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Visualizzazione dei post con l'etichetta 2024

Classifica 2024

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The Smile - Wall of Eyes - Leggi The Cure – Songs of a Lost World - Leggi Nick Cave & The Bad Seeds - Wild God - Leggi Pearl Jam - Dark Matter - Leggi The Smile - Cutouts - Leggi Fontaines D. C. - Romance - Leggi Rosali - Bite Down - Leggi Sprints - Letter To Self - Leggi Lyr - An Unnatural History - Leggi King Hannah - Big Swimmer - Leggi Brown Horse - Reservoir - Leggi Snow Patrol - The Forest Is the Path - Leggi Jeremie Albino - Our Time In The Sun - Leggi The Avett Brothers - The Avett Brothers - Leggi St. Vincent - All Born Screaming - Leggi Vera Sola - Peacemaker - Leggi Bodega - Our Brand Could Be Yr Life - Leggi The The – Ensoulment - Leggi Los Campesinos! - All Hell - Leggi Phish - Evolve - Leggi Pixies - The Night the Zombies Came - Leggi Warren Haynes - Million Voices Whisper - Leggi The Hard Quartet - The Hard Quartet - Leggi Gillian Welch and David Rawling - Woodland - Leggi MJ Lenderman - Manning Fireworks - Leggi Kiely Connell - My Own Company - Leggi The Bevis Frond...

Jontavious Willis - West Georgia Blues (2024)

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di Fabio Cerbone  Dalla Georgia più rurale direttamente al mondo, per diffondere il verbo del blues o di quello che ne è rimasto e che ancora vibra delle emozioni del passato. Battito minimale e voci a cappella introducono il West Georgia Blues di Jontavuous Willis, curioso nome di un musicista che non da adesso sta cercando di aprirsi un varco nella tradizione, conservandola e al tempo stesso offrendole una nuova vita, in linea con gli esordi che furono di colleghi quali Corey Harris o Alvin Youngblood Hart. Il discorso musicale di Jontavious è coerente e non sceglie a caso il sentimento incontaminato del gospel per aprire le porte del suo viaggio di ricognizione nella Georgia, che è la casa della sua famiglia dal 1823 (così canta nel brano omonimo): educato nella Mount Pilgrim Baptist Church del nonno fin da bambino, dalla gospel music alla “mondanità” del blues il passo è breve si sa, con tutte le tentazioni del caso, se volessimo seguire il racconto affabulatorio del genere. Si...

Jake Xerxes Fussell - When I'm Called (2024)

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 di Yuri Susanna  Dopo quattro album licenziati dalla meritoria Paradise of Bachelors, Jake Xerxes Fussell approda nei ranghi della più blasonata Fat Possum, ma senza dare particolari scosse a una visione estetica che era già ben delineata fin dal primo vagito discografico (correva l’anno 2015) e senza mostrare la volontà di battere strade troppo lontane da quelle che gli hanno fin qui attirato lode e ammirazione pressoché incondizionate. Anzi, dove la precedente, penultima fatica, apriva timidamente alla scrittura personale (su Good and Green Again ben quattro brani portavano la sua firma), When I’m Called torna a scavare (quasi) esclusivamente nel repertorio tradizionale, concedendosi solo qualche eccentricità nella scelta delle fonti cui attingere. E’ il caso per esempio della canzone che intitola l’album, che nasce da una sorta di decalogo del bravo studente ritrovato su una rivista (“Risponderò quando mi chiameranno, non ballerò la breakdance nei corridoi, non riderò dura...

Jeffrey Foucault - The Universal Fire (2024)

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di Fabio Cerbone  Ritrovare Jeffrey Foucault a sei anni dal suo ultimo album di inediti, Blood Brothers, e ritrovarlo così, nella forma più compiuta e nelle migliori condizioni di ispirazione possibili, è una bella notizia: per chi ha colto fin dagli inizi le qualità delle liriche di questo songwriter, tra più evocativi della sua generazione, e in generale per chi ha a cuore le sorti di una canzone folk (rock) americana che guarda all’insegnamento dei “grandi maestri” senza sentirsene prigioniera di stili e parole. Foucault utilizza la sua tavolozza di colori, una voce caratteristica e in questa occasione più che in passato una band che gli possa mettere a disposizione nuovi spazi sonori. Un’occasione troppo importante per non sfruttarla a pieno, quella di avere, tra gli altri, John Convertino (Calexico) alla batteria, Eric Heywood (già con Son Volt, Richard Buckner e mille altri) alla pedal steel e Mike Lewis (collaboratore nel progetto Bon Iver) al sax, piano e organo, nonché tit...

Warren Haynes - Million Voices Whisper (2024)

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di Iputrap In un mondo musicale che spesso si è arreso alla produzione di musica di plastica e cantata “per finta”, avere con noi Warren Haynes è una gioia e un privilegio colossale. Il chitarrista e cantante statunitense si è sempre mosso tra blues, funk e southern rock, e dobbiamo necessariamente citare gli Allman Brothers degli anni Novanta e Duemila, rivitalizzati dal suo tocco e da quello del “fratello di sei corde” Derek Trucks, e quella creatura meravigliosa e intensamente caotica chiamata Gov't Mule, ma può semplicemente essere definito come un musicista che mette il “soul” in ogni cosa che suona e canta, come facevano i suoi colleghi negli anni Sessanta e Settanta. Per questo motivo, una sua uscita solista non è mai da archiviare con velocità o non va sottovalutata, anche perché in quarant’anni di carriera i dischi a suo nome sono soltanto quattro, compresa questa novità appena uscita. Chi scrive è sicuramente e particolarmente affezionato a Tales of Ordinary Madness, il s...

Spencer Thomas - The Joke of Life (2024)

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 di Fabio Cerbone  Athens, Georgia non si smentisce neppure questa volta, città musicale accogliente e “alternativa” per eccellenza del rock americano, luogo ideale per far maturare talenti in cerca di identità. È ciò che è accaduto anche a Spencer Thomas, giunto qui nel 2020 dalla sua Jackson, Mississippi, dopo un girovagare incerto che dalle iniziali avvisaglie soliste (Hanging Tough l’esordio del 2019, in precedenza batterista e autore per la band locale Young Valley) lo ha trascinato per mezza America prima che la pandemia bloccasse tour e “carriera”. Ci sono voluti tre anni per mettere insieme i pezzi del puzzle, solo dieci canzoni in tutto, ma non c’è una tessera fuori posto in questo The Joke of Life, dove tira aria di rock d’autore settantesco, lì dove ballate da grandeur pianistica si incontrano con visioni elettriche urbane, dove una scrittura pop raffinata si spalleggia con un atteggiamento più irriverente e sopratutto dove un songwriting dallo sguardo ironico sulle...

Kaia Kater - Strange Medicine (2024)

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 di Nicola Gervasini  Non so se vi ricordate ancora uno dei più controversi episodi della storia militare statunitense, l’intervento a metà anni Ottanta nell’Isola di Grenada per destituire il governo filo-comunista di Maurice Bishop, perché proprio il padre di Kaia Kater fu uno degli abitanti dell’isola che nel 1986 approfittò di un programma di emigrazione in Canada conseguente a quella invasione. E deve essergli sembrata un paradiso Montreal dopo una esperienza di guerra, come anche poter realizzare il sogno di poter mandare la figlia a studiare in una esclusiva Università del West Virginia. Ma lì la giovane Kaia ha dovuto sperimentare sulla propria pelle quanto razzista, patriarcale e per nulla inclusiva possa essere la società statunitense, ma per fortuna poi esiste la musica a salvarci l’anima, e forse anche la pelle. Nasce da lì il suo interesse per il folk di protesta tradizionale, più che di Bob Dylan parliamo proprio di quello di Odetta o Pete Seeger, e anche l’indic...

Jeremie Albino - Our Time In The Sun (2024)

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di Fabio Cerbone Garanzia di un bagno rigeneratore nelle sonorità più vintage dela southern music, l’incontro del canadese Jeremie Albino con il chitarrista e produttore Dan Auerbach (Black Keys) presso lo studio di registrazione di quest’ultimo, l’Easy Eye Sound di Nashville, dà vita a un cortocircuito fra passato e presente, mettendo la voce fresca e appassionata di Albino al servizio di canzoni ben costruite, che sanno di mitologia soul ed effluvi swamp country dal prodondo sud. Tutto questo anche se abbiamo a che fare con un ragazzo di Toronto, cresciuto a qualche migliaio di miglia di distanza da Muscle Shoals, dalla leggenda della Stax records e da tutto un campionario di suoni e interpreti che echeggiano nelle tracce di Our Time in the Sun. È il quarto album in ordine di tempo per Jeremie, ma certamente il primo ad esporlo alle attenzioni internazionali, dopo avere vagato fra Canada e Stati Uniti per qualche anno, facendosi le ossa in tour. Tutto è cominciato dalle strade di Tor...

John Moreland - Visitor (2024)

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di Fabio Cerbone  Una liberazione artistica che passa attraverso la ricerca di isolamento dal mondo e il desiderio di riafferrare una semplicità perduta. Come un novello Walden (dal romanzo di Henry David Thoreau) ritiratosi nella natura e nella quiete del suo Oklahoma, John Moreland ha tagliato tutti i fili che lo legavano alle "cose" là fuori, e soprattutto a un piccolo successo (di questo parliamo, certamente non di numeri da rock’n’roll star) che evidentemente viveva come una prigione per l’ispirazione dietro il suo songwriting. Sei mesi di eclissi, lontano da distrazioni, cellulari, persino concerti, e l’idea di un album che tornasse all’essenza della sua scrittura musicale, quella che lo aveva rivelato in album come In the Throes e High on Tulsa. È facile il paragone ascoltando l’asciuttezza acustica e la malinconia dolciastra che accopagna le note di The Future Is Coming Fast, ballata che ha il compito di indicare la direzione dell’intero Visitor, una linea di confine ...

Richard Thompson - Ship to Shore (2024)

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di Nicola Gervasini  Sebbene sia “in pista” dal 1966, Richard Thompson ha “solo” 75 anni, e se avete letto la sua autobiografia (Beeswing, in Italia tradotta e pubblicata dalla Jimenez), vi sarete resi conto che a vent'anni aveva già fatto abbastanza per entrare nella storia della musica, anche se per i tempi era persino usuale (pensiamo a Steve Winwood). Questo per dire che il fatto che per la prima volta nella sua lunga carriera si sia preso una pausa discografica di ben sei anni dal precedente 13 Rivers, davvero irrituale per uno stacanovista discografico come lui, non deve suonare come un sintomo di stanchezza, ma di giusta calma di qualcuno che, ancora pieno di forze, non ha bisogno più di correre per sfogarle. Thompson fa parte di quella schiera di autori stranieri (penso, per esempio, anche a Bruce Cockburn) dalla carriera praticamente perfetta, eppure oggetto di un culto quasi carbonaro in Italia. Non è tuttavia per pura abitudine di parlarne bene (forse giusto per Front Pa...

Charley Crockett - $10 Cowboy (2024)

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 di Gianfranco Callieri  Diceva il semiologo russo Vladimir Propp che "i popoli si capiscono a vicenda attraverso le favole". Anche se il quarantenne Charley Crockett da San Benito, Texas, non deve aver mai letto, a occhio e croce, una sola riga dei libri dello studioso di San Pietroburgo, senz’altro non gli manca la consapevolezza di come certe stereotipie - personaggi tipici, scenari ricorrenti, finalità educative o ammonitrici - siano non solo d’uso comune ma addirittura, talvolta, necessarie. A cosa? A mettere preventivamente a proprio agio il pubblico al quale ci si rivolge, a rassicurarlo circa gli stati d’animo, gli ambienti e le finestre percettive in procinto d’essere attraversate durante la visione di un film, la lettura d’un libro o, appunto, l’ascolto di un disco. Non sappiamo né sapremo mai, infatti, quanto della biografia di Crockett- dall’infanzia trascorsa con fratelli e madre nubile in un sudicio parcheggio per camper alle turbolenze dell’adolescenza, dagli a...

Anders Osborne - Picasso's Villa (2024)

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 di Fabio Cerbone  Tesoro musicale della scena di New Orleans, autore che ha saputo tenere insieme la multiforme tradizione cittadina con le nuove pulsioni del rock, del blues elettrico e dell’Americana (quando ancora la definzione del genere non era all’orizzonte), il “ragazzo svedese” di Uddevalla, catapultato nella Big Easy a metà degli anni Ottanta e lì definitivamente accolto dalla comunità artistica cittadina, festeggia quasi quattro decenni di attività discografica e alla soglia dei sessant’anni estrae dal cilindro uno dei suoi album più spiritati. Forse in consapevole constrato con l’intimità acustica e le confessioni folk dell’altrettanto ammirevole Orpheus and the Mermaids, Picasso's Villa è un condensato (“soltanto” otto brani, quattro per facciata nell’edizione in vinile che affianca l’uscita digitale) di ricordi, sensazioni, omaggi che attraversano la sua storia personale di musicista e di uomo, e allo stesso tempo commentano lo stato della nazione, un’America sba...

The Hard Quartet - The Hard Quartet (2024)

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 di Antonio Pancamo Puglia Con i Jicks ormai archiviati e i Pavement resuscitati a tempo indeterminato – ? – come il più glorioso dei legacy act in circolazione (com’era giusto che fosse), il caro vecchio Stephen Malkmus trova oggi un nuovo veicolo per la sua creatività, rimettendosi in gioco con un nuovo set di musicisti. E che musicisti: The Hard Quartet – la consueta ironia è evidente sin dal nome – lo vede accompagnato dai veterani Matt Sweeney (affermato chitarrista e sideman, attivo nei Chavez, nel progetto Superwolf e in una miriade di collaborazioni eccellenti), Emmett Kelly (forza primaria dietro il power pop d’autore dei Cairo Gang e sodale di Bonnie “Prince” Billy e Ty Segall) e il superbatterista Jim White (reduce dall’eccellente progetto avant-jazz Beings nonché dalla rimpatriata su disco dei suoi Dirty Three). Per quanto la star del lotto sia indubbiamente lui, l’immarcescibile silent kid, il quartetto conta su ben tre songwriter e cantanti: in fase promozionale, si è...

Son of The Velvet Rat - Ghost Ranch (2024)

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 di Fabio Cerbone Che una delle musiche americane dai tratti più sfuggenti e desertici che si possano ascoltare di recente provenga da un duo di origini austriache è già motivo di attrazione e curiosità, che i Son of the Velvet Rat lo stiano facendo da diverso tempo e meritino finalmente qualche attenzione maggiore rispetto alle “buone maniere” di molti colleghi, anche e soprattutto da parte di quel pubblico che segue certa roots music ammantata di sensibilità d’autore, sarebbe altrettanto legittimo. Ghost Ranch, a completare idealmente una sorta di trilogia nata ai confini del deserto californiano del Mojave, presso gli studi Red Barn del produttore Gar Robertson (già al lavoro sul precedente Solitary Company) situati nella Morongo Valley, è un’ulteriore prova di come Georg Altziebler e Heike Binder, coppia artistica e nella vita, abbiano assimilato fin nelle ossa linguaggio, strutture e fascino di certo folk rock dai tratti sabbiosi e dark, come annuncia l’armonica e l’incedere l...

JJ Grey & Mofro - Olustee (2024)

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di Nicola Gervasini  Non sarebbe facile spiegare al pubblico italiano, anche quello più musicofilo, perché noi di Rootshighway abbiamo patito non poco per la lunga assenza discografica di JJ Grey & Mofro. Innanzitutto perché probabilmente dovremmo anche prima spiegare di chi diavolo stiamo parlando, visto che, sebbene il combo di Jacksonville, Florida sia nato prima del 2000, ad oggi la sua popolarità è parecchio limitata agli ambiti della scena post-Jam-bands, categoria a cui subito furono associati fin dal primo album Blackwater (che ancora usciva con la semplice sigla Mofro). E dovremmo spiegare come mai se su quella scena abbiamo un po’ mollato il colpo anche noi in quanto ad attenzione mediatica, perché riteniamo abbia generalmente esaurito la propria carica creativa (sebbene in USA resti un fenomeno ancora più che vivo dal punto di vista dei riscontri di pubblico presente ai concerti), loro invece non hanno mai smesso di suscitare la nostra più piena ammirazione, se non p...

The Cure – Songs of a Lost World (2024)

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di Maurizio Ermisino   “This is the end of every song that we sing” “Questa è la fine di ogni canzone che cantiamo”. Inizia così Alone, e inizia così Songs Of A Lost World, il nuovo, attesissimo album dei Cure, il primo dopo un silenzio (discografico) di 16 anni. Sembrano parole di commiato, quelle di un possibile addio, quelle di un ultimo disco. Ma non crediamo sia così. I Cure di Robert Smith sono vivi e vegeti, sono una band che ha fatto la storia del rock, ma che oggi non profuma solo di passato e di ricordi, ma dimostra di saper stare alla grande nel mondo musicale contemporaneo. Certo, alla maniera loro. I Cure tornano con un album di otto canzoni, alcune di sette minuti, e con un pezzo finale da 10 minuti, in un’era in cui Tik Tok e Spotify chiedono canzoni da 3. Mentre oggi in ogni brano il ritornello deve arrivare entro 30 secondi, la voce di Robert Smith entra dopo 3 minuti, nel pezzo finale addirittura dopo 6. Le nuove canzoni dei Cure non hanno fretta di essere as...

Pixies - The Night the Zombies Came (2024)

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 di Imma I Ma perché crescere, maturare, (e diciamolo) invecchiare dovrebbero far male se si riescono a mantenere integri la creatività, il talento, l’arte? Dopo l’ascolto di questo album a me sembra che almeno per i cantori di Boston proceda tutto veramente bene. Interpretare la musica alternative rock in chiave moderna, in un periodo in cui persino l’aggettivo ‘alternativo’ sembra essere desueto è oltre il coraggioso, più vicino all’eroico, all’epico, di classe. Ed è tutto ciò che scatena l’ascolto di questo nuovo album in studio dei Pixies, “The Night The Zombies Came”, che arriva a distanza di due anni dal precedente “Doggerel”. Si inizia con Primrose e si procede con le altre canzoni, fino alla sesta traccia ci si chiede: – “Ma insomma dov’è la beffa? La ripetizione? L’inganno? Datemi qualcosa che non mi piaccia, qualcosa per poter dire mmm… già sentito…” E invece no, fino alla fine delle tredici canzoni ogni attacco è uno stupore, nulla si ripete e tutto sembra perfettamente ...

John Craigie with TK & The Holy Know-Nothings - Pagan Church (2024)

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di Fabio Cerbone  La chiesa pagana della quale ci invita idealmente a varcare la soglia il buon John Craigie è di quelle che ti lusingano con ritmi e musiche che coinvolgono corpo e anima, e tu rimani fregato. Molto più concretamente, quella stessa chiesa si indentifica con la Laurelthirst Public House, locale di Portland davanti al quale Craigie è ritratto insieme alla band in copertina, sancendo una sorta di legame comunitario con un luogo che risulta una piccola oasi di salvezza per i musicisti e la scena roots cittadina. Il gruppo che affianca questo interessante songwriter di origini californiene, già messosi in evidenza da queste parti nel 2020 con Asterisk the Universe, è quello dei TK & The Holy Know-Nothings, piccola istituzione di Portland in fatto di sonorità country d’annata e contaminazioni tra honky tonk, soul e rock. L’incontro, avvenuto negli studi di questi ultimi, un vecchio complesso scolastico convertito in sala di incisione, è una sorta di reazione opposta ...

E T I C H E T T E

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