Yes - Fragile (1971)
Le favolose prime immagini del telescopio spaziale James Webb mi hanno spinto a cercare un filo conduttore galattico per le storie di musica agostane. Le esplorazioni spaziali ebbero il loro inizio eccitante proprio quando la musica rock stava spiccando il volo, e l’influenza fu sin da subito centrale sia per i nomi delle band, che per ispirazioni musicali nonché per quelle delle copertine degli album. E proprio questo sarà il filo rosso delle scelte di questo mese: copertine che hanno a che fare con lo spazio (con sorpresa finale,lo anticipo). Per cominciare però vorrei partire da una interpretazione artistica di questo argomento, mettendo in campo un sodalizio artistico musicale tra i più grandi di tutti tempi. Ma partiamo dalla musica. Gli Yes sono stati tra i giganti del progressive, e rimangono a tutt'oggi uno dei gruppi più preparati, più potenti e ineccepibili della storia del rock. Nascono verso la fine degli anni ’60, quando Peter Banks, Jon Anderson, Chris Squire, Tony Kane e Bill Bruford (che provengono da esperienze molto diverse, dalla psichedelia al beat) si riuniscono per una serie di concerti al Marquee di Londra, che fa guadagnare alla giovane band l’occasione di suonare come spalla dei Cream al loro concerto d’addio alla Royal Albert Hall. La formazione prevede Anderson al canto, Banks alla chitarra, Squire al basso, Bruford alla batteria e Kane alle tastiere: hanno in mente una musica nuova, che mischi con egual peso rock, jazz, musica sacra e barocca. Si chiamano all’inizio Mabel Greer's Toyshop, che però fu ritenuto troppo lungo. Decidono con una inversione di rotta decisa di chiamarsi Yes, prima con il punto esclamativo (Yes!), poi senza. Nel 1969 firmano un contratto per la Atlantic (la stessa etichetta dei Led Zeppelin) e pubblicano l’omonimo Yes: non c’è ancora quella maestosa macchina sonora che sarà il tratto distintivo della loro musica, ma alcuni brani, come ad esempio Survival, già ne presentano i primi vagiti. Nel disco spiccano le cover di I See You di McGuinn\Crosby e una di Lennon\McCartney, Every Little Thing. Il successo è nullo, come lo sarà l’appena discreto Time And A Word (1970), e Banks, vista l’aria che tira, si chiama fuori. Viene sostituito da Steve Howe, eclettico chitarrista, che inizia ad immaginare con i suoi compagni quello che sarà: The Yes Album contiene i primi successi (la splendida I’ve Seen All Good People, con bellissimo ritornello) e quella musica densa, tecnicamente superba, che si sente in Starship Trooper e Perpetual Change. Il gradino che mancava viene colmato con l’ingresso al posto di Kane del tastierista Rick Wakeman, ex Strawbs ed una delle figure più eclettiche e scoppiettanti del progressive. L’album di oggi è uno dei grandi capolavori della musica, un disco fondamentale del periodo, una esplosione di idee, musiche e tecnica. Fragile esce nel novembre 1971, dopo che fu registrato con le migliori tecniche dell’epoca, per la gioia del tecnico del suono Eddie Offord. Le nove canzoni sono composizioni (tranne un piccolo divertissement) che esprimono le singole personalità della band. Roundabout è il loro primo clamoroso successo, barocca e sensuale, con incredibile lavoro al basso di Squire (che quasi si prende tutta la scena essendo stato registrato ad altissimo volume) che è il primo esempio della bellezza della voce di Anderson: in poco tempo diventerà un modello per i suoi testi fantasiosi e la sua vocalità eterea e solenne, che giganteggia anche nell’altrettanto splendida South Side Of The Sky. Wakeman esibisce le sue strabilianti abilità in Cans And Brahms, omaggio al terzo movimento della quarta sinfonia di Johannes Brahms. Bruford scrive un pezzo ironico nella brevissima Five Per Cent For Nothing, che era un indiretto strale verso il loro management a cui andava il 5% degli incassi “per non fare nulla”. Mood For A Day è magnificamente suonata da Howe alla chitarra spagnola, registrata in una sola take da solo nello studio di registrazione, mentre Long Distance Roundabout riprende il tema di Roundabout e sfuma nella conclusiva The Fish (Schindleria Praematurus), con ennesimo assolo di basso di Squire (un gigante dello strumento) che trovò il nome del “pesce” sul Guinness Book Of Record essendo la Schindleria Praematurus uno dei pesci più piccoli allora conosciuti. Il disco finisce nei 10 esorbitanti minuti di Heart Of The Sunrise, dalla magnetica e lunghissima introduzione, dalla metrica che cambia di continuo, il riff di basso sublime, la voce solenne e epica di Anderson che canta di quanto ci si senta persi a volte nel mondo. Ed è tempo di parlare della clamorosa e iconica copertina, che segna l’inizio della collaborazione con Roger Dean, uno dei più grandi illustratori di tutti i tempi, e autore delle copertine icona degli Yes (di cui designerà anche il logo su Yessong (1973), altro super album insieme all’ancora più incredibile e storico Close To The Edge (1972), triplo Lp monumento al rock come contaminazione di generi): nell’idea di un mondo fragile, quasi di porcellana, Dean immagine un pianeta sul punto di spezzarsi da dove parte una nave a forma di pesce, pronta per colonizzare nuovi mondi. Tra le meraviglie del sodalizio, segnalo la copertina di Tales From Topographic Oceans (del 1973, tra l’altro disco ambiziosissimo di oltre 160 minuti di musica divise in 4 colossali suites), probabilmente tra le più belle di sempre. Sulla barca volante degli Yes salirà un’intera generazione, colonizzata da questa musica particolare, interessante, viva e che ha segnato il tempo come poche altre hanno mai fatto.

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