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Visualizzazione dei post da novembre, 2018

Roy Harper - Stormcock (1971)

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Ci sono state delle figure nella storia della musica inglese la cui vita, privata e professionale, avrebbe potuto essere raccontata in un romanzo di avventura. E che hanno lasciato delle testimonianze musicali immense. Uno dei rappresentanti più influenti di questa stirpe è Roy Harper. Originario di Manchester, rimane orfano di madre. La sua matrigna, dispotica, è fervente seguace dei testimoni di Geova, e il rapporto così conflittuale con lei gli provocherà un profondo odio verso ogni forma di religione. Per sfuggire alla famiglia si arruola nella RAF a soli quindici anni, scoprendo però ahimè che la vita militare è altrettanto impraticabile per lui. Per ottenere il congedo si finge pazzo: è costretto a subire ripetute sedute di elettroshock e viene internato in manicomio, e passa anche del tempo in prigione. Scappa da un ospedale psichiatrico di Manchester e girovagando senza un soldo e psicologicamente a pezzo arriva a Londra, siamo nel 1964. Impara a suonare la chitarra, scopren

Buddy Guy

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Chi è stato Charlie Parker, il ritratto di un maestro del jazz

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Suonare con Bird mi piaceva, ma non potei imparare molto dal suo modo di suonare perché era troppo originale. Bird era un solista ed era, come dire? isolato. Non si poteva imitare a meno di copiarlo e non si poteva copiarlo a meno di essere dei sassofonisti. E neanche i più grandi ce la fecero. Per iniziare a parlare di Parker si devono prendere in prestito le parole di un altro mostro sacro della musica jazz: Miles Davis. Charles Parker, per gli amici Charlie, per tutti “Bird”, è stato uno dei più grandi sassofonisti della storia. Tra i più raffinati esponenti del bebop e ritenuto uno dei maestri del jazz moderno. L’amore per il canto degli uccelli Nato a Kansas City nel 1920, Charlie cresce con la madre. Il padre è scappato poco dopo il parto. Il piccolo Parker si avvicina al sax a tredici anni. Nonostante l’età è uno studente rigoroso: dedica allo strumento anche 15 ore al giorno. È dotato di un talento naturale ma si applica con costanza. Quando si esercita alla f

U2 - Go Home - Live From Slane Castle, Ireland (2003) DVD

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Questa è stata una settimana molto particolare per me a livello personale. Quello che mi è successo mi ha ricordato il momento che questo DVD ferma in uno dei concerti più belli ed emozionanti degli ultimi 20 anni. Protagonisti gli U2 che a termine dell’Elevation Tour decidono di suonare nel parco dello Slane Castle, uno stupendo maniero nella contea di Meath, a pochi km da Dublino. In questo anfiteatro naturale nel 1981 la allora giovane band suonò di spalla ai Thin Lizzy. Nel 1984, il gruppo di Bono abitò il castello per registrare quel disco fondamentale che fu The Unforgettable Fire, adibendo a studio di registrazione l’immensa sala da ballo. Alla notizia della data del 25 Agosto 2001, 100.000 biglietti finirono in pochissimi minuti. Si mosse addirittura il governo irlandese, e per la prima ed unica volta l'unico e tradizionale concerto allo Slane Castle si sdoppiò in un secondo concerto, il primo settembre. La band, come sempre per i propri concerti, aveva strutturato un pa

Sons of The East - Hold On

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Interpol - Turn On The Bright Lights (2002)

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L'immagine scelta a rappresentare il primo album della rock band statunitense degli Interpol dal titolo "Turn On The Bright Lights" pubblicato il 20 agosto 2002, è uno scatto del fotografo Sean McCabe. Questa ritrae un teatro di Londra nel quale McCabe era stato tempo prima a vedere un film seduto in prima fila non essendoci altri posti disponibili per via del sold-out. Rimasto affascinato dalle luci rosse accese prima che il film iniziasse, pensò di fotografare questo momento.

Crosby, Stills, Nash & Young - 4 Way Street (1971)

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Il disco di oggi è uno di quegli album simbolo di un’intera generazione, uno di quelli che davvero hanno fatto la storia e rappresenta appieno la creatività e la forza di un periodo. È anche uno dei grandi live del rock, punto d’incontro di quattro strade apparentemente divergenti ma che qui rendono al massimo di energia, coesione e forza emozionale.  All’inizio erano sono tre: David Crosby arriva dai Byrds, il primo gruppo simbolo della stagione californiana del folk iniettato di psichedelia; Stephen Stills arriva dai Buffalo Springfield ed è già un chitarrista sulla cresta dell’onda, Graham Nash è inglese e aveva fatto parte degli Hollies. Insieme combinano una miscela pressoché perfetta di rock, folk e una spiccata poesia autorale, che i tre avevano già sperimentato in dischi solisti. Crosby, Stills & Nash esce per l’Atlantic nel 1969 ed è già sensazionale: brani culto come Wooden Ships (poi ripresa dai Jefferson Airplane nello straordinario Volunteers dello stesso anno),

Carole King

Carole King e Gerry Goffin costituiscono una delle più note e prolifiche coppie di compositori dei '60, parte del famoso condominio Brill Building, l'edificio al 1619 della Broadway, New York, che all'inizio dei '60 ospita le sedi delle più importanti case editrici americane. Discografia e Wikipedia

Maisha – There Is A Place (2018)

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di Marco Biasio Que­sto, ci po­te­te met­te­re la mano sul fuoco, è un esor­dio che sarà ri­cor­da­to a lungo. Giove plu­vio me ne scam­pi dal di­ven­ta­re mai un pro­mo­ter di pro­fes­sio­ne, ma una ta­gli­ne ef­fi­ca­ce da stril­la­re sui tre ma­ni­fe­sti di Eb­bing per cat­tu­ra­re l’es­sen­za dei Mai­sha di “There Is A Place” sa­reb­be the hot­te­st free agen­ts are con­que­ring your city. E non certo per­ché si trat­ti di un disco par­ti­co­lar­men­te me­mo­ra­bi­le, anzi: al­di­là dei me­ri­ti mu­si­ca­li la sua più gran­de for­tu­na è, sem­mai, quel­la di ca­pi­ta­re al posto giu­sto nel mo­men­to giu­sto, di cer­ti­fi­ca­re uf­fi­cial­men­te la de­fi­ni­ti­va riap­pro­pria­zio­ne po­po­la­re del jazz in un anno, il 2018, che non solo ga­ran­ti­sce gran­de con­ti­nui­tà alle usci­te di ge­ne­re, ma ne re­gi­stra un’ul­te­rio­re im­pen­na­ta, una pro­li­fe­ra­zio­ne e di­ver­si­fi­ca­zio­ne tale – ba­gna­ta da un sor­pren­den­te in­te­res­se cri­ti­co e di pub­bli­co – come m

The Avett Brothers - The Ballad of Love and Hate

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Sun Kil Moon – This Is My Dinner (2018)

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di Riccardo Gorone La creatura di Mark Kozelek ha soppiantato da tempo Kozelek stesso. Una sorta di Golem ha inghiottito una personalità che era considerata tale proprio in relazione alle sue creazioni. Ma adesso, quel creatore è feticcio stesso della creatura, spoglie di un passato luminoso che orw brilla in una teca, come le reliquie sacre. Ecco, di tutto questo feticismo che si è scatenato da “Benji” in poi, col passare del tempo, rimane forse la boria, lo spirito di esibizionismo che investe tutte quelle che sono state delle grandi figure (un personaggio diventa un mito, poi quel mito, da una parte vive di vita propria e dall’altra, soppianta e giustifica tutto ciò che fa quel personaggio dopo essere diventato mito, in un’inversione spesso pericolosa: l’effetto diventa causa e viceversa). Mi spiego meglio: se c’è stato il WOW generale che si è scatenato con l’uscita di “Benji” (perché quel disco è semplicemente WOW), purtroppo ci sono poi stati una serie di “ah…”, “mh”, “e

Art Blakey

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Francis Wolff Art Blakey’s A Night In Tunisia session, August 7, 1960. Arthur “Art” Blakey (October 11, 1919 – October 16, 1990)

John Coltrane - Guida per principianti

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L’unica rabbia che posso provare è verso di me, quando non riesco a suonare quello che voglio. John Coltrane, per qualcuno, è stato il più grande musicista jazz della storia, l’ultimo gigante e il primo trasgressore. Sicuramente è stato un musicista straordinario, dalla parabola artistica rapida e bruciante. Caratterizzata, da un preciso momento in poi, da un’esplosione continua di idee e strade oscure e mai battute. John William Coltrane nasce il 23 settembre 1926 ad Hamlet, nella Carolina del Nord. Il padre, che lo avvicina alla musica, muore quando il ragazzo ha 12 anni. Resta con la madre e la sua famiglia. Si trasferiscono a Filadelfia e John entra all’interno di una vivace scena musicale. La madre gli compra un sax soprano, anche se lui preferisce il tenore. Ma glielo avevano sconsigliato perché troppo difficile da suonare per “i ragazzini”. Ha poco tempo per confrontarsi con gli altri musicisti, c’è la guerra. E si arruola in Marina. Trova uno spazio all’interno di

Lonnie Holley – Mith (2018)

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di Ennio Bruno Per chi non la conosce, la storia personale di Lonnie Hollie sembra uscita da un romanzo: nato a Birmingham, Alabama, nel 1950, quando era ancora in vigore le leggi segregazioniste "Jim Crow", “rapito” da una ballerina di burlesque offertasi di aiutare sua madre già impegnata da altri due bambini piccoli, all’età di quattro anni è venduto in cambio di una bottiglia di whisky, cambia diverse famiglie, finisce per due anni e mezzo in un riformatorio (in realtà un campo di schiavi), fa il cuoco specializzato in spaghetti al Disney World di Orlando, Florida, ritorna in Alabama e va a vivere ad Airport Hill, la collina vicino all’aeroporto di Atlanta, Georgia. Una sera del 1979, mentre lui e sua sorella sono fuori, la casa prende fuoco e nell’incendio muoiono le due nipotine. Sconvolto, Holley decide di rendere loro omaggio con una scultura realizzata con materiali recuperati in una discarica, posizionandola sulla tomba delle due piccole. È la prima di numer

Ciaran Lavery - Return To Form

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Nathan Bowles – Plainly Mistaken (2018)

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di Gianfranco Marmoro Dopo aver oltrepassato i confini del folk e dopo essersi addentrato nelle oscure trame della sperimentazione, Nathan Bowles compie un ulteriore azzardo stilistico, assemblando una vera e propria band per il nuovo album “Plainly Mistaken”. Un deciso passo verso l’underground music (Nathan ha dichiarato di essersi ispirato ai Silver Apples), nonché l’ennesimo figlio alieno della tradizione americana, anche se l’accento ribelle è ininterrottamente in bilico tra irrequietudine e bonaccia. Con il banjo costante protagonista, Bowles mette insieme l’album più strambo della sua carriera, alternando sublimazione esoterica a vivacità mondana, con una perizia stilistica encomiabile. “Plainly Mistaken” non è comunque l’album definitivo per il talentuoso musicista americano, la volontà di espandere l’assetto strumentale apre nuovi orizzonti e lascia un piacevole senso d’incompiuto, che schiude ulteriori porte all’immaginazione. Alla maniera di Jack Rose e Steve Gu

Arctic Monkeys - AM (2013)

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L'opera presente sulla copertina dell'album "AM" della rock band britannica Arctic Monkeys pubblicato il 9 settembre 2013, è un disegno di una forma d'onda che ha a che fare con un concetto di fisica chiamato "modulazione di ampiezza", dall'analogo termine inglese Amplitude Modulation. Questa è una tecnica usata nelle telecomunicazioni per trasmettere informazioni utilizzando un segnale a radiofrequenza.

Marianne Faithfull – Negative Capability (2018)

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di Mariangela Macocco Non ha certo bisogno di troppe presentazioni Marianne Faithfull: carriera pluridecennale, 21 album in studio all’attivo, fra cui alcune indiscusse pietre miliari nella storia della musica rock. Fidanzata storica del rocker più famoso del mondo, ovvero la pietra rotolante Mick Jagger, Marianne calca i palcoscenici di tutto il mondo dal 1964 e potrebbe tranquillamente dormire sugli allori del successo passato. Invece, ancora una volta, ha deciso di sorprenderci con un album dalla bellezza folgorante. Negative Capability, questo il titolo, è costituito di 13 tracce che si dipanano per poco meno di un’ora. Registrato a Parigi con la collaborazione di Warren Ellis e Rob Ellis, il nuovo lavoro della musicista britannica comprende tracce nuove e classici rivisitati. Su tutto domina la voce sempre bellissima, divenuta grave di Marianne, che, sopravvissuta a perdite di persone care, malattie ed eventi più o meno infelici si ritrova oggi a meditare sull’inesorabilità

B.B. King

Figlio di due cantanti e nipote di un chitarrista, Riley King, viene avviato sin da bambino alla musica, in chiesa prima, a scuola poi. Alla morte della madre, con la quale viveva dopo la separazione dei genitori, lascia la scuola e trova lavoro in una fattoria, ricongiugendosi poi con il padre verso la fine degli anni '30. Discografia e Wikipedia

The Smiths - Girlfriend In a Coma

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Charlie Haden & Brad Mehldau – Long Ago & Far Away (2018)

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di Luca Casarotti Il 5 novembre 2007, il pianista Brad Mehldau e il contrabbassista Charlie Haden si esibiscono per la prima volta in duo alla Christuskirche di Mannheim, in Germania, in occasione dell'Enjoy Jazz Festival. A undici anni di distanza, la storica etichetta discografica Impulse! pubblica ora la registrazione di quel concerto, con il titolo Long Ago and Far Away. Dopo Alone Together (Blue Note 1997), An Other Shade of Blue (Blue Note 1999) e Live at Birdland (ECM 2011), questo è dunque il quarto disco che documenta la collaborazione dal vivo dei due musicisti. Ma è il primo a uscire dopo la morte di Charlie Haden, scomparso l'11 luglio 2014. Ed è pure il primo in cui Haden e Mehldau non sono affiancati da Lee Konitz, presenza costante negli altri tre: solo nel Live at Birdland la formazione si allargava invece al quartetto, con l'aggiunta di Paul Motian alla batteria. Quindi il ruolo dello strumento di canto è tutto nelle mani di Mehldau. Questo comporta

Chick Corea and Gary Burton

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Chick Corea and Gary Burton, c.1972.

Daughters – You Won’t Get What You Want (2018)

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di Massimo Quarti Quando ho messo su “You Won’t Get What You Want” dei Daughters pensavo di aver messo su per errore “Skeleton Tree” di Nick Cave, infatti inizia con la stessa nota continua e distorta; mi son bastati poi in realtà due secondi per capire che non avevo sbagliato file e che mi trovavo in un’altra zona della disperazione, quella dove volutamente manca la poesia. Perché non vi è poesia nei nostri incubi peggiori ma solo flash, immagini terrificanti di città vuote, capelli che si muovono e acqua stantia. Questa sensazione di smarrimento si fa più frenetica tanto da raggiungere stati di panico, come quando si perde il senso dell’orientamento al buio e non si hanno punti di riferimento per ritrovarsi. Sin dal titolo, distruggendo la speranza Stonesiana per cui “non otterrai sempre ciò che vuoi” i Daughters ci schiacciano con un granitico “Non otterrai ciò che vuoi”, non ci sperare neanche! Nel comporre affreschi disturbanti, i Daughters sono molto bravi, con “You

Tutto quello che devi sapere sugli Alt-J

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Questa è la storia di quattro amici universitari – Gwil Sainsbury (che nel 2014 lascia il gruppo), Joe Newman, Gus Unger-Hamilton e Thom Green – che decidono di mettere insieme la propria passione per la musica. In genere si sa, i panni sporchi si devono lavare a casa propria, ma in questo caso la lavanderia universitaria non poteva che essere più proficua: è proprio lì che Gus e Joe si sono incontrati per la prima volta. Corre l’anno 2007, proprio durante il secondo anno di studio, quando Joe mostra a Gwil alcuni suoi brani nati dall’ispirazione del padre chitarrista e non solo, anche dall’aiutino fantasioso di alcuni allucinogeni di cui faceva uso. Le loro prime registrazioni sono state fatte nella camera da letto dell’ex bassista Gwil Sainsbury utilizzando GarageBand. Inizialmente il nome della band doveva essere Daljit Dhaliwal, per poi passare a Films e infine a quello che tutti conoscono dopo che una band americana punk chiamata The Films aveva cominciato a creare co

Julia Holter – Aviary (2018)

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di Alberto Campo Riferendosi al suo disco del 1982 The Dreaming, Kate Bush diceva: «È il mio album da "quella è diventata matta"». Potremmo dire forse lo stesso di Aviary, quinto lavoro della trentatreenne statunitense Julia Holter. A condensarne l’attitudine irragionevole basterebbe l’incipit, “Turn the Light On”, un caotico vortice sonoro d’impronta massimalista: tratto iniziale di un cammino lungo un’ora e mezza. Non proprio un facile ascolto. Per tentare di decifrarlo, proviamo ad andare con ordine. Il titolo, anzitutto: la “voliera” cui allude deriva – spiega l’interessata – da una frase inclusa in un racconto della scrittrice di origine libanese Etel Adnan, dove quel luogo è affollato da «uccelli che gridano». Habitat hitchcockiano riferito però ai giorni nostri, poiché – afferma lei – l’intenzione è descrivere «la cacofonia della mente in un mondo che si liquefa». Non si tratta di catastrofismo, comunque: in questa nuova Babele Julia Holter cerca la bellezz

Holy Water - Ed Prosek

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Sei grandi canzoni dei Jethro Tull

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Bourée 
(Stand up, 1969) Fa un po’ ridere, a sentirla ora, ma è una melodia memorabile. Era Bach, e loro ne fecero questo divertissement con divagazioni che passano dal progressive rock al quasi jazz. Aqualung (Aqualung, 1971) “Tata-tata-ta… ttà!”. Sei minuti e mezzo, il loro pezzo più celebre. L’idea della canzone e del disco venne dalla foto di un barbone scattata da Jennie, la moglie di Ian Anderson, il quale voleva spiegare il casino di sentimenti di colpa, rimozione, paura e anche ammirazione, che lo avvolge alla vista di un senza tetto. Alla fine, però, l’immagine sulla copertina del disco che dovrebbe ritrarre il personaggio di Aqualung somiglia soprattutto ad Anderson stesso. Wond’ring aloud 
(Aqualung, 1971) Poi sapevano fare anche delle canzoni normali, tranquille, voce e chitarra, e un po’ di pianoforte. Però dopo arriva qualche arco in sottofondo, e allora uno comincia a preoccuparsi, ma prima che sia troppo tardi la canzone finisce, neanche due mi

E T I C H E T T E

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