5 ottobre 2015

Pink Floyd - The Piper At The Gates Of Dawn (1967)

I Pink Floyd fanno i fenomeni nei club di Londra, soprattutto all'Ufo di Tottenham Court Road, lanciato da loro, dal quale se ne sono andati presto per il troppo successo. Gli exploit dal vivo, con pezzi che durano mezz'ora e il pubblico ipnotizzato da giochi di luce e da assoli interminabili e complessi, da cambi di ritmo e da sonorità psichedeliche, fanno guadagnare al gruppo un contratto con la Emi e una sala riservata negli studi di Abbey Road, gli stessi in cui i Beatles stanno registrando Sgt. Pepper. La casa discografica li lascia tranquilli (anziché una settimana, com'è di norma, impiegheranno quattro mesi a finire un album), anche perché li affida a Norman Smith, che è al primo incarico da produttore ma ha lavorato a lungo con i Beatles e ha la testa sul collo, a differenza dei quattro hippie con le camicie a fiori che suonano nel disco. «Fu il nostro George Martin», scriverà anni dopo nelle sue memorie Nick Mason, il batterista, «un'influenza utile». Smith, da parte sua, ricorderà Syd Barrett come un incubo: «Ogni volta tornavo a casa stanco e incazzato». Syd è sempre cupo, a volte sembra non sentire né vedere nulla intorno a sé, fa sempre quello che gli passa per la testa, e ciò che gli passa per la testa è sempre impossibile da prevedere. Ma la band è sua al cento per cento, sue tutte le idee, musicali e non: i cambi di ritmo, i suoni delle chitarre, i testi che parlano di astronomia e di fiabe, di gnomi e viaggi intergalattici. Sua l'idea di intitolare l'album come un capitolo del Vento nei salici di Kenneth Grahame, un libro per bambini di fine Ottocento che oggi sembra alludere a quella speciale (e alterata da sostanze chimiche) percezione della natura che è tutta di Syd, un ragazzo di campagna (si fa per dire: suo padre è un medico ricercatore, viene dalla cittadina universitaria di Cambridge) sempre piú a disagio nella grande città e nel circo del rock'n'roll. Smith riesce a portare gli interminabili assoli a livelli accettabili per un album (in alcuni casi il taglio è brutale, e si sente): il primo lavoro dei Pink Floyd sconcerta i fan dell'Ufo Club, che su vinile non li riconoscono la band per di piú ammette di non essere in grado di replicare il disco nei concerti - e i critici, che trovano l'album eccessivamente avanguardistico e intellettualoide. Insomma, la testimonianza migliore dell'era psichededelica britannica e del talento malato di Syd Barrett. (Mia valutazione: Distinto)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

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