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Camaron - La Legenda Del Tiempo (1979)

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Zio José non avrebbe mai pensato che il soprannome scherzoso che dette a suo nipote José Monje Cruz, El Camaron (il Gambero per via della magrezza e dei capelli rossi e arruffati) sarebbe diventato il nome d'arte di un mito. I dischi di Maggio esploreranno sempre la dimensione del viaggio (in attesa di poterli rifare liberamente) raccontando storie di musica "etnica", aggettivo che viene usato per definire la musica tipica di una determinata zona geografica. Iniziamo dal Flamenco patrimonio immateriale dell'umanità protetto dall'UNESCO: è una forma musicale e coreutica andalusa, composta dal canto, di natura particolare, apparentemente " stonante", una musica basata sull'uso tocante della chitarra acustica e da un ballo, suggestivo e sensuale, che contempla un uso particolare del corpo. Nel Flamenco, nato e iniziato a essere codificato verso la fine del 1700, confluiscono influenze arabo e mediterranee, la tradizione gitana, quella del canto dolor...

I rabbiosi anni ottanta di Joni Mitchell

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La Joni Mitchell degli anni ottanta non è mai stata amata. Giornalisti musicali e fan erano rimasti affezionati a capolavori come Blue o Hejira e in quegli anni turbolenti se li stringevano addosso come la coperta di Linus. Per questo la generazione che aveva trenta o quarant’anni nel 1985 ha accolto con imbarazzo un album di pop elettronico e sperimentale come Dog eat dog. Perché tutti quei sintetizzatori? Perché quei testi spigolosi e arrabbiati? Soprattutto che fine ha fatto la chitarra acustica? Per la maggior parte di loro Joni Mitchell doveva essere ancora, e per sempre, la musa hippy di Woodstock e nessuno era disposto a vederla trasformarsi in un incrocio tra la Laurie Anderson di Big science e il Neil Young sintetico di Trans. Per coprodurre Dog eat dog, Mitchell si è rivolta al pioniere dei sintetizzatori e dei campionamenti Thomas Dolby che, pur non andando d’accordo con lei in studio, cercava di seguirla nel suo approccio impressionista alla composizione. Nella sua diverten...

Lost in Transmission No. 61

T.2. - It’ll All Work Out In Boomland (1970)

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La storia del rock è fatta di vicende incredibili. Una delle più incredibili è quella che vi sto per raccontare. E parte, secondo la leggenda, in una imprecisata serata di primavera del 1969, dove sul palco di uno dei club più famosi della città di Londra, il Marquee Moon, si sta esibendo una band. Non sono i Deep Purple, nè i Pink Floyd, nè i Black Sabbath. Sono un power trio che in quel periodo è la nuova sensazione della musica britannica, tanto che, quella sera, John Lennon e Jimi Hendrix sono andati a sentirli. Questo trio si chiamava T.2. Se non ne avete mai sentito parlare, non temete, davvero sono diventati, dopo un solo e leggendario disco, solo memoria per gli appassionati più accaniti per via di una serie di coincidenze pazzesche. Ma andiamo con ordine: i T.2. (nessuno ha mai saputo cosa significasse) nascono da un’idea del batterista e cantante Peter Dunton, che chiama a sè il bassista Bernand Jinks e un giovanissimo chitarrista 17enne, Keith Cross. La loro idea di music...

Wilson Pickett

L'urlo selvaggio che rivaleggia con quello di James Brown, l'intensità emotiva di alcuni momenti gospel-soul, il particolarissimo senso del ritmo: ecco alcune caratteristiche di Wilson Pickett (1941 - 2006) mei momenti migliori della sua carriera, che sotto il profilo discografico coincidono con le prime incisioni Atlantic. Discografia e Wikipedia

Due zollette di Brown Sugar

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Voodoo è un afrodisiaco sonoro da gustare perdendosi nel groove D’Angelo, vero nome Michael Eugene Archer, è uno di quegli artisti che in qualche modo personifica tutto il meglio e tutto il peggio – creatività e paranoia, in estrema sintesi – che possa passare per la mente di un artista di successo. Mi spiego. Nel 1995, D’Angelo crea praticamente da solo un genere, un’etichetta, una sensibilità. La chiamano neo-soul (ricorda vagamente il new wave di 15 anni prima), e come tutte le etichette – nate per stare strette agli artisti stessi – vale giusto come indicazione. Come un cartello stradale. La definizione la inventa Kedar Massenburg, uomo marketing e influente manager prima di un gruppo rap, gli Stetsasonic, e poi di D’Angelo stesso ed Erika Badu. Vuol significare un incontro, di per sé già promettente, fra la tradizione antica e santificata del soul e quell’urban e hip-hop culture che negli anni 90 ha ormai pervaso la black community. Ma nel caso di D’Angelo, c’è in realt...

The Modern Lovers - The Modern Lovers (1976)

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Nella scorsa storia musicale vi ho raccontato del mio poco amore per il punk. Oggi invece, come è già capitato in passato, vi parlo invece di una delle mie passioni musicali, e cioè quelli che citando Springsteen sono i meravigliosi beautiful losers della musica. Quello di oggi è uno dei più grandi, capace del più grande e apparentemente insensato cambio di genere nella storia del rock. Jonathan Richman è un bostoniano che ama il rock anni ‘50, Buddy Holly e Chuck Berry su tutti. Impara a suonare la chitarra pensando a loro. Poi arrivano come un fulmine a ciel sereno i Velvet Underground e uno della lunga serie di convertiti fu proprio Richman. Dopo qualche esibizione da solista nel 1970 fonda il suo gruppo, The Modern Lovers, con David Robinson, John Felice e Rolfe Anderson. Questi ultimi due se ne vanno quasi subito e subentrano Jerry Harrison e Ernie Brooks. La band inizia a suonare nei piccoli locali di Boston e inizia un diffuso culto sotterraneo. Kim Fowley, il famoso produtt...

Blue di Joni Mitchell: un album da riscoprire

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di Elisa Agostinelli Ci sono artisti con i quali saremo in debito tutta la vita. Joni Mitchell è una di queste: non so quali vie traverse e fortuite mi abbiano condotto alla sua musica, durante l’adolescenza. Perlomeno in Italia il suo nome è pressoché sconosciuto, o dimenticato: non si direbbe che rappresenti la figura più influente tra le cantautrici del ventesimo secolo. Il suo quarto album, Blue (1971) considerato uno dei migliori mai scritti, rappresenta una delle (tante) vette della sua produzione artistica. Joni non è militante: i suoi ideali si nascondono dietro allusioni, mai perentoriamente. La sua non è un’opera cantautorale impegnata, non vi sono pretese di rappresentare una generazione: eppure sarebbe riduttivo definire la sua arte intimista. Con delicata naturalezza, Joni si fa cantrice di se stessa: la lira è la sua chitarra, i temi affrontati ripercussioni indelebili della sua storia quotidiana, tracciata da incontri, viaggi vissuti, libertà rivendicate, tesori da custo...

Lost in Transmission No. 60

Tom Waits

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E T I C H E T T E

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