Cowboy Junkies - The Trinity Session (1988)

La serie di storie di musica che si inaugura oggi, giorno di Pasqua (Auguri!) seguiranno un percorso particolare: ho scelto delle storie di dischi caratterizzate dal modo unico, economico e a volte totalmente improvvisato con cui vennero registrati. Il primo ci porta al 27 Novembre del 1987, dove in una chiesta di Toronto, la Santa Trinità, un gruppo sta iniziando a suonare, usando solo un microfono. Questo gruppo ha le sue origini una decina di anni prima, quando Michael Timmins e Alan Anton formano un duo, gli Hunger Project, e partono per la Gran Bretagna, dove si uniscono ad un gruppo rock sperimentale, i Germinal. Tornati in Canada, Timmins chiama ad unirsi alle sue imprese musicali la sorella Margot e il fratello minore Peter, e formano un gruppo, a cui danno il nome strano di Cowboy Junkies. Inizia qui, siamo a metà anni ‘80, la parabola di uno dei gruppi alternativi più talentuosi della sua generazione, sia per le scelte stilistiche che per canzoni da interpretare. Il primo disco è Whites Off Earth Now!!!, che esce nel 1986: solo Take Me è scritta dalla coppia Margot e Micheal Timmins, per il resto una selezione di blues (John Lee Hooker, Lightnin’ Hopkins, Bukka White, Robert Johnson) che si sviluppano in atmosfere sognati e delicate, eteree, che trovano il fulcro nella voce, magnetica e fantastica, di Margot, che dà il meglio di sè nella cover di State Trooper di Bruce Springsteen. Il disco è l’occasione per un tour di accompagnamento ad altre band negli Stati Uniti, che serve ad amalgamare la band e a trovare un ulteriore gradino di avanzamento del loto stile. Che avviene nella sera di Novembre a cui accennavo prima. L’idea della band era di registrare direttamente le canzoni su nastro, usando un solo microfono: a rendere il tutto piuttosto complicato, era il fatto che oltre ai tre Timmins e a Anton, c’era l’ultimo fratello Timmins, John, alla chitarra, due armonicisti (Jeff Bird e Steve Shearer), Kim Deschamps alle slide guitar e Jaro Czwewinec alla fisarmonica. Oltre a questo, c’era il fatto che la band insieme aveva provato pochissimo, e per completare le registrazioni, pagarono 25 dollari canadesi due guardie della sicurezza della Chiesa per poter provare altre due ore insieme. Il risultato però fu che The Trinity Session (1988) è il loro disco più bello, più famoso e uno dei dischi più significativi degli anni ‘80. Alla base blues la band aggiunge elementi country (figli del lungo tour negli Usa, soprattutto negli Stati del Sud), l’atmosfera rilassata e affascinante da esibizione live in un club della registrazione, la scelta di brani, sia autografi che cover, azzeccatissima. Si parte con Mining For Gold, traditional dei cercatori di ventura dell’800, riportata in auge da uno dei personaggi più importanti della musica popolare canadese, James Gordon: la voce di Margot Timmins è già da brividi, nello scarno e sottilissimo accompagnamento musicale della band; il secondo pezzo è invece la loro canzone più famosa, e per me la più bella che abbiano scritto: Misguided Angel è una toccante ballata, cantata magistralmente, dal ritmo ondeggiante e rilassante, un piccolo gioiello. E gioielli sono le loro composizioni autografe, come I Don't Get It, To Love Is to Bury, 200 More Miles (molto country, dedicata alle miglia percorse nel tour americano) e la quasi spettrale e affascinante Postcard Blues. Tra le cover, meravigliosa la rilettura del classico di Hank Williams I'm So Lonesome I Could Cry, Dreaming My Dreams With You di Allen Reynolds, il traditional degli schiavi afroamericani delle piantagioni Working On A Building (che non c’era nella prima versione originale del disco) ma soprattutto due cover, una più bella dell’altra: Blue Moon Revisited (Song For Elvis) è una versione in cui al classico di Rodgers e Hartz portato al successo da Elvis Presley è aggiunta una parte di testo scritta dai fratelli Timmins; e poi una Sweet Jane, che come riferimento ha la versione rallentata del classico di Lou Reed scritto per i Velvet Underground, e che diviene una sorta di racconto per la voce magnetica di Margot: Reed apprezzerà tantissimo e la versione fu usata da Oliver Stone nella colonna sonora di Natural Born Killers (1994). Il disco diviene un piccolo culto, venderà milioni di copie, per la gioia del produttore Peter Moore, che si dice lo abbia prodotto con soli 900 dollari. The Trinity Session è presente nelle più importanti classifiche dei dischi più belli di sempre: in alcuni però è descritto come il capostipite del cosiddetto “sad rock”, per le atmosfere cupe e “depresse” che trasmette. In verità è una forzatura bella e buona, dato che basta ascoltare la forza e la bellezza della voce di Margot per credere, già così, tutt’altro. Che il disco sia stato un culto lo dimostra il fatto che a 20 anni esatti dalla storica serata di registrazione, i Cowboy Junkies si sono ritrovati insieme ad altri amici (Natalie Merchant, Vic Chesnutt, Ryan Adams) nella stessa Holy Trinity Church di Toronto per risuonare l’intero disco, che verrà ripubblicato con il titolo Trinity Revisited: la magia non è la stessa, ma è anch’esso un bel disco per scoprire questa band interessantissima, che da ormai 35 anni sforna piccoli dischi deliziosi e preziosi.

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