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Visualizzazione dei post da Novembre, 2016

Talking Heads - Remain in Light (1980)

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Remain In Light è il fronte più occidentale nella scoperta della musica africana e caraibica: l'incontro e la simbiosi tra l'arte concettuale dei Talking Heads e la varietà ritmica imposta da Bob Marley a Fela Kuti fino a Kurtis Blow porta a siglare una pietra miliare, ricercata e geniale, frenetica e coinvolgente. Molto di ciò che verrà dopo il 1980, anno dell'uscita di Remain In Light, e il 1981, anno della scomparsa di Bob Marley, deve molto a questo disco, al suo carattere cosmopolita, alla visione poliedrica di Brian Eno, che qui ha un ruolo fondamentale nel guidare i Talking Heads a concepire il loro capolavoro. Remain In Light era e resta proiettato nel futuro e ancora di più la sua evoluzione dal vivo, dove i Talking Heads si trasformarono in una sorta di elaborato ensemble jazzistico con tutti gli strumenti raddoppiati, un po' alla Ornette Coleman e un po' alla King Crimson dove, guarda caso, finirà Adrian Belew, il chitarrista aggiunto durante le incisio…

Otto canzoni di Leonard Cohen #8

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You want it darker
You want it darker è l’ultimo disco di Leonard Cohen. Il brano è uno spoken-word spirituale, che secondo l’autore esplora la complessità “dello spirito religioso”.

Joe Ely - Letter to Laredo (1995)

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Da una parte il rilancio di una carriera che, dopo la firma con la Mca, non aveva ancora raggiunto grandi sbocchi artistici, dall'altra in qualche modo l'apice stesso del suo stile, su cui vivrà un po' di rendita negli anni successivi, Letter to Laredo è il disco che Joe Ely andava forse cercando da sempre. Troviamo infatti sintetizzati e amplificati tutti i temi che hanno infiammato il songwriting di questo figlio del Texas più polveroso: il border diventa qui un'unica grande ode alla mitologia della frontiera e la musica ne risente in profondità, colorando di mexican music il country rock stadaiolo e arcigno per cui giustamente Ely era stato riconosciuto come un maestro e precursore. È la chitarra flamenco dello sconosciuto Teye, un espatriato adottato dal Texas, che amalgamata alle radici country di Lloyd Maines e degli altri musicisti (c'è ancora la chitarra assassina di David Grissom, ma tenuta più a freno) genera questo affascinante rock dalle pulsioni tex-m…

Otto canzoni di Leonard Cohen #7

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Going home
Uno dei brani più recenti di Cohen, pubblicato nell’album del 2012 Old ideas e scritto insieme al produttore Patrick Leonard. La rivista Rolling Stone l’ha inserita tra le venti migliori canzoni del 2012.

Accadde oggi...

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1933: Nasce Gato Barbieri, sassofonista latinoamericano il cui nome è legato soprattutto alla musica di "Ultimo tango a Parigi".
1943: Nasce Randy Newman, cantautore "anomalo", autore di "Short people" (che fa arrabbiare i meno alti di statura) e parecchie colonne sonore.
1962: Nasce Matt Cameron, batterista dei Pearl Jam e dei Soundgarden (scusate se è poco)
1969: Esce negli U.S.A. (una settimana dopo in Gran Bretagna) “Let it bleed”, uno dei dischi più importanti e sofferti (con gli ultimi brani suonati da un distrutto Brian Jones) dei Rolling Stones.
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Violent Femmes - Violent Femmes (1983)

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Gli anni Ottanta sono belli tosti, nel 1982. Non si vedono vie d'uscita, se si guarda al mondo dalla ridotta del rock'n'roll. E il momento di fare qualcosa di assolutamente stupido. O geniale. Tipo fondare un trio acustico e portarlo in strada, e dalla strada in studio di registrazione senza cambiare nulla, e registrare un album intero senza avere uno straccio di contratto. Per di piú con un cantante (e autore di testi) di 18 anni, un ragazzino bassino che imita in tutto e per tutto Lou Reed. La leggenda dice che i tre fin dall'inizio si chiamano Violent Femmes, un nome che molti americani non sanno neppure pronunciare, altro che ricordare - hanno avuto la prima occasione la sera in cui, davanti al teatro in cui sono in programma i Pretenders, suonano per tirare su i soldi per il biglietto. La band di Chryssie Hynde li scopre, se ne innamora, li fa salire sul palco nel momento del bis. Non è difficile capire perché. Nel 1982 non c'è nessuno che suona la chitarra a…

Arlo Guthrie

Originario di Coney Island, New York, Arlo Guthrie (1947) è figlio di Woody, il massimo rappresentante della canzone americana. Fin dall'infanzia conosce artisti come Pete Seeger, Cisco Houston, Jack Elliott e inevitabilmente si forma alla scuola loro e del padre. Al momento di mettere frutto quella lezione, alla metà dei '60, Arlo rivela tuttavia doti originali: non un pedissequo imitatore del folk classico.
Discografia e Wikipedia

Accadde oggi...

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1942: Nasce Jimi Hendrix, leggenda del rock. Morirà a 27 anni soffocato dal proprio vomito.
1945: Nasce Randy Brecker, trombettista che ha collaborato con un gran numero di artisti di prima grandezza come Billy Cobham, Bruce Springsteen, Lou Reed, Charles Mingus, Frank Zappa, Dire Straits.
1970: Esce “All things must pass” di George Harrison: album di grande successo commerciale nonostante si tratti di un triplo.
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23 grandi canzoni di Neil Young #21

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Change your mind (Sleeps with angels, 1994)
Eccolo il pezzone rock. Il disco successivo di Neil Young risente molto di quell’andamento dolce e ricco di pianoforte, quello di Philadelphia, e molto della morte di Kurt Cobain. Ma c’è anche qualcosa più sonoramente alla Crazy Horse, con le chitarre giuste che vanno avanti un quarto d’ora.

Accadde oggi...

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1939: Nasce Anna Mae Bullock, in arte Tina Turner. Dopo essere stata lanciata dal marito Ike Turner, ripetutamente abusata e percossa dallo stesso lo abbandona per una carriera solista molto più proficua. Anche per la sua parte in "Tommy", conserva il soprannome di Acid Queen.
1945: Nasce John McVie, il "Mac" che con Mike Fleetwood dà vita ai Fleetwood Mac. Negli anni '70 sposa e divorzia dalla tastierista e cantante del gruppo, Christine.
1968: Ultimo concerto dei Cream a Londra: Jack Bruce, Ginger Baker ed Eric Clapton si dividono per sempre. Anzi no: torneranno per una live reunion il 2, 3, 5 e 6 maggio 2005 suonando alla Royal Albert Hall di Londra.
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40 copertine di dischi censurate #37

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Metallica - Kill 'Em All (1983)

Accadde oggi...

1964: Nasce Mark Lanegan, cantante dalla voce inconfondibile. Leader degli Screaming Trees prima di intraprendere la carriera solista.
1969: John Lennon restituisce il titolo di baronetto ottenuto insieme ai Beatles nel 1965.
1974: Muore a Birmingham il semisconosciuto cantautore Nick Drake. A ucciderlo un'overdose di un antidepressivo. Ironicamente, dalla morte in poi comincia a vendere dischi.
1976: La Band tiene il suo ultimo concerto alla Winterland Arena di San Francisco. Per la speciale occasione numerosissime star li accompagnarono sul palco. Per la speciale occasione Martin Scorsese riprese il concerto che poi diventò il film 'L'ultimo valzer'.
1984: Un gruppo di star inglesi radunate da Bob Geldof col nome Band Aid incide “Do they know it’s Christmas time?” per la carestia in Etiopia. Pochi mesi dopo gli americani risponderanno con "We are the world".
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Johnny Cash - American III: The Solitary Man (2000)

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Dopo un primo capitolo interamente acustico e solitario che sorprese il mondo per la sua cruda bellezza e un secondo episodio che recuperava il suono più elettrico degli anni con la Sun, a Johnny Cash non restava altro che mettere insieme le due cose. American III resta ancora uno splendido disco "acustico" che tuttavia non suona spoglio come l'esordio: pieno di chitarre, pianoforti, violini, di una musica densa sulla quale aleggia uno spirito religioso, se vogliamo persino mortale. Cash è malato, lo sappiamo da tempo, e il terzo sigillo degli American Recordings non fa nulla per nasconderlo all'ascoltatore: si parte proprio dal famoso brano di Neil Diamond, Solitary Man, per comprendere la sofferenza dell'uomo in nero. La selezione dei brani è strepitosa: insieme Rick Rubin questa volta Cash ha pescato autentici gioielli folk contemporanei come I See a Darkness di Will Oldham, The Mercy Seat in duetto con Nick Cave e poi ancora una spoglia versione di One degli…

Otto canzoni di Leonard Cohen #6

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I’m your man (live)
Uno dei pezzi più famosi di Cohen, anch’esso contenuto nell’omonimo album, considerato dalla critica il suo disco migliore degli anni ottanta. Il pubblico italiano la conosce anche perché è stata scelta da Nanni Moretti per la colonna sonora del film Caro diario.

Michael Jackson - Thriller (1982)

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Ripensando ai capolavori del passato («Allo Schiaccianoci di Cajkovskij», preciserà poi lui stesso), Michael Jackson si chiede, retoricamente: perché oggi non è possibile mettere insieme un album perfetto, senza punti deboli, senza pause né riempitivi, tutto al massimo della creatività, dell'appeal popolare, della cura dei suoni? Alla perfezione - almeno dal punto commerciale - Thriller andrà vicino: negli Usa, sette delle nove tracce complessive finiscono tra le prime 10 in classifica; nel mondo, sembra certo che l'album abbia venduto piú di 50 milioni di copie, anche se qualcuno sostiene che sia ormai arrivato a lambire quota 100 (milioni). Se è vero quel che si dice, e cioè che il produttore Quincy Jones abbia accolto i musicisti e i tecnici in studio proclamando: «Siamo qui per salvare l'industria discografica», beh, la missione non poteva essere compiuta piú e meglio di cosí. Per tutti gli Ottanta le case discografiche faranno montagne di dollari puntando sugli album…

Otto canzoni di Leonard Cohen #5

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First we take Manhattan
Registrata per la prima volta da Jennifer Warnes nel suo album del 1987 Famous blue raincoat, è stata in seguito reinterpretata dal suo autore in chiave quasi synthpop per il disco del 1988 I’m your man. Descrivendola, Cohen ha detto: “È una canzone sul terrorismo”.

Robbie Robertson - Robbie Robertson (1987)

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Quando, nel 1976, chiude la storia di The Band convocando per un «ultimo walzer» il gotha del rock mondiale (e Martin Scorsese a riprendere il tutto), Robbie Robertson spiega che lui suona il rock'n'roll da quando esiste, dai tempi di Elvis Presley. Ragazzino prodigio, poi guida non ufficiale di The Band, si è stufato del circo che l'ha eletto tra le sue principali attrazioni. Oppure, semplicemente, ha finito le idee. Il suo gruppo ha d'altra parte reinventato il linguaggio del rock'n'roll, rimettendolo a contatto con i suoni e i modi della tradizione popolare del nuovo continente, e ha contribuito in misura non secondaria alla «svolta elettrica» di Bob Dylan, portandola in giro per il mondo in un tour che ha fatto epoca. Per tornare a farsi sentire, a piú di dieci anni da quel concerto d'addio, le motivazioni hanno da essere forti. Come la riscoperta delle proprie radici di mezzosangue, per esempio, per metà ebreo (da parte di padre), per metà moicano. No…

13 grandi canzoni dei King Crimson #6

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Lark’s tongues in aspic part II (Lark’s tongues in aspic, 1973)
Nel 1973 i King Crimson rinascono, col primo album della trilogia che alcuni hanno definito di “progressive metal” a causa dell’inasprimento dei suoni. La compagine è rivoluzionata: alla batteria Bill Bruford, transfuga dagli Yes; al basso e voce John Wetton; è arrivato il violino di David Cross, e si è aggiunto anche un percussionista, Jamie Muir. Il pezzone strumentale che dà il titolo al disco (de gustibus: lingue d’allodola in gelatina) è un altro classico durevole dei King Crimson. Una “Lark’s tongues in aspic part III” è presente sul disco del 1984, una “part IV”, a sua volta suddivisa in quattro sezioni, sul disco del 2000.

Accadde oggi...

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1950: Nasce Little Steven, chitarrista col foulard, per anni braccio destro di Springsteen prima di intraprendere una carriera solista di discreto successo ("Bitter fruit"), per poi diventare il mafioso Silvio ne "I Soprano" e, infine, tornare a proliferare con la E Street Band.
1950: Nasce Tina Weymouth, bassista dei Talking Heads e fondatrice dei Tom Tom Club con il marito Chris Frantz.
1968: Pubblicato “The Beatles” – doppio disco noto come “White album” a causa della copertina.
1974: Esce 'The lamb lies down on Broadway', concept album dei Genesis e ultimo lavoro con la band di Peter Gabriel.
2011: Muore a 80 anni a New York Paul Motian, batterista e percussionista jazz statunitense di origini armene. L'artista, emerso a fine anni Cinquanta accanto a Bill Evans, aveva suonato in carriera con Bill Frisell, Joe Lovano, Keith Jarrett, Thelonious Monk tra gli altri.
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Donald Fagen - The Nightfly (1982)

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Fagen è metà della ditta Steely Dan, venerata dai musicisti e amata da chi coltiva la perfezione dei suoni. Da tempo ha in mente di mettersi in proprio, almeno per un po', e raccontare cosí qualcosa di sé. Quando ci riesce, nel 1982, con il primo album da solista, gli viene fuori qualcosa di bizzarro e affascinante, accessibile eppure indecifrabile. E la storia sentimentale di un'infanzia come la sua, sullo sfondo di un'America in cui i bravi padri di famiglia costruiscono rifugi antiatomici in giardino e però non rinunciano a un ottimismo che solo gli anni Sessanta, con la morte violenta dei grandi leader, con le guerre in Raesi lontani e le contestazioni giovanili, potranno distruggere. E un album di prima della guerra, insomma, registrato tuttavia interamente (e caparbiamente) in digitale, un tocco futurista che non sfugge neanche all'ascoltatore piú sprovveduto. Tanto piú che Fagen, come tutti sanno, in sala d'incisione è un perfezionista, e questa volta vuole…

Otto canzoni di Leonard Cohen #4

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Hallelujah (live)
Scritta da Cohen per il disco del 1984 Various positions, è diventata famosa grazie alle versioni successive di John Cale e Jeff Buckley. Resta forse il suo brano più conosciuto dal pubblico mondiale. Il pezzo ha espliciti riferimenti biblici.

Otis Redding - Otis Blue (1965)

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Nel '65 Otis Redding mostra la sua maturazione artistica mettendo insieme un'ampia gamma di riferimenti stilistici, nonché le proprie capacità compositive: una grande miscela fra ballad e up-tempo. Con il supporto di Booker T. & The MG's, band in cui in qualche caso Isaac Hayes sostituisce il titolare alle tastiere, e di un quartetto di fiatisti, il nostro fa (ancora) riferimento a Sam Cooke con una belle versioni dello storico A Change Is Gonna Come, della frenetica Shake e dell'accattivante Wonderful World. Le corde sentimentali vengono anche toccate con poetica leggerezza sia da You Don't Miss Your Water di William Bell, che riprendendo (un po' sorprendentemente) My Girl, classico Motown scritto da Smokey Robinson per i Temptations, che lui rende in maniera eccellente. Per rifarsi alla tradizione religiosa Redding utilizza la versione di Down In The Valley rielaborata da Solomon Burke, mentre per calarsi nella più classica devil's music, oltre allo …

Otto canzoni di Leonard Cohen #3

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Chelsea Hotel #2 (live)
Secondo brano di New skin for the old ceremony, del 1974. Parla di un incontro sessuale al Chelsea Hotel, famoso albergo bohémien di New York. La persona a cui è dedicato il brano, come ha spiegato lo stesso Cohen, è la cantante Janis Joplin.

Le migliori 17 canzoni di Bob Dylan #14

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You’re a big girl (Blood on the tracks, 1975)
È il modo in cui lui fa “ooooooh!”.


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Le migliori 17 canzoni di Bob Dylan #13

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Forever young 
(Planet waves, 1974)
Più facile e ruffiana della maggior parte delle canzoni di Dylan, “Forever young” è una delle sue cose più amate e popolari. In realtà la sua incisione fu lunga e laboriosa: Dylan l’aveva in testa da anni (un augurio sentimentale e commosso ai suoi figli, come “Avrai” di Baglioni e “Per te” di Jovanotti) e non voleva convincersi di nessuna versione provata. Quando sembrava quasi fatta, la ragazza che era venuta in studio con un suo vecchio amico gli disse “Bob, invecchiando mi diventi sentimentale” e lui andò in crisi. Alla fine si convinse, e la sta cantando ancora adesso.


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Bruce Springsteen

Per lavorare con me non ci voleva un contratto, ma tutto il cuore. Ecco perché quarant’anni dopo, sera dopo sera, la E Street Band va avanti dritta e imperterrita come un rullo compressore. Non siamo soltanto un’idea, siamo un’estetica, una filosofia, un collettivo con un codice d’onore professionale fondato sul principio che stasera tireremo fuori tutto ciò che abbiamo dentro e faremo del nostro meglio per aiutarti a tirare fuori tutto ciò che tu hai dentro, il tuo meglio. Che lo scambio di sorrisi, anima e cuore con le persone che abbiamo davanti è un privilegio. Che è un onore e uno spasso cantare insieme a coloro in cui hai investito tanto (e viceversa), i tuoi fan, le stelle nel cielo, questo istante, e fare umilmente (o no!) il tuo lavoro per aggiungere un piccolo anello alla lunga ed esaltante catena della quale sei fiero di far parte.
— Bruce Springsteen - Bon to run, l’autobiografia

Accadde oggi...

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1936: Nasce Don Cherry, grande jazzista e ispirato genitore: mette al mondo Eagle-Eye e Neneh Cherry. Muore nel 1995.
1950: Nasce il cantautore inglese Graham Parker.
1972: Muore il chitarrista Danny Whitten, sodale di Neil Young nei Crazy Horse. A lui è dedicata la nota 'The needle and the damage done'. Aveva 29 anni.
1991: Gli U2 pubblicano “Achtung baby”, uno dei loro dischi più importanti. Le influenze blues e acustiche abbracciate qualche anno prima per “Rattle and hum” vengono abbandonate per atmosfere elettroniche.
1994: Muore Cab Calloway, "The king of hi-de-ho", cantante e ballerino, diventato in tarda età oggetto di culto tra i giovani grazie a "Bluesbrothers" in cui canta "Minnie the moocher".
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Bruce Springsteen - Nebraska (1982)

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Concluso il tour di The River, Springsteen si rifugia nella propria casa nel New Jersey dedicando molto tempo alla riflessione e alla lettura. Sarà la scoperta delle novelle di Flannery O'Connor e la drammatica spiritualità delle storie narrate a colpirlo nel profondo convincendolo ad indirizzare l'attenzione del proprio songwriting sempre più verso il cuore e l'anima dei propri personaggi alla prese con i drammi e le sconfitte quotidiane. A partire dalla livida vicenda di Charles Starkweather e Caril Fugate, che negli anni 50 inondarono di sangue le praterie del Nebraska e del basso Wyoming, passando per le tristi storie del poliziotto di frontiera Joe Roberts, del fuorilegge Johnny o del fuggitivo notturno lungo la Jersey Turnpike, Nebraska narra di un'America isolata e marginale che ha perso i legami con la propria comunità. Storie desolate che si consumano lungo autostrade bagnate, squallide rivendite di auto usate, motel da pochi dollari e stazioni degli autobus,…

Otto canzoni di Leonard Cohen #2

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Famous blue raincoat (live)
Estratta da Songs of love and hate, il terzo disco di Cohen, pubblicato nel 1971, racconta la storia di un triangolo amoroso tra il narratore, una donna di nome Jane e un altro uomo, definito “mio fratello, il mio assassino”. Questa versione dal vivo risale al 2014.

Jayhawks - Hollywood Town Hall (1992)

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Pietra miliare del rock delle radici è dire poco: quando ancora nessuno sapeva bene cosa fosse quell'oggetto misterioso poi chiamato alternative country e soprattutto quando gli Uncle Tupelo erano una band da carbonari e sottoscala, i Jayhawks strappavano un importante contratto con l'American di Rick Rubin, portando all'attenzione generale (buone vendite, persino qualche video e la produzione di George Drakoulias) l'aria agreste della provincia e il recupero di un rock'n'roll dal passo umano. Il freddo del loro Minnesota viene immortalato nella bella copertina, un paesaggio innevato che rimanda subito ad un certo immaginario country rock degli anni Settanta, punto di riferimento indiscutibile dei due songwriter Mark Olson e Gary Louris. Hollywood Town Hall è esattamente un compromesso (riuscitissimo, a dire il vero, e mai più ripetuto su questi livelli) fra le loro due anime: quella più folk e malinconica di Olson, quella più elettrica e pop di Louris, che un…

Otto canzoni di Leonard Cohen #1

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Suzanne (live)
Ispirata alla sua storia d’amore platonica con Suzanne Verdal, e tra i brani più popolari del suo repertorio, è contenuta in Songs of Leonard Cohen. È stato il suo singolo d’esordio. Fabrizio De André ne ha inciso una versione in italiano nel 1972.

Bruce Springsteen - Nebraska (1982)

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Il 3 gennaio dell'anno 1982, nella camera da letto di casa sua, a Colts Neck, New Jersey, Bruce Springsteen collega il registratore a cassette a quattro piste Teac che gli ha procurato il suo tecnico del suono a un mixerino Echoplex che ha in casa da anni. Cosí, da solo, registra quanto ha scritto negli ultimi mesi. L'idea è guadagnare tempo in sala d'incisione, non dover spiegare a parole che cosa ha in mente ai musicisti della E Street Band; in breve, arrivare in studio con le idee piú chiare. Per qualche giorno va in giro con il nastro nella tasca del giaccone, poi pensa bene di farne qualche copia. Lo passa a Jon Landau, il suo produttore, e a Steven Van Zandt, il fido chitarrista. «Non so che cosa sia. E quello che ho in mente ora», gli dice. In studio, proveranno a trasformarle in materiale adatto a una band come la loro, con tanto di fiati, tastiere, pianoforte. Invano. Dopo qualche settimana, è evidente che nessuna registrazione professionale in sala d'incisio…

Le migliori 17 canzoni di Bob Dylan #12

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Wigwam 
(Sel portrait, 1970)
Uno strumentale canticchiato ebbramente, come da uno che si trascina in fondo alla parata cercando di rimanere in contatto con il resto della banda. Molto divertente e appiccicoso. Fu usato poi nel film di Wes Anderson, I Tenenbaum. Sull’anomalia del disco di cover e strumentali che lo conteneva, vale la pena ricordare la reazione su “Rolling Stone” del leggendario critico rock Greil Marcus: “Che è ‘sta merda?”.


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Guy Clark Old N.1 (1975)

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Nonostante Dylan abbia dichiarato che Guy Clark sia uno dei suoi songwriter preferiti, il cantautore texano non ha mai goduto della fama e del successo che avrebbe meritato. Il suo debutto per la RCA (cui seguì Texas Cookin') è uno degli all time classic della country music americana, un album che rasenta la perfezione. Ci vollero diversi anni prima della sua pubblicazione e molti dei brani contenuti furono interpretati da altri (Jerry Jeff Walker, Billy Joe Shaver..) prima della sua uscita, ma l'attesa ne valse la pena. Old N.1 è dominato dalle chitarre acustiche che danno un senso di quiete e tranquillità a tutta la raccolta, la quale riesce a parlare da sé con tutta la forza e la poesia che contiene. Collaborarono la "Creme de la Creme" della country music dell'epoca e di quella a venire, da Emmylou Harris a Rodney Crowell fino a un giovanissimo Steve Earle. Old N.1 è un capolavoro non solo per tutti i country aficionados ma anche per gli amanti del più genui…

Le migliori 17 canzoni di Bob Dylan #11

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The man in me 
(New morning, 1970)
È quella dove Dylan fa “lalla lalla lallà lalalà”, chissà cosa gli era preso. E il testo è maschilisticamente vicino a “dietro ogni grand’uomo c’è una grande donna”. Si meritò una nuova popolarità quando i fratelli Coen la ripescarono per Il grande Lebowski.


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Syd Arthur – Apricity (2016)

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di Massimiliano Manocchia e Blackswan
Il luogo di provenienza dei Syd Arthur – Canterbury - è tanto ingombrante quanto (almeno sulla carta) garanzia di qualità e originalità. Prodotto da Jason Falkner, collaboratore, fra gli altri, di Beck, Air e Travis, “Apricity” (termine anglosassone da tempo in disuso che sta a significare il “calore del sole”) è già dal titolo opera che sa essere singolare e al contempo classicamente canterburiana senza ostacolanti limiti derivativi. Eppure i Syd Arthur (nome che omaggia due campioni della psichedelia, i compianti Syd Barrett e Arthur Lee), pur facendo riferimento, almeno geograficamente, a grandi gruppi di genere, come Caravan e Camel, ripropongono quelle leggendarie sonorità seventies con piglio moderno, inclinazione pop e variazioni psych rock. Il risultato della commistione, è un accattivante rock progressive spogliato dai paludamenti del tempo e dalle grisaglie intellettuali del genere, in cui l’accento pop, declinato ovviamente con pronunc…

23 grandi canzoni di Neil Young #20

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Philadelphia 
(Philadelphia, 1993)
Per una dozzina d’anni Neil Young si perse. Sperimentò cose bislacche, fece musica mediocre: si perse. Poi gli fu chiesta la canzone sui titoli di testa di Philadelphia, e gli venne bellissima, e però andò sui titoli di coda. Il regista Jonathan Demme spiega: «Volevo un bel pezzone di Neil Young, con la chitarra, per rilassare gli omofobi in sala, e far loro pensare “ok, c’è Neil Young, è un film affidabile”. Volevo una specie di “Southern man”. Arrivò questo nastro e mia moglie e io avevamo le lacrime agli occhi. Non era un pezzone rock, era la canzone perfetta per mandare la gente a casa. Ci chiudemmo il film».

40 copertine di dischi censurate #36

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Slayer - God Hates Us All (2001)

Accadde oggi...

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1953: Nasce Andy Partridge, con gli XTC darà vita a un gruppo per vent'anni amatissimo dalla critica ma meno gratificato dal grande pubblico.
1970: Esce “Tarantula”, con cui Bob Dylan debutta in campo letterario. Il romanzo non è precisamente salutato da un successo di critica e di pubblico.
1972: Muore Berry Oakley della Allman Brothers Band. E’ vittima di un incidente motociclistico come il chitarrista del gruppo, Duane Allman – e quasi nello stesso punto in cui l’amico era deceduto un anno prima.
1985: Anni dopo l’epoca "acida" dei Jefferson Airplane, lo storico gruppo di San Francisco, passato attraverso parecchi mutamenti (anche di nome: erano diventati gli Starship) torna al n.1 negli USA con "We built this city".

Joe Jackson - Night And Day (1982)

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C'è un momento, in questo contraddittorio debutto degli anni Ottanta, in cui sembra che lo spilungone inglese abbia trovato la strada giusta, quella che tutti cercano, forse senza saperlo. La via d'uscita dai mezzi espressivi volutamente limitati del punk. Una nuova forma per la struttura novecentesca della canzone. Un punto di contatto con la tradizione che non sia semplice citazione (per quello ci sarà tempo, in anni piú decisamente postmoderni). La strada, Joe Jackson crede d'averla trovata a New York, dove si trasferisce all'inizio del decennio, dopo aver lasciato il segno sulla scena new wave britannica con due album cantautorali piuttosto ispirati, Look Sharp! e I'm The Man. Qui scopre lo swing che negli anni Quaranta domina i juke box e che darà origine al rhythm and blues, scopre Cab Calloway e Louis Jordan che reinterpreta nell'album Jumpin' Jive. Qui scopre Cole Porter, che cita apertamente nel titolo dell'album che segue. L'idea sembrere…

Miles Davis - Kind of Blue (1959)

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Parlare di Kind of Blue in dieci righe? Del disco che dopo mezzo secolo resta il più venduto nella storia del jazz? Nonché della prima espressione compiuta di jazz modale della storia? Dell'ensemble impressionante che lo realizzò: John Coltrane, Julian "Cannonball" Adderley, Bill Evans, Wynton Kelly, Paul Chambers e Jimmy Cobb, l'unico sopravvissuto e speriamo che gli altri non si rivoltino nella tomba? Dire che un capolavoro di siffatta grandezza fu registrato in una chiesa sconsacrata sulla 30ma strada in appena due session e grazie a uno slalom tra divorzi e disintossicazioni da eroina? Che pertanto è in odore di miracolo e difatti canonizza il suo autore quale Re Mida del jazz, come fu prima per il bebop e come sarà in seguito per la fusion, il jazz-rock e gli arditi cross-over con il pop? Di come, se non ci fosse stato Gershwin, sarebbe stata la colonna sonora baciata per Manhattan con i suoi umori metropolitani? Di come l'iniziale So What snoccioli una lec…

13 grandi canzoni dei King Crimson #5

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Ladies of the road (Islands, 1971)
Una canzone abbastanza esplicita sui numerosi incontri femminili di un musicista in tour; non serve un esperto di strumenti musicali per cogliere i doppi sensi di un verso come “just love to feel your Fender”. Nonostante Fripp abbia sempre sottolineato la sua distanza dal blues e forme derivate, questa è l’eccezione che conferma la regola. A tratti sembra “Come Together” dei Beatles, che risuonano anche nell’apertura melodica dell’inciso, ma poi interviene la solita chitarra sghemba a rimettere le cose a posto.

Laurie Anderson - Big Science (1982)

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Lei è un artista della scena newyorkese dei primi anni Ottanta, quelli in cui anche Andy Warhol è risorto da un oblio prematuro: tutta l'avanguardia del mondo si è rifugiata sull'isola di Manhattan dove, dirà poi lei stessa anni e anni dopo, pare che tutti stiano lavorando a un'opera multimediale, è ovvio. La sua si chiama Uniteci States e si occupa dell'Impero del Bene, di una guerra — per quanto fredda — che nessuno vuole piú combattere e di un paese che, visto dalle cantine di New York, sembra decisamente sull'orlo di una colossale crisi, forse anche di nervi. Anderson mette insieme performance in cui la musica (la musica della parola) predomina. Tanto che una piccola casa discografica che vende per corrispondenza le fa incidere un singolo, un 45 giri che va a 33 e 1/3 per poter contenere su un solo lato gli otto minuti abbondanti di O Superman. Come fosse un'artista pop. Ma Laurie Anderson è capace di tutto, anche di diventarlo, un'artista pop. Un dj i…

His Clancyness – Isolation Culture (2016)

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di Claudio Lancia
Jonathan Clancy si sta affermando come uno dei più illuminati protagonisti della nuova generazione indipendente italiana. Canadese di nascita, è vero - matrice che conferisce un’aura di internazionalità alle sue proposte - ma ormai considerabile a tutti gli effetti bolognese d’adozione. Dopo aver smosso le acque con A Classic Education e Settlefish, Jonathan realizza il secondo capitolo del progetto His Clancyness, migliorando ulteriormente il buon risultato conseguito con l’apprezzato esordio del 2013 “Vicious”.
In “Isolation Culture” decide di muoversi spesso sottotraccia, scegliendo in “Uranium” percorsi stranianti adagiati su densi tappeti motorik, vicini ai Wilco di “Spiders (Kidsmoke)”, ma privati delle fragorose esplosioni elettriche fornite dalla premiata ditta Tweedy & Cline. Le sue composizioni si stagliano in maniera apparentemente discreta, si presentano volontariamente ingannevoli, poi ecco che arrivano i colpi a sorpresa, le trovate inaspettate, com…

CCCP fedeli alla linea - Epica Etica Etnica Pathos (1990)

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Il quarto e ultimo album in studio dal titolo "Epica Etica Etnica Pathos" del gruppo punk rock italiano "CCCP fedeli alla linea", fu registrato tra aprile e giugno del 1990 a villa Pirondini, una casa colonica settecentesca situata nella campagna reggiana nei pressi di Rio Saliceto. La scelta di tale location fu fatta con l'intenzione di utilizzare l'eco naturale che tale struttura poteva offrire rispetto all'uniformità patinata di una normale sala di incisione. La foto di copertina è opera del fotografo scandianese Luigi Ghiri e raffigura il mixer e tutte le apparecchiature da studio posizionate nell'antica cappella affrescata della villa dove vennero effettuati i missaggi.

David Crosby – Lighthouse (2016)

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Diavolo (o angelo, a giudicare dalla voce) d'un uomo. Prima impiega diciotto anni, il tempo che un figlio diventi grande, per dare un seguito a If I Could Only Remember My Name, e manca il bersaglio. Poi lascia passare un altro quarto di secolo, e cava fuori un disco, Croz, splendido nella scrittura, a dir poco incerto nei suoni, come se fossimo ancora nella patina laccata degli Ottanta. Passano solo due anni, e David Crosby, anni settantacinque, un fegato trapiantato, alle spalle alcuni quintali di polveri chimiche consumate, tira fuori fuori un disco che se non può raggiungere l'intensità emotiva epocale di If I Could, (allora tutta la West Coast andò a dare una mano al baffone per speziare al meglio il capo d'opera), se non altro ne è, finalmente, il degno seguito. Il segreto era lì, a un palmo di mano: sottrarre. Lasciar di nuovo scorrere libere le melodie costruite sulle sue “weird songs”, ovvero brani che armonicamente a volte sono dei rompicapo, e all'ascolto…

Le migliori 17 canzoni di Bob Dylan #10

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Lay lady lay 
(Nashville skyline, 1969)
Sarà la suggestione, ma è difficile non avere l’impressione che “Lay lady lay” suoni esattamente come una avvenente signora sdraiata su un letto disfatto. Saranno quelle quattro note di steel guitar che scivolano sotto le strofe. Come la canta, non sembra lui: e i fans allora rimasero spiazzati (si disse che la voce era cambiata perché aveva smesso di fumare). L’aveva scritta per Un uomo da marciapiede: ma poi scelsero “Everybody’s talkin’” di Harry Nilsson.


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Le migliori 17 canzoni di Bob Dylan #9

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All along the watchtower (John Wesley Harding, 1967)
“Ci dev’essere un modo di uscirne”. Ma è uno degli ingressi dylaniani più riusciti e leggendari. Cita-
zioni bibliche, fine del mondo, gran tensione. La cover di Jimi Hendrix divenne presto più celebre dell’ori
ginale e lo stesso Dylan prese a suonarla alla maniera di Hendrix.


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Accadde oggi...

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1941: Nasce a New York, Art Garfunkel, la metà del duo folk-pop più celebre del secolo scorso, Simon & Garfunkel. Battezzatisi originariamente come 'Tom & Jerry', i due si divideranno nel 1970, per poi ritrovarsi in memorabili concerti celebrativi decenni dopo.
1942: Nasce Pierangelo Bertoli, cantautore emiliano, autore di “A muso duro” – il suo maggiore successo è tuttavia con i Tazenda a Sanremo, cantando “Spunta la luna dal monte”. Muore il 7 ottobre 2002.
1948: Nasce Peter Hammill, cantante dei Van Der Graaf Generator, formazione progressive-rock inglese. Nelle sue prime interviste si presenta come il "Jimi Hendrix della voce".
1965: Esce “My generation” degli Who, uno dei singoli più importanti della storia del rock, contenente la fatidica frase: “Spero di morire prima di diventare vecchio”.
1971: Nasce Jonny Greenwood, polistrumentista dei Radiohead.
1974: Nasce Ryan Adams, chitarrista e cantautore tutto genio e sregolatezza.
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Black Flag - Damaged (1981)

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La «bandiera nera» dietro alla quale si schierano i Black Flag riprende il nome di un noto insetticida americano, ma è anche un omaggio obliquo ai Black Sabbath. Raymond Pettibon, che dall'invenzione del logo della band, fondata da suo fratello Greg, parte per una lunga e fortunata attività nel mondo dell'avanguardia artistica, dice che «se la bandiera bianca simboleggia resa, quella nera vuol dire anarchia». Anarchia musicale, prima e piú di ogni altra: il suono — soprattutto all'inizio della storia della band — è esattamente quello che verrà chiamato punk hardcore, cioè chitarre distorte e atonali al massimo del volume, piú liriche urlate e ritmiche senza tregua, Una versione accelerata e arrabbiata del punk, un punk a cui sono stati somministrati gli estrogeni della società americana, nel loro caso bianca e middle class. L'epicentro del terremoto è la California del Sud, da dove in effetti vengono i Black Flag, che però decollano veramente solo quando incontrano su…

Le migliori 17 canzoni di Bob Dylan #8

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Positively fourth street (Bob Dylan’s greatest hits, 1967)
Benché il testo sia chiarissimo – uno sfogo contro un’ipocrita che ha sempre finto di volergli bene e intanto desiderava il suo male – ci furono da subito dei misteri: di chi parla? C’è una relazione con il protagonista di “Like a rolling stone”, che seguiva di poco? Che vuol dire il titolo? Le teorie vanno avanti da trent’anni: probabilmente Dylan ce l’aveva con qualcuno del Greenwich Village (dove sta una 4th street: ma è papabile anche quella di Minneapolis) che aveva criticato il suo abbandono del folk acustico.


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Bob Dylan - Oh Mercy (1989)

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Se si presta un po' di attenzione a quello che succede nel backstage, bisogna dire che Oh Mercy di Bob Dylan non potrebbe mai andare separato da Yellow Moon dei Neville Brothers e quindi nell'isola deserta bisogna infilarci un disco in più. I due album hanno in comune tutto: New Orleans (e basta e avanza), Daniel Lanois (mai così ispirato), i musicisti, il tono crepuscolare e spiritato, in parte persino l'arte naïf delle copertine. Più di tutto condividono Bob Dylan: Yellow Moon è permeato dalla sua presenza, non soltanto per le grandi versioni dei Neville Brothers di With God On Our Side e The Ballad Of Hollis Brown (a cui andrebbe aggiunta A Change Is Come, il cui debito dylaniano è sempre stato ammesso e riconosciuto dallo stesso Sam Cooke), ma proprio per la caleidoscopica visione della musica e delle canzoni. La stessa che ha reso Oh Mercy il suo penultimo capolavoro (l'ultimo è Time Out Of Mind): le canzoni, a partire dal capolavoro di Man In The Long Black Coat…

Le migliori 17 canzoni di Bob Dylan #7

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Stuck inside of mobile with the Memphis blues again (Blonde on blonde, 1966)
Roba allegra, bel ritmo, e testo acrobatico e misterioso che suggerì persino una parodia a John Lennon, intitolata “Stuck Inside of Lexicon with the Roget’s Thesaurus Blues Again”: “Incastrato nella lingua con la malinconia da dizionario”. Ne ha fatto una bella cover Cat Power, nel 2007.


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Los Lobos - Kiko (1992)

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Questo disco ha rappresentato per i Los Lobos il punto di rottura definitivo e forse per qualche vecchio affezionato il tradimento finale, di sicuro i lupi di East Los Angeles non sono stati più gli stessi, avventurandosi nella costante ricerca del ritmo e nello stravolgimento delle tradizioni latin rock da cui tutto era iniziato. Nello stesso tempo però, da qualunque parte vi voleste schierare, Kiko è indiscutibilmente il loro album più ambizioso e probabilmente il più degno di essere consegnato ai posteri per descriverne le qualità strumentali, il genio compositivo, le capacità uniche di sintesi fra musica americana, rock'n'roll e radici messicane. Il roots rock delle origini e la matrice blues su cui la band di Hidalgo e Rosas ha costruito la sua fama non viene affatto persa (basti ascoltare Whiskey Trail o That Train Don't Stop Here), ma qui è ribaltata con un approccio più obliquo, verrebbe da dire "cubista" ascoltando lo sviluppo di brani come la stessa Ki…

Le migliori 17 canzoni di Bob Dylan #6

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Just like a woman 
(Blonde on blonde, 1966)
Le scuole di pensiero hanno via via trovato un compromesso sul fatto che la woman di cui parla non sia una sola, ma almeno due: Edie Sedgwick e Joan Baez. Dylan la scrisse nel giorno del Ringraziamento del 1965 a Kansas City, dove era in tournée.


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