U2 - The Joshua Tree (1987)

Anton Corbijn, il grande fotografo e cineasta olandese, amico fraterno di questi 4 ragazzi di Dublino (fotograferà tutte le loro copertine di dischi, singoli, raccolte da The Unforgettable Fire in avanti, ma lavorerà anche con i Depeche Mode, David Bowie, Tom Waits, un film meraviglioso su Ian Curtis e i Joy Division, Control del 2007), li portò a Dicembre del 1986 nel deserto del Mohave, a Zabriskie Point, per le foto del nuovo disco degli U2, dai titoli provvisori di The Desert Song o The Two Americas. Ma Corbijn vedendo le Yucca Brevifolia di quei luoghi, raccontò a Bono che i primi coloni Mormoni che si avventurarono in quei luoghi chiamarono gli alberi Joshua Tree, perchè i suoi rami ricordavano le braccia alzate al cielo del profeta Giosuè (Joshua appunto), che esortava il suo popolo a seguirlo verso la Terra Promessa. Così il mattino seguente, il titolo era pronto: The Joshua Tree. Quello che è uno dei dischi più belli e importanti della storia della musica uscì a marzo del 1987, scardinando i binari della musica contemporanea. L’idea che Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr. avevano avuto per questo disco fu una riflessione, un viaggio, tra l’idea mitica dell’America e quella reale, un viaggio nelle contraddizioni del mito, nelle fratture sociali. Un viaggio che, ancora più simbolicamente, assomiglia al viaggio più profondo e desertico che ognuno può fare: quello dentro sé stessi. Pensato prima del Tour organizzato da Amnesty International, A Conspiracy of Hope Tour e da un viaggio come volontario in Nicaragua e El Salvador di Bono, organizzato dal lavoro incredibile e storico alla produzione di Brian Eno e Daniel Lanois, al secondo disco con loro dopo la svolta di The Unforgettable Fire (1984, altro capolavoro), che rende la musica ampia, epica, dallo spiccato gusto cinematografico (una sensazione di spazio, di luce raffinata impensabile per una band abituata all’approccio sanguigno con la musica), The Joshua Tree si apre con uno dei trittici musicali più famosi del rock. Where The Streets Have No Name è stato il tentativo di The Edge di scrivere il suo riff definitivo: nonostante mille problemi di registrazione (Eno fu sul punto di far finta di cancellare per sbaglio tutte le registrazioni per ricominciare tutto da capo), l’organo iniziale è come se provenisse dal cielo, si abbassa e mentre l’arpeggio di The Edge inizia a correre, ti prende per mano e ti fa volare con lei, in una delle canzoni del rock il cui testo fu suggerito a Bono da questo fatto:”Una storia interessante che mi raccontarono una volta è che a Belfast, a seconda della via dove qualcuno abita si può stabilire, non solo la sua religione ma anche quanti soldi guadagna: addirittura a seconda del lato della strada dove vive, perché più si risale la collina più le case sono costose. Puoi quasi dire quanto guadagna uno dal nome della strada dove abita e su quale lato della strada ha la casa. Questo mi disse qualcosa, e così cominciai a scrivere di un posto dove le vie non hanno nome”. I Still Haven’t Found What I’m Looking For è il gospel del dubbio e della speranza, in un altro pezzo leggendario, ispirato al loro percorso di conoscenza della musica americana, iniziato con maestri del calibro di Bob Dylan, Keith Richards, Van Morrison durante il tour per Amnesty International; rimane ad oggi la canzone degli U2 con più cover e reinterpretazioni in assoluto. Lanois portò a The Edge un nuovo effetto per la chitarra, perfezionato dal musicista canadese Michael Brook: l’infinite guitar lascia delle scia luminose di suono al ricamo del basso e batteria di Clayton e Mullen, quasi un battito spirituale: su questo Bono canta di un conflitto tra la presenza e l’assenza (un amore, un’idea, una passione) in un crescendo atipico per una ballata e che esplode nel canto liberatorio, quasi una celebrazione del dolore: ecco a voi With Or Without You, altra canzone mito, una delle loro più celebri. Questo già avrebbe fatto di questo disco un culto, ma è il resto che è dello stesso livello: Bullet The Blue Sky, dalla chitarra hendrixiana (nel successivo tour verrà anticipata dallo Star Spangled Banner di Hendrix) è ispirato alla tragedia dell’embargo statunitense in Nicaragua, tema che è toccato anche nella più solare In God’s Country. C’è il dramma dell’eroina nella toccante e stupenda Running To Stand Still, un blues acustico delicato ma dolorosissimo nel testo, tutto centrato sull’oblio della dipendenza (“She will\Suffer the needle chill\She's running to stand\Still). C’è la lotta dei minatori di Red Hill Mining Town, ispirata allo sciopero dei minatori inglesi contro la liberalizzazione delle miniere ad opera del governo Thatcher. C’è l’armonica di Trip Through Your Wires, c’è il ricordo dell’assistente di Bono, Greg Carrol, nella meravigliosa One Tree Hill, dedicata a questo ragazzo neozelandese morto in un incidente motociclistico: Eno raccontò che Bono la riuscì a cantare una sola volta per intero per via dell’emozione, ma la sua performance fu stupenda, in una delle sue prove canore più intense, con famoso finale in falsetto. Il disco si chiude con altre due canzoni particolari: Exit, ispirata al romanzo di Norman Mailer Il Canto Del Boia, è la gemma oscura della loro discografia: un viaggio nella follia di un killer, che ispirò davvero un delitto (almeno secondo la versione di difesa di Robert John Bardo, che durante il processo disse di essere stato guidato dalla canzone): il ritmo ansiogeno del basso, le falciate di suono della chitarra di The Edge, il canto in trance di Bono ne fanno un capolavoro nero, da riscoprire. Il disco si chiude con un omaggio alle madri sudamericane dei desaparecidos, nel ricordo dei loro figli scomparsi durante i regimi dittatoriali degli anni ‘70 e ‘80: Mothers Of Disappeared è un inno di speranza e di ricordo che si chiude con queste parole: In the trees our sons stand naked\Through the walls our daughters cry\See their tears in the rainfall. La creatività che la band attraversava in quei giorni è sancita anche dai brani scartati, o inseriti nei singoli: gemme come Spanish Eyes, Luminous Time (Hold On To Love), Wave Of Sorrow (Birdland). Il disco fu un successo mondiale: in Gran Bretagna fu disco d’oro in un’ora, e vendette un milione di copie nella prima settimana, nel mondo oltre 28 milioni, trasformando di fatto la loro vita: particolare fu che la crescita di adesioni a Amnesty International e Greenpeace, nel cui libretto c’era l’esortazione a supportare, si triplicò a livello mondiale. Mai come in quel momento la musica ritrovava l’impegno, la forza del racconto, la necessità del domandarsi, per una visione dell’arte come motore della discussione che si era persa dopo la crisi del punk. Rimane uno dei dischi della vita (stabilmente in tutti i sondaggi tra i dischi più belli di sempre), ed è il disco con cui sono cresciuto, imparato le prime parole d’inglese, iniziato a sognare: per questo per me ha un posto speciale nel mio spirito.

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