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Visualizzazione dei post con l'etichetta john hiatt

Lipstick Sunset - John Hiatt (1987)

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 John Hiatt è l'uomo che balla coi lupi, dopo aver conosciuto la devastazione e i dolori che lo hanno lasciato vuoto come una zucca di Halloween. La morte in casa, la bottiglia come prima amica, dischi registrati e poco venduti, la sensazione che il treno sia passato e non ci sia alcuna stazione in lontananza. Gli unici a crederci sono John Chelew, proprietario del McCabes Guitar Shop, un negozio di chitarre su Pico Boulevard a Santa Monica, e i discografici della Demon, convinti che Hiatt sia un genio, nonostante i fallimenti. Chelew ascolta quattro canzoni di John e quasi lo obbliga a registrarle, la Demon dice che è disposta a pubblicarle anche se facessero schifo e se lui le cantasse sotto la doccia. Hiatt si convince. Entra in studio (gli Ocean Way Studios) con un budget così ridotto che è costretto a dividere una stanza all'Holiday Inn con Nick Lowe, vecchio amico che accetta di lavorare gratis, così come Ry Cooder, In quattro giorni l'album, Bring the Family, è finit...

John Hiatt - Terms of my Surrender (2014)

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di Massimo Orsi Hiatt è ormai considerato da anni un autentico maestro nello scrivere canzoni ed uno story-teller pieno di satira e humor; con questo nuovo lavoro ci fa ascoltare racconti che passano da argomenti quali la redenzione e le relazioni, sempre più legati a protagonisti suoi coetanei, quindi più anziani ed arrendevoli. Il nuovo disco è musicalmente ancorato al blues acustico, accentuato dalla voce soul e grintosa di Hiatt, che rispecchia la gravità delle liriche riflessive. Per la produzione di questo disco, Hiatt si è rivolto al suo chitarrista storico Doug Lancio (in passato con Patty Griffin, Jack Ingram). Anche se inizialmente le registrazioni erano composte da un set elettrico, Lancio sfidò quasi subito Hiatt a suonare in acustico, cosa che sembra essere stata ben gradita, in quanto gran parte del disco è inciso in questa maniera; inoltre Hiatt dopo diverso tempo si cimenta a suonare anche l’ armonica. L’ album è stato inciso dal vivo in studio, fatto del tutto n...

John Hiatt - Same Old Man (2008)

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di Silvano Bottaro Diciamolo… non mi convince molto questo "Same Old Man" ultimo disco di John Hiatt, songwriters tra i miei preferiti da sempre. Non riesce questo lavoro a far premere continuamente il tasto play del riproduttore musicale. Poco a che vedere con l’ultimo e buono “Master of Disaster”, niente con l’ottimo “Crossing Muddy Waters” o con “Slow Turning”, anni luce dal capolavoro “Bring the Family”. L’unica cosa che ancora riesce a convincermi è la sua voce, grande e affascinante, nonostante gli anni ne consumino il timbro, rimane sempre unica e profonda. Ma la voce da sola a volte non basta a far apprezzare un disco o almeno non in questo caso. Le undici canzoni che compongono l’album sono essenzialmente semplici, povere, acustiche, il suono è orientato verso il folk, il country e il blues, niente di particolarmente nuovo anzi, il disco suona da “già sentito”. "E' un disco tutto mio anche perchè si parla fondamentalmente di me; diciamo che non a...

John Hiatt - Bring the family (1987)

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di Silvano Bottaro John Hiatt, uno dei migliori songwriter elettrici della scena rock americana con questo disco ha creato il suo capolavoro. Nel’85 la morte della moglie suicida e pochi mesi dopo, la morte della madre, porta Hiatt in una crisi profonda che lo allontana dalla musica portandolo alla dipendenza da alcol e droghe. Sembra che ormai la sua carriera sia finita. Per fortuna però esistono gli amici, esiste Ry Cooder che, gli sta vicino assistendolo e riportandolo un poco alla volta verso la musica. Disintossicato dall’alcool e trovata una nuova stabilità familiare, Hiatt ritorna negli studi di registrazione e in soli quattro giorni, incide Bring the Family.  L’album è la materializzazione musicale di questo momento di vita, della rinascita, della voglia di vivere dopo un periodo che lo ha visto in contatto diretto con la depressione, con il “buio”. Questo disco è un sogno ed è la fine di un incubo. L’album è registrato in presa diretta insieme ad un trio su...

John Hiatt - Mystic Pinball (2012)

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di Silvano Bottaro Sono trascorsi quasi quarant'anni dalla sua prima pubblicazione "Hangin' Around the Observatory" targata 1974, in mezzo ci sono vent'uno dischi, alcuni memorabili come Bring the Family del 1987 e il successivo Slow Turning del 1988, altri ottimi come Perfectly Good Guitar, Crossing Muddy Waters, Master of Disaster e The open Road , alcuni sufficienti, tra gli ultimi Same Old Man del 2008. Ora, dopo la sua ultima prova Dirty Jeans and Mudslide Hymns dell'anno scorso, disco che non ho avuto il piacere di ascoltare, ritorna con questo Mystic Pinball ed è ancora buona musica. Hiatt è un grande scrittore, le sue canzoni ne sono la testimonianza. La sua peculiarità è proprio quella di adattare il suono, le note alle parole dei testi che tanto facilmente e soprattutto bene gli riescono. Detto questo è chiaro che la musica non diventa primaria nel suo modo di comporre. Ha il grande dono di saper creare personaggi, di saper risaltare le ...

John Hiatt - The Open Road (2010)

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di Silvano Bottaro Con cadenza quasi biennale torna con un nuovo disco John Hiatt che alle porte dei sessant’anni ci regala questo The Open Road . Considero Hiatt uno dei migliori songwriter americani e la sua voce, insieme al compianto Willy de Ville , The Man e poche altre, tra le più belle in circolazione. Nella sua trentacinquennale carriera musicale John ha pubblicato una ventina di dischi, alcuni di poco valore, soprattutto i primi, alcuni capolavori; Slow Turning del ’88, l'irrinunciabile Bring the Family del ’87, disco che obbligo tutti ad avere nella propria collezione discografica e nel mezzo una serie di ottimi dischi; Perfectly Good Guitar , Crossing Muddy Waters , Master of Disaster e questo The open Road . Anche se al primo ascolto il disco non mi ha particolarmente colpito, un po' alla volta ha catturato le mie simpatie e, dopo la poco esaltante prova di Same old man del 2008, riporta John ancora in carreggiata, scongiurando così una sua possib...

John Hiatt - Leftover Feelings (2021)

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di Giovanni Botti Ormai vicino alla soglia dei 70 (è nato il 20 agosto del 1952) e a tre anni dal suo ultimo album, il non imprescindibile “The Eclipse Sessions”, John Hiatt ha deciso di cambiare registro, è tornato a Nashville e ha registrato una serie di nuove canzoni dalla struttura folk assieme ad uno dei migliori ensamble del country-bluegrass, la Jerry Douglas Band. E dopo una serie di attenti ascolti possiamo tranquillamente affermare che “Leftover Feelings” è il disco più fresco e intrigante pubblicato dal cantautore di Indianapolis da diversi anni a questa parte. Intendiamoci, il livello di capolavori come “Bring In the Family” (1987) e “Slow Turning” (1988) è lontano e probabilmente non più raggiungibile da un artista che è sulla scena da quasi mezzo secolo. Questo anche perché la voce di Hiatt non ha più il vigore e l’estensione di un tempo. Oggi è una voce più roca e sofferta che però mantiene il suo fascino e si sposa benissimo con un gruppo di canzoni roots molto sincere,...

John Hiatt – The Eclipse Sessions (2018)

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di Massimo Perolini Giunto al ventitreesimo album in studio nell’arco dei quarantacinque anni di carriera che sono intercorsi dalla pubblicazione del suo primo singolo, John Hiatt si dimostra ancora una volta capace di confezionare un disco nell’arco di pochi giorni e accompagnato da un piccolo combo, cosa che in precedenza gli era magistralmente riuscita all’altezza di “Bring The Family”. Universalmente riconosciuto come un capolavoro che giungeva a coronare uno dei percorsi più lunghi (tredici anni) mai registrati verso un successo annunciato, il lavoro del 1987 era frutto di un’ispirazione scaturita da un periodo costellato di disgrazie che oggi non sono dimenticate, ma ormai lontane. La nuova vita del cantautore di Indianapolis iniziava allora, col contributo di Ry Cooder, Jim Keltner e Nick Lowe, e oggi lo ritroviamo a ridosso di un sessantaseiesimo compleanno che lo vede finalmente rallentare (il precedente, splendido, “Terms Of My Surrender” era roba di quattro anni fa), c...

John Hiatt - Bring the Family (1987)

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Il disco della vita, una favola a lieto fine: dopo un decennio di alti e bassi, sia in senso strettamente artistico (doveva diventare il nuovo Costello americano, stava finendo per essere uno degli innumerevoli loser dell'industria discografica), sia in senso personale (vizi e stravizi, come da copione), John Hiatt mette insieme la band dei suoi sogni. Sono tutti amici fidati, hanno tempo e dedizione da offrire: Ry Cooder, Jim Keltner e Nick Lowe sono la squadra delle meraviglie, ma se il suono di Bring the Family è il loro, un concentrato di finezze rock & soul sudiste che porta il marchio di Memphis, il merito della profondità dell'album è tutto nelle canzoni di Hiatt. Qui lo stato di grazia è irripetibile e le stelle stanno a guardare: la carica strafottente di Memphis in the Meantime, il tiro imbizzarrito di Thing Called Love e Thank You Girl, la dolcezza di Tip of my Tongue e Learning How to Love You, soprattutto lo struggente romanticismo del capolavoro pianistic...

John Hiatt - Slow Turning (1988)

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Uscito definitivamente da un lungo, odioso anonimato tipico dei songwriter conosciuti soltanto fra gli addetti ai lavori, John Hiatt prosegue lo stato di grazia che lo ha consacrato nel precedente Bring the Family, spostando soltanto un pizzico più a sud la bussola delle sue ballate. Slow Turning regala il successo minore della title track, uno dei singoli più fortunati in carriera, ma non ripete l'exploit di pubblico e stampa ottenuti grazie alle collaborazioni con Ry Cooder e Nick Lowe. Nonostante il tono dimesso, nella sostanza però si tratta del secondo capolavoro di fila: assunti a tempo pieno gli assai meno strombazzati Goners, spalla a spalla con la slide guitar spumeggiante e inconfondibile di Sonny Landreth, Hiatt imbastisce un disco di caldi umori sudisti, dove ballate innaffiate di docile country e rock'n'roll impastati dal soul di Memphis si esaltano a contatto con la produzione asciutta e live di un maestro come Glyn Johns. Gli highlight non mancano neppure ...

Have A Little Faith - John Hiatt

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Quando la strada diventa buia E non puoi più vedere Lascia che il mio amore getti una scintilla E abbi un po' di fiducia in me E quando le lacrime che piangi Sono tutto ciò in cui puoi credere Dai a queste braccia amorevoli una possibilità E abbi un po' di fiducia in me E (Ritornello) Abbi un po' di fiducia in me Abbi un po' di fiducia in me Abbi un po' di fiducia in me Abbi un po' di fiducia in me Quando il tuo cuore segreto Non può parlare così facilmente Vieni qui, amore E da un sussurro iniza ad Avere un po' di fiducia in me E quando sei con la schiena contro il muro Basta che ti giri e vedrai Ti proteggerò, ti proteggerò dalla caduta, piccola Basta avere un po' di fiducia in me (Ritornello) Cantata di dissolvenza: Beh, ti ho amato per così tanto tempo piccola Senza pretendere niente in cambio Solo perchè tu avessi un po' di fiducia in me Vedi il tempo, il tempo è nostro a...

E T I C H E T T E

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