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Lucinda Williams – Blessed (2011)

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di Silvano Bottaro Lucinda è tra le mie preferite, non a caso infatti il suo West del 2007 fu per me il miglior album di quell’anno. Un grande disco, innovativo, suggestivo e profondo. Dopo la pubblicazione nel 2008 di “Little Honey”, un album non certo brillante, abbiamo la fortuna di avere tra le mani questo ottimo lavoro che porta il titolo di “Blessed”, il suo decimo disco in studio. Blessed è un disco maturo, dodici canzoni equilibrate, dove la saggezza, la sensibilità e la bravura della cinquantottenne cantante statunitense traspare in maniera evidente. Se ancora una volta, come in “West”, i testi delle sue ballate sembrano esprimere una certa malinconia e a volte anche tristezza, in realtà, celano un cauto ottimismo, una riflessione positiva sulla vita. Anche nel suono, questa poetessa rock evidenzia una maggior ispirazione e grazie all’uso di chitarre elettriche il sound è meno rarefatto e più aggressivo. Terzo elemento fondamentale è la voce, intensa e particolar...

Lucinda Williams - World's Gone Wrong (2026)

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di Silvano Bottaro World’s Gone Wrong è un album che respira allerta e impegno, quasi una moderna sinfonia di protesta. Fin dal titolo – che potrebbe tradursi con “Il mondo è andato storto” – Lucinda Williams disegna un paesaggio sonoro segnato da tensioni sociali, difficoltà quotidiane e smarrimento collettivo, ma anche da una ferma volontà di resistenza e di empatia.  La sua voce, graffiata e vissuta, resta al centro della narrazione: non è solo espressiva, ma porta con sé la storia, le ferite e la saggezza di una vita trascorsa tra musica e realtà politica. Anche dopo un ictus che ne ha rallentato i movimenti, Williams ha ripreso a incidere e a performare con intensità, e questa esperienza di lotta personale si riflette nel tono dell’album, segnato da resilienza e autenticità. Un disco che ci spiattella i mali del mondo, suggerisce azioni e ci fa sognare un futuro diverso. Un grande disco: potente, fiero e resistente. Un disco che questi tempi meritano.

Lucinda Williams - Car Wheels on a Gravel Road (1998)

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La rottura definitiva col partner di vecchia data Gurf Morlix, una sfilza di controversie coi produttori (prima il citato Morlix, poi un seccato Steve Earle, in tandem con Ray Kennedy nel cosiddetto Twangtrust, e infine un provvidenziale Roy Bittan), sei anni di registrazioni ininterrotte tra Austin e Nashville, vari esaurimenti nervosi: questo, in sintesi, il prezzo pagato da Lucinda Williams per incidere il suo quinto album. Tanto che viene da domandarsi se le aspre recriminazioni tra garage e roots-rock di Joy ("Hai rubato la mia gioia / La voglio indietro / Non avevi alcun diritto di prendere la mia gioia / La rivoglio indietro") non siano in effetti indirizzate allo stesso Car Wheels On A Gravel Road. Considerato il capitolo cruciale della carriera dell'artista, Car Wheels, nondimeno, non risulta il più elegante né il più rockista, non il più suggestivo né il più pestato (titoli che spettano, rispettivamente, a West [2007], Blessed ['11], Essence ['01] e...

Lucinda Williams - Where The Spirit Meets The Bone (2014)

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di Paolo Carù Era da parecchio che attendevo il nuovo disco della Williams, da tre anni almeno, da Blessed, un signor disco. Blessed, a sua volta, veniva dopo due dischi, a mio parere, meno riusciti: West e, sopratutto, Little Honey. Down When The Spirit Meets The Bone è invece un bel disco, anzi un grande disco. Prima di tutto è doppio, ed è la prima volta che la Williams mette sul piatto 20 canzoni nuove, non lo aveva mai fatto. 20 canzoni, anzi 19, composte da lei. Di doppi ne aveva pubblicati due: il Live @ The Fillmore e l’edizione speciale di Blessed. Ma questa è la prima volta che la cantautrice pubblica 20 canzoni nuove di zecca. Una proposta ricca, piena di musica, gonfia di chitarre. Questo è un disco di chitarre in primo luogo perchè, oltre ai fidi Val McCallum, Greg Leisz e (in una sola canzone) Doug Pettibone, Lucinda ha chiamato a sé Tony Joe White, Bill Frisell, Jonathan Wilson e Stuart Mathis (chitarra nei Wallflowers di Jakob Dylan). E questo perchè le canzon...

Lucinda Williams - West (2007)

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di Silvano Bottaro Settanta minuti su settanta senza nessuna caduta, la Williams ha fatto tredici! Tredici pezzi uno più bello dell’altro, senza noia, senza discontinuità. Un disco suggestivo, profondo. Anche se i testi introspettivi parlano di “perdite”, perdita di un amore, perdita della madre, perdita di affetti, la Williams non si perde d’animo, i suoi brani diventano un canto liberatorio e fa trasparire anche su delle liriche tristi e drammatiche, un suono emotivo carico di forza, di ottimismo e di speranza. In questo nono album, si sente la straordinaria partecipazione di Bill Frisell, che con la sua chitarra eclettica, traccia un segno ritmico indelebile, in tutto il disco. Quest’opera musicale è un susseguirsi di grandi ballate cariche di grandi emozioni, di grande musica. Ascoltare per credere. 

Lucinda Williams – Good Souls Better Angels (2020)

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di Blackswan Sono passati quattro anni dal cupo soliloquio interiore di Ghosts Of HIghWay 20. Quattro lunghi anni in cui la Williams ha rimasticato quel profondo dolore che l’aveva portata a raccontare i fantasmi della propria vita, quattro anni di rielaborazione, interrotti solo dalla collaborazione con Charles Lloyd e dalla rilettura di Sweet Old World, estemporanea resipiscenza per attualizzare e rendere ancora più bello uno dei suoi dischi più importanti. Si è presa tutto il tempo che le serviva, Lucilla, per metabolizzare e trasformare quella sofferenza nella rabbia che pervade ogni singola nota di Good Souls Better Angels. Rabbia nera, rabbia vera, senza filtri, senza la mediazione della distanza. Non ci sono pose né intellettualismi, ma solo la presa di coscienza della inesorabile deriva etica dell’umanità, guardata dalle prime fila dell’America di Trump, bersaglio primario delle invettive della Williams. Se Ghosts Of Highway 20 era un disco impegnativo e scorbutico, in ...

Lucinda Williams – This Sweet Old World (2017)

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di Fabio Cerbone Chiedersi le ragioni di una rivisitazione discografica è legittimo, e ci sia concesso anche un principio di sospetto. Poi sarà la musia, come sempre, a scacciare ogni dubbio. Stiamo parlando dell'idea di Lucinda Williams e del suo compagno e produttore Tom Overby di incidere una seconda volta l'album Sweet Old World del 1992, oggi ribatezzato This Sweet Old World. Operazione non priva di implicazioni quella di una artista che ritorna su suoi passi, pensando addirittura di reinterpretare un intero album: o qualcosa non ha funzionato ai tempi, ed è rimasto una sorta di conto in sospeso, oppure si è di fronte ad una tale mancanza di ispirazione da dover ricorrere alla retromania più assoluta. Sperando che non sia l'annuncio di una pericolosa moda per gli anni a venire e per la sopravvivenza del rock'n'roll, la prima delle due tesi sembra quella più adatta a Lucinda Williams. Sweet Old World è il disco-testimonianza di un passaggio tormentato, d...

Lucinda Williams The Ghosts Of Highway 20 (2016)

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di Fabio Cerbone Lunga linea di asfalto - delle tante che segnano l'immaginario musicale americano - la Interstate 20 attraversa le terre del Deep South, unendo in un solo colpo d'occhio la Carolina del Sud con il Texas, passando per Georgia, Alabama, Mississippi e il nord della Lousiana, luogo quest'ultimo da cui la stessa Lucinda Williams proviene. È in questo dato geografico e umano che risiede il senso ultimo delle quattordici canzoni raccolte in The Ghosts of Highway 20, un ciclo di memorie, caratteri (e fantasmi, appunto) che hanno la velleità di un concept album e l'anima di un'unica ballata dolente. Segnato dalla morte del padre Miller Williams, già evocato nel precedente Down Where the Spirit Meets the Bone, intriso di ricordi e invocazioni nate sulla strada, tra le miglia percorse in una vita di autrice e musicista vagabonda e controcorrente, il disco entra di diritto in quella schiera di produzioni di Lucinda Williams che si fanno scontrose, inquiete...

E T I C H E T T E

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