U2 - The Joshua Tree (1987)

I quattro irlandesi arrivano proprio là dove vogliono e forse devono arrivare, a confrontarsi con quella parte di mondo, con quell'idea di mondo, che non possono proprio evitare: l'America. Gli Stati Uniti d'America, ma non solo. Il rock'n'roll, il deserto, la terra promessa, l'esodo, Mosè che guida il suo popolo verso una salvezza che non vedrà e Giosuè (Joshua, secondo alcune trascrizioni Gesú) che prende il suo posto. Where The Streets Flave No Name, il primo pezzo (si parla del luogo in cui «le strade non hanno nomi», cioè dell'America) comincia dove The Unforgettable Fire era finito, con un tappeto d'organo. Che sale e sale, e si trasforma in qualcosa di radicalmente nuovo: lasciamo la chiesa e arriviamo al rock'n'roll, condotti dal genio di The Edge. Gli U2 hanno fatto un balzo, ora possono provare a mettere in undici canzoni il dolore per la perdita di un amico (Greg Carroll, era una specie di assistente personale di Bono), il fascino e la repulsione che provano per l'America, terra promessa (loro, come rockettari, e di molti irlandesi nella storia) che opprime e violenta, il deserto che non si finisce mai di attraversare (e la chitarra di The Edge riecheggia quella di Ry Cooder nella colonna sonora di Paris, Texas, un'altra storia di deserti e di America vista da europei), peccato e redenzione. Salvezza, soprattutto. Puntano in alto, i quattro, da buoni irlandesi, e questo è il loro segreto: vogliono essere la piú grande band del pianeta, e già quest'ambizione li consacra tali, almeno per un po'. In piú, come molti altri della loro generazione, pensano che il punk abbia fatto piazza pulita e che si possa e forse si debba riscrivere tutto. La loro riscrittura prevede un classico power trio rock'n'roll (e un chitarrista decisamente sopra la media, mai cosí maturo, mai esageratamente protagonista), con in piú un cantante che gioca seriamente a fare il messia, scrivendo — e cantando ispirato - testi aperti a molte interpretazioni, da peccatore non del tutto pentito, carnali ma pure spirituali: «Dolce il peccato, amaro il gusto nella mia bocca». E ciò di cui il rock'n'roll degli anni Ottanta ha bisogno, e The Joshua Tree se ne sta piantato tra Madonna e Michael Jackson come un cactus nel deserto. Pare che quel genere di piante possa anche vivere 200 anni. (Mia valutazione: Capolavoro)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

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