The Rolling Stones - Sticky Fingers (1971)
Nel 1970 i Rolling Stones erano in procinto di creare la loro propria etichetta discografica. Un accordo con la Decca li obbligava a produrre un ultimo disco. Il successo incredibile del tour negli Stati Uniti portò alla pubblicazione clandestina di uno dei loro infuocati concerti in uno dei bootleg più famosi della storia, Live’r Than You’ll Ever Be (registrato ad Oakland il 9 Novembre del 1969). Per trarne vantaggi, la Decca pubblicò un live ufficiale, Get Yer Ya-Ya’s Out!’: The Rolling Stones in Concert, con registrazioni di concerti a New York e Baltimora, che non solo è uno dei più grandi dischi live di tutti i tempi ma è il primo live in assoluto che arriva numero 1 in classifica in Gran Bretagna. Dopo aver fatto anche l’attore nel film Ned Kelly, Mick Jagger contatta il Royal College of Art per la creazione di un piccolo logo per la carta da lettere della nuova etichetta discografica: il college mette a disposizione di Jagger un promettente studente, John Pasche, che dopo vari tentativi, dopo che lo stesso Jagger gli regalò una foto della dea Visnu, disegna un logo che diventerà leggendario: una bocca carnosa con una lingua irriverente, che assomiglia sia a quello della dea che alle stesse labbra di Jagger, che non passarono mai inosservate come ricorda il primo manager, Andrew Loog Oldham, che la prima volta che li vide ad un provino alla BBC disse: ”La band è ok, basta togliere quel cantante con i labbroni”. Quel logo (l’originale di Pasche è stato di recente acquistato dal Victoria & Albert Museum come esempio di design britannico) fu ristilizzato da Craig Braun e messo sul retro del nuovo disco degli Stones, che esce nell’Aprile del 1971. Quel disco aveva la leggendaria copertina che vedete sopra: Jagger chiese più volte a Andy Warhol di creare una copertina per un disco dei Rolling Stones, Warhol pensò di aggiungere una vera zip, che si apriva e si chiudeva sul jeans piuttosto pieno che fotografò, leggenda vuole indossato da uno dei suoi attori della Factory, Joe Dallesandro, il quale è citato anche da Lou Reed nella mitica Walk On The Wild Side. Sticky Fingers (che è un gioco di parole interessante che vuol dire sia dita appiccicose che cleptomania) è uno dei più grandi dischi della Storia del Rock. Gli Stones nei 10 brani di questo capolavoro tornano ad un suono basico, meraviglioso e irriverente, e scrivono un disco dove si celebra senza nessuna paura la triade sex, drug & rock’n’roll. La formazione è quella che iniziò a lavorare all’altrettanto storico Let It Bleed, con i Glimmer Twins Mick Jagger e Keith Richards, Bill Wyman al basso, Charlie Watts alla batteria a dettare il tempo e la chitarra solista di Mick Taylor, che diventerà una delle chitarre più imitate nel mondo, ma che non ha mai avuto i riconoscimenti dovuti. Completano il gruppo i fidati sessionisti: il sax di Bobby Keys, Nicky Hopkins, Ian Stewart e Jack Nitzsche al piano, gli archi di Paul Buckmaster, Ry Cooder alla slide in una delle canzoni mito di questo disco, Jimmy MIller alla produzione e i fratelli Andy e Glyn Johns all’ingegneria sonora. Qualsiasi disco che inizia con il riff micidiale di Brown Sugar sarebbe passato alla storia: scritta da Jagger durante le riprese in Australia per Ned Kelly, registrata ai Muscles Shoals Studios in Alabama nel 1969, è uno dei suoi apici allusivi, dato che brown sugar (letteralmente significa zucchero di canna) è uno slang per un tipo di eroina ma anche, metaforicamente, di una avvenente ragazza nera (la cantante delle Ikette Claudia Lennear ha sempre dichiarato che Jagger la scrisse per lei) ; se ci aggiungiamo i riferimenti allo schiavismo, al sesso sadomaso, al sesso orale (Come puoi essere così buona? canta l’irriverente Mick) e non solo, si capisce perchè gli Stones abbiano deciso di non cantarla nella iperpuritana America del XXI secolo dal vivo. Il disco continua con la magnificenza di Sway, scritta da Richards per le abilità di Taylor alla chitarra solista, che qui regala uno dei suoi assoli più belli, ha un finale con gli archi di Buckmaster (che in quei periodi lavorava con Elton John), con il testo che lo accompagna così: One day I woke up to find\Right in the bed next to mine\Someone that broke me up with a corner of her smile, yeah\It’s just that demon life has got me in its sway. Poi la loro più bella ballata: Wild Horses, ispirata alla dipendenza dalla droga della sua amante Marianne Faithfull, è una delle canzoni del rock, tutta acustica e dolente, e fu anch’essa registrata in Alabama a fine 1969 e ai giorni di coma, dopo un’overdose, fu scritta anche Sister Morphine, con parti di testo della stessa Faithfull, in un altro dei capolavori del disco, dolorosa e potente, con la chitarra slide di Cooder a ricamare dolenti riff in una canzone sensazionale. Il disco è un portento in ogni traccia: Can’t You Hear Me Knocking doveva essere un hard blues di 2 minuti, ma durante le registrazioni Taylor iniziò a improvvisare, tutti gli altri gli andarono dietro e finirono in una jam session che sa di jazz rock indimenticabile di 7 minuti. You Gotta Move è un spirituaI afro-americano di Fred McDowell, conosciuto anche come Mississippi Fred e del Reverendo Gary Davis, Bitch fu il secondo singolo, I Got The Blues è uno dei loro capolavori, uno slow blues farcito di soul che spiega pienamente la classe della band in quei mesi. Il disco si chiude con due gioiellini: il country di Dead Flowers e la magia quasi orientale di Moonlight Mile, che sebbene accreditata a Jagger-Richards fu opera di Jagger e Taylor, in una atmosfera di fredda notte invernale, dove due persone si cercano: The sound of strangers sending nothing to my mind\Just another mad, mad day on the road\I am just living to be lying by your side\But I’m just about a moonlight mile on down the road. Il disco va in testa alle classifiche in tutto il mondo, nonostante la copertina venisse criticata e addirittura censurata in Spagna, dove fu creata una sinistra copertina con delle dita femminile che uscivano da un barattolo di latta. La copertina di per sé fu un tormento per i discografici: la vera zip che tra l’altro aperta mostrava delle mutande bianche, finiva per rigare il retro delle copertine impilate, ed era molto costosa da produrre: la prima serie con la vera zip vale centinaia di euro oggi sebbene il disco abbia venduto milioni di copie in oltre 50 anni di carriera. Voglio ricordare che Pasche fu pagato 50 sterline per il primo logo, a cui ne vennero aggiunte 200 nel 1972 quando fu rifinito da Braun. Da allora è il simbolo della più grandiosa storia rock, portando ovunque quel suono leggendario che un cantante con i labbroni e i suoi amici erano in grado di fare.

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