T.2. - It’ll All Work Out In Boomland (1970)

La storia del rock è fatta di vicende incredibili. Una delle più incredibili è quella che vi sto per raccontare. E parte, secondo la leggenda, in una imprecisata serata di primavera del 1969, dove sul palco di uno dei club più famosi della città di Londra, il Marquee Moon, si sta esibendo una band. Non sono i Deep Purple, nè i Pink Floyd, nè i Black Sabbath. Sono un power trio che in quel periodo è la nuova sensazione della musica britannica, tanto che, quella sera, John Lennon e Jimi Hendrix sono andati a sentirli. Questo trio si chiamava T.2. Se non ne avete mai sentito parlare, non temete, davvero sono diventati, dopo un solo e leggendario disco, solo memoria per gli appassionati più accaniti per via di una serie di coincidenze pazzesche. Ma andiamo con ordine: i T.2. (nessuno ha mai saputo cosa significasse) nascono da un’idea del batterista e cantante Peter Dunton, che chiama a sè il bassista Bernand Jinks e un giovanissimo chitarrista 17enne, Keith Cross. La loro idea di musica è un mix ammaliante e favoloso di psichedelia, il blues elettrico alla Cream e i primi significativi innesti di prog, sulla scia del mitico In The Court Of The Crimson King dei King Crimson. Il loro manager, John Morphew, anche sostenuto dal crescente favore dei concerti nei club, riesce a strappare un anticipo mostruoso alla DECCA, di ben 10.000 sterline (che sono una somma buona persino oggi) e nel 1970 i tre presso i mitici Morgan Studios di Londra registrano il loro primo disco, It’ll All Work Out In Boomland. Come per il nome, nessuno sa dove sia Boomland, e la copertina è piena di immagini naïf e un po’ sinistre (un uomo che scappa nell’erba alta dopo aver visto un’anatra gigante pescare su una zattera a forma di zoccolo olandese, sullo sfondo un castello orientaleggiante). Ma ciò che conta è la musica: i 4 brani (3 per il lato a e una super suite da 21 minuti per il lato b) sono delle gemme oscure e magnifiche sulla musica del periodo, nascondendo non poche sorprese. Sentendo come suonava a 17 anni Keith Cross, si capisce perchè Hendrix volesse andarlo a vedere: azzardo che forse è il più grande chitarrista misconosciuto di tutto il rock britannico. Si parte con il suono pieno ed enfatico di In Circles: magnifica, è tutta un duello tra le rullate di Dutton e la chitarra davvero portentosa di Cross, tra groove blues, parti orecchiabili e uno dei loro marchi di fabbrica, dei mini rallentamenti dopo cavalcate di suono (presa in prestito da 21st Schizoid Man dei King Crimson); J.L.T. è una ballona dai toni più acustici, che ha una sezioni di ottoni (arrangiata da Peter Johnson, altro personaggio sconosciuto ai più, cosa che non fa altro che aumentare l’aura fascinosa di tutto l’insieme) è che ha davvero sapore psichedelico; No More White Horses è uno di quei pezzi da riscoprire assolutamente: sebbene non ne sia sicuro, i White Horses del testo più che ai mitici sun chariots sono un richiamo all’eroina, dato che Dutton canta nella sua voce impostata e glaciale “no more white horses for you to ride away\no more white horses, so you must stay\where you are”. L’incedere marziale e pauroso del basso di Jinks viene squarciato da un assolo portentoso di Cross, che ha un crescendo potente e imperioso, e tutta la canzone ha un suono così pieno e eccitante che si stenta a pensare siano solo in tre, senza dimenticare un bel finale d’atmosfera di fiati, a coronare un brano davvero straordinario. Ma non da meno è Morning: ventuno minuti dove succede praticamente di tutto e si rimescolano, in sequenza e dosi variabili, le caratteristiche dei primi tre pezzi. In un intreccio perfetto tra sezioni acustiche, con la voce di Dunton davvero presente e bella, a refrain dove il muro degli arrangiamenti sembra collassare su se stesso. Cross tange il raga rock durante gli assoli di chitarra, Jinks che dimostra di essere un signor bassista, jam blues vecchia maniera, jazz sperimentale (con distorsioni di chitarra in forma libera e tamburelli tribali che vagano nel caos), fanfare e persino una marcetta. In questo disco mettono molto del periodo e anticipano altrettanto di ciò che a breve verrà proposto. Tutta questa meraviglia però non fu mai pubblicizzata a dovere: Morphew ebbe dissidi con la DECCA e il disco ebbe distribuzione pressochè nulla, tanto che le prime edizioni in vinile originali valgono centinaia di euro oggi: le migliaia di fan che li stavano osannando nei club non riuscivano materialmente a comprare il disco. Dopo una seconda sessione di registrazioni per un nuovo album, nel 1971 la band si scioglie. Keith Cross prova la carriera solista con Bored Civilians con Peter Ross (1972, che non ho mai ascoltato, anch’esso introvabile e mi dicono pieno di magie…) ma dopo quest’ultimo tentativo scompare dalla scena musicale. Dutton e Jinks provano qualcosa insieme, ma il primo se va in Thailandia, il secondo si dice faccia il tassista a Londra. Nel 1992 una band di prog svedese, i Landberk, fa una cover di No More White Horses, riaccendendo nello zoccolo duro dei fan del progressive (mediamente delle enciclopedie informatissime) il faro su questo trio: ne nasce una ristampa su cd, che però non è fatta da i nastri originali, nel 1997 la lacuna viene riparata da un’etichetta asiatica, e oggi, sebbene con le solite difficoltà di reperimento, si può ascoltare uno degli album più misteriosi, belli e dimenticati della storia del rock.

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