Gli Small Faces | Il gran disco della più grande band inglese che non ce l’ha fatta negli Stati Uniti
Gli Small Faces sono un gruppo di ragazzi della East End londinese, e inizialmente seguono il trend dell’epoca, (pensate alla definizione iniziale degli Who, “Maximum R’n’B”), cover di R’n’B americano: James Brown, Otis Redding, Bobby Bland, Smokey Robinson, Ben E. King. Il cantante/chitarrista leader è Steve Marriott, un tipetto anfetaminico, piccolino ma un gigante per voce, grinta e capacità compositiva, un’esperienza teatrale nel Music-Hall “Oliver!” che ritornerà nel suo stile autorale.
Non a caso dicevano che erano un mix di R’n’B e Music Hall, il primo da Detroit, il secondo da Stepney (quartiere dell’East End). Gli altri sono Ronnie Lane, bassista e autore, Kenney Jones (batteria bella pesante, non a caso rimpiazzerà a lungo lo scomparso Keith Moon negli Who), e il subentrato Ian McLagan all’organo. Il look iniziale è da Mod, ovvero vestiti impeccabilmente stilosi, e il soprannome “A Face” è anche il modo di chiamare qualcuno speciale, più che un ben vestito, chiamiamolo un Mister Cool. Aggiungi che i quattro sono tutti piccoli di statura, e hai, appunto, Small Faces. Il primo concerto, ironia della sorte, è in un club per Teddy Boys, la tribù nemica, e dopo tre pezzi vengono congedati; ma girano l’angolo, entrano in un locale per Mods, si offrono di suonare gratis, e da lì parte il buzz nel circolo giusto.
Quando firmano nel 1965 per la Decca non hanno ancora un repertorio originale, ma al terzo singolo “Sha-la-la-la-lee” e al successivo “All Or Nothing” la macchina va a regime, i singoli entrano nella top 10, si aprono le porte degli show Tv dell’epoca, “Ready Steady Go!” e “Top of The Pops”, girano incessantemente in tour inglesi ed europei, mancano la chance di tour americani perché McLagan aveva un piccolo precedente per possesso di droga.
A questo punto, le Faccette sono diventate importanti, uno dei gruppi più amati in madrepatria, ma senza soldi per via di un management discutibile di Don Arden, che non credeva nel loro futuro e quindi li spremeva come limoni senza pensare al domani. Arden nel confronto finale cerca di convincere i genitori che i figli siano tutti drogati e quindi inaffidabili, ma gli va male.
Gli Small Faces a quel punto passano a una delle nuove etichette indipendenti inglesi, sorte come funghi ora che il mercato giovanile del pop si è aperto, la Immediate del primo manager degli Stones, Andrew Loog Oldham. In studio con budget aperto contro royalties (nessuno regala nulla, men che meno i manager rock dell’epoca), aperta anche la mente da un uso di sostanze psichedeliche che sono ormai una commodity, spinti dall’esempio dei Beatles a osare di più nella scrittura e nel suono, la band comincia a fare sul serio. “Here Comes The Nice” (“ecco quello giusto”, una storia di pusher mascherata) e soprattutto “Itchycoo Park” arrivano in testa alle charts, la seconda destinata a essere forse il loro 45 più famoso. Agli Olympic Studios introducono un effetto, il “flanging”: due identici nastri master mandati alla stessa velocità in un terzo nastro-master, rallentandone uno con le dita, dando uno strano effetto di fase, uno swoosh che altera le frequenze, simile al risultato del passaggio attraverso un Leslie. Un tocco di psichedelìa pressochè necessario, nell’estate del 1967.
Un altro singolo stupendo con dinamiche forti, quasi un ritorno alle loro origini di r’n’b bianco, è “Tin Soldier”, scritta da Marriott per far colpo su Jenny Rylance, modella che un giorno sarà sua moglie (durerà poco, ahimè): «Sono il soldatino di latta che un giorno si è gettato nel tuo fuoco». È un R’n’B straordinario, romantico e potente, il piano honky-tonk di McLagan a contrappuntare, ritmica e batteria che la portano a temperatura alta, la voce di Marriott che la porta fin lassù. Decimo miglior singolo inglese per i lettori di Mojo nel ’97, prima di qualsiasi cosa dei rivali naturali dell’epoca, Who e Stones.
E arriviamo così al 1968, epoca in cui gli album – sull’esempio di “Sgt Pepper’s”- non sono più raccolte di singoli, ma concept album che hanno una qualche sorta di tema a unificarle. Quello di “Ogden’s” però è davvero bizzarro: l’album ha sei brani sulla prima facciata, molto dinamica fra folk e R’n’B, con una esibizione in grande stile di suono ed effetti sonori psichedelici, e sulla seconda uno strano racconto: quello di Happiness Stan, un folle che vuole andare a scoprire dove finisce la luna quando non si vede più. Tenuto insieme dalla voce narrante di un comico del periodo, Stanley Unwin, creatore di un linguaggio di fantasia tutto suo, l’Unwinese, mischiato con lo slang della band. Insomma, fra eccentrici ci si intende.
La trama, di pura fantasia, racconta di come Stan salvi una mosca dalla fame e di come questa con una magìa assuma proporzioni gigantesche e lo porti in volo fino alla caverna di Mad John l’eremita, il quale gli fa notare che la luna che aveva visto a metà ora sia di nuovo intera. E quindi canti a Stan una canzoncina sul significato della vita, con i suoi cicli di scomparsa e ricomparsa. È una favoletta, appunto, ma un bel salto in avanti per gli Small Faces da un punto di vista sonoro –orchestrazioni ed effetti sonori accompagnano tutta la facciata-, che infatti si troveranno impossibilitati, con le tecnologie del tempo (stessa cosa per la madre di tutti gli album-da-studio, “Sgt. Pepper’s”, del resto) a replicarlo dal vivo. Ne faranno solo una versione televisiva, perdipiù in playback a microfoni aperti, e questo sarà uno dei motivi che porterà al loro scioglimento: per anni Marriott si è sentito sminuito (come Pete Townshend degli Who) dal fatto che venivano considerati solo una band da singoli, e ora che hanno fatto un album all’altezza non possono portarlo in tour perché troppo complesso. Ironia della sorte.
Nascono anche frizioni con Oldham, che pubblica senza il loro parere “Lazy Sunday”, il brano che chiude la facciata A, che Marriott non ritiene indicativo di quello che la band rappresenta, una sorta di divertissement che sembra uscito da un music hall dell’East End londinese incrociato con un po’ di psichedelìa, connubio strano davvero: ritornello irresistibile, cantata quasi per intero con il pesante accento cockney che, da londinese, Marriott ben conosce.
Erano stati gli Hollies a dirgli che non cantava mai col suo vero accento. Questo è il pezzo perfetto per farlo, una querelle coi vicini di casa: «Ah, non sarebbe bello andare d’accordo con i miei vicini? Ma lo dicono molto chiaramente, non hanno spazio per gente che fa casino/ Mi fermano quando mi diverto, mi battono sul muro… pomeriggio di una pigra domenica, non ho la testa per preoccuparmi, chiudo gli occhi e volo via…».
Non è l’unica cosa o persona che vola via. Talentuosissimo ma forse non troppo sicuro di sé – i tempi andavano così veloci ed erano così competitivi che rimanere solidi e con la barra dritta non era facile per nessuno – Marriott scrive ancora un ottimo 45, ‘The Universal’, una ballata folksy incisa in giardino (cane che abbaia compreso) e poi sovraincisa in studio, che arriva solo al no.16, ed è una disillusione amara per lui.
Nelle parole di Kenney Jones molti anni dopo, «il fatto di essere considerati una pop band dava molto fastidio a Steve, più di quanto pensassimo. Sarebbe stato meglio comportarsi come gli Who, che quando avevano qualche problema rimanevano uniti per superarlo. “Ogden’s Nut Gone Flake” era un capolavoro, e son sicuro che se avessimo potuto portarlo in scena ne saremmo usciti rinforzati, pronti a diventare una band più importante. Ma Steve era demoralizzato, ha pensato “come faccio a superarlo?”, e in un attimo ha mollato». Letteralmente in un attimo, andandosene durante il concerto di Fine Anno, nel bel mezzo di una jam su “Lazy Sunday” (forse era meglio levarla dalla scaletta?).
Uscirà ancora un album raccolta, ‘The Autumn Stone”, e poi Marriott porterà avanti il suo progetto, quello di far entrare negli Small Faces Peter Frampton, teen-idol con una pop band, The Herd, a cui gli altri si erano opposti. I due faranno un quartetto nuovo, gli Humble Pie (con Jerry Shirley alla batteria e l’ex-Spooky Tooth Greg Ridley al basso, e avranno vita lunga, anche se Frampton se ne andrà presto, e avrà un successo esagerato con quel doppio Lp “Comes Alive” nel quale suonava la guitar-box, quello strano aggeggio, una cannuccia con la quale dare un tocco ‘cantato’ alla chitarra. Gli Humble Pie avranno due lati veramente lontani fra loro, uno acustico, quasi folk-bucolico, e uno estremamente heavy, con un Lp live-sintesi (senza Frampton) “At Fillmore”. Nel frattempo, gli Small Faces rimasti elideranno lo Small, e come Faces, imbarcati Ron Wood e Rod Stewart, avranno un successo da entrambe le parti dell’Oceano, considerati “la miglior bar-band di sempre”, etilici e caciaroni, veri party-boys.
Gli Small Faces nei ricordi di tutti rimarranno una band non-realizzata-fino-in-fondo, «la più grande band inglese che non ce l’ha fatta negli Stati Uniti», con una scia di singoli eccezionali, e quell’album così strano fino a stranirli. Marriott se n’è ormai andato, bruciato vivo nella sua casa di campagna (che karma, lui così incendiario, di voce e di attitudine), ma per chiedere referenze bussate alla porta degli esponenti del Brit-Pop, Blur ancor più di Oasis. O di Paul Weller, che da Marriott ha preso tanto. Vi racconteranno di una band amata e influente come poche, in quel calderone inglese anni 60 di cultura Mod e di suoni fuori dell’ordinario.
Carlo Massarini - Fonte | linkiesta

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