Bob Dylan - Blonde On Blonde (1966)
Per questo ultimo mese di storie musicali, un po’ per esorcizzare il periodo che stiamo vivendo, ho pensato a 4 dischi leggendari per la loro bellezza. Quello di oggi è uno dei dischi più influenti e rivoluzionari della storia: Bob Dylan pochi mesi prima della sua pubblicazione, durante un concerto al Festival Folk di Newport, nel 1965, si presentò sul palco accompagnato dai The Hawks (futura The Band, il gruppo di Robbie Robertson, Helm e gli altri) per suonare con strumenti elettrici pezzi del suo repertorio. Dopo sole quattro canzoni, fu duramente contestato, scappò dal palco con il suo gruppo e ritornò poco dopo, “sfidando” il pubblico solo con la sua chitarra cantando, profeticamente, It’s All Over Now, Baby Blue. La svolta elettrica, che già aveva preso vita nell’altrettanto leggendario Highway 61 Revisited, imperniato sull’organo Hammod di Al Kooper e la chitarra elettrica di Mike Bloomfield, diviene completa e dirompente nel disco di oggi. Dylan è febbrile, pieno di idee, emotivo, e scrive moltissimo: inizia a New York a registrare con gli Hawks nell’ottobre del 1965 e con Bob Johnston in cabina di produzione, ma non è affatto soddisfatto, nonostante la mole di materiale. Nel frattempo, a Novembre, sposa in gran segreto la sua fidanzata Sara Lownds, che diventerà la musa per le canzoni che registrerà a Nashville, insieme al fido Al Kooper e ad un gruppo di straordinari musicisti sessionisti, tra cui il chitarrista e bassista Charlie McCoy, i chitarristi Wayne Moss e Joe South, e il batterista Kenny Buttrey. Dylan è entusiasta, scrive le canzoni in studio, mentre i musicisti ingannano il tempo giocando a carte, le prova una o due volte e poi passa le idee ai musicisti per registrarle. Il risultato è che registra così tanta roba, con canzoni che spesso superano i 5 minuti, che non basta un solo 33 giri, e la Columbia, con sprezzo del pericolo per i costi commerciali e con totale fiducia in Dylan, pubblica addirittura le 14 canzoni scelte su un doppio LP, il primo della storia del Rock: Blonde On Blonde. Oltre il dato storico (che anticipa di qualche mese un altro doppio disco storico, Freak Out! di Frank Zappa e i Mothers Of Invention) è il lato simbolico che è dirompente: il disco non è più un riempitivo di brani che accompagnano un singolo di successo, ha una sua natura organica, una sua dimensione artistica, diviene un oggetto che ambisce anche ad un valore artistico. Blonde On Blonde a distanza di decenni stupisce per molti fattori: la qualità incredibile dei testi dylaniani, che per la prima volta mettono da parte la natura di denuncia folk e si concentrano di più sulle dinamiche private, sulla confusione personale sul lavoro, sull’amore (tema forse centrale), sui comportamenti interpersonali, sui riferimenti letterari, da Shakespeare ai filosofi greci. Dylan prende dal blues, dal country (la scelta di andarsene a Nashville è decisiva) lo trasforma e ne esce fuori una scaletta di brani uno più famoso dell’altro: dalla marcetta da circo Barnum di Rainy Day Women # 12 & 35 (dall’oscura leggenda che fosse una canzone sulla droga, per il titolo cripitico e anche per il testo che gioca tutto sul doppio significato di “stoned”), ai blues sarcastici di Stuck Inside The Mobile With The Memphis Blues Again, o Leopard Skill Box Hat, all’armonica lancinante di Pledging My Time, a canzoni gioiello come Absolutely Sweet Mary o One Of Us Must Know (sulla fine di un amore, dove lui dice a lei “sooner or later, one of us must know\That you just did what you're supposed to do\Sooner or later, one of us must know\That I really did try to get close to you ed è l’unica canzone tenuta dalle sessioni di New York). Dylan è perfetto anche quando è più “pop”, nella splendida I Want You, uno dei brani più orecchiabili del suo intero repertorio e singolo del disco. Ma sono almeno tre i gioielli immensi di questo disco, che restituiscono la dimensione del Dylan poeta: Visions Of Johanna è uno dei suoi apici assoluti, una serie straordinaria di immagini e sensazioni, uno dei testi definitivi della musica popolare del ‘900; Just Like A Woman, che per anni fu accusata di misoginia per le “frecciatine” che Dylan puntella in questa dolce ballata probabilmente ad una sua ex amante, la diva della Factory di Warhol Edie Sedgwick (a cui l’anno dopo i Velvet Underground dedicarono Femme Fatale); ma forse il momento più “sconvolgente” è Sad-Eyed Lady Of The Lowlands, 14, ipnotici e formidabili minuti di seduta sentimentale, dedicati a Sara (sia per assonanza con il cognome) sia perchè in Desire, anni dopo (nel 1976), Dylan canta: Stayin' up for days in the Chelsea Hotel,\Writin' Sad-Eyed Lady of the Lowlands for you (il brano è Sara). Blonde On Blonde rimane un capolavoro dalla forza intatta, dai segreti ad ogni ascolto, dalla forza immaginifica forse inarrivata, rappresenta il culmine creativo della svolta elettrica, che in 2 anni fece pubblicare a Dylan tre pilastri fondamentali della musica rock (gli altri due sono il già citato HIghway 61 e l’altrettanto magico Bringing It All Back Home, sempre del 1965). Due ultime curiosità: la foto scattata da Jerry Schatzberg, altro gigante della fotografica americana e futuro grande regista, lo ritrae con il solito sguardo di sfida in un voluto “sfocato”; all’interno Dylan personalmente volle una foto di Claudia Cardinale, che fu tolta subito dopo la prima stampa per problemi di diritti (e le copie con la foto della Cardinale valgono un capitale oggi). Dopo il Tour che intraprese, anche in Europa, Dylan ebbe un tragico e misterioso incidente in motocicletta, tanto che si susseguirono voci sulla sua morte: durante la riabilitazione nello scantinato della sua villa di Woodstock suonerà con la Band, creando quel tesoro che furono i Basement Tapes, e ritornerà “diverso” con John Wesley Harding nel 1968 suonando acustico dopo che lui aveva incoraggiato tutti i musicisti del mondo a inserire la spina degli strumenti elettrici. Un genio controcorrente, sempre.

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