Albert Ayler Trio - Spiritual Unity (1965)

Nel 1964 molti jazzisti, anche non legati al movimento free, iniziarono a designare la loro musica come new thing, in contrasto con il mondo bianco che lo chiamava jazz. Albert Ayler, sassofonista immensamente talentuoso, fu uno dei primi seguaci del solco tracciato da Ornette Coleman, ma verso fine anni ‘50 ha pochi contatti e si trasferisce in Europa. In Svezia, insieme a Cecil Taylor (altro pilastro della nuova musica), si esibisce in trio sia con Taylor sia con una ritmica indigena scandinava, e tra il 1962 e il 1963 incide i primi dischi (The First Recordings, appunto) e realizza per la radio danese, l'album, edito in origine come My Name Is Albert Ayler e poi anche come Free Jazz, a testimonianza dei suoi studi free. Ma la vera svolta arriva quando ritorna a New York e incontra un personaggio bizzarro, l’avvocato Bernard Stollman. Stollman è uno dei maggiori sostenitori dell’Associazione Esperantista Americana, che si adoperava per lo sviluppo e l’uso della lingua Esperanto, la fratellanza dei popoli e il superamento delle divisioni razziali. Nel 1964 fonda la propria casa discografica, all’epoca completamente artigianale, la ESP Disk, che fu una delle prime etichette indipendenti: per i successivi 12 anni, fin quando nel 1976 l’etichetta chiuse, la ESP fu considerata la casa discografica più pazza del mondo, definizione tra il denigratorio e l’ironico, che descrive solo in parte l’interesse e la curiosità della casa discografica verso le nuove arti e le nuove dimensioni musicali: a loro si dovranno i dischi dei Fugs, quelli meravigliosi di Tom Rapp e i Pearl Before Swine, e l’alba del new thing. Tanto è che Spiritual Unity, del 1965 (ma registrato nel luglio 1964), è il primo album ufficiale della ESP. Ayler si presenta in trio con Gary Peacock, contrabbasso e Sunny Murray alle percussioni. Spiritual Unity riprende alcune sue composizioni dagli album precedenti, ma dandone un nuovo spessore e una nuova dimensione. Il disco, sin dal titolo, richiama il mondo esoterico che tanto caro fu ad Ayler sin dagli inizi, e questa attenzione si ripete nei titoli delle sue composizioni. I primi 44 secondi di Ghost sembrano una marcetta militare, con un po’ di gospel, ma dal secondo 45 la musica è come se iniziasse a sciogliersi, a zoppicare, a suonare in un universo parallelo. Ghost viene ripreso in una seconda (e più ampia) variazione che chiude il disco: il tema principale si fa debordante, specie sul versante improvvisativo, con contributo incisivo e permeante del contrabbasso di Peacock, che in verità è piuttosto in ombra negli altri brani. The Wizard è quasi una prova muscolare, soprattutto all’inizio, per poi stemperarsi in una dimensione da preghiera (altra componente-chiave, questa, della poetica ayleriana); Spirits sbuffa e minaccia come magma di un vulcano che si sta raffreddando, incutendo cioè un timore tutto potenziale, quasi a dimostrare la necessità di stemperare questa voglia di scardinare il quadro generale. Nelle versione più moderne c’è un quinto brano, Variations, che appariva nell’album Ghosts, (in quartetto stavolta, con Don Cherry insieme a Peacock e Murray), ma che qui si espande e cambia dimensione. Leggenda vuole che dopo le sessioni di registrazioni (che per un errore degli ingegneri del suono iniziarono solo in mono recording, per poi essere virate in stereo) Stollman li attendesse al bar davanti ai Variety Arts Recording Studio, dove i musicisti furono pagati e firmati tutti i documenti necessari per la pubblicazione. Ayler pur nella sua furia, cerca di mantenere un legame con il passato: sebbene la sua musica arrivasse dopo lo strappo di Coleman, non fu subito apprezzata. Anche se a qualcuno piacque davvero tanto. John Coltrane si innamorò della sua tecnica e delle strane magie che poteva fare con il suo sax, e ne fu moltissimo ispirato nei suoi lavori “trascendenti” degli ultimi anni (Ascension e Meditations soprattutto); poco prima di morire, nel 1967, volle che fosse Ayler a suonare al suo funerale. Senza sapere che appena tre anni dopo il corpo di Albert Ayler fu trovato nell’East River a Brooklin, il 25 Novembre 1970. Per anni si diffusero numerose leggende sulla sua morte, tanto che a metà anni ‘90 la Gallimard, notissima cada libraria francese, intitolò una raccolta di gialli noir “Le 16 morti di Albert Ayler”. Rimane un gigante da riscoprire, per la sua peculiare e fortissima carica innovativa, e per il mito, magico, che accompagna la sua musica.

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