mercato con un greatest hits interamente acustico, che non è certo una novità assoluta nel panorama musicale attuale (vengono in mente, da ultimo, i due capitoli unplugged dei rigenerati Status Quo o il live MTV dei Placebo datato 2015) ma rappresenta comunque un modo meno banale per celebrare quasi quarant’anni di (onorata) carriera. In scaletta, ci sono più o meno tutti i cavalli di battaglia della band, dalle hit mondiali di Don’t You Forget About...

Syd Arthur – Apricity (2016)

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di Massimiliano Manocchia e Blackswan Il luogo di provenienza dei Syd Arthur – Canterbury - è tanto ingombrante quanto (almeno sulla carta) garanzia di qualità e originalità. Prodotto da Jason Falkner, collaboratore, fra gli altri, di Beck, Air e Travis, “Apricity” (termine anglosassone da tempo in disuso che sta a significare il “calore del sole”) è già dal titolo opera che sa essere singolare e al contempo classicamente canterburiana senza ostacolanti limiti derivativi. Eppure i Syd Arthur (nome che omaggia due campioni della psichedelia, i compianti Syd Barrett e Arthur Lee), pur facendo riferimento, almeno geograficamente, a grandi gruppi di genere, come Caravan e Camel, ripropongono quelle leggendarie sonorità seventies con piglio moderno, inclinazione pop e variazioni psych rock. Il risultato della commistione, è un accattivante rock progressive spogliato dai paludamenti del tempo e dalle grisaglie intellettuali del genere, in cui l’accento pop, declinato ovviamente con pro...

His Clancyness – Isolation Culture (2016)

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di Claudio Lancia Jonathan Clancy si sta affermando come uno dei più illuminati protagonisti della nuova generazione indipendente italiana. Canadese di nascita, è vero - matrice che conferisce un’aura di internazionalità alle sue proposte - ma ormai considerabile a tutti gli effetti bolognese d’adozione. Dopo aver smosso le acque con A Classic Education e Settlefish, Jonathan realizza il secondo capitolo del progetto His Clancyness, migliorando ulteriormente il buon risultato conseguito con l’apprezzato esordio del 2013 “Vicious”. In “Isolation Culture” decide di muoversi spesso sottotraccia, scegliendo in “Uranium” percorsi stranianti adagiati su densi tappeti motorik, vicini ai Wilco di “Spiders (Kidsmoke)”, ma privati delle fragorose esplosioni elettriche fornite dalla premiata ditta Tweedy & Cline. Le sue composizioni si stagliano in maniera apparentemente discreta, si presentano volontariamente ingannevoli, poi ecco che arrivano i colpi a sorpresa, le trovate inaspe...

David Crosby – Lighthouse (2016)

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Diavolo (o angelo, a giudicare dalla voce) d'un uomo. Prima impiega diciotto anni, il tempo che un figlio diventi grande, per dare un seguito a If I Could Only Remember My Name, e manca il bersaglio. Poi lascia passare un altro quarto di secolo, e cava fuori un disco, Croz, splendido nella scrittura, a dir poco incerto nei suoni, come se fossimo ancora nella patina laccata degli Ottanta. Passano solo due anni, e David Crosby, anni settantacinque, un fegato trapiantato, alle spalle alcuni quintali di polveri chimiche consumate, tira fuori fuori un disco che se non può raggiungere l'intensità emotiva epocale di If I Could, (allora tutta la West Coast andò a dare una mano al baffone per speziare al meglio il capo d'opera), se non altro ne è, finalmente, il degno seguito. Il segreto era lì, a un palmo di mano: sottrarre. Lasciar di nuovo scorrere libere le melodie costruite sulle sue “weird songs”, ovvero brani che armonicamente a volte sono dei rompicapo, e all'ascolt...

Leonard Cohen – You Want It Darker (2016)

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di Mauro Eufrosini “I’m leaving the table, I’m out of the game” . Sembra non lasciare incertezze Leonard Cohen, che comincia così la quarta traccia di questo suo quattordicesimo lavoro. Ma se è pronto a lasciare il tavolo da gioco terreno, prima di farlo ha ancora qualcosa da dire. A noi, o a chi vorrà ascoltarlo, ma anche, e soprattutto, al Cartaio. “If you are the dealer I’m out of the game/If you are the healer/Means I’m broken and lame/If thine is the glory/Then mine must be the shame/You want it darker/We kill the flame”. Ma non è un commiato e non c’è rassegnazione. Se nella magnifica traccia che intitola e apre l’album Cohen scandisce con solennità “I’m ready my Lord ” intonando, con uno scatto che interrompe il mantra della canzone, le parole “Hineni, hineni” che la Genesi attribuisce ad Abramo in risposta ai richiami di Dio, nella successiva Treaty lo sfida. Arrabbiato e stanco, Cohen arriva a proporre un patto, d’amore: “I wish there was a treaty we could sign/I do ...

Keaton Henson – Kindly Now (2016)

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Era già evidente dagli esordi l’abilità di Keaton Henson di scavare nella profondità dell’animo umano, rivelandone tutta la sofferenza e la fragilità. In questo percorso, musica e pittura rappresentano per l’artista londinese una terapia spirituale, un diario intimo e delicato dove leccarsi le ferite lontano da occhi indiscreti. In questa chiave interpretativa, la copertina di “Kindly Now” è il manifesto più trasparente della complessa personalità di Henson, qui alle prese con il progetto più accessibile e immediato della sua discografia. La musica di Keaton Henson è un art-folk brutale, scorbutico, acerbo, ma onesto, che il musicista ha trascinato nel blues (“Birthday”), e poi nella neoclassica (“Romantic Works”), ricompattandone infine gli elementi più scarni ed essenziali, nel tentativo di sfiorare anche solo per un attimo la seduzione della felicità. Approdato all’etichetta Play It Again Sam e quindi sorretto da un’organizzazione più capillare, l’artista sta raccogliendo...

North Sea Radio Orchestra – Dronne (2016)

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Avevamo lasciato Craig Fortman alle prese con il suo progetto Arch Garrison, ma nel mentre la sua arte veniva messa a disposizione di un'iniziativa che coinvolgeva non solo la sua formazione North Sea Radio Orchestra, ma anche Pascal Comelade, l’ex-Cardiacs William D. Drake, l’ex-Henry Cow John Greaves, Elise Caron e Silvain Vanot. Questo ricco e talentuoso insieme di musicisti si è esibito al festival di Lyon (Les Nuits De Fourviere) con un concerto-tributo a Robert Wyatt, quest’ultimo evento causa primaria di questa nuova avventura dell’ensemble inglese, che partendo dalla rielaborazione di un brano tratto dall’album “Old Rottenhat”, ovvero “The British Road”, aggiunge un nuovo interessante capitolo discografico, accantonando le malinconiche esuberanze del precedente album del 2011 (“I A Moon”) in favore di una sinfonia folk-classic dai toni pastorali e dalle sonorità cristalline. Continua a leggere...

Billy Bragg & Joe Henry – Shine A Light (2016)

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L'America è stata costruita (anche) sulla mitologia del treno. Tra un punto e l'altro dell'immensa distesa della nazione, la ferrovia ha creato connessioni fra luoghi, persone e comunità, rendendo meno spaventoso l'isolamento umano nella proverbiale wilderness americana. La forza di questa trasformazione, che ha condotto il paese verso la prepotente modernità e ne ha generato anche uno sradicamento umano, è stata da sempre testimoniata dalle canzoni folk, intese proprio nell'accezione più profonda possibile, come racconti popolari, riflessi sulla vita quotidiana della gente. Shine a Light, sottotitolo "Field Recordings from the Great American Railroad" ha esattamente l'ambizione di evocare questo eterno rapporto, un omaggio filologico e al tempo stesso un percorso di ricerca che affascina innanzi tutto per la sua stessa concezione. Qui non è davvero il caso di tentare un'analisi tecnica sui singoli aspetti musicali, perché non pare il senso ...

E T I C H E T T E

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