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Visualizzazione dei post con l'etichetta joni mitchell

Joni Mitchell - Turbulent Indigo (1994)

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La serie dei dischi di Febbraio che si ispirano nella copertina a quadri famosi la voglio far finire con l'album di oggi ma anche con una piccola appendice che posterò poi, perchè ho scoperto cose che vale la pena condividere con chi, pazientemente e con tanto affetto, segue questa rubrica.  La copertina di oggi si ispira ad uno dei molti autoritratti con benda che Vincent Van Gogh dipinse dopo che, il 23 Dicembre 1888, la sua convivenza con Paul Gauguin finì, mutilandosi il lobo dell'orecchio sinistro con un rasoio, che leggenda vuole fosse poi consegnato dallo stesso Van Gogh o ad una prostituta, Rachel, o ad una giovane cameriera sua conoscente, Gabrielle.  Joni Mitchell scelse non a caso questo riferimento per scrivere un disco molto personale dove si toglie molti sassolini dalle scarpe, soprattutto per quanto riguardo il rapporto del pubblico verso l'arte e l'artista, in una non tanto celata polemica, sincera e autorevole, con il pubblico. Per oltre un decennio, da...

Coyote - Joni Mitchell (1976)

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Come l'egira è il volo di Maometto dalla Mecca verso Medina, così Hejira è un album che Joni concepisce come diario di bordo (non più diario personale di confessioni, com'era Blue) del viaggio verso la riconquista di se stessa. «Ero su una spiaggia vicino a casa di Neil Young e provavo una forte voglia di viaggiare, anche se non sapevo dove né con chi. Arrivarono due miei amici e dissero che stavano attraversando il Paese. Io dissi semplicemente che li stavo aspettando». I brani sono composti in prevalenza durante il viaggio, ed è per questo che il pianoforte non compare e gli arrangiamenti sono scarni ed essenziali. Con la presenza di Jaco Pastorius vengono abbattute le ultime barriere tra pop, rock e jazz. Coyote è il primo singolo; si dice parli di Sam Shepard, con il quale Joni avrebbe avuto una breve, ma intensa relazione. Che parli o meno di lui, Coyote parla di sicuro la lingua della grande musica. (M. Cotto - da Rock Therapy)  

Amelia - Joni Mitchell (1976)

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Joni sta guidando nel deserto, verso Los Angeles. E sola, al volante. Nessun camion davanti a lei. Peccato. Li cerca in continuazione, appena ne vede uno, lo raggiunge e si accoda. Guida nella sua scia. Scelta assurda per tutti, ma non per chi, come lei, sta viaggiando da tempo senza patente. I camion sono abituati a segnalare la presenza della polizia, così lei può rallentare e sperare che non la fermino. Sta attraversando l'America perché ne ha bisogno. È una necessità quasi fisiologica. Serve per ricaricare le pile e per illudersi che, in tanto viaggiare, prima o poi si imbocchi la direzione giusta. Davanti a sé, ora Joni vede una formazione di sei aerei solcare il cielo e lasciare scie bianche. Le viene immediatamente da pensare alla strana parabola di Amelia Earhart, la prima donna che tentò la trasvolata in solitaria dell'Oceano Pacifico e che scomparve misteriosamente con il suo aereo durante l'impresa. Ecco, sta nascendo una canzone. No, mi correggo: sta nascendo il...

Joni Mitchell - Hejira (1976)

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di Silvano Bottaro Colonna sonora di un viaggio dal piglio autobiografico che affronta il tema simbolico della strada intesa come la vita, le vicende e il suo distacco progressivo dagli affetti fino alla solitudine finale. Scritto veramente durante un viaggio in auto da New York a Los Angeles, Hejira è un diario intimo di proustiana memoria, un flashback nei ricordi che va alla ricerca del tempo perduto. Joni Mitchell canta ciò che legge nel suo cuore, con la sua voce in primo piano a sottolineare storie di donne che sono lo specchio della sua condizione personale. La realtà universale della strada rappresenta la vulnerabilità dell'uomo, la partenza e l'arrivo e l'incognita dei percorsi. Altero ed umanissimo, Hejira è un lavoro così perfetto liricamente da far sembrare la musica non sufficiente a contenere tutte le emozioni espresse. In Joni Mitchell c'è sempre un qualcosa di più: l'arte della pittura, della letteratura, ma soprattutto il dilemma di sempr...

Joni Mitchell - Mingus (1979)

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Quando nel 1972 George Wein, celebre organizzatore del Festival di Newport, presentò Charles Mingus all’ora governatore della George, Jimmy Carter, futuro presidente degli Stati Uniti d’America, stava già su una sedia a rotelle, in una fase terribile della malattia di Gehring. Ma fu presentato come “il più grande jazzista vivente”. Qualche anno prima, non invitato dallo stesso Wein al Festival di Newport, organizzò un controfestival, con esibizioni notevolissime, girando in macchina con un megafono proprio nella stessa Newport, attirando non poche persone. Mingus negli anni ‘70 era appena tornato sulle scene, dopo il tracollo mentale dello sfratto e le cure psichiatriche. Eppure proprio in questi anni ci fu una riscoperta totale dei suoi dischi, anche perchè come sempre lui ci mise lo zampino: si mise in testa di poter far soldi con la Candid Records, una piccola casa discografica fondata nel 1960 dal critico e produttore Nat Hentoft e da Archie Bleyer, proprietario della casa discogra...

River - Joni Mitchell (1971)

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Qual è la canzone che fa scendere su di voi il grande freddo? Io non ho esitazioni. River di Joni Mitchell, Ogni volta che la ascolto, mi paralizzo. Non so esattamente perché. Le battute iniziali che rimandano al Natale, la voce struggente della Signora del Canyon, la malinconia diffusa... Non so. So che quando Joni canta «Oh I wish I had a river / I could skate away on», io ripenso senza volere a quello che ho vissuto. Rivedo mia nonna e la neve, mio padre che mi metteva il berretto di lana e i guanti e mi portava a vedere gli alberi di Natale più belli della città, la mia Asti che negli anni sessanta era dolce come lo zucchero filato del luna park in piazza del Palio. Rivedo Boston e le serate al North End, New York e il Rockefeller Centes dove, la prima volta che ho visto la gente pattinare sul ghiaccio, mi sembrava di essere in un film e ho pianto quasi come quando il Toro ha vinto lo scudetto. (M. Cotto - da Rock Therapy)  

Joni Mitchell - Blue (1971)

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di Silvano Bottaro Joni Mitchell è la compagna musicale fin dalla mia adolescenza. Era nel ’74, che io allora quindicenne , grazie a Carlo Massarini e ai programmi radiofonici serali della radiorai , ascoltai Blue , da quella volta non la persi più di vista. Ogni qualvolta ascoltavo questo disco eseguivo quasi un rito; lentamente prendevo il vinile, come fosse un oggetto di culto, lo mettevo sul giradischi come pesasse dieci chili, e al rallentatore appoggiavo il pick -up nei suoi solchi, quasi a non volerlo consumare . Ricordi, sono ricordi ancora presenti nella mia mente, che però non rimangono solo tali, ma anzi rafforzano il mio presente. Le dieci canzoni di Blue sono dei veri e propri autoritratti, sono racconti quotidiani in forma di canzoni. Esprimono i suoi sentimenti, il suo spirito tormentato, il suo punto di vista tipicamente femminile sulle contraddizioni dell’animo umano. Un disco intimo come le pagine di un diario, sono pensieri e appunti racchiusi in...

Circle Game - Joni Mitchell (1970)

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Padre pilota, madre insegnante, nonno trombettista, middle class piena. Il suo primo strumento fu l'ukulele, che imparò a suonare da un disco dimostrativo di Pete Seeger. All'età di nove anni, lei e Neil Young furono colpiti da poliomelite nella stessa epidemia canadese e fu proprio all'ospedale in cui trascorse il Natale che Joni cominciò a cantare, principalmente brani natalizi, più per scacciare i demoni della malattia che per vivere il proprio interesse artistico. Le sue vere passioni erano dipingere e scrivere poesie, e soltanto con l' avvento di Dylan si rese conto di poter unire tutte e tre le cose, perché una canzone era come una poesia dipinta e musicata.  (M. Cotto - da Rock Therapy)  

Come lei nessuno mai | Blue è il capolavoro abbagliante e desolato di Joni Mitchell, la più brava di tutte

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“Blue” è un album così sincero e vulnerabile da lasciarti colpito, anche scosso, quanto lo era la giovane donna che lo ha vissuto, scritto e cantato in un’epoca in cui questi dischi non esistevano. La sua unicità e rilevanza è quella di essere un album di una potenza, profondità ed emotività che nessuno, fino a quel momento (farei una eccezione solo per Leonard Cohen) aveva mai avuto il coraggio di incidere. Sicuramente non per un album intero. Uno stargate verso il futuro per tante aspiranti cantautrici (e cantautori) che lo guarderanno come un modello di libertà espressiva. Il messaggio di Joni è: si può parlare di sé stessi, anche in prima persona. Senza inganni, senza filtri, senza rete. Sono 35’ di ritratti dettagliati, dieci canzoni come altrettanti quadri di una pittrice in cuor suo, “musicista solo per circostanze”, come si è spesso definita. Canzoni senza pelle, nervi e vene allo scoperto, in cui tristezza e gioia, depressione ed entusiasmo, passione e fine della passione, asp...

I rabbiosi anni ottanta di Joni Mitchell

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La Joni Mitchell degli anni ottanta non è mai stata amata. Giornalisti musicali e fan erano rimasti affezionati a capolavori come Blue o Hejira e in quegli anni turbolenti se li stringevano addosso come la coperta di Linus. Per questo la generazione che aveva trenta o quarant’anni nel 1985 ha accolto con imbarazzo un album di pop elettronico e sperimentale come Dog eat dog. Perché tutti quei sintetizzatori? Perché quei testi spigolosi e arrabbiati? Soprattutto che fine ha fatto la chitarra acustica? Per la maggior parte di loro Joni Mitchell doveva essere ancora, e per sempre, la musa hippy di Woodstock e nessuno era disposto a vederla trasformarsi in un incrocio tra la Laurie Anderson di Big science e il Neil Young sintetico di Trans. Per coprodurre Dog eat dog, Mitchell si è rivolta al pioniere dei sintetizzatori e dei campionamenti Thomas Dolby che, pur non andando d’accordo con lei in studio, cercava di seguirla nel suo approccio impressionista alla composizione. Nella sua diverten...

Blue di Joni Mitchell: un album da riscoprire

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di Elisa Agostinelli Ci sono artisti con i quali saremo in debito tutta la vita. Joni Mitchell è una di queste: non so quali vie traverse e fortuite mi abbiano condotto alla sua musica, durante l’adolescenza. Perlomeno in Italia il suo nome è pressoché sconosciuto, o dimenticato: non si direbbe che rappresenti la figura più influente tra le cantautrici del ventesimo secolo. Il suo quarto album, Blue (1971) considerato uno dei migliori mai scritti, rappresenta una delle (tante) vette della sua produzione artistica. Joni non è militante: i suoi ideali si nascondono dietro allusioni, mai perentoriamente. La sua non è un’opera cantautorale impegnata, non vi sono pretese di rappresentare una generazione: eppure sarebbe riduttivo definire la sua arte intimista. Con delicata naturalezza, Joni si fa cantrice di se stessa: la lira è la sua chitarra, i temi affrontati ripercussioni indelebili della sua storia quotidiana, tracciata da incontri, viaggi vissuti, libertà rivendicate, tesori da custo...

Joni Mitchell - Hejira (1976)

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Il mese di viaggi musicali si conclude con un disco che Joni Mitchell scrisse durante un viaggio in macchina, dal Maine alla California, nel 1976. La grande cantante canadese sola con la sua chitarra disegna canzoni che sanno di autostrade, animali delle praterie, ricordi di viaggiatrici, amori consumati in motel. La copertina, stupenda (messa da Rolling Stone tra le più belle di tutti i tempi) ne anticipa i toni, nello scatto stupendo di Norman Seeff: il fotografo sudafricano, vincitore di molteplici Grammy per i suoi lavori di design musicale, tra i più grandi e significativi di sempre, ferma la Mitchell su un lago ghiacciato (uno dei luoghi mito della poetica della cantante canadese), mentre sul suo vestito nero si sviluppa verso l’infinito una strada deserta. Mitchell chiamò questo disco Hejira prendendo spunto dall’egira coranica: in inglese il trasferimento di Maometto e i suoi seguaci da la Mecca a Medina del 622 d.C. si scrive Hegira o Hjira, Joni ne fa una mix, utilizzando ...

Joni Mitchell - Hejira (1976)

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Il nono album in studio della cantante canadese Joni Mitchell pubblicato nel novembre del 1976 vanta sulla copertina una delle sue migliori opere d'arte. L'immagine presenta una foto in primo piano dell'artista scattata presso il lago del Wisconsin Mendota dopo una tempesta di ghiaccio. Mitchell sembra fissare lo spettatore mentre un'autostrada aperta si estende misteriosamente sopra di lei suggerendo la libertà e le possibilità illimitate contenute nella sua musica.

Johnny Cash & Joni Mitchell

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Graham Nash - Johnny Cash & Joni Mitchell, Date Unknown

Joni Mitchell - Blue (1971)

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Con una delle sue bizzarre (e sempre delicate) analogie, Joni Mitchell ha detto di se stessa ai tempi di Blue: «Non avevo difese, di alcun tipo. Mi sentivo come il rivestimento trasparente di un pacchetto di sigarette. Non potevo nascondere nulla» . Il che rimanda a una delle passioni piú travolgenti della sua vita, il fumo, ma in fondo anche alle altre due: la pittura, che pratica da sempre secondo uno stile poetico e realista, e la musica. In quest'ordine: la sua affermazione piú spesso ripetuta la vede come «pittore prima, musicista poi». Oppure: «Se la scuola d'arte fosse stata solo un po' piú soddisfacente, non avrei mai cominciato a cantare» . E andata cosí, Joni ha cantato accompagnata dalla chitarra per anni, grazie alla musica, dal Canada se n'è andata negli Stati Uniti e ha incontrato David Crosby, che l'ha portata in California e l'ha difesa quando produttori e case discografiche hanno tentato di annacquare con i suoni alla moda il suo stile confes...

A Case of You - Joni Mitchell

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Poco prima che il nostro amore finisse, mi dicesti “Sono costante come la stella polare” Ed io risposi, “Perennemente al buio, Ma dov’è mai questo posto? Se mi vuoi, mi trovi al bar”. Sul retro di un sottobicchiere di cartone, Sotto la luce blu della tv, Ho disegnato una carta del Canada Oh, il Canada! E per due volte vi ho fatto sopra lo schizzo del tuo viso. Oh, sei nel mio sangue, come il vino santo, Oh, e hai un sapore così amaro, eppure così dolce, Oh, potrei bere una cassa intera di te, amore, E continuare a reggermi sulle gambe. Continuerei a reggermi sulle gambe. Oh, sono un pittore solitario, Vivo in una scatola di colori, Ho paura del demonio E sono attratta da chi non ne ha paura. Ricordo la volta che mi hai detto “Amare è toccarsi l’anima” Di sicuro tu hai toccato la mia Poiché parte di te viene fuori da me In questi versi, di tanto in tanto. Oh, sei nel mio sangue, come il vino santo, Oh, e hai un sapore così amaro, eppure così dolce. O...

Accadde oggi...

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7 novembre 1943: a Fort Macleod nasce Roberta Joan Anderson, in arte Joni Mitchell, signora dei canyon e cantautrice eclettica. Oggi fa 70 anni, tondi tondi.

Joni Mitchell

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E T I C H E T T E

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