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Visualizzazione dei post con l'etichetta 1971

Black Sabbath - Master Of Reality (1971)

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 Quando Frank Anthony Iommi, per tutti Tony, già provetto chitarrista, a 20 anni fu scelto come chitarrista dei Jethro Tull, doveva solo completare pochi turni nella fabbrica di Birmingham dove era un metalmeccanico addetto alle presse: malauguratamente un incidente gli amputò le falangi superiori del medio e dell'anulare della mano destra. Provò quindi a imparare a suonare da destro ma non ci riuscì e cadde in un periodo di profonda depressione, decidendo di abbandonare la chitarra; un giorno, però, ascoltò la musica di Django Reinhardt, celebre chitarrista belga di origini sinte che continuò a suonare pur essendo rimasto menomato ad una mano a causa di un incidente e considerato uno dei più grandi maestri della tecnica chitarrista. Al liceo incontro un tipo dal carattere "alternativo", Ozzy Osbourne, e rimasero in contatto anche quando lavorava in fabbrica. A fine anni '60 assieme al batterista e suo compagno di scuola Bill Ward, risponde ad un annuncio che Osbourne...

Mountain - Flowers Of Evil (1971)

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 Il misterioso legame dei dischi di Settembre (vabbè orami lo avete capito, ma facciamo finta di... no) ci porta a New York, tra la fine degli anni '60 e gli inzi della '70, dove il genio di un personaggio tanto carismatico quanto imprevedibile fa nascere una band che, per quanto effimera, ha lasciato una piccola traccia nella musica rock e per cui io, per quei motivi inspiegabili che solo le simpatie conoscono, ho un debole particolare. Felix Pappalardi, nato nel Bronx negli anni '30 da genitori pugliesi, di Gravina di Puglia, ebbe fama quando fece parte di quel progetto grandioso che furono i Cream, con sua maestà Eric Clapton, il bassista Jack Bruce e il batterista Ginger Baker. Dopo che i Cream si sciolsero, Pappalardi torna negli Stati Uniti e si mette a fare il produttore: lavora con Joan Baez, Fred Neil, Tim Hardin, i Lovin' Spoonful e gli Youngbloods (quest'ultimo un disco bellissimo, The Youngbloods, 1967). La ATCO, prestigiosa etichetta musicale, visto il ...

Janis Joplin - Pearl (1971)

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di Silvano Bottaro Atto finale della più grande cantante blues bianco mai esistita poco prima della sua morte, avvenuta il 4 ottobre del 1970, a causa di un miscuglio di alcol e droga. Pearl è il canto del cigno di una donna sola, infelice, che canta la sua tristezza con rabbiosa determinazione. A due passi dall'autodistruzione Janis Joplin realizza a Los Angels il sogno di emulare la sua antica maestra nera, Bessie Smith . Ogni brano è un gemito, un pianto disperato dove il sesso e l'anima si uniscono per diventare emozione sconvolgente, viva, esplosiva. Non ci sono più le certezze di essere l'unica star di un gruppo di dilettanti come i Big Brothers  nè il dilemma e la paura del fallimento con la degenerazione sonora di Kozmic Blues, ma c'è un'artista che sente la fine un attimo prima e vuole dare il meglio di sè per esser ricordata. Uscito postumo, Pearl è un epitaffio alla Spoon River. Si possono rintracciare canzone dopo canzone, nascita, splendore, miseria...

Spring - Spring (1971)

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Il tema legante le storie musicali di Aprile non è così fantasioso: è la primavera. Ma le storie dei dischi che ho scelto accumunati da questo tema sono davvero interessanti e, come quella di oggi, dal punto di vista "mitologico" quelle che a me piacciono di più. Per iniziare torniamo a fine anni '60 in Gran Bretagna, agli albori dell'era progressive. Gli aficionados della rubrica sanno che è uno dei miei periodi musicali preferiti, cassa del tesoro infinita da cui attingere musica grandiosa. E la perla di oggi è per molti versi unica. Tutto inizia a Leicester, nel 1969, quando si fonda un gruppo musicale: Pat Moran cantante, Ray Martinez chitarrista e Kips Brown alle tastiere sono il nucleo degli Spring, su cui ruoteranno altri musicisti amici. Hanno una particolarità unica: suonano anche ben tre Mellotron, che dà alla loro musica la maestosità di una orchestrazione ben più grande. Il mellotron, lo strumento principe del prog, fu il primo "computer musicale...

The Mahavishnu Orchestra with John McLaughlin - The Inner Mounting Flame (1971)

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Mahavishnu: nella religione induista è uno dei nomi di Vishnu, e vuol dire all'incirca Divina compassione, potere e giustizia. Fu il maestro spirituale Sri Chinmoy, una delle figure più carismatiche e importanti nella diffusione delle filosofie indù in Europa e negli Stati Uniti, a dare questo nome al nuovo progetto di John McLaughlin. Il chitarrista era agli inizi degli anni '70 la nuova stella della chitarra jazz, uno dei personaggi decisivi e più incisivi nella nascita della jazz fusion. Era già famoso per il suo virtuosismo quando nella seconda metà degli anni '60 arriva negli Stati Uniti, dopo aver svezzato un'intera generazione di chitarristi inglesi (primo fra tutti un certo Jimmy Page). E fu quasi per caso che appena prima delle registrazione di In A Silent Way (1969): McLaughlin era negli USA da poche settimane per registrare con il fido batterista del secondo quintetto di Miles Davis, Tony Williams (il disco era Emergency! in power trio Williams, McLaughlin e ...

Miles Davis - Live-Evil (1971)

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Quando si ascoltò questo disco per la prima volta, i critici ebbero un profondo senso di smarrimento: Come bisogna definirlo? Cosa è? È jazz? È rock? È qualcosa di altro? In parte era lo scopo del suo creatore, in parte perfino a lui, genio incontrastato delle rivoluzioni musicali, qualcosa "sfuggì di mano", divenendo addirittura qualcosa di altro dalla sua idea primigenia. Questo è un disco che parte da un percorso iniziato qualche anno prima, quando Miles Davis e il suo storico secondo quintetto iniziano ad esplorare le possibilità che gli strumenti elettrici e le strutture della musica rock possono dare al jazz. I primi esperimenti con Miles In The Sky (1968), poi con quel capolavoro magnetico che è In A Silent Way (1969), il primo con la nuova formazione elettrica, la quale sviluppa a pieno quella rivoluzione che va sotto il nome di jazz fusion con il fragoroso, e irripetibile, carisma musicale rivoluzionario che fu Bitches Brew (1970, ma registrato qualche giorno dopo il...

Fabrizio De André - Non Al Denaro Non All’Amore Nè Al Cielo (1971)

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La piccola scelta di dischi ispirati a grandi romanzi non poteva che finire con questo disco. Senza dubbio è forse il primo che viene a mente riguardo al tema di un disco italiano che ha la caratteristica appena citata, e rimane uno degli episodi più significati della carriera, straordinaria, del suo autore. Fabrizio De André aveva appena pubblicato un disco che, in teoria, poteva benissimo rientrare nel tema principale di Febbraio: La Buona Novella (1970) infatti era un concept, tipologia molto cara all’autore genovese, che si ispirava ai Vangeli Apocrifi. Il Gesù di De André è profondamente umano, in una Palestina antica che in molti passaggi rimanda ai riflessi dell’Italia degli anni ‘70, in una sorta di porta incantata di quotidianità. Allora lo aiutarono Roberto Danè, produttore, paroliere, arrangiatore che proprio in quegli anni fondava la Produttori Associati (che pubblica il disco) e gli arrangiamenti di Giampiero Reverberi. Album toccante, ha una delle mie canzoni preferite di...

Faust - Faust (1971)

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Probabilmente, è questo disco che descrive appieno l’idea di “strano” che mi è venuta in mente per le scelte di Gennaio. Siamo a fine anni ‘60: come ho raccontato qualche mese fa in un mese dedicato al kosmik rock, la Germania, soprattutto occidentale ma non solo, sfornò una serie di band creative che spostano il concetto di rock band ai limiti estremi di un certo percorso ideologico, a lambire l’avanguardia, la musica concreta e le sperimentazioni elettroniche. Eppure la band di oggi nasce con uno scopo ben più utilitaristico: Uwe Nettelbeck, critico musicale e cinematografico, produttore e agitatore culturale ha in mente di creare una band che possa inserirsi nel filone di successo e di “fama” delle prime grandi band del movimento, tra tutte Can e Kraftwerk. Mette insieme dei musicisti, per lo più autodidatti, per un ensemble la cui prima formazione era composta da: Hans Joachim Irmler all’organo e la parte elettronica, Zappi Diermaier alla batteria, Arnulf Meifert alle percussioni, ...

The Trip - Caronte (1971)

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Una delle conseguenze secondarie del boom economico italiano fu che una intera generazioni di giovani avesse disponibilità economica anche per la musica. Questo fece sì che il mercato discografico italiano fosse uno dei più floridi e ricchi del mercato europeo, e con praterie inesplorate di stili musicali. La storia della band di oggi inizia proprio così, quando Riki Maiocchi, cantante de I Camaleonti, volò a Londra per reclutare una nuova band per la sua carriera solista nel 1966. Ad accompagnarlo, il batterista Ian Broad, e i due scelgono alcuni promettenti ragazzi: il chitarrista Ritchie Blackmore, il bassista Arvid “Wegg” Andersen e un secondo chitarrista di nome Billy Gray (che aveva suonato addirittura con Eric Clapton e proveniva dagli scozzesi Anteeeks). A ottobre il cantante e i musicisti si presentano sui palchi italiani sotto la sigla Maiocchi & The Trip, ma già a dicembre Blackmore torna in Inghilterra per diventare, appena un anno più tardi, il chitarrista dei mitici D...

Can - Tago Mago (1971)

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Julian Cope, oltre che leader e cantante di quella scheggia musicale che furono i mitici Teardrop Explosion, è stato anche produttore musicale, archeologo e finissimo musicologo. Di questa ultima sua abilità, il suo primo lavoro fu un bellissimo disco tributo alla musica tedesca che in queste mese settimana sto raccontando, dal titolo Krautrocksampler: One Head's Guide To The Great Kosmische Musik - 1968 Onwards, pubblicato nel 1995 e tradotto in italiano nel 2006 dall’editore Fazi. Opera fondamentale per la critica della musica cosmica, del disco di oggi Cope dice: ”è un disco che suona uguale solo a sé stesso e che non somiglia a nessun’altra opera che l’abbia preceduto o seguito”. Aggiungo io che anche la storia del gruppo che lo suonò non è niente affatto male. Tutto comincia nel 1968 su impulso di Irmin Schmidt, pianista allievo della scuola di Karl Heinz Stockhausen, e già concertista di talento. A lui si aggiungono Holger Czukay, altro genio e anch’egli allievo nella stessa ...

Joni Mitchell - Blue (1971)

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di Silvano Bottaro Joni Mitchell è la compagna musicale fin dalla mia adolescenza. Era nel ’74, che io allora quindicenne , grazie a Carlo Massarini e ai programmi radiofonici serali della radiorai , ascoltai Blue , da quella volta non la persi più di vista. Ogni qualvolta ascoltavo questo disco eseguivo quasi un rito; lentamente prendevo il vinile, come fosse un oggetto di culto, lo mettevo sul giradischi come pesasse dieci chili, e al rallentatore appoggiavo il pick -up nei suoi solchi, quasi a non volerlo consumare . Ricordi, sono ricordi ancora presenti nella mia mente, che però non rimangono solo tali, ma anzi rafforzano il mio presente. Le dieci canzoni di Blue sono dei veri e propri autoritratti, sono racconti quotidiani in forma di canzoni. Esprimono i suoi sentimenti, il suo spirito tormentato, il suo punto di vista tipicamente femminile sulle contraddizioni dell’animo umano. Un disco intimo come le pagine di un diario, sono pensieri e appunti racchiusi in...

The Rolling Stones - Sticky Fingers (1971)

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Nel 1970 i Rolling Stones erano in procinto di creare la loro propria etichetta discografica. Un accordo con la Decca li obbligava a produrre un ultimo disco. Il successo incredibile del tour negli Stati Uniti portò alla pubblicazione clandestina di uno dei loro infuocati concerti in uno dei bootleg più famosi della storia, Live’r Than You’ll Ever Be (registrato ad Oakland il 9 Novembre del 1969). Per trarne vantaggi, la Decca pubblicò un live ufficiale, Get Yer Ya-Ya’s Out!’: The Rolling Stones in Concert, con registrazioni di concerti a New York e Baltimora, che non solo è uno dei più grandi dischi live di tutti i tempi ma è il primo live in assoluto che arriva numero 1 in classifica in Gran Bretagna. Dopo aver fatto anche l’attore nel film Ned Kelly, Mick Jagger contatta il Royal College of Art per la creazione di un piccolo logo per la carta da lettere della nuova etichetta discografica: il college mette a disposizione di Jagger...

Tangerine Dream - Alpha Centauri (1971)

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Le storie di musica sulle copertine cosmiche mi hanno spinto a creare una appendice, poiché uno dei più importanti movimenti musicali europei aveva a che fare con una dimensione cosmica. Dirò di più: quello che da fine anni ‘60 a fine anni ‘70 (per i filologi della storia rock, 1967-1977) movimento la musica rock tedesca è stato il più grandioso e interessante movimento musicale non anglofono, sia per la nazionalità sia per i riferimenti concettuali e culturali, della musica occidentale. Tanto che il Melody Maker nel 1972, nell’anno successivo alla sua “esplosione”, lo definì in maniera alquanto denigratoria krautrock. In verità, è con l'espressione tedesca Kosmische Musik che il produttore musicale e scrittore tedesco Rolf-Ulrich Kaiser nella sua Das buch der neuen Pop-Musik, del 1969, prima enciclopedia della musica pop mai scritta (pubblicato per la prima volta nel 1971 dalla Arnoldo Mondadori Editore con il titolo Guida alla Musica Pop) definì il fermento musico-culturale di qu...

King Crimson - Islands (1971)

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La favolosa (per l’epoca, siamo agli inizi degli anni ‘70) fotografia della nebulosa Trifida nella costellazione del Sagittario accompagnò l’uscita dell’edizione europea di questo disco (gli americani, non so perchè, preferirono un disegno con il nome della band e il titolo dell’album, che nell’edizione europea non cerano se non sul retro). I King Crimson di Robert Fripp sono una delle band più visionare, imitate e fenomenali della storia del rock. Fripp è stato per almeno un decennio, diciamo dall’uscita del loro clamoroso debutto, In The Court Of The Crimson King, 1969, fino a Heroes di David Bowie, 1979 (in cui il suo contributo creativo è fortissimo) uno dei pilastri della musica popolare occidentale. Eppure sebbene in due anni i suoi King Crimson sfornino 3 dischi leggenda (non solo il primo, ma poi In The Wake Of Poseidon e l’altrettanto magico Lizard) Fripp è costretto a ben 4 cambi di formazione. Agli inizi del 1971, è ormai solo con Peter Sinfield, fido paroliere, co fondatore...

Yes - Fragile (1971)

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Le favolose prime immagini del telescopio spaziale James Webb mi hanno spinto a cercare un filo conduttore galattico per le storie di musica agostane. Le esplorazioni spaziali ebbero il loro inizio eccitante proprio quando la musica rock stava spiccando il volo, e l’influenza fu sin da subito centrale sia per i nomi delle band, che per ispirazioni musicali nonché per quelle delle copertine degli album. E proprio questo sarà il filo rosso delle scelte di questo mese: copertine che hanno a che fare con lo spazio (con sorpresa finale,lo anticipo). Per cominciare però vorrei partire da una interpretazione artistica di questo argomento, mettendo in campo un sodalizio artistico musicale tra i più grandi di tutti tempi. Ma partiamo dalla musica. Gli Yes sono stati tra i giganti del progressive, e rimangono a tutt'oggi uno dei gruppi più preparati, più potenti e ineccepibili della storia del rock. Nascono verso la fine degli anni ’60, quando Peter Banks, Jon Anderson, Chris Squire, Tony Ka...

E T I C H E T T E

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