West Side story | Il soul urbano di Magic Sam ha fatto la storia della musica, anche se solo pochi se lo ricordano
Eppure Magic Sam, late perché scomparso nel lontano 1969, è stato davvero un grande. Uno dei migliori solisti usciti da quel gigantesco brodo primordiale della West Side della città, insieme a Otis Rush e Buddy Guy. Tre giganti, dal suono personale e in qualche modo simile, chitarra elettrica tirata, tagliente, sempre all’attacco. Magic Sam, in particolare, aveva come marchio di fabbrica il tremolo, riusciva più di altri a far vibrare le corde, a tener sospesa la nota, a riempire il suo sound di riverbero. Ma Magic Sam era anche un ottimo cantante, da cui il titolo, “West Side Soul”.
Samuel Gene Maghett nasce nel 1937 a Grenada, Mississipi, in pieno Delta. Ascolta i vecchi 78 giri di Muddy Waters e del grande armonicista Little Walter, e quando si trasferisce con la famiglia a Chicago nel 1950 comincia a esibirsi nei locali della parte Ovest della Città, col primo nome d’arte Good Rockin’ Sam (notare come i nomi siano sempre un invito a scoprire le prodigiose qualità di…).
A Chicago c’è una bella etichetta, la Cobra, che incide tutte le star locali, e infatti produce i primi singoli di Buddy Guy e Otis Rush, fra gli altri (i 45 giri erano il mercato allora, gli album di quel periodo che compriamo oggi sono compilation di singoli).
Il proprietario della Cobra quando lo mette sotto contratto lo vuol ribattezzare qualcosa tipo Sad Sam o Singing Sam (che fantasia), Sam preferisce il nome che gli ha appena inventato il suo bassista Mack Thompson, Magic Sam (forse per assonanza col suo cognome e nome). Direi che non c’è partita.
Il primo singolo, ’All Your Love’, 1957, fa sensazione sulla scena blues: un blues medio strascicato, scandito, Sam che canta con voce strecciata in alto picchiando sempre più forte sulla seicorde fino a sfociare in un assolo con quel suo tono che fa scuola. È il prototipo dal quale Sam si discosterà poco, negli anni a venire.
Quando la Cobra chiude in bancarotta, visto che tutti profitti il padrone se li gioca d’azzardo, Magic Sam non segue i compagni di etichetta Otis Rush e Magic Slim alla Chess, ma si imbarca in una dissennata avventura: si iscrive all’Esercito, chissà che aveva in mente, comunque la storia non gli piace e fugge.
Gli danno sei mesi di galera per diserzione. Torna e incide qualche singolo per un’etichetta ancora più piccola, la Chief, di cui si ricorda un adattamento in stile West Side di un brano di Fats Domino, ’Every Night About This Time’. Poi, ben introdotto da un brano inciso per una loro compilation, entra in contatto con una etichetta storica del blues, la Delmark (ancora operativa oggi) ed è lì che pubblica gli unici due album ufficiali, ’West Side Soul’ e “Black Magic”.
“West Side Soul” è un doppio binario: da una parte il blues elettrico che Magic Sam suona nella ’West Side’ della città, dall’altra soul sottolinea il talento di Sam nel canto: potente, alto, una sorta di soul shouter che dà tanta enfasi alle strofe cantate quanto agli assoli e al suo accompagnamento ritmico, sempre incalzante. È una vera sintesi: un blues elettrico, stracolmo di energia e di perizia strumentale, con parti vocali passionali, sorta di Uptown Soul, stiloso soul urbano. Se ascoltate il brano che apre l’album, ’That’s All I Need’, c’è la eleganza stilistica ’soul’ di gente come Curtis Mayfield, accoppiata a una ferocia strumentale alla Muddy Waters: una sintesi, ma senza assomigliare a nessuno dei due.
C’è una eccitazione generale che lo fa sentire più un album inciso dal vivo che in uno studio di registrazione. Per i mid-tempo riprende il suo primo hit ’All Of Your Love’, ancora più robusto, ma oltre al suo ’prototipo’ ci sono sorte di rockabilly elettrici che scorrono via infuocati, immagino ai tempi perfetti per ballare.
E quando Magic scende sul suo terreno, come l’infuocato strumentale ’Lookin’ Good’, o il boogie senza freni di ’Mama Talk To Your Daughter’ (che dovrà mai dire, alla sua bambina?), viaggia come un treno che non può essere fermato. C’è la sua ’Sweet Home Chicago’, forse la versione definitiva, e in tutto l’album si percepisce la fame di un trentenne finalmente arrivato alla sua grande occasione. Determinato, pieno di passione, le dita che esibiscono quel vibrato strecciato e veloce, il marchio della casa. E se assomiglia molto al blues che ascoltiamo oggi, beh, è proprio perché è una sorta di template per tutto il blues che verrà dopo.
Due anni dopo all’Ann Arbor Blues Festival del 1969, Magic Sam finalmente trova il grande successo, il biglietto per viaggiare d’ora in poi in prima classe: arrivano richieste da tutti gli Stati Uniti e dall’Europa. Ma il destino è in agguato: a dicembre di quell’anno, un infarto ferma per sempre a 32 anni il re del West Side blues, che nel genere rimarrà insorpassato.
Tanta riconoscenza anche da parte di un musicista blues bianco di Chicago, quel Paul Butterfield che l’anno seguente organizza per la sua famiglia al Fillmore di San Francisco un benefit, sul palco con la Paul Butterfield Blues Band ci sono Mike Bloomfield, Elvin Bishop, Nick Gravenites, ovvero la emergente scuola ’bianca’, e un maestro come l’armonicista Charlie Musselwhite.
Di lui dirà Willie Dixon, bassista, produttore e autore di alcuni dei grandi classici del blues: «Magic Sam aveva un suono di chitarra diverso. La maggior parte suonava il classico blues in 12 battute, ma le armonie che Sam appoggiava sugli accordi erano qualcosa di molto differente. E poi, il feeling che trasmetteva con la sua voce, così alta: era una vera ispirazione per tutti». Lo è ancora oggi.
“West Side Soul” e “Black Magic” sono ovviamente i due album più rappresentativi, solido blues urbano. Un buon live è ’Live At The Avant Garde, 1968’. Tutta la prima fase di carriera la trovate su “The Essential Magic Sam: The Chief and Cobra Recordings 1957-1961”.
Carlo Massarini - Fonte | linkiesta

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