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Visualizzazione dei post con l'etichetta 1966

John Mayall with Eric Clapton - The Bluesbreakers (1966)

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di Silvano Bottaro Erano trascorse a malapena un paio di settimane dalla separazione con gli Yardbirds che John Mayall ingaggia Eric Clapton con i Bluesbreakers (aprile 1965). Il gruppo comprendeva, allora, John McVie al basso e Hughie Flint alla batteria. Furono proprio i Bluesbreakers a portare dentro il british blues una briosità tecnica ed un virtuosismo sconosciuto prima. Dal vivo diventarono una autentica attrazione, ed a proposito di Clapton, non era inconsueto sentire nei concerti qualche fan gridare a Mayall: "give a God solo!" Il produttore Mike Vernon riuscì però a combinare la prima session di quella favolosa line-up solamente nel luglio del '66. E nell'agosto, quando il disco era pronto, Clapton non faceva già più parte del gruppo. "John Mayall with Eric Clapton" è un album seminale nel vero senso della parola. Esso rappresenta una piccola rivoluzione nel mondo del rock. La musica suonata era uno dei primi grandi e straordinari i...

The Mothers Of Invention - Freak Out! (1966)

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di Silvano Bottaro Frank Zappa — di chiare origini italiane, suo padre è di Partinico, Sicilia — ha fatto qualche soldo come compositore di colonne sonore, ma è finito in galera dopo aver registrato un nastro Sexy-goliardico per un agente della buoncostume in incognito. Ha dovuto vendere lo studio, da lui ribattezzato Z: lo salvano dalla bancarotta chiedendogli di entrare nei Soul Giants, che poco alla volta modella a sua immagine e somiglianza. Erano un gruppo di rhythm and blues, con lui diventano una stranissima entità che prende i generi mainstream, dal rhythm and blues, appunto, al pop piú banale, li smonta e li rimonta in maniera tanto calligrafica da diventare inquietanti. I testi sono spesso allusivi e feroci, quasi sempre ironici. Sulle qualità musicali della band non sono ammesse discussioni: si ribattezzano Mothers il giorno della Festa della mamma del 1965, ma l'ambiguità sessuale c'entra poco o niente. Nell'ambiente dei musicisti Mother è l'abbreviazione ...

The Beatles - Revolver (1966)

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di Silvano Bottaro Non hanno ancora chiuso con i concerti dal vivo, ma stanno per farlo. L'anno prima, in Norwegian Wood, hanno introdotto il sitar, un tocco di India dentro al pop piú occidentale che c'è. Qualcosa va stretto, al gruppo piú venerato del pianeta. Sempre nel '65, Bob Dylan è diventato elettrico, e ha reso ancora piú evidente l'esigenza, condivisa da un'intera generazione, di raccontare qualcosa di piú autentico delle solite storie di ragazzi che si amano e che vogliono tenersi per mano. I Beatles sentono forte l'esigenza di trattare l'unico processo che li interessa davvero, quello della registrazione delle canzoni come un atto creativo in sé concluso, di sperimentare con tecnologie del tutto nuove e molto promettenti. L'orchestra, i nastri fatti girare al contrario, tecniche innovative che permettono di sovrapporre due parti vocali sulla medesima traccia: Revolver è il volume due, il lato B «elettrico» e orchestrale del folleggiante Rub...

The Beach Boys - Pet Sounds (1966)

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di Silvano Bottaro Da mesi Brian Wilson ha rinunciato a suonare e cantare dal vivo con il gruppo. Se ne sta a casa, in California, a scrivere e a meditare. L'uscita di Rubber Soul, dei Beatles, alla fine del 1965, gli dà la spinta finale. Torna in azione. I tempi sono maturi per scrivere, suonare e registrare album interi, non semplici raccolte di canzoni: opere complesse che si sviluppino come un racconto e che non abbiano un singolo momento di debolezza. L'hanno fatto i Beatles, lo possono fare anche i Beach Boys, ora che sono grandi (lui ha quasi 23 anni), hanno successo, un pubblico che accoglie con attenzione ogni loro novità. Quando gli altri - i suoi fratelli Carl e Dennis, il cugino Mike Love, l'ex compagno di scuola Al Jardine, ai quali si aggiungerà un nuovo cantante, Bruce Johnston - tornano da un tour in Giappone e alle Hawaii, Brian gli sottopone l'idea. Basta con le canzoni sulle spiagge, le ragazze in bikini, il surf, che poi nessuno di loro pratica: è ...

Bob Dylan - Blonde On Blonde (1966)

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di Silvano Bottaro Probabilmente nella sua testa tutto è chiaro. Ma nella realtà suonare come vuole Bob Dylan, il nuovo Bob Dylan, non è per niente facile. Ci provano The Hawks, quelli che poi diventeranno The Band, e ci riescono solo in parte. Dylan allora se ne va a Nashville, la capitale della musica country, dove i professionisti abituata a non fare troppe domande, non mancano di certo. Ne arruola un po', a tempo pieno (lavorare a piú d'un album contemporaneamente non è insolito per loro), e piazza Al Kooper come ufficiale di collegamento tra lui e la truppa. Lui sta chiuso in albergo per ore, poi esce con i testi e va in studio a improvvisare. Tiene le distanze, ama sorprenderli: quando attaccano Sad Eyed Lady Of The Lovlands, tutti pensano di dover suonare un pezzo normale, di tre, quattro minuti al massimo. Ma a ogni strofa, dopo ogni crescendo, Dylan riattacca a cantare e alla fine i minuti saranno piú di undici, una cosa mai vista, a Nashville e altrove. La canzone o...

John Mayall - Blues Breakers With Eric Clapton (1966)

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di Silvano Bottaro Nella storia di Eric Clapton è solo un passaggio, una fase di transizione, un momento. Ma, molti dicono, è il suo momento migliore. Fino all'anno prima è stato chitarrista degli Yardbirds, ma lui vuole di piú. Incontra John Mayall, un vecchio (ha 32 anni, 12 piú di lui) appassionato di blues, Robert Johnson, Freddie King, Otis Rush, Buddy Guy. Figlio di un musicista jazz, Mayall è cresciuto con il mito della musica dei neri americani. Non solo: ha una band, i Blues Breakers, e una ricca collezione di dischi. La leggenda vuole che Clapton si trasferisca a casa sua, gli saccheggi la collezione e ne esca trasformato. Per la seconda metà del 1965, i Blues Breakers fanno furore a Londra, soprattutto grazie al nuovo chitarrista, velocissimo — anche se già lo chiamano Slowhand, «Manolenta» — e dal timbro caldo. Modernissimo. Mayall canta e suona l'armonica, ma è lui, è Eric, è Manolenta, a conquistare la gente. Alla stazione della metropolitana di Islington qualcu...

The Beach Boys - Pet Sounds (1966)

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Per cause di forza maggiore, loro che sono stati i sovrani delle copertine con le spiagge non sono comparsi tra le scelte del mese scorso. Ma si rifanno con i fiocchi nell'ultimo appuntamento dei dischi di band con più di due fratelli. I congiunti della band di oggi sono tre, Brian, Dennis e Carl Wilson, a cui si aggiunsero un cugino, Mike Love, e il compagno di liceo di Brian, Al Jardine che formano la line up originale di uno dei gruppi più importanti della storia della musica occidentale, The Beach Boys. In seguito, nel 1964, dopo che Brian Wilson si prese una pausa almeno dai concerti per problemi di salute, dopo una serie clamorosa di 12 album usciti nei primi quattro anni (1960-1964) si aggiunse la star della musica country, e già collaboratore musicale dei nostri, Glen Campbell. Questi nel 1965 lasciò in maniera fragorosa il gruppo e fu sostituito da Bruce Johnston, che suonava le tastiera e come gli altri era bravissimo a cantare. I Beach Boys non solo sono uno dei gruppi p...

Wayne Shorter - Speak No Evil (1966)

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Il novembre davisiano è stato tutto dedicato alle magie del secondo quintetto, la formazione che dal 1963 al 1968 incantò gli amanti del jazz di tutto il mondo, grazie ad un percorso creativo e compositivo davvero senza pari, per uno dei gruppi più indimenticabili di tutti i tempi. Per l’ultimo appuntamento di questo piccolo excursus, l’attenzione cade sull’innesto più tardi del quintetto, quello che diede davvero la spinta ultima e decisiva al cammino della band. Wayne Shorter ha 31 anni quando Miles Davis lo chiama per questo nuovo progetto, nel 1964. All’epoca, Shorter rispetto a Herbie Hancock, Tony Williams e Ron Carter, era un musicista già affermato: aveva suonato con i grandi e dal 1959 era il sassofonista principale dei Jazz Messengers di Art Blakey. Quando Davis lo convince ad unirsi al suo nuovo progetto, la Blue Note lo ingaggia, in tempismo perfetto, per delle sessioni di registrazione, sia nel 1964 che nel 1965, le quali diventeranno dei dischi capolavoro negli anni succe...

Anthony Williams - Spring (1966)

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La grande musica si fa con grandi musicisti. Si può avere successo, si può anche fare per un periodo la storia senza essere bravi musicisti, ed è capitato molte volte nella storia della musica popolare. Però per rimanere nel tempo, in senso musicale, si deve saper suonare. Il tipo di oggi oltre alla maestria aveva un talento smisurato, anche in maniera divertente per quanto era mingherlino fisicamente, e ha segnato il battito musicale per decenni. Quando Miles Davis lo vide, erano gli inizi degli anni ‘60, non poteva credere ai suoi occhi: un 17enne che non solo padroneggiava la tecnica a quel modo ma aveva quella scintilla di talento che un tipo sveglio come Davis non poteva non notare. Anthony Williams, per tutti Tony, era di Chicago ma crebbe a Boston. Di famiglia di musicisti, il padre lo presenta prima a Sam Rivers, che lo mette a suonare a 13 anni nel suo gruppo e poi a Jackie McLean, quando ha solo 16 anni, dove suona nel grandioso One Step Beyond. È il 1963 quando Miles Davis, ...

Monks - Black Monk Time (1966)

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In questo mese sto proponendo dischi passati alla storia del rock essendo gli unici nella discografia dei loro creatori. Quello di oggi non solo è un unico disco, ma è un disco davvero unico: per essere uno dei principe del culto underground ha le caratteristiche classiche delle vendite insignificanti, dell’aura leggendaria che lo circonda, del suono anticipatore e visionario, della stravaganza estetica che contraddistinse i suoi creatori. Per tutti questi motivi l’unico disco dei Monks entra nelle scelte di Giugno. I Monks sono una delle band più originali e stravaganti di sempre. Nascono in Germania, a Francoforte, dove erano di stanza 5 militari americani: Gary Burger (chitarra e voce), Larry Clark (organo e voce), Dave Day (chitarra ritmica e voce), Roger Johnston (batteria e voce) e Eddie Shaw (basso e voce). Il gruppo suona all’inizio, siamo nel primo lustro degli anni ‘60, come The Torquays negli stessi locali che fecero fare le ossa ai The Beatles, tra Amburgo, Francoforte e al...

Bob Dylan - Blonde On Blonde (1966)

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Per questo ultimo mese di storie musicali, un po’ per esorcizzare il periodo che stiamo vivendo, ho pensato a 4 dischi leggendari per la loro bellezza. Quello di oggi è uno dei dischi più influenti e rivoluzionari della storia: Bob Dylan pochi mesi prima della sua pubblicazione, durante un concerto al Festival Folk di Newport, nel 1965, si presentò sul palco accompagnato dai The Hawks (futura The Band, il gruppo di Robbie Robertson, Helm e gli altri) per suonare con strumenti elettrici pezzi del suo repertorio. Dopo sole quattro canzoni, fu duramente contestato, scappò dal palco con il suo gruppo e ritornò poco dopo, “sfidando” il pubblico solo con la sua chitarra cantando, profeticamente, It’s All Over Now, Baby Blue. La svolta elettrica, che già aveva preso vita nell’altrettanto leggendario Highway 61 Revisited, imperniato sull’organo Hammod di Al Kooper e la chitarra elettrica di Mike Bloomfield, diviene completa e dirompente nel disco di oggi. Dylan è febbrile, pieno di idee, emoti...

Bert Jansch & John Renbourn - Bert And John (1966)

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Già all’epoca erano considerati dei maestri, ma a distanza di oltre 50 anni si può tranquillamente affermare che Bert Jansch e John Renbourn sono stati due tra i più grandi chitarristi acustici di tutti i tempi. Maestri del fingerpicking e del recupero della tradizione folk, amanti del blues e delle melodie, i due incrociarono la loro vita artistica nei fenomenali Pentangle, uno dei più affascinanti e favolosi gruppi del folk rock inglese di metà anni ‘60. Jansch e Renbourn erano pubblicato dalla stessa etichetta discografica, la Transatlantic di Nat Joseph, una delle prime etichette indipendenti inglesi. La quale divenne la casa del folk britannico grazie al successo, inaspettato, di tre dischi non musicali: tre lezioni di educazione sessuale su Lp che produssero scandalo ma anche oltre 100 mila copie vendute, cosa che portò l’etichetta a produrre, oltre che i due nostri, anche i The Dubliners, Alexis Korner e molti altri. Il nostro duo prima di fare un disco insieme aveva già pubb...

Bob Dylan - Blonde on Blonde (1966)

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Mentre il mondo gli chiedeva di tenere fede al suo ruolo di nuova guida spirituale delle nuove masse di giovani americani, nel 1966 Dylan si dimette definitivamente da nuovo santone rock con il suo disco oggi più riconosciuto e celebrato. Cosciente fin dal brano d'apertura della lapidazione a cui andava incontro (everybody must get stoned…), questo Dylan resta ancora oggi il più credibile esempio dell'artista che, sordo alle necessità del proprio ruolo di star, propone con fierezza la propria personale visione della vita. Questo spiega come mai, a parte Just Like A Woman che è canzone nota anche a chi non mastica il verbo Zimmerman, e tolte forse I Want You e Rainy Day Woman (che non mancano mai nei The Best e nei tributi all'autore), il resto di questo doppio album è composto principalmente da ostici e verbosi brani adorati dai fans, ma ben poco masticati dal grande pubblico. Il simbolo del disco è dunque Visions Of Johanna, per molti - ma anche a detta del suo stesso a...

The Beatles - Revolver (1966)

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Il definitivo distacco dall'età dell'innocenza: Revolver precisa e completa i segnali lanciati con il capolavoro gemello di soli otto mesi precedente, Rubber Soul, aprendo la strada alla maturità sperimentale dei Beatles e anticipando l'era psichedelica di Sgt. Pepper, persino conservandone oggi una maggiore fruibilità. L'impressionante mole di stimoli del disco riflette la necessità di rompere con le regole del pop, per assecondare una scrittura che si è fatta strada facendo più ambiziosa. Ogni singola personalità in seno alla band esplode in mille colori e tonalità: è il frutto di un lavoro fino ad allora impensabile dentro le mura dello studio con George Martin, stratificando tracce su tracce e giocando con suggestioni e linguaggi differenti. La summa è la chiusura di Tomorrow Never Knows, ambiguo capolavoro lennoniano fra melodia e distorsione, ma tutto il disco vive tra estasi, stupore, armonia e giochi lisergici (ancora Lennon, il più acuto e spiritato alla...

The Beach Boys - Pet Sounds (1966)

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L'età dell'innocenza perduta per Brian Wilson significa ingaggiare una lotta strenua con il suo genio, forgiando un disco che ancora oggi risuona ambizioso e oltre qualsiasi logica che non sia la propria insoddisfazione personale, di lì a poco deleteria per la sua stessa salute. Bilanciamento mirabile fra esigenze artistiche e perfezione melodica, Pet Sounds resta uno degli oggetti di culto della "golden age" del rock, al tempo stesso punto di rottura nella direzione dello sperimentalismo di fine sixties e annuncio di un imminente crepuscolo per la spensierata gioventù californiana. Letteramente ossessionato dalla qualità di scrittura dei Beatles, che con Rubber Soul ribalatano le certezze di una band nata sui singoli, Wilson conduce i Beach Boys fuori dal mondo ovattato della surf music e di una canzone pop ormai giunta alla sua massima espressione. L'esito è un album fagocitato da ospiti e session stratificate, dove la vocalità celestiale del gruppo resta l...

E T I C H E T T E

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