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Pere Ubu - The Modern Dance (1978)

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  L'intento dei dischi di Novembre non è semplicemente quello di raccontarvi dei dischi "strani", ma di raccontarvi dei dischi strani che musicalmente hanno avuto un impatto dirompente nella storia della musica, almeno dal punto di vista qualitativo. Per questo motivo non saranno dei nostri i "leggendari" Hatebeak, band death metal statunitense che ha in formazione un pappagallo, Waldo, per le parti vocali e che si prefigge di suonare qualcosa che assomigli "ad un martello penumatico in un compattatore"; ma ci sono questi di oggi, una delle più grandi band del rock alternativo degli ultimi 50 anni. Tutto incomincia a Cleveland nel 1975, che probabilmente non era il posto migliore che si potesse immaginare sulla Terra: in una realtà "inquinata e innaturale" (che in verità segnerà molto la creatività dei nostri) due ragazzi che vorrebbero fare i giornalisti, David Thomas e Peter Laughner, avevano già una band, i Rocket From The Tombs, formazion...

Blondie - Parallel Lines (1978)

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La storia del sestetto rock di oggi è di quelle famose. Nasce infatti dall'incontro artistico e sentimentale tra Deborah Harry, di lì a poco per tutti Debbie, e Chris Stein. Tutti e due hanno esperienze musicali precedenti: Harry ha cantato nei First National Unaphrenic Church And The Bank (che nome!) e poi nel gruppo folk rock dei Wind In The Willows, fino al 1968. Stein nel 1967 con il suo gruppo dei First Crow To The Moon fa da spalla nientemeno ai mitici Velvet Underground al Gymanasium di New York. Nel 1973, dopo vari tentativi, mettono su una band con Billy O'Connor alla batteria, Fred Smith al basso e due coriste bionde. Il primo nome che scelgono è The Stilettos, poi trasformato in Blondie in chiaro riferimento all'aspetto e al carattere della cantante. Dopo un po' si aggiunge Ivan Kral alla chitarra, ma dopo pochi mesi Kral va a formare il Patti Smith Group e Smith entra stabilmente nei Television. Nel 1975 la formazione cambia: alla batteria Clem Burke, alle t...

Pere Ubu - Modern Dance (1978)

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di Silvano Bottaro La "danza moderna" opera prima dei Pere Ubu, rimane a distanza di trent’anni un disco straordinario. Ecco sì, straordinario è l’aggettivo che più gli si addice. Straordinario il nome Pere Ubu (Ubu Roi, pièce teatrale del commediografo francese di fine '800 Alfred Jarry), che non diceva niente a nessuno ma aveva un bel ’suono’. Straordinaria la voce di David Thomas, un gigante con i capelli a cespuglio che cantava con un vocione da orco. Straordinari i musicisti Revenstine, un cercarumori quando l’elettronica era tutt’altro che facile, il chitarrista Herman, un trasformatore elettrico da 125 in 380volts, la sezione ritmica di Krauss alla batteria e Maimone al basso che scandiscono una musica complessa e alienata. Straordinario il suono, un turbinio di note, con scenari post-industriali, schizofrenici e avanguardistici. Gli Ubu si auto producono quattro singoli, uno più feroce dell’altro, prima di giungere a questo favoloso esordio. Il disco è tirato ...

The Doobie Brothers - Minute By Minute (1978)

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Si inizia oggi con una band che nasce, verso la fine degli anni '60, a San Francisco, dalle ceneri di band attive nella Bay Area. Il chitarrista Tom Johnston e il batterista John Hartman arrivano dal country che suonavano nei Pud (nati da un'idea di quel genio che fu Alexander Skip Spence, ex Moby Grape), a cui si aggiunge un bassista, Dave Shrogen e un altro chitarrista, Patrick Simmons, proveniente dagli Scratch. Si trovano un nuovo nome, The Doobie Brothers (con doobie che è uno slang per lo spinello) e iniziano una storia che durerà fino ad i nostri giorni, ma che nel decennio '70 li vedrà protagonisti di una scalata ai vertici, di qualità e di successo, grandiosa, attraverso alcune delle canzoni definitive degli anni '70. Sin da subito la formazione ha dei puntellamenti: dal secondo disco, Toulouse Street (1972) entra in formazione Tiran Porter, bassista anch'egli proveniente dagli Scratch, a cui si aggiunge la seconda batteria di Michael Hossack. In questo dis...

Antonello Venditti - Sotto Il Segno Dei Pesci (1978)

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L’ultimo disco di questo scatolone incredibile che ho ritrovato in soffitta è uno dei dischi più famosi di sempre fatti in Italia. È un disco che segna un momento storico per il nostro Paese a cui indirettamente anche lui contribuisce, e uno più personale, che proietta l’autore a diventare una delle voci più famose, e incisive, della canzone italiana. È anche l’opportunità per raccontare di un cantautore che troppo spesso è stato bistrattato per il suo essere “commerciale” (definizione che per me ha valore di assoluta stupidità). Il disco di oggi esce l’8 Marzo 1978. 29 anni prima, era nato nello stesso giorno l’autore, Antonello Venditti. Proprio per questo, il titolo, profondamente autobiografico, è Sotto Il Segno Dei Pesci. Dico subito che nello scatolone ho la fortuna di avere una prima edizione originale: la stupenda copertina di Mario Convertino, designer celeberrimo di fortunatissime copertine di album e uno dei primi ad usare la grafica in TV (Mister Fantasy del 1981, di cui cu...

Van Morrison - Wavelenght (1978)

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di Silvano Bottaro Quando l’artista nord-irlandese pubblica questo album è il 1978 e ha già alle spalle un decennio abbondante di buona musica, costruita soprattutto attorno ai suoni del rythm and blues. Wavelenght (lunghezza d’onda) è un singolo che dà il nome a un album che ridà energia e slancio a George Ivan Morrison (Belfast, 1945) anche sul versante commerciale. Ma non troppo. Wavelength è la prova che un fuoriclasse riesce a esserlo anche dopo tantissimi capolavori. Morrison ha saputo interpretare la musica nera: forse perché non si è mai dimenticato di quel luogo comune secondo il quale gli irlandesi siano considerati i “neri” delle isole britanniche. Wavelength nasce soprattutto negli Stati Uniti, ed è infatti negli Usa che ottiene un successo, arrivando ai confini del ventesimo posto. Di religione protestante e figlio di genitori amanti del jazz, Morrison scrive e canta e suona chitarra, sax e armonica. Nella sua storia è stata straordinaria l’uscita dai blocchi: la leggend...

Molly Hatchet - Molly Hatchet (1978)

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La storia di musica di oggi non si sposta dalla Florida. Anzi, non si sposta nemmeno da Jacksonville, la città dei Lynyrd Skynyrd della scorsa settimana. Perchè quando nei primi anni ‘70 Dave Hlubek, chitarrista, voleva fondare una band, ai leggendari concittadini si voleva ispirare. Si aggregano a lui Danny Joe Brown, cantante dalla voce impostata e caratteristica, le due chitarre di Steve Holland e Duane Roland, per una nuova versione della linea a tre chitarre che fece la fortuna dei Lynyrd, una delle sezioni ritmiche più affiatate e toste del rock americano, Banner Thomas al basso e la grande tecnica di Bruce Crump alla batteria. Come nome scelgono Molly Hatchet, da quello di una leggendaria prostituta che durante la Guerra Civile decapitava i suoi clienti più rudi, e il cui fantasma a volte si ripresenta nelle spettrali serate invernali delle paludi di quei posti. L’inizio è complicato, e nonostante una incessant...

Little Feat - Waiting For Columbus (1978)

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Lowell George era un istrionico cantante e chitarrista americano della corte di Frank Zappa, nei Mothers Of Invention. Lì Incontrò il tastierista Bill Payne, ed ebbero l’idea di mettere su una band. Su questo nascono le prime leggende: si dice che Zappa lo “licenziò” dopo che George suonò un incredibile assolo da 15 minuti senza attaccare la chitarra all’amplificatore, oppure che fu lo stesso Zappa a suggerigli di andarsene dopo che vide il suo immenso talento quando Lowell presentò al maestro una canzone, Willin’ (di cui parlerò dopo), considerandolo sprecato come “solo” musicista della sua band. Sia come sia a George e Payne si accodò Roy Estrada, bassista di Zappa e Ritchie Howard alla batteria. Il batteria dei Mothers sfotteva sempre Lowell George per via dei piedi piccoli (little feet) e questo nomignolo fu usato da George per la propria band, cambiando però la grafia di feet in feat (impresa in inglese) come omaggio ai Beatles. I Little Feat dal 1971 al 1979, anno del primo sc...

Francesco De Gregori - De Gregori (1978)

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Nel 1976 ad uno dei più grandi cantautori del mondo (e non esagero) capitano due cose: con un disco, magnifico, Buffalo Bill, incanta ancora centinaia di migliaia di persone con i suoi ritratti di personaggi, più o meno grandi, e almeno due canzoni capolavoro come Atlantide e Festival; la seconda, poteva far finire la carriera musicale di Francesco De Gregori. MIlano, 1976. Al Palalido c’è un suo concerto in programma. L’atmosfera è tesissima perchè qualche settimana prima un gruppo di contestatori interruppe un concerto di Lou Reed, per i prezzi troppo alti dei biglietti. Gli organizzatori scelsero di far scorrere il concerto con le luci accese e fecero entrare anche molti senza biglietto. Ma non bastò. Un gruppo di giovani della sinistra extra parlamentare (su questo ci sono state mille rivendicazioni, ma non è tanto importante dire a quale sigla appartenessero o si dichiarassero appartenenti) ferma il concerto una prima volta. De Gregori li lascia parlare, poi riprende. Viene def...

Patti Smith Group - Easter (1978)

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La poetessa del rock arriva alla musica relativamente tardi: ha infatti già 28 anni quando, grazie a John Cale, uno dei miti musicali del ‘900 con i suoi Velvet Underground, la ragazza di Chicago irrompe nella storia rock con Horses (1975), uno dei dischi simbolo degli anni ‘70. A New York divide la stanza con Robert Mapplethorpe che spesso la fotograferà nella sua bellezza da bohemien, negli anni in cui la giovane Patti partecipava a reading di poesia, ad iniziative politiche e respirava l’aria decadente e creativa della New York dell’epoca. L’album di oggi però è un grande atto di riappacificazione con il mondo: durante il tour di Radio Ethopia (il suo secondo disco del 1976) una caduta dal palco le procura una ferita al collo. La Smith è sicura di rimanere paralizzata: ma ciò non accade, e inizia un percorso di profonda ricerca spirituale che culmina nel disco di oggi. Easter è la trascrizione in musica del suo viaggio di avvicinamento alla religione, soprattutto cattolica. Ad ac...

Siouxsie And The Banshees - The Scream (1978)

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Lo ammetto senza riserve: a me il punk non è mai troppo piaciuto. Il non totale allontanamento dal genere è frutto di alcuni personaggi come quello di oggi, che nel giorno di San Lorenzo potremmo paragonare ad una stella cadente… nera. Susan Janet Ballion nasce il mio stesso giorno, il 27 Maggio, ma del 1957. Ventenne è la regina del gruppo di groupie che segue i Sex Pistols, il Bromley Contingent. Si ribattezza Suzi, e entra in contatto con un altro personaggio stravagante di quel giro, Steven Havoc Bauley, alias Severin. I due iniziano a far sfoggi di look eccessivi e particolari, e faranno epoca le tutine aderentissime e scollattise di Suzi. Al concerto storico del 100 Club del 20 settembre 1976, la nascita del punk inglese, lei è sul palco, e si fa accompagnare da Severin, Sid Viciuos alla batteria, Marco Pironi alla chitarra (il quale dopo avrà una stagione di notorietà con i Adam And The Ants). Su quel palco Suzi si presenta come Siouxsie e il gruppo The Banshees, da un raccon...

Ivan Graziani - Pigro (1978)

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Fare rock in Italia verso la fine degli anni ‘70 non era cosa facile. Dopo la fine del periodo progressive, memorabile, venne in seguito la stagione dei cantautori, con strascichi polemici e politici che visti oggi sono stucchevoli più che mai. Eppure qualche figura piano piano iniziò ad emergere. Due in particolare mi piace ricordare: Edoardo Bennato e Ivan Graziani. Graziani è stato il magnifico perdente della musica italiana. Talento notevole, guizzi musicali niente male, una tecnica chitarristica eccelsa ma un successo tutto sommato mediocre. Nasce, secondo la diceria, sul traghetto che da Olbia porta a Civitavecchia e cresce a Teramo. Giovanissimo, fonda nel 1966 il primo gruppo Anonima Sound, con cui partecipa al Cantagiro dell’anno successivo, incidendo qualche 45 giro di scarso successo. Scrive un album totalmente strumentale, con il nome Tato Tomaso’s Guitar, per un periodo si presenta come Rockelberry Roll, e con questo nome scrive un album di rock anni ‘50, Desperation. L...

Pat Metheny Group - Pat Metheny Group (1978)

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Ci sono certi chitarristi che hanno l’aura magica di certi fantasisti del calcio o grandi campioni del basket: sanno con un guizzo magico risolvere un’azione, una partita, una situazione di gioco. Il chitarrista di oggi mi ha sempre dato questa sensazione, un fuoriclasse assoluto pronto con una delle sue idee ad illuminare la musica. E poi, cosa importante di questi tempi, è stato ed è ancora il simbolo della contaminazione musicale, pennellando di rock, funk, musica brasiliana, musica elettronica la sua tela jazz. Patrick Bruce Metheny, per tutti Pat Metheny nasce nell’agosto del 1954 in Missouri. Precocissimo, cresciuto in una famiglia di musicisti, inizia suonando la tromba, per poi passare alla chitarra elettrica dai 12 anni. A 15 anni vince un concorso indetto dalla nota rivista jazz Down Beat, che gli paga una settimana di stage con Attila Zoller, noto chitarrista jazz, che si accorge del talento di questo ragazzo e lo inserisce nel giro dei locali di New York e Kansas City. H...

Bruce Springsteen - Darkness On the Edge of Town (1978)

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Non esiste recensione o scritto su Darkness On The Edge Of Town che non parta dalla sofferta genesi del disco e dalla tragedia di un artista nel pieno dello zenith creativo costretto a tenere nel cassetto tonnellate di materiale di primissima qualità per meri motivi contrattuali. E proprio dalla scelta dolorosa di dover arrivare a dieci brani su almeno una cinquantina papabili nasce anche l'eterna discussione se era questo poi il disco migliore che lo Springsteen del 78 poteva far uscire o no. Di certo, al di là della riconosciuta grandezza del materiale (che ne fa il disco più amato dai suoi hard-fans), lo straordinario risultato della raccolta fu proprio quello di apparire come un opera unitaria, quasi un concept-album dedicato alla grande depressione del sogno americano post-Nixon e post-Vietnam, un diario perfetto di quel viaggio immaginario che dalle Badlands del mondo post-industriale del New Jersey e delle sue oscure periferie, portava ad una terra promessa ormai lontana....

Little Feat - Waiting for Columbus (1978)

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I Settanta sono stati anni gloriosi per il rock a stelle e strisce in tutte le sue varie sfaccettature, con una fervente attività in studio e non, con la relativa pubblicazione di album dal vivo entrati di diritto nella storia, per importanza storica e musicale. Waiting for Columbus, uscito nel 1978, oltre a far parte di questi ultimi, ha anche il pregio di fotografare un gruppo, i Little Feat, in uno dei momenti di loro massimo splendore. La band capitanata dal corpulento asso della chitarra slide, Lowell George, sembra nata per calcare le assi di un palcoscenico, dove la loro intrigante formula sonora a base di blues, folk, elementi soul e un'impronta ritmica tipicamente neworleansiana, è libera di emergere in tutta la sua magnificenza. Attorniato da strumentisti dalle eccelse doti tecniche (Paul Barrere e Bill Payne su tutti) George ci guida in un orgiastico calderone sonoro che a partire dalla sarabanda ritmica in puro stile New Orleans di Fath Man in the Bathtub, passando p...

Hank Williams - 40 Greatest Hits (1978)

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Nonostante la pletora di antologie e cofanetti che si sono succeduti nel tempo, causa oggi anche una più facile libertà d'azione in tema di diritti d'autore, il sintetico 40 Greatest Hits, nella sua improponibile copertina giallo canarino con al centro una foto sbiadita in bianco e nero resta ancora la summa più travolgente dell'arte drammatica di Hank Williams. Quaranta tappe di un brevissimo (cinque anni scarsi dal maggio '47 al capodanno del '53) eppure interminabile calvario umano tradotto in musica, per una delle icone assolute della musica popolare americana. Come Johnny Cash, Woody Guthrie e pochi altri Williams è stato dentro il genere e fuori dai generi, caposaldo di una verità country spiattellata con cruda fermezza e al tempo stesso autore che ha trasceso la nicchia dell'odiata Nashville (quella che lo cacciò con infamia) per arrivare a tutti i cuori infranti della nazione. La sua musica, i suoi versi, schietti, tragici contengono una realtà che ra...

Vari - No New York (1978)

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«Il punk? Nient'altro che canzoni di Chuck Berry suonate con amplificatori più potenti, a tre volte la velocità dell'originale». «A ripensarci ora, il progetto comune era semplice: far uscire la gente dalla prigione del rock usando i suoi stessi strumenti». La prima frase, d'epoca, è di Lydia Lunch (Teenage Jesus And The Jerks), la seconda risale al 2004, ed è stata pronunciata da Mark Cunningham dei Mars. Due protagonisti di quella breve stagione newyorkese che va sotto il nome di No Wave e che trova precisa documentazione in un'antologia ideata e realizzata nella primavera del 1978 da Brian Eno, in città per mixare il secondo album dei Talking Heads. E impossibile trattare i protagonisti della No Wave come le rockstar che loro disprezzano: di quelli presenti sull'antologia di Eno, tre soli hanno avuto carriere vere (Arto Lindsay, che all'epoca fa parte dei DNA, Lydia Lunch e in misura minore James White dei Contortions); la scena non arriverà mai a contare ...

The Police - Outlandos D' Amour (1978)

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Altro che Malcolm McLaren, altro che Sex Pistols, questa è la vera truffa del rock'n'roll, alla fine degli anni Settanta. Nei Police non c'è nulla di vero: i tre non sono biondi, uno di loro (il chitarrista Andy Summers) è decisamente più anziano degli altri due (anche se cantano Born In The 50's, nati negli anni Cinquanta), nessuno di loro ha una benché minima credenziale punk — essenziale per spuntare dal nulla a Londra nel 1977 - e per di più tutti e tre sono bianchi come il latte pur suonando un rock'n'roll che ammicca ai sapori caraibici del reggae. Il cantante-bassista, che si fa chiamare Sting, e il batterista, che si chiama Stewart Copeland e ha suonato con i Curved Air, si detestano apertamente e fanno in modo che tutti lo sappiano. A dire il vero, l'aspetto più punk di tutto il progetto-Police è l'assoluto cinismo con il quale i tre si pongono rispetto alla retorica del gruppo rock: vince il pragmatismo, le menate sull'essere nuovi, verg...

Elvis Costello - This Year's Model (1978)

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Lui viene dal pub rock, il tipo di blues rock che appunto si suona nei pub e che nella Gran Bretagna degli anni Settanta è sinonimo di classe operaia. Abita in un palazzone anonimo alla periferia di Londra: quando gli domanderanno se avesse mai visto un gruppo punk dal vivo, risponde che al mattino si alzava presto per andare a lavorare, e che oltre mezzanotte la metropolitana chiude e chi li aveva i soldi per un taxi? Dirà però di aver ascoltato il primo album dei Clash per 36 ore consecutive e di aver capito in quel momento che il rock'n'roll stava cambiando, e che ci sarebbe stato spazio anche per lui. Non fa più pub rock, il suo talento di autore partito dalle atmosfere cantautorali alla Joni Mitchell, alla Randy Newman - l'ha condotto su un terreno nuovo, più contemporaneo: il primo album My Aim Is True, uscito nel 1977, lo fa autorevolmente definire (da «Rolling Stone») «rocker arrabbiato e letterato». Lui dice che due soli sentimenti lo ispirano praticamente sempr...

Tom Waits - Blue Valentine (1978)

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Ci sono un prima e un dopo nella lunga vita artistica di Tom Waits? C'è forse una sottile linea "blue" che unisce la voce glabra di Martha e del cuore che batte il sabato sera, con le trame, a confronto, ermetiche e oblique di Mule Variations? Oggi la storia è scritta ma c'è da chiedersi chi era nel 1978 Tom Waits. L'amante ubriaco di Rickie Lee Jones, il presente e il futuro, il disperato rapace notturno di sensazioni nel caldo soffocante di Pomona, il jazz e il blues consumati nello stesso bancone di Nightawk At The Dinner; il musicista, il trovatore del piano alcolico, l'appassionato della banda dell'esercito della salvezza, l'accompagnatore alla ricerca della sua Muriel che non c'è più e "a causa di ciò il locale ha chiuso". Il Tom Waits dell'epoca vive in un mondo iconografico, ma frequenta un universo tutto suo, fatto di cuori sbandati e animi solitari, legati unicamente da quell'insostenibile nostalgia per quello che si ...

E T I C H E T T E

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