The Kinks - Arthur (Or The Decline And Fall Of The British Empire) (1969)
A Muswell Hill, in un sobborgo settentrionale di Londra, nel 1963 nasce un gruppo rock: Lo formano i fratelli Davies, Raymond per tutti Ray e Dave, il bassista Peter Quaife e Robert Wace, che cercava di cantare ma ben presto si scoprì più abile a cercare locali dove suonare, e divenne il loro manager. Alla batteria dopo alcune audizioni arrivò Mick Avory. Scelsero un nome particolare, The Kinks (in riferimento a kinky, gli stravaganti) e prodotti dal talent scout Shel Talmy pubblicano la cover di Long Tall Sally e You Still Want Me, primo brano autografo, che vende secondo la leggenda 127 copie. Senza scoraggiarsi, dopo una tournee con gli Hollies, Davies piazza il primo di una serie di brani favolosi, che diventeranno iconici: You Really Got Me esce solo pochi mesi dopo, arriva al N°1 in classifica, mettendo in campo la classe del gruppo che inizierà a influenzare intere di generazioni di musicisti: beat, rock, una scrittura delicata ma attenta alle contraddizioni sociali e senza peli sulla lingua. The Kinks, primo disco, esce nell’ottobre del 1964 e in poco tempo, visto il successo, in appena 3 anni sfornano 5 dischi (tra cui alcuni capolavori come Face To Face del 1966 e Something Else By The Kinks del 1967), anni costellati da una rissa durante un Tour negli Stati Uniti che li mette al bando dalle esibizioni dal vivo negli Usa per anni, canzoni mito (Waterloo Sunset, uno dei capolavori di tutti i tempi con il suo sguardo sulla “solitudine pubblica” della scintillante Swingin’ London, Sunny Afternoon, Fancy, Death Of A Clown) e un esaurimento nervoso di Ray Davies. Che con una mossa controcorrente si ritira con la band nel Devon, scrivendo un disco che ne risalti la tranquillità, la vita campestre e delle abitudini dei paesini rurali. The Kinks Are The Village Green Preservation Society (1968) è un di quei dischi proto-concept, che lega la solita raffinatezza compositiva ai temi bucolici di cui sopra. Davies era un perfezionista, e addirittura chiese alla Pye, la piccola casa discografica che li sosteneva di ritirare le prime copie stampate e vendute per lavorarci ancora (rendendo quelle copie gioielli per collezionisti), ma senza un singolo di successo il disco fu un naufragio commerciale, sebbene negli anni sia diventato per la critica più attenta uno dei capolavori degli anni ‘60. Davies però è attirato dai suoni psichedelici e dai primi vagiti del progressive e ha in mente qualcosa di particolare: l’occasione gliela dà una emittente TV, Granada TV, che gli commissiona un’opera rock spettacolo che parli del declino dell’Impero Britannico. Davies ci lavora con lo scrittore e scenografo Julian Mitchell, ma, secondo Davies anche per le pressioni del mondo politico, il progetto salta. Davies conserva e amplia tutto il materiale e nel 1969, qualche mese prima di Tommy dei The Who, esce Arthur (Or Decline And Fall Of The British Empire). Il disco aveva la copertina apribile con un inserto raffigurante un disegno caricaturale della Regina Vittoria con in mano un casetta dalla cui finestra appare Arthur Morgan, il protagonista, la cui storia di modesto lavoratore nato durante il regno di Vittoria, è funestata dalla morte del fratello durante la prima guerra mondiale, i propri figli emigrare in Australia, uno di loro morire durante il secondo grande conflitto, e si ritrova anziano a tirare la cinghia durante la depressione economica appena successiva. Victoria, che apre la scaletta, è la celebrazione divertita e felice dell’età vittoriana, apice dell’Impero, Yes Sir No Sir è l’entrata in Guerra, la Prima Guerra Mondiale, spaccata a metà da un improvviso cambio di andamento con fanfara fiatistica. Some Mother’s Son è sul dolore di perdere i figli in guerra (con il coro che durante tutto il brano sembra davvero un lamento funebre). Brainwashed è un brano dal testo profondamente politico (You look like a real human being, but you don’t have a mind of your own) disegnato su un r&b indiavolato e con una sezione fiati meravigliosa. Australia è il brano che parla della speranza di chi emigra (arioso, barocco, con un’orchestrazione favolosa e che dura 6.46 minuti), Shangri-La però è di nuovo “depressa”, raccontando dei tormenti di Arhur (You’ve reached your top and you just can’t get any higher. You’re in your place and you know where you are, in your Shangri-La). Mr. Churchill Says, con cui si giunge alla Seconda guerra mondiale, piazza il momento più tragico dell'album: una sirena che suona l’allarme durante il brano, il canto di Ray e la chitarra, qui davvero hard rock, di Dave, case bombardate e addirittura una parte recitata, quasi proto-rap. She’s Bought a Hat Like Princess Marina, momento music hall per antonomasia, è un quadro del paese dopo la guerra: si parte con una parte di clavicembalo, poi tutto si aggroviglia in un vortice di effetti che suggerisce la delicata e fragile psicologia dei britannici, una genialiata in un disco zeppo di dettagli magici: la gente è ridotta alla fame, ma si preoccupa di rimediare l'ultimo cappello alla moda pur di non mostrare la propria miseria ai vicini di casa. Young And Innocent Days e Nothing To Say sono momenti di tranquillità prima di Arthur che chiude il disco con un sarcastico disegno: i potenti parlano ad Arthur “tranquillizzandolo” che “Arthur we read you and understand you, Arthur we like you and want to help you […] Somebody loves you, don’t ya know it?” . Il disco è musicalmente di un fascino assoluto, anche grazie alla bravura dell'orchestra diretta da Lew Warburton, le strutture musicali dense, fatte di scatti e rallentamenti (che diventerà poi uno dei must del nascente progressive), cantato e suonato alla perfezione. I Davies davvero conoscevano un Arthur, cognato della sorella maggiore, emigrato in Australia e da cui prese spunto per uno degli album degli anni ‘60, di una band che sebbene ebbe successo, con capacità favolose musicalmente parlando, non riuscì mai a prenderselo tutto, rimanendo un gradino sotto alle altre band della British Invasion.

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