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Grateful Dead - Europe '72 (1972)

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La storia dei dischi che si legano al numero 3 oggi prevede un triplo disco, dal vivo, di una formazione che ha fatto la storia della musica dal vivo (sono la band con più registrazioni live pubblicate della storia della musica, e vista la loro quasi cinquantennale attività non verranno probabilmente mai superati). I Grateful Dead decisero di intraprendere il primo tour fuori dagli Stati Uniti verso la fine del 1971. La band di San Francisco, che in patria era già una sorta di mito, non aveva idea dell'accoglienza degli ascoltatori europei. Anche per questo, la Warner Bros organizzò tutto alla perfezione, con una serie di concerti tra l'Aprile e il Maggio del 1972 previsti in Gran Bretagna, Francia, Germania, Paesi Bassi e Danimarca. I Dead erano in un momento di cambiamento organizzativo: Micky Hart, uno dei due batteristi, si chiamò per un po' fuori,  Ron "PigPen" McKernan era debilitato da problemi di salute (che lo porteranno dopo pochi mesi alla morte) e in q...

Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra - Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything (2014)

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di Gianfranco Marmoro Efrim Menuck, David Payant, Jessica Moss, Sophie Trudeau e Thierry Amar, ovvero la line-up attuale dei Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra, uno dei tanti germi dei Godspeed You! Black Emperor. Il collettivo canadese più creativo e originale degli ultimi anni giunge a un nuovo capitolo della sua complessa e articolata produzione discografica. Per chi non li conoscesse, basti sapere che la loro musica è una liturgia, un post-rock aspro dove i violini e le chitarre stridono con la stessa intensità poetica del canto delle megattere: “Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything” è il loro album, diciamolo subito, dove il gruppo mette in atto la miglior rappresentazione della sua arte. L’estetica post-rock è quasi scomparsa, resta solo quell’insieme cacofonico e austero di folk, blues e rock che ha dato forma a uno dei più originali linguaggi sonori; un'enfasi scarnificata, un nuovo suono hardcore, che nei dieci minuti dell’iniziale “Fuck Off Get Free ...

Antony And The Johnsons - Turning (2014)

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di Stefano Solventi Siamo dietro le quinte. Antony si rivolge alle tredici “magnifiche donne” che si sono avvicendate sul palco, complimentandosi con tutte. “E’ stato perfetto“, dice, “a parte qualche problemino con la mia voce“. Non so a quali problemi si riferisse il buon Hegarty, ma se avessero a che fare con quell’estro più terrigno, quella grana soul carnale e a tratti persino brusca che ne hanno mitigata la consueta spiritualità, sono problemi che gli auguro di affrontare spesso. La scena sta più o meno alla fine di Turning, docufilm diretto da Charles Atlas uscito due anni fa ed oggi pubblicato in DVD (più CD contenente l’intera scaletta dei brani). Le riprese risalgono al 2006, quando Antony and the Johnsons, assieme ad Atlas, portarono in giro questo spettacolo che mescolava performance visuale e concerto: accanto ai musicisti (otto elementi – archi, legni, pianoforte, chitarra e fisarmonica – più Antony) si alternavano splendide figure femminili dall’identità sessuale ...

Pere Ubu - Modern Dance (1978)

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di Silvano Bottaro La "danza moderna" opera prima dei Pere Ubu, rimane a distanza di trent’anni un disco straordinario. Ecco sì, straordinario è l’aggettivo che più gli si addice. Straordinario il nome Pere Ubu (Ubu Roi, pièce teatrale del commediografo francese di fine '800 Alfred Jarry), che non diceva niente a nessuno ma aveva un bel ’suono’. Straordinaria la voce di David Thomas, un gigante con i capelli a cespuglio che cantava con un vocione da orco. Straordinari i musicisti Revenstine, un cercarumori quando l’elettronica era tutt’altro che facile, il chitarrista Herman, un trasformatore elettrico da 125 in 380volts, la sezione ritmica di Krauss alla batteria e Maimone al basso che scandiscono una musica complessa e alienata. Straordinario il suono, un turbinio di note, con scenari post-industriali, schizofrenici e avanguardistici. Gli Ubu si auto producono quattro singoli, uno più feroce dell’altro, prima di giungere a questo favoloso esordio. Il disco è tirato ...

Femi Kuti - No Place For My Dream (2013)

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di Luca Sanna La vita dei figli d’arte ha due facce, quella comoda del giovane ricco e privo di problemi, e quella resa difficile dal continuo confronto con i famosi, magari geniali, genitori. Femi è in effetti il primo figlio di Fela Anikulapo Kuti, inventore e re incontrastato dell’afrobeat, ma molto di più: rivoluzionario, agitatore, oppositore del regime militare che all’epoca reggeva la Nigeria, dove nacque e visse una troppo breve vita, stroncata dalle complicazioni dell’AIDS che aveva combattuto in prima linea. Insomma, l’idolo di una nazione intera, un vero monumento, che Femi, dopo essere stato cresciuto dalla madre, appena quindicenne decise di seguire, diventando membro della sua band e della comune da lui fondata, la Kalakuta Republic. Gli anni ’70 erano al tramonto, ma simili esperimenti libertari ed egualitari erano ancora all’ordine del giorno. Bei tempi, ma non siamo qui per parlare di questo: si tratta invece di esaminare il sesto “full length” - diciamolo pur...

Robert Johnson

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Nasce nel 1911 ad Hazlehurst nel Mississipi. Personaggio misterioso e musicista inquietante, Robert Johnson può essere considerato l'alchimista del blues. Una breve vita spesa in alcol, donne e imbrogli, quindi una morte violenta avvolta da un fitto alone di mistero. Assassinio o suicidio' Vendetta o tragica fatalità? Resta il fatto che questo straordinario musicista nel giro di due anni è riuscito a capovolgere tutti i canoni ufficiali del blues: la forma, la struttura, l'equilibrio dell'improvvisazione. La sua stupefacente tecnica chitarristica e le sue ballate sono dei veri modelli in espansione ripresi e amplificati sino ai giorni nostri. Come poteva questo ladro-ubriacone incallito sparire nel nulla per riapparire poi come custode geloso di tutti i segreti meccanismi della "musica del diavolo"? La leggenda narra di un patto di sangue con il maligno, il quale gli donò un prodigioso talento e una conoscenza superiore a tutte le tecniche di mille bluesmen...

Fela Anikulapo Kuti - Black President (1981)

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di Alberto Campo Nella discografia sterminata che Fela Kuti ha consegnato alla storia musicale del Novecento, Black President occupa un ruolo determinante, poichè fu l'album che ne impose definitivamente la figura su scala planetaria. Edito da una major, e perciò reperibile anche fuori dai circuiti specializzati, divulgò il linguaggio sonoro rivoluzionario del Presidente Nero oltre la ristretta cerchia degli appassionati. Accompagnato dagli Afrika 70, l'orchestra dal mutevole organico - qui c'è al sax Lester Bowie dell'Art Ensemble Of Chicago, per dire - che ne assecondava le imprese, in seguito ribattezzata Egypt 80, Fela mette in mostra il meglio di sé. Tanto per cominciare, ripropone due temi classici del proprio repertorio: il mantra anti-imperialista I.T.T. (acronimo di International Thief Thief), 18 minuti di funk africano fiero e polemico, e l'elegiaco Sorrow tears and blood . Un Riders of the storm ambientato in Nigeria, quest'ultimo: cronaca d...

Yes - Close To The Edge (1972)

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Il disco di oggi è composto da soli 3 brani, e per questo è la variante al numero 3 che lega i dischi marzolini. Può sembrare una sfida scrivere un disco di 37 minuti con soli 3 brani, ma quando si è state una delle formazioni più straordinarie della musica la sfida fu accettata e vinta. Siamo nel 1972, all'apice del progressive: in quel momento gli Yes erano una delle sensazionali formazioni di quel periodo per molti versi irripetibile. La band è nella formazione culto: Jon Anderson al canto, una delle voci del prog, Steve Howe alla chitarra, Chris Squire al basso, il mago dei tasti Rick Wakeman che suona tastiere, piano e organo e Bill Bruford alla batteria. Con questa formazione avevano già scritto il fenonemale Fragile, nel 1971, a cui era seguito un grandioso Tour mondiale, che fece breccia pure nel solitamente sospettoso, verso il prog, pubblico americano. Finito il tour, la band, che in una pausa tra le tappe europee e quelle americane aveva già iniziato a sviluppare delle i...

Tangerine Dream - Phaedra (1974)

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di Andrea Silenzi Il nome Tangerine Dream lo hanno rubato a una strofa di "Lucy in the sky with diamonds" dei Beatles. Il resto appartiene alla storia di un movimento ribattezzato dagli inglesi (non senza ironia) " krautrock ", di cui ancora oggi si scorgono le propaggini. La Germania dei primi anni '70 è stata la culla di una nuova utopia spaziale, di un suono elettronico che deriva direttamente dalle teorie dello scrittore e musicista Ernest Theodor Amadeus Hoffman che in tempi lontani fantasticava di "una meccanica superiore in grado di cogliere i suoni più strani della natura" e capace al tempo stesso di racchiudere in un "tutto indifferenziato" il rapporto tra lo spirito dell'uomo e la realtà. I Tangerine Dream non sono che i protagonisti più celebrati di un movimento musicale che ha sovrapposto senza timore di profanazione la cultura rock (e in particolar modo la psichedelia post Pink Floyd) all'avanguardia e alla nuova ...

Subsonica

I Subsonica si formano a Torino nell'estate del 1996 su iniziativa del chitarrista Max Casacci già negli Africa Unite insieme al cantante Samuel Romano e al tastierista Davide "Boosta" Di Leo, affiancati dal bassista Pierfunk e dal batterista Ninja. Il debutto omonimo, pubblicato dalla Mescal, è dell'anno dopo, ed è caratterizzato da una riuscita miscela di pop, rock, reggae e dance. Discografia e Wikipedia

E T I C H E T T E

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